Per un tratto insieme

Roberto Cogo, haiku e Zen garden

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L’haiku è un genere di poesia giapponese che dal dopoguerra in poi ha ottenuto un crescente riscontro anche in Occidente. Le regole di composizione sono apparentemente semplici: tre versi di cinque, sette, e cinque sillabe – uno schema particolarmente adatto alla lingua giapponese, in cui le sillabe sono piuttosto “morae” (unità di tempo prosodico) e i tre versi sono generalmente composti in un’unica riga. È difficile immaginare forme più contenute. Eppure, all’interno di un universo così limitato, una grande tradizione estetica ed etica (che parte dai maestri giapponesi del settecento per arrivare allo sperimentalismo contemporaneo, fertile soprattutto in America) ha prodotto risultati che rientrano a buon diritto in ogni ipotetica antologia della letteratura universale.
Anche in Italia l’interesse per l’haiku ha raggiunto ormai una piena maturità, oltre il mero esotismo degli inizi, e la forma poetica è diventata un veicolo di espressione importante, se non privilegiato, per una crescente comunità di haijin (autori di haiku, secondo la definizione originale). Ne ho parlato con Roberto Cogo, prendendo lo spunto dal suo volume Zen Garden, il cui valore, come vedremo, non è soltanto letterario.

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Bologna in lettere

Domani pomeriggio, su gradito invito di Enea Roversi, sarò alla maratona di poesia Battere il tempo di Bologna in lettere (Cassero LGBT Center, Via don Minzoni 18). Leggerò sei o sette testi, almeno quattro dei quali completamente inediti. Intendo, inediti anche qui. (Lo so, il blog è fermo da tanto, ma presto lo rimetterò in moto.) Vi aspetto!

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Post eventum: UAGG! a Udine

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Da sinistra: Gianluca Gobbato; Piero Simon Ostan, Francesco Tomada e il sottoscritto in una triplice sovrapposizione di teste; Roberto Ferrari; Marina Giovannelli; Roberto Cantarutti. Foto di Natalia Bondarenko

Ieri sera, 23 marzo, abbiamo presentato a Udine un’altra volta il libro UAGG! (Viva Comix 2016). Non ne ho mai parlato su queste pagine: è un progetto nato dopo l’ultima edizione di Notturni Diversi, intitolata proprio UAGG! dalle iniziali di Ungaretti-Allen-Giuseppe-Ginsberg, i due autori a cui il festival era dedicato; ispirato dalle opere di Roberto Cantarutti, che a sua volta ha tradotto in immagini i versi di Ginsberg e Ungaretti; stimolato dalla fantasia di Marco “Opla+” Pasian e Paola Bristot, che hanno organizzato secondo un arco narrativo i lavori di Cantarutti; e infine portato a termine con la solita sconsideratezza benandante da Roberto Ferrari, Gianluca Gobbato, Giacomo Sandron, Piero Simon Ostan, Francesco Tomada e il sinceramente vostro. (Se non vi siete persi leggendo questo periodo siete ben introdotti allo spirito del libro).

In che cosa consiste il progetto? Ungaretti e Ginsberg, sappiamo, si conobbero negli anni sessanta e si apprezzarono nonostante l’apparente distanza di ispirazione e di stile. Sembra che Ungaretti abbia perfino contribuito alla collezione di peli pubici che Ginsberg stava preparando per Ed Sanders («C’est blanc!»). L’idea di dedicare il festival a entrambi non era perciò campata in aria. E le immagini create da Roberto Cantarutti per l’occasione erano potentissime. Quando, conclusi i Notturni, Marco e Paola hanno deciso di organizzarle in un libretto, non avevamo altra opzione, per commentarle, che usare le parole degli stessi due poeti. E allora abbiamo fatto così:

  • Ci siamo divisi in due squadre: Gianluca, Piero e Francesco per Ungaretti; Roberto, Giacomo e io per Ginsberg;
  • Piero ha stilato una scaletta, abbinando a ciascuna immagine un membro della squadra Ungaretti e uno della squadra Ginsberg;
  • Roberto ha dato il via con l’incipit di Urlo: «Ho visto le menti migliori della mia generazione» e Gianluca si è attaccato adattando un passo del Porto sepolto: «arrivare al Porto sepolto / e poi tornare alla luce con i loro canti / e disperderli». Questo è diventato il testo della prima immagine;
  • Di qui in avanti, ciascuno ha scelto un passaggio da Urlo o dal Porto sepolto (secondo la squadra e la scaletta), attaccandosi al precedente e lasciandosi ispirare dal percorso delle immagini. Finché non siamo arrivati in fondo.

La cosa, incredibilmente, ha funzionato. A posteriori, ci piace dire (come abbiamo detto anche ieri sera) che il merito è della poesia. Le due opere, pur così diverse, hanno dimostrato tutta la loro forza adattandosi al maltrattamento. Il pastiche che ne è scaturito le evoca entrambe, ma è al tempo stesso qualcosa di alieno e informe e totalmente nuovo. Io credo che a Giuseppe e ad Allen sarebbe piaciuto. Ha un suo senso. Rileggendolo lo si capisce sempre meglio.

