Jo va a nanna

Jo va a nanna è uno splendido apologo in veste di divertissement enigmistico; consiglio di leggerlo perché è originale, stimolante e fondamentalmente irrisolto. Ammetto di non essere molto paziente: davanti a un rebus della Settimana Enigmistica preferisco sapere in anticipo la soluzione e godermi la sagacia dell’autore piuttosto che cercare di trovarla da solo. Con Jo va a nanna simili scorciatoie non sono permesse. Bisogna affondare nell’enigma e cercare di uscirne in qualche modo.
Partiamo dal volume. Si presenta in modo molto discreto. La copertina è linda: c’è il titolo, in lettere bianche su fondo azzurro; un’ondina bianca lungo la costa; un breve paragrafo sul retro, che poi si scopre essere l’incipit della storia; manca il nome dell’autore e il logo della casa editrice (quest’ultimo compare solo sulla prima pagina, assieme al motto «esperimenti con le lettere.»). Dove ci si aspetterebbe di trovare il codice a barre c’è un disegno che sembra proprio un codice a barre e in realtà è un’inferriata di prigione forata nel mezzo, da cui un galeotto in tuta a righe si cala con un sogghigno. Sono particolari importanti, come vedremo. Ma non è tutto qui: il libro è stampato nei due versi; le pagine di sinistra sono capovolte rispetto a quelle di destra. Perché questa stranezza? È solo un’ostentazione di originalità, o c’è di più? È chiaro da subito che il libro è diviso in due metà. Dopo aver letto tutte le pagine di destra, si ruota il volume di centottanta gradi e si leggono le pagine di sinistra (che a questo punto si trovano anch’esse a destra). È interessante notare che i capitoli della prima metà cominciano generalmente dove finiscono i capitoli della seconda metà: non può essere un caso. Ma non è neppure una regola: a volte la corrispondenza salta. La prima impressione è di confusione. Quel che è certo è che il libro impone le sue regole e noi dobbiamo seguirle.
Leggendo, scopriamo che queste regole sono osservate con una ammirevole coerenza. Partiamo il primo paragrafo, quello riportato anche in quarta di copertina:

Giova stava chino con la testa in mezzo ai piedi, essei sempre in mezzo ai piedi, e lanciava la palla per aria immaginandosi un mondo capovolto, in cui i piedi sarebbero stati ben piantati in cielo e nessun vecchio l’avrebbe più guardato con quell’opprimente gravità. Faceva rimbalzare la palla per cielo, quale era la causa?, quale l’effetto?, giova, Jo, va’ a cagare, dicevano i regazzini desiderosi di iniziare a giocare immemori di quanto successo qualche giorno addietro, quando il pallone aveva infranto un vetro e un signore era venuto a sbraitare delinquenti, vi porto in tribunale, vi faccio causa! Ma quale palla che cade nel cielo, disse uno dei bimbi impossessandosi della sfera, poche palle, sarà un effetto ottico, come son le squadre?

Sorge spontanea la domanda: ma ci è o ci fa? Un autore decide di usare uno stile simile essenzialmente per due motivi: 1. ha qualcosa da dire che non può essere detto altrimenti, oppure 2. si ama alla follia ed è convinto che il lettore non possa fare a meno di amarlo a sua volta. L’ipotesi giusta, ci tengo a chiarirlo, è la numero 1. Ma lo si scopre a poco a poco. In queste righe c’è solo un piccolo indizio che il libro non sia la delusione suggerita dall’ipotesi numero 2:

Faceva rimbalzare la palla per cielo

L’espressione giusta sarebbe per il cielo o nel cielo. Questo «per cielo», che sulle prime passa inosservato, è un calco di per terra; diventa sensato solo per capovolgimento. È un dettaglio, ma ci mette sulla buona strada. Cominciamo a sospettare che in queste righe sia all’opera qualcosa di più sottile del semplice gusto dell’artificio. Leggiamo ancora, a pag. 2:

Jo calcia una cannonata, l’altro si tuffa malamente e non l’acchiappa, così quella s’infrange contro un muro che accusa il colpo e comincia a perdere mattoni, che cascano a terra come tanti denti da latte dopo una rissa tra infanti. Il falansterio tutto inizia a tremare e a venir giù […] ma ecco arrivare gli aerei col loro bombardamento di mattoni e infissi che planano tutti al posto giusto, a tappare i buchi e a coprire gli elementi mancanti. Jo calcia in alto ma il suo tiro arriva al massimo fino ai tetti, l’aeroplano dall’alto se la ride e se ne va.