Ma queste sono considerazioni a posteriori, appunto. In realtà l’esperimento è riuscito perché non abbiamo perso tempo a chiederci che cosa ne sarebbe venuto, mentre lo facevamo. Personalmente non sono un fan della scrittura spontanea o automatica, ma mi sono accorto che quando si lavora insieme funziona. È questo lo spirito che a Portogruaro chiamiamo benandante: fare sul serio senza prendersi sul serio. Ne posso parlare senza falsa modestia perché so di non avere alcun merito. In tutto l’esperimento mi sono sentito solo un’estensione della penna (o più precisamente della tastiera), e penso che gli altri condividano l’impressione. Non è cosa che capiti spesso. E, credetemi, è un toccasana.

Un appunto: la libreria CLUF, dove si è svolta la presentazione, è un luogo in cui tornare assolutamente.

«Canto alla durata» di Peter Handke

Su Fare Voci di marzo (online già da una decina di giorni) è uscito un mio pezzo sul Canto alla durata di Peter Handke. Rileggendolo ad oltre un mese di distanza, penso che oggi scriverei qualcosa di leggermente diverso… ed è un bene che alle mie osservazioni sia affiancata un’intervista di Giovanni Fierro al traduttore italiano dell’opera, Hans Kitzmüller, davvero interessante.

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Eccovi un assaggio del mio pezzo:

Opera delicatamente postmoderna, il “Canto alla durata” di Peter Handke si apre con un’insolita dichiarazione di intenti: «È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata, / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – / la durata induce alla poesia.» Si tratta, lo scopriamo subito, di una poesia immune da vaghezza o arbitrio, e al contempo ben distante dai modelli novecenteschi; il tono è diretto, colloquiale; l’approccio analitico: che cos’è la durata? «Un periodo di tempo? / Qualcosa di misurabile? Una certezza? / No, la durata è una sensazione, / la più fugace di tutte le sensazioni». E poco oltre: «Goethe, mio eroe / e maestro del dire essenziale, / anche questa volta hai colto nel segno: / […] la durata è la sensazione di vivere.»

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Tre traduzioni di J. L. Borges in metrica

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di Guido Cupani

Muovendo il cursore sopra il testo si possono leggere la versione originale e le note.

La pioggia
Da El hacedor (1960). Sonetto. Endecasillabi rimati secondo lo schema ABBA ABBA CCD EED.

Di colpo il pomeriggio è rischiarato
poiché cade la pioggia minuziosa.
Cade o cadde. La pioggia è una cosa
Che senza dubbio accade nel passato.

Chi la sente cadere ha ritrovato
il tempo in cui la sorte premurosa
gli svelò un fiore che si chiama rosa
e del rosso il colore inesplicato.

Questa pioggia che acceca il mio balcone
rallegrerà in un perduto rione
la nera uva di pergola in un orto

di un patio ora scomparso. La bagnata
sera ha la voce, la voce anelata
di mio padre che torna e non è morto.

L’ingenuo
Da La moneda de hierro (1976). Sonetto. Doppi settenari per lo più di ritmo giambico, rimati secondo lo schema…

View original post 425 altre parole

An honest manifestation

being right
doesn’t make us
better than you

HATE BREEDS HATE
See e.g. how I’m hating you now

This epoch
calls for unneeded
CAPITALIZATION

you and I both agree that
we have nothing to learn
and everything to teach

IT’S JUST
ONE MORE CONTEST TO SEE
WHO’S THE MOST OBNOXIOUS

I DON’T KNOW THAT I DON’T KNOW
but more importantly
I KNOW THAT YOU DON’T KNOW

Please remind me when exactly
this has got completely out of hand

NEVERTHELESS
IF YOU WERE DROWNING
WE’D JUMP INTO THE WATER
AND SAVE YOU
most probably

Somebody has to force our hands together
like in kindergarten and tell us NOW KISS

And BTW
let us all try to picture our own Earth
as seen from a great distance

NOBODY THINKS THIS CAN BE SOLVED PEACEFULLY

BIG WINTER BLOWOUT
at my shop around the corner

I’ve taken GOD’s name so many times
I don’t remember what it means

This is
my last
banner

proteste trump portland

Per capire la poesia conviene rileggersi questi propositi.
Immagine: © Alex Milan Tracy / Anadolu Agency

In una versione aggiornata di “Il mio vicino Totoro”

La nuova casa della famiglia Kusakabe ha ottenuto l’abilità solo dopo lo smantellamento del pergolato marcio.

Il professor Kusakabe ha comunque chiuso a chiave la porta della soffitta per evitare che le figlie cadano dalla scala e si spacchino la testa.

Nessuno si sogna di chiedere a Satsuki, una bambina di nove anni, di andare a prendere la legna in giardino. Di notte. Con tutto quel vento.

Ciascuno fa il bagno per conto proprio. Figuriamoci se un padre si immerge nella vasca insieme alle figlie. Kusakabe anzi bussa sulla porta per dire a Satsuki di uscire, ché è dentro da mezz’ora.

L’indomani è il padre a preparare la colazione e il pranzo per Satsuki e per la piccola Mei di quattro anni. La cucina è l’ambiente più pericoloso della casa, stando alle statistiche sugli infortuni, e le bambine non hanno il permesso di avvicinarsi ai fornelli.

La strada fra le risaie è asfaltata. Di mattina è costantemente intasata di macchine, visto che ogni bambino deve essere accompagnato fino al cancello della scuola da un adulto.

Mei gioca dentro casa anche in piena estate. Il giardino non ha ancora un recinto e il padre non ha tempo di controllarla tutto il giorno perché non vada nei pericoli.

L’albero di canfora sorge in un’area di interesse naturalistico delimitata da una rete metallica. Si può ammirare il sabato e la domenica pomeriggio dalle 15 alle 18.

La nonnina si fa pagare mille yen all’ora per tenere Mei.

Quando Mei chiede alla nonnina di andare a trovare la sorellina a scuola, la maestra ferma la donna sul cancello e le spiega che senza autorizzazione scritta non può farla entrare, né può lasciare che Satsuki se ne vada con lei. La nonnina rimette Mei sul seggiolino e fa salire il nipotino Kanta in macchina, mentre comincia a piovere. Satsuki è costretta a rimanere a scuola un’ora e mezza oltre l’orario, finché il padre (che ha trovato coda di ritorno dall’università) non arriva a riprenderla. La maestra, visibilmente irritata, dice al professor Kusakabe che ha fatto uno strappo alla regola, che anche lei ha una famiglia, ecc.

Le macchine sfrecciano nella pioggia accanto alle statue di Jizo sollevando spruzzi.

Quando a sera Kusakabe telefona alla moglie ricoverata in ospedale, le figlie sono sdraiate davanti alla TV ed esprimono fastidio all’idea di alzarsi per parlare con lei.

La notte trascorre senza sogni.

L’indomani, mentre le bambine sono dalla nonnina, Kusakabe viene a sapere dall’ospedale che sua moglie ha avuto una crisi, ma per fortuna sta già meglio. Telefona a Satsuki per avvertirla che farà tardi. Satsuki dice OK. Kusakabe chiede se hanno mangiato. Satsuki dice di sì. Kusakabe chiede che cos’hanno mangiato. Satsuki dice le verdure dell’orto. Kusakabe si fa passare la nonnina e le dice per favore di non dare alle bambine prodotti non controllati, e di lavarli bene in ogni caso, ecc.

In sottofondo, Mei strepita che vuole parlare anche lei al cellulare. Lo strappa di mano alla nonnina. Il cellulare finisce per terra. Satsuki dà una sberla a Mei, che scoppia in un pianto/ululato tale da far vibrare la struttura della casa.

La nonnina dice che da oggi il servizio di baby sitting costa mille e cinquecento yen all’ora.

Quando più tardi Mei non si trova, la nonnina la cerca urlando per tutta la casa. Satsuki e Kanta alzano il volume della Playstation. Alla fine la nonnina ritrova Mei davanti al cancello di casa, terrorizzata. Mei spiega che era arrabbiata perché Satsuki le ha dato una sberla e che perciò ha deciso di uscire in strada, dove ha visto un gatto, o un autobus, non si capisce bene, e che ha preso tanta tanta paura, ecc.

Solo su insistenza della nonnina Satsuki chiede scusa a Mei, mentre Kanta continua a giocare.

Un infermiere trova per caso un oggetto non ben identificato sul davanzale della stanza d’ospedale dove è ricoverata la signora Kusakabe. Non si sa chi ce l’abbia portato. L’oggetto, a forma di pannocchia e pieno di glutine, viene raccolto e distrutto.

Alle 22 Kusakabe torna a riprendere le bambine, che vengono portate a casa e rimesse a letto. Domani è un’altra giornata campale.

Tutti sono comunque sani e salvi e al riparo da traumi di qualsiasi tipo.

Nessuno, neanche per sbaglio, incontra Totoro.

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Bilancio del 2016

È ora di rimettere in moto il blog. Tappo qualche buco lasciato aperto dall’anno scorso: non avevo mai parlato, ad esempio, dei tre volumi in cui il sinceramente vostro non ha saputo trattenersi dall’infilare qualche poesiola.

In ordine di pubblicazione:

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2 (Qudu libri, Bologna) è una seconda antologia sul tema della salute mentale (la prima era uscita l’anno scorso), curata da Roberto Ferrari e prefata da Fabio Franzin. La mia poesia è Che cosa c’è fuori dal contorno.

Novecento non più (La vita felice, Milano) nasce invece da un ragionamento sul cosiddetto “realismo terminale” (la definizione è di Guido Oldani): una tendenza della poesia recente a sottolineare la centralità esistenziale degli oggetti in un mondo sempre più segnato dall’inurbamento e dalla crisi del lavoro. La selezione è curata da Salvatore Contessini e Diana Battaggia. Il mio contributo è Il vero potere della similitudine.

Infine, Smerilliana 19 (The writer, Mariano Principato): l’ultimo numero della rivista (o meglio, del “luogo di civiltà poetiche”) fondata e curata da Enrico D’Angelo. Un volume ricchissimo ed estremamente curato, che io stesso devo ancora finire di scandagliare. Ho partecipato con una silloge di nove poesie dello scorso anno: Fotografia di Alan Kurdi, bambino, Fuori dalla fantasia del terrorista, In paradiso arriveremo scalzi, Lontano da Srebrenica, Tre città dell’Asia (Hashima, ovvero l’isola nave da guerraNuova zona di KangbashiLhasa).

Se invece vi interessa il bilancio delle mie letture, è qui. Buon anno (in ritardo) a tutti.