Di nuovo un capovolgimento, questa volta su scala più ampia: un bombardiere che ricostruisce anziché distruggere. Penso si cominci a capire il gioco. Tutti gli elementi strutturali del testo, dal più piccolo al più grande, concorrono assieme alla rappresentazione di un’unica idea: quella di un «mondo capovolto». È questa la coerenza di cui parlavo. Jo va a nanna è costruito come un frattale. Leggendolo sembra di precipitare in un pozzo senza fondo.
Gli stratagemmi che l’autore impiega per perseguire il suo scopo sono molteplici. Consideriamo questo passaggio, a pag. 70:

Nella città sbriciolata divampa un tentacolare rogo votivo, reminiscenza di riti tribali, cortei vespertini, messe sataniche, sacrifici paganini, che non risparmia nessuno, condanna tutti, i geni come i cretini, e tutte le facce, evaporate o carbonizzate, sembrano chiedersi come sia possibile che quelle briciole e quelle fiamme non violino nessuna delle perfette leggi del creattore, della sua sicurezza dubita qualche fedele, come sia possibile conciliare l’infimito valore della vita con quelle magre ceneri radioattive. L’aeroplano dall’alto se la ride e se ne va.

Il testo è una miniera di spunti. Abbiamo

  • dettagli ortografici che paiono errori di battitura o esili tentativi di calembour: «sacrifici paganini», «creattore», «infimito»;
  • rime: «cortei vespertini […] riti paganini […] i geni come i cretini»;
  • slittamenti di significato: «vìolino», voce del verbo violare, diventa «violìno» per attrazione di «paganini» (potrebbe sembrare un accostamento casuale, ma il fatto che giochi simili si incontrino costantemente per tutto il libro indica che non è così);
  • accavallamenti logici: «sembrano chiedersi come sia possibile che […] non violino nessuna delle perfette leggi del creatore, della sua sicurezza dubita qualche fedele», dove una subordinata relativa diventa una coordinata in asindeto e pare preludere un nuovo periodo, ma è subito contrastata da una nuova subordinata che si ricollega a «sembrano chiedersi»: «come sia possibile conciliare» ecc.
  • clausole ripetute: «L’aeroplano dall’alto se la ride e se ne va», identica alla chiusa del paragrafo in cui è descritto il bombardamento del campetto, sessantotto pagine prima.

Lo scopo, ancora una volta, è piegare la struttura al contenuto. Si tratta, dichiaratamente, di “esperimenti con le parole”, ma questo non vuol dire che siano arbitrari: come in un esperimento scientifico, l’obiettivo da raggiungere è chiaro. La scena è di nuovo quella di un bombardamento. Il modo migliore per rappresentare la catastrofe delle cose è trasformarla in una catastrofe delle parole. Ecco allora il ridicolo, l’assurdo, lo stranamente solenne, mescolati insieme. E tutto regge assieme al resto. «Infimito» è una commistione di alto e di basso, ennesimo indizio di capovolgimento; è l’impossibile punto di unione fra abisso inferiore e abisso superiore che in un’altra scena del libro viene esplicitamente descritto (una freccia si immerge in un lago, raggiunge il fondo e sbuca fuori dal cielo). È raro che un testo in prosa riesca ad essere tanto pregnante e interconnesso a tutti i livelli.
L’operazione ha un limite, è ovvio. Ci vorrebbe la pazienza di un cabalista per individuare e spiegare tutte gli innumerevoli rimandi. Confesso: in molti casi mi sono arreso. Nel paragrafo citato, il riferimento al violino di Paganini mi rimane oscuro. Noto la presenza di un segno, ma non riesco a collegarlo al resto, avverto che qualcosa di più profondo mi sfugge. Normalmente liquiderei la cosa con sufficienza: è solo fumo, complessità fittizia creata per distrarre l’occhio, come in un gioco di prestigio. Non in questo caso. Non si può essere coerenti in modo intermittente. E Jo va a nanna non scherza: quando si interroga su come le leggi del «creattore» possano tollerare l’abominio di una città rasa al suolo, il tono è serissimo. Ci vuole un controllo inflessibile per tenere le fila di una trama così intricata. Se lo scopo fosse solo impressionare gli sciocchi, non varrebbe la pena di sobbarcarsi un tale lavoro.
E veniamo finalmente alla storia. Ho evitato di proposito i termini romanzo o novella perché mi sembrano fuori luogo. Può darsi che un giorno si arrivi a mettere anche su quest’opera l’etichetta di romanzo, ma prima bisognerà stirare la parola per permetterle di inglobare qualcosa per cui al momento non esiste definizione. La trama, ad esempio, non si riesce a riassumere facilmente. Conviene concentrarsi sui personaggi. Sono essenzialmente tre: Jo (Giovanni, Giova, Joe), Hannah (Wanna), e Sonja, che tuttavia rimane più evanescente. Nessuno di essi è definito in modo univoco. Jo si muove addirittura tra la terza e la prima persona, il che complica non poco la lettura di certi passaggi. Per capire quanto fluide siano queste figure, basta osservare il modo in cui l’autore gioca coi loro nomi:

[p. 4, parlando di Jo:] un pericoloso soggetto, dalle singiòlari peculiarità [qui e oltre, le sottolineature sono mie]
[p. 21:] ti vien voglia […] di essere un delfino […] per aspirare ad essere il principe di galles o il duca di sassonia, per vedere quanti salti fa sonja sul suo windsurf di sasso prima di affondare.
[p. 26:] onja sfiora l’acqua coi piedi, ja ha fuori solo la testa per scrutare la volta celeste e già serra le palpebre e piomba giù.
[p. 100:] aveva jannacce difficoltà nel pronunciare le parole

L’identità personale, sembra dirci l’autore, è sempre sul punto di andare in pezzi. Ancora una volta, l’idea è trasmessa a livello strutturale, prima ancora che semantico. È forse per questo che sulla copertina non ci sono altre parole che quelle del titolo? Il titolo, per l’appunto, spiega bene lo schema essenziale su cui è costruita la narrazione: indica un centro (Jo); un movimento, spesso una fuga a rompicollo (va); una brusca conclusione (a nanna). La prima metà del libro ripete ossessivamente questo schema, con l’ineluttabilità di certi brutti sogni. Intuiamo fra le righe che Jo ha avuto un’infanzia difficile (è stato probabilmente molestato da un istruttore di nuoto); che vive con la nonna, Hannah, appunto; che lavora saltuariamente in un reattore ed è costretto a rubacchiare; che una di queste rapine finisce male (non svelo come). Tutto è narrato con un’ostentata irriverenza per le leggi della fisica e perfino della logica. Il tono è così allucinato che Jo pare quasi non soffrire delle proprie sciagure. Hannah, di contro, soffre eccome. Le pagine in cui l’autore si sofferma su di lei, nella seconda metà del libro, sono le più angoscianti. La differenza tra il punto di vista dei due personaggi appare chiara se si confrontano le scene che li vedono, in momenti diversi, all’ospedale. L’ospedale che vede Jo è delirante, popolato di degenti subumani (il soffitto è assurdamente basso) e di operai intenti a perforare le pareti con enormi trivelle. L’ospedale di Hannah, invece, è squallidamente normale: luci al neon traballanti, gente in attesa, personale che risponde con tono stizzito. Hannah e Jo sono due facce di una stessa moneta, il cui verso è l’assurdo e il cui recto è la disperazione. Il senso di lettura corretto è dunque quello della seconda metà, quando si tiene il libro capovolto.
Il finale è solennemente anti-climatico. Alcuni nodi vengono al pettine; emerge una lettura meta-testuale che dubito vada presa alla lettera. Il capitolo che più di tutti sembra dare un senso all’opera è però il terzultimo, il mio preferito, intitolato Giocoso periodare, che comincia così:

Io nella mia vita ho avuto solo delusioni. […] Ognuno ti guarda come un innamorato o un amico o un parente o un conoscente o un estraneo o un nemico – in fin dei conti le varie opzioni non son poi tanto diverse – cioè accecato dai suoi pregiudizi e tornaconti e aspettative e sentimenti, e mai semplicemente come qualcuno che esiste al di fuori di lui e non può essere in alcun modo semplificato e inglobato. D’altronde è abituato a dire foglia, albero e illudersi di aver annesso l’intero bosco a sé.