Urto

Urto

Solo quando il paraurti anteriore della sua Toyota RAV4 2.0 AWD toccò il paraurti posteriore della Peugeot 508 che la precedeva Giancarlo C notò i tre palloncini sopra il tettuccio dell’auto, gonfi e ballonzolanti: simili a palloni pubblicitari, un metro di diametro ciascuno, ma opachi, grigio sporco nella luce annebbiata dei lampioni. Attraverso il lunotto vide una donna anziana sul sedile posteriore, voltata di tre quarti, un occhio bloccato nell’espressione che precede lo spavento e rivolto a lui, Giancarlo C. La sua mente risentì della decelerazione in anticipo sul corpo e fu catapultata nell’abitacolo della Peugeot in tempo per immaginare i discorsi dei suoi occupanti al momento del contatto: marito, moglie e suocera, probabilmente; persone qualsiasi, non particolarmente intelligenti o ricche o felici, sgradevolmente sconosciute; le solite discussioni sulle commissioni prenatalizie ancora da sbrigare; un arbre magique verde e rosso dall’odore indescrivibile appeso allo specchietto retrovisore e ancora immobile; una moneta da cinquanta centesimi nel portaoggetti vicino alla leva del cambio; borse della spesa ripiegate sotto il sedile del passeggero. All’idea di entrare di soprassalto nella sfera privata di queste vite Giancarlo C ebbe un conato di vomito.
In un millesimo di secondo, ricordò di aver già visto i palloncini in almeno due occasioni, nel corso dell’ultima settimana. Lunedì mattina aveva incrociato uno studente sulla scala di Santa Maria Maggiore accovacciato ad allacciarsi una scarpa senza togliersi i guanti: non ci aveva fatto caso se non per dirsi a livello preconscio che era piuttosto strano per uno studente andare in giro con un palloncino legato allo zaino. Lo studente aveva bestemmiato ad alta voce e si era strappato un guanto coi denti e l’aveva gettato lontano; proprio allora il palloncino grigio che veleggiava sopra la sua testa si era staccato dal filo ed era sfuggito verso l’alto, scomparendo alla vista. Il secondo episodio si era verificato due giorni dopo in Via Carducci. Un africano con la sciarpa e il berretto rossi e un fascio di libri e calendari sottobraccio aveva abbordato una passante, una trentenne minuta in cappotto lungo e tacchi alti (Giancarlo C la vedeva di spalle, a un passo di distanza): l’africano aveva allungato un libro con la mano libera, senza aprir bocca, e la donna aveva bruscamente scartato a sinistra incrociando i piedi, rigida come un meccanismo caricato a molla, tracciando un semicerchio nel percorso altrimenti diritto – un movimento che lo stesso Giancarlo C si era visto costretto ad imitare per non andare a sbattere contro la donna. Entrambi, la passante e il venditore, avevano un palloncino grigio legato al polso. Nel momento di interazione-non interazione i palloncini si erano sfilati ed erano volati via.
La prima reazione di Giancarlo C fu di semplice stupore: stava accadendo qualcosa che non aveva previsto, qualcosa che solo un istante prima non esisteva se non come possibilità e che adesso non aveva modo di fermare. Il paraurti della Peugeot si insaccò sotto la spinta e l’auto sollevò coda, mentre la Toyota rispose all’arresto sobbalzando e deformandosi. Giancarlo C udì il lamento rallentato del metallo in contorsione. Si vide proseguire lungo la traiettoria inerziale, le braccia e mollemente liberate dal vincolo della gravità (era come se la sorgente della gravità si fosse spostata in avanti rispetto alla verticale e ora lo attraesse da una direzione parallela a quella del piantone dello sterzo), il telefono da cui aveva appena sollevato gli occhi anch’esso improvvisamente libero di volare chissà dove. I palloncini sospesi sopra la Peugeot erano impassibili al moto come solo gli oggetti goffi ed ingombranti sanno essere, fermi a mezz’aria mentre il tettuccio dell’auto andava loro incontro, i fili non più in tensione e sul punto di slegarsi. Prima di chinare lo sguardo, Giancarlo C vide l’occhio della donna anziana sul sedile posteriore della Peugeot dilatarsi in un implicito “non può essere vero” o meglio ancora “TROPPO TARDI” sgranato in tutte maiuscole. Troppo tardi, sì, per decidere di aspettare la prossima sosta prima di controllare i messaggi in arrivo; troppo tardi soprattutto per allacciare la cintura.
Il mistero non era tanto perché i palloncini sfuggissero, ma perché entrambe le parti in gioco nell’urto subissero lo stesso effetto. Sia la passante che il venditore avevano perso il proprio. Secondo ogni plausibile concetto di giustizia, solo il colpevole avrebbe dovuto subire la punizione: e invece anche ora i palloncini della Peugeot tamponata stavano per prendere il volo. Per non parlare del ragazzo: in quel caso, chi era la vittima? Giancarlo C ripensò il sermone evangelico delle pecore e dei capri – avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere – oppure, simmetricamente, non mi avete dato nulla; bianco o nero; destra o sinistra; letizia o stridor di denti. E la gente di mezzo? Gli incroci, i non-proprio-pecore-ma-non-del-tutto-capri che nell’immaginazione di Giancarlo C popolavano il largo spazio fra le braccia spalancate di Cristo – di qua o di là: quelli che fine avrebbero fatto? Coloro che almeno di tanto in tanto si sono rifiutati di offrire da mangiare o da bere, o di curare l’ammalato, vestire l’ignudo eccetera; coloro che magari non sempre ma abbastanza spesso hanno imprecato contro la riottosità degli oggetti o scansato un problema etico o scansato coloro che scansavano un problema etico o risposto a un messaggio mentre erano alla guida: sarebbero rimasti eternamente in attesa di un destino? La domanda lo colse nei due millisecondi in cui l’airbag avrebbe dovuto apriglisi in faccia e non lo fece. Lo scenario di una decelerazione improvvisa si poteva curiosamente leggere come il caso più estremo di riottosità degli oggetti o come una totale liberazione da quest’ultima. La testa di Giancarlo C entrò nel fascio di luce che spioveva quasi verticale dal lampione in mezzo alla rotatoria di ingresso al centro commerciale attraverso il parabrezza ancora intatto. La Peugeot aveva raggiunto il massimo di elevazione cinquanta centimetri sopra la posizione di riposo e si apprestava a ridiscendere sul cofano già in parte accartocciato della Toyota. Non c’era più traccia della signora anziana nel riquadro visibile di lunotto.
Fu in quella posizione che Giancarlo C pregò. Ripeté mentalmente le tre parole liberaci dal Male che da almeno vent’anni non pronunciava né ad alta né a bassa voce. Il Male era il senso di nausea provato all’idea di dover collidere con tre vite banali quanto la sua, i fastidi che ne sarebbero derivati per tutti a pochi giorni da Natale e il senso di colpa per aver pensato innanzitutto al proprio, di fastidio; era l’abbandono al piacere della decelerazione; era la domanda sul perché la Peugeot non fosse entrata nella rotatoria e fosse rimasta invece piantata in mezzo alla strada, come se l’urto fosse dovuto a questo e non ai novanta chilometri orari della Toyota dove c’era il limite dei cinquanta e alla non assoluta attenzione alla guida di Giancarlo C, diciamo così. Una possibile formulazione alternativa della preghiera era liberaci dall’ambiguità morale che non spetta a noi risolvere, almeno per un giorno: quella forma di gravità al contrario che strappava la colpa di mano e la portava in alto, verso il cielo, dove diventava irredimibile. Fu allora che attraverso il vetro Giancarlo C vide per la prima volta il proprio palloncino, in bilico sopra il tettuccio della Toyota, lo stesso palloncino che a sua insaputa gli era sfuggito già due volte nell’ultima settimana quando aveva incontrato il ragazzo e la passante e il venditore; palloncino che ora diventava sempre più grande e grigio a coprire il lampione e la girandola di luci natalizie in tutte le direzioni. Giancarlo C chiuse gli occhi di riflesso.
Era ancora in parte cosciente quando lo disincagliarono dalla sua nuova posizione fra volante e parabrezza, là dove la sua testa aveva aperto una ragnatela curiosamente regolare di fratture nel vetro. Nessuno fra i vigili del fuoco e i paramedici che si scambiavano concitate informazioni in codice sullo stato delle diverse persone coinvolte sembrava aver visto i palloncini ancora appesi alle due auto. Non erano volati via ed è per questo, forse, che il viso insanguinato di Giancarlo C ancora sorrideva.