Qui è l’autore che parla in prima persona. È una caduta di tono, artisticamente parlando, ma è un’intuizione geniale, proprio nel bel mezzo del caos. L’autore ci spiega la propria verità. E la verità, paradossalmente, banalmente, è che tutti mentono. Non c’è morale o via di scampo. La menzogna, unica via di scampo dall’indifferenza e dalla dimenticanza, ci rende tutti distaccati, disperati, spietati. E alla fine

Io sono Io, un’eco dentro la testa, una voce che proviene da dove non si sa, da me no di certo. […] Tu sei tu, Io sono Io, l’identità la chiamano, non è concesso sentirsi nemmeno istantaneamente diversi, può crollare tutto il sistema costruito sopra, sopra i = i.

e ancora

Scrivi-vivi con l’urgenza di arrivare al sodo che non arriva, […] come uno squarcio che si apre su uno squarcio che si apre, incespicare nei tentativi e mettere . anche se in realtà non vi si arriva mai

Ecco dunque il punto: non arrivare al punto. Tutte le giustissime chiavi di lettura che si possono individuare (la satira contro la spersonalizzazione del lavoro, la critica consapevole al debordare della tecnologia nell’era post-nucleare, l’appello a una rivolta anche solo formale contro i sistemi economici correnti – ricordate il galeotto che sfonda un codice a barre? – a ben vedere, nulla che non ci sia già stato propinato in tutte le salse) sono tradite dall’ultimo gioco di parole, che è la dannazione del linguaggio: la mancanza di un’autogiustificazione attraverso le parole. Senza questa ammissione, Jo va a nanna finirebbe per essere solo un divertissement contingente. Tutt’altro. Jo va a nanna punta a una dimensione cosmica, universale, e lo fa nel modo più improbabile: ammettendo di non poter chiudere il cerchio. Perdendo di proposito la posta che ci ha costretto a scommettere.
Questa mancata completezza, inevitabilmente, mi mette in discussione. Ho ancora la testa piena di domande: Cosa è codificato nei titoli dei capitoli, culinari nella prima metà (Una fetta di crostatauna pera cotta…), vagamente filosofici nella seconda (Gli umani cartolaiLa credenza in cucinaGiocoso periodare…)? Perché uno dei personaggi ha sette dita? Che ne è davvero di Sonja? Perché i poliziotti mangiano sempre? Cosa significano le maiuscole in una frase come «Yo man, give me fiVe, where is Jo?»? Chi è l’autore? E l’editore? Nella mia testa sono curiosamente riassunti in un’unica persona: è così? Più in prospettiva: che esito avrà un’iniziativa editoriale tanto strampalata e coraggiosa? Jo va a nanna, secondo me, è un lavoro condannato dalla sua stessa singolarità a non fare scuola, come Finnegans Wake o Horcynus Orca. Mi auguro tuttavia che sia conosciuto e investigato, che nei suoi esperimenti molti possano trovare scandalo o ispirazione. Solo in certa letteratura postmoderna americana ho trovato una tale intelligenza e padronanza di mezzi, capace di mescolare cinismo e commozione senza perdere credibilità. Riesce ad essere diverso da qualsiasi libro abbia letto, e a non fare di questa diversità l’unico motivo di interesse. È una consolazione per me sapere che qualcuno sia in grado di comporre, oggi, in lingua italiana, un’opera simile.

Jo va a nanna

Jo va a nanna, Acqua e Zucchero editore

Nota: il libro non è in vendita, ma può essere richiesto gratuitamente alla casa editrice. A un patto: bisogna inviare il libro a un altro lettore e lasciare un commento sul sito.

Consigliato a: il mio amico Giacomo (a cui l’ho spedito).
Non consigliato a: il mio amico Edoardo (che preferisce leggere libri normali).

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