(4 di 4)

20 * C+M+B * 38

20 * C+M+B * 38

Che la teoria più convincente sul comportamento di KIC2 2606140804 “Caleidoscopio” sia stata pubblicata il primo di aprile (arXiv:3804.00098) la dice lunga sull’intento ironico dei suoi autori – ed è un’ironia al quadrato che da allora nessun altro abbia proposto una spiegazione alternativa capace di dar conto di tutti i dati osservativi. Vien quasi da chiedersi se Custard, Malcolm e Balthusian non volessero in realtà proporre un’interpretazione seria e si siano serviti di un’escamotage per ottenere in qualche modo attenzione dalla comunità scientifica; se così fosse, la maggior parte di quelli che hanno riso leggendo l’articolo avrebbero riso di sé stessi. È un’illazione – come vedremo – non priva di fondamento.
La particolarità di Caleidoscopio1 non è certo il suo doppio spettro; un’altra dozzina di stelle, ad oggi, mostrano la stessa peculiarità. Nel caso in questione lo spettro aggiuntivo, apparso all’improvviso quattro anni fa in sovrapposizione a quello della stella in quiescenza, è chiaramente identificabile come uno spettro di supernova Ia, compatibile con una distanza di luminosità fra gli 11 e i 13 megaparsec. Come negli altri casi si è pensato a un allineamento fortuito fra due oggetti, discernibile solo grazie alla sensibilità dei moderni telescopi di classe ELT. Peccato solo che la traccia supernova in questione, anziché svanire in breve tempo sotto la soglia di rilevabilità, abbia continuato ad esplodere e riesplodere di tre mesi in tre mesi, sempre con la stessa magnitudine e la stessa curva di luce; un comportamento che diversi autori oltre a C, M & B, hanno descritto come «sconcertante» e improntato a una «sospetta intenzionalità».
I nostri ovviamente supportano con entusiasmo l’idea che il secondo spettro di Caleidoscopio sia artificiale. «Se possiamo credere all’esistenza di mega-strutture (sfere di Dyson e roba simile) in grado di schermare a piacimento l’emissione di una stella, come nel caso poi altrimenti chiarito di KIC 8462852, non c’è motivo di accettare che tali strutture possano anche trasmettere segnali luminosi»: una specie di faro interstellare, insomma, che rimanda a intervalli fissi lo spettro di un altro oggetto – un “filmato” della supernova in esplosione (che a questo punto potrebbe trovarsi da qualsiasi parte del cielo) a beneficio di chiunque voglia bearsene. È qui che C, M & B azzardano la prima stravaganza: il messaggio, se è veramente tale, argomentano, può essere diretto soltanto a noi: al pianeta Terra, al genere umano. Una civiltà in grado di trasmetterlo, per quanto avanzata, non avrebbe interesse a sprecare quantità inimmaginabili di energia diffondendola su 4π steradianti – deve per forza aver scelto una o più direzioni privilegiate, collimando bene il fascio. Il fatto che siamo in grado di vedere la supernova è dunque una prova che per qualche motivo dobbiamo vederla; prova debole, forse, ma suggestiva. La prova più forte è ovviamente il periodo. Il filmato dura esattamente un quarto dell’anno terrestre (la misura ha un’accuratezza preoccupante); di certo non è un caso. Questo esclude automaticamente un altro destinatario: «Chi ha inviato il segnale ci conosce molto bene e ha calcolato a perfezione tempi e modi della trasmissione perché potessimo decifrarne il carattere volontario». Caleidoscopio si trova a 324 ± 2 parsec dal sole (1056 ± 7 anni-luce); se il filmato è reale e non “girato in studio”, i “Caleidoscopici” non possono aver osservato la supernova più tardi di 10 o 11 secoli fa, ed è probabile che nel frattempo la luce dell’astro sia giunta fino a noi indipendentemente – in un’epoca in cui ovviamente non avevamo i mezzi per osservarla.
I lettori più informati avranno già capito dove i nostri vogliono andare a parare. Un controverso articolo di Bacon dello scorso anno afferma che lo spettro di Caleidoscopio non sarebbe in realtà doppio ma triplo (tale aspetto continuamente cangiante giustificherebbe, in qualche modo, il soprannome della stella). Dati raccolti da EELT CAESAR nell’arco di otto mesi mostrerebbero che la “supernova ciclica”, già di per sé piuttosto pallida, contiene nel suo spettro la traccia di un altro segnale – si direbbe filtrata, in una particolare fase del suo periodo, attraverso un’atmosfera planetaria. Manco a dirlo, l’atmosfera in questione apparirebbe ricca di vapore acqueo e in tutto simile a quella della Terra. Ancora una volta C, M & B accettano senza batter ciglio la spiegazione più estrema: l’atmosfera è quella della Terra; la supernova sarebbe esplosa alle nostre spalle, non alle spalle di Caleidoscopio, e i Caleidoscopici avrebbero avuto la fortuna di osservarne la curva di luce esattamente in corrispondenza di un transito terrestre. Il filmato è girato puntano la telecamera verso di noi. Per suffragare l’azzardo, C, M & B chiamano in aiuto il Rev. Bayes: date le nostre conoscenze di evoluzione stellare e planetaria, l’ipotesi del transito appare, ad una rozza analisi, ben più probabile di quella del pianeta gemello. Nondimeno, riconoscono che «un insieme così intricato di combinazioni appare – se ci perdonate il facile calembour – un segno del cielo». Del cielo o della loro proclività alle spiegazioni fantasiose, si potrebbe aggiungere.
Ed ecco infatti il coup de théâtre: come armonizzare le magnitudini osservate della supernova e dell’atmosfera terrestre? Se si ipotizza che il punto di osservazione sia Caleidoscopio, i conti non tornano. In una configurazione di questo tipo

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bisogna assumere che entrambi i segnali siano stati amplificati, altrimenti l’atmosfera non sarebbe visibile in emissione (data la distanza di Caleidoscopio). Ma allora la supernova dovrebbe essere molto più distante, tra i 16 e i 18 megaparsec, e dovrebbe con tutta probabilità mostrare uno spettro spostato verso il rosso, cosa che in effetti non si osserva (lo spettro è piuttosto spostato verso il blu ed è compatibile con una velocità di avvicinamento di circa 400 km/s). Secondo C, M & B è molto più ragionevole che i segnali siano stati ridotti anziché amplificati, e che la supernova sia esplosa molto più nei paraggi, «probabilmente nella Galassia di Andromeda»2. Bisogna in tal caso spostare il punto di osservazione. «Chiaramente, il segnale che riceviamo da KIC2 2606140804 non è stato raccolto su KIC2 2606140804, ma in un altro luogo». La configurazione che propongono è la seguente (non in scala):

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I Caleidoscopici non sarebbero dunque tali ma abiterebbero molto più vicini a noi, in corrispondenza del doppio punto di domanda; la stella fungerebbe unicamente da “proiettore”. La geometria del sistema è così completamente determinata. Non solo: se la supernova è esplosa a così breve distanza, è ragionevole pensare che tempo fa sia stata visibile dalla Terra a occhio nudo, come una stella di seconda o terza grandezza.
Quanto tempo fa? «Un semplice calcolo trigonometrico basato sulle assunzioni fin qui discusse3 mostra che il punto ⁇ si trova a 296 ± 9 parsec (965 ± 30 anni luce) da Caleidoscopio e a 6 ± 2 parsec (20 ± 6 anni luce) dalla Terra» – praticamente dietro casa. La luce impiegherebbe in tutto 2041 ± 42 anni a compiere il percorso tratteggiato in figura (immaginando che venga ritrasmessa da ⁇ verso Caleidoscopio subito dopo essere stata osservata, cosa che i nostri non si sognano di discutere). La luce della supernova sarebbe insomma giunta sulla Terra tra il 45 a.C. e il 40 d.C., con il 3 a.C. come data più probabile.
L’implicazione è evidente. Custard, Malcolm e Balthusian non la esplicitano, perché non occorre. È la stessa procedura a sconfessarla (a dispetto della barra d’errore): le molteplici discutibili assunzioni, il desiderio di far quadrare il modello a tutti i costi usando il risultato come chiave di volta dell’argomentazione – l’intero approccio non è scientifico ma scopertamente fideistico. Più di qualcuno ha notato, fra le parole-chiave poste in incipit all’articolo, la clausola “Religione: Studi Evangelici”. Sembrerebbe il solito pesce d’aprile. Eppure c’è qualcosa che stona, nel paragrafo conclusivo, per stile e contenuto. «Comunque la si metta, l’idea che esista una civiltà in grado di stabilire un avamposto a così breve distanza dal Sistema Solare e di rimanervi celata fino ad oggi – che tale civiltà sia abbastanza avanzata da orchestrare, nell’arco di due millenni, un ingegnoso sistema di comunicazione al solo scopo di farci riosservare un evento che la nostra scienza era troppo immatura per cogliere nella sua pienezza quand’era visibile – che abbia usato una stella lontana come antenna, pur di dilatare i tempi e darci modo di sviluppare le tecnologie necessarie a rilevare il fenomeno – che con assoluto tempismo tali tecnologie abbiano visto la luce giusto qualche anno prima dell’arrivo del segnale – che il segnale stesso riveli un’improbabile allineamento tra sorgente, latore e destinatario: tutto ciò conferisce all’evento un carattere di solennità e unicità che non si può facilmente liquidare come accidentale. Chiunque ci stia parlando è perfettamente conscio dell’importanza di quel che vuol dirci e non si vergogna di mostrare il proprio entusiasmo». È il tono nient’affatto scherzoso di qualcuno che crede a ciò che dice. «Ci siamo incamminati in quest’analisi senza sapere dove ci avrebbe condotto; ora ci rimettiamo alla comunità perché ci aiuti ad interpretare il segno, correggendo eventuali errori e sviluppando i dettagli ancora incerti».
Che la teoria spieghi tutte le osservazioni è innegabile. Il modo in cui le spiega è tuttavia risibile, a meno di non accettare un cambio radicale di paradigma. A otto mesi di distanza l’articolo non ha avuto risposta, né seria né faceta. L’esistenza di un intelligenza oltreumana è data a tutt’oggi come non provata. Natale si avvicina; il doppio spettro di Caleidoscopio ha quasi concluso il suo sedicesimo ciclo e si avvia a cominciarne un altro: irrisolto, forse inascoltato, imperterrito.

Scientific American, dicembre 2038

(3 di 4)


  1. Ringraziamo di cuore chi ha pensato di battezzare in modo simpatico (se non proprio calzante) una stella che altrimenti avremmo continuato a chiamare con un numero telefonico dello Zambia. ↩︎
  2. «Vista la preferenza della civiltà aliena per il numero quattro (4 cicli del filmato per ogni rivoluzione della Terra) appare suggestiva l’ipotesi che il fattore di riduzione del segnale sia 44 = 256: quanto basta per portare la distanza della supernova da 11-13 a 0,7-0,8 megaparsec» ↩︎
  3. Cioè: supernova nella galassia di Andromeda; fattore di riduzione del segnale 256. ↩︎

Una tale vergogna

Una tale vergogna

«Succo di mela?»
«No, grazie.»
«Signor/a Marisa Lucertola, lei sa perché è qui?»
«È per i Rossi-Decori, giusto?»
«Lei è qui in qualità di testimone nell’ambito di una possibile Perlustrazione Preventiva, secondo quanto al fascicolo n. 2026-89E4.»
«Mi lasci subito chiarire che se avessi sospettato qualcosa di illegale nei movimenti dei miei vicini, da brava cittadina, avrei –»
«Si attenga alle domande.»
«Mi scusi. Questi braccialetti segano i polsi.»
«È per il suo bene. Può ripetermi i nomi dei soggetti in esame?»
«Tania Rossi, madre –»
«Come dice?»
«GENITORE. Tania Rossi e Marcello Decori, genitori. Ambra Rossi-Decori, figlia. O se preferisce in ordine opposto, Decori-Ross–»
«Mi sta prendendo in giro?»
«ASSOLUTAMENTE NO. Non ci penso nemmeno. La prego di capire, è la prima volta che… Insomma, non sono molto esperta della procedura. Ma ho tutto l’interesse, giuro su Dio, ho tutto l’interesse…»
«Signor/a Lucertola, non andiamo per niente bene. Il suo modo di parlare è estremamente scorretto. Vorrei ricordarle il contesto in cui ci troviamo. Se continua così, sarò obbligato ad attivare una Perlustrazione anche nel suo appartamento.»
«No, la scongiuro.»
«Cerchi di controllarsi.»
«Posso chiederle di cancellare “giuro su Dio” dal verbale?»
«Lasci che ci pensiamo noi. Direi che è meglio ricominciare da capo. Succo di frutta?»
«Sì, grazie.»
«Allunghi la testa verso la cannuccia, per cortesia.»
«Non riesco a muovere il collo.»
«Si sforzi.»
«…»
«…»
«Grazie. Davvero… rinfrescante.»
«Signor/a Lucertola, la questione è semplice. Sappiamo che ha notato qualcosa di strano nel comportamento recente dei suoi vicini. Sappiamo anche che ha condiviso tali impressioni con la/il sua/o coniuge. Non deve far altro che riferirle anche a noi. Poi la lasceremo andare.»
«Io non ho fatto niente di male.»
«Non si preoccupi di quel che ha fatto o non ha fatto. Conta quel che farà da questo momento in poi.»
«…»
«…»
«Da dove devo cominciare?»
«Quando ha notato i primi segnali di attività politicamente scorretta nell’appartamento accanto al suo?»
«Le ripeto, se avessi sospettato che fosse un’attività politicamente scorretta –»
«RISPONDA ALLA DOMANDA.»
«L’anno scorso. Poco dopo esserci trasferiti nel nuovo appartamento.»
«Mese e giorno.»
«Era… fine novembre. Credo. Una settima feria. Mio marito non era ancora rientrato dall’intrattenimento pubblico.»
«“Suo marito”?»
«CONIUGE. Il mio coniuge. Dovevano essere le cinque di pomeriggio perché era già buio. Non si sentiva una voce per tutto il condominio. Sapete, le pareti sono molto sotti–»
«Si limiti ai riscontri oggettivi.»
«Ho sentito un rumore in corridoio.»
«Che tipo di rumore?»
«Uno strofinio. Come se qualcosa di pesante venisse trascinato sul pavimento.»
«E che cosa ha fatto?»
«Ho guardato attraverso lo spioncino.»
«Ha visto qualcosa?»
«Il signor Rossi che trascinava un pacco.»
«Non si faccia tirar fuori le parole col rampino. Che tipo di pacco?»
«Era una scatola di cartone, più lunga che larga, chiusa con due strappi di scotch.»
«Lo sa che Scotch® è un marchio registrato?»
«Due strappi di nastro adesivo.»
«Tutto qui?»
«Ha portato il pacco in casa. Dieci minuti più tardi l’ho visto ripassare con altro due pacchi più piccoli. Dentro c’era qualcosa che tintinnava. Ho pensato che fosse andato a prenderli in cantina.»
«Non si è chiesta/o che cosa potessero contenere?»
«Forse… un servizio di tazze?»
«E quello lungo?»
«Una scopa?»
«Signor/a Lucertola, le ho già detto di non prendermi in giro. Abbiamo motivo di ritenere che lei e la/il sua/o coniuge sapeste benissimo che cosa c’era nei pacchi.»
«No. NO. Deve credermi. Io…»
«Se continua ad essere così reticente non ho molto a cui aggrapparmi per sostenere la sua buona fede. Lei è una persona estremamente curiosa, signor/a Lucertola. Ai limiti del patologico. Aveva mai visto i Rossi-Decori portare dentro o fuori casa pacchi simili, prima di allora?»
«No.»
«Era la prima volta?»
«Sì. Le dirò quello che ho fatto. Ho aspettato che tornasse mio mar– il mio coniuge. Ho chiesto il suo parere. Lui mi ha detto che i miei sospetti erano immotivati.»
«Dunque aveva dei sospetti.»
«No, cioè… mi ha detto che non c’era nulla di strano, che probabilmente avevano comprato qualche nuovo elettrodomestico.»
«E lei che ha fatto?»
«Gli ho detto di star zitto e ho appoggiato l’orecchio al muro, fra l’attaccapanni e lo specchio.»
«Dunque?»
«Si sentiva appena il rumore del nastro adesivo strappato. E poi il fruscio di qualcosa che viene scartato e aperto. E ancora il tintinnio di prima. Lavoravano in silenzio.»
«“Lavoravano”. Dunque tutta la famiglia era coinvolta.»
«Non ho detto questo.»
«Sì che l’ha detto. Che cosa ha pensato sentendo tali rumori?»
«Niente di particolare.»
«Si sbaglia. Ha pensato che stessero preparando qualcosa. L’ha detto pure al/la sua/o coniuge, che le ha risposto di lasciar perdere e di smetterla una buona volta di origliare.»
«Che cos’è questo odore?»
«Siamo noi a fare le domande, signor/a Lucertola. Andiamo avanti, non abbiamo tutta la notte. Che cosa è successo dopo?»
«Dopo quando?»
«Dopo questo primo episodio a novembre dell’anno scorso.»
«Mi lasci pens–»
«Forse le è capitato di sentire puzza di bruciato?»
«Come fate a sape–»
«SIGNOR/A LUCERTOLA!»
«Sì, SÌ, puzza di bruciato. Sottilissima. Con una punta di zolfo. Potreste allentare leggermente l’anello al collo?»
«Nient’altro?»
«Non che io ricor–»
«Allora glielo dico io: musica. A bassissimo volume, beninteso, ma non abbastanza da non udirsi attraverso il muro. Musica popolare. Melodie che le sembrava di ricordare dall’infanzia, stando a quanto comunicò al/la sua/o coniuge la sera del 22, davanti a un piatto di minestra d’orzo. Ora ricorda?»
«Adesso che ci penso.»
«Mi faccia controllare… Il 25 dicembre i Rossi-Decori ricevono una visita. Nel loro appartamento. Non mi dica che non sa nulla neanche di questo.»
«Un uomo anziano.»
«Si dice “una persona non necessariamente pareggiata in senso cronologico”.»
«Il padre di Tania Rossi, vedovo. Alto, voce tonante. Si è fermato a pranzo.»
«Continui.»
«Sono riuscita a ricostruire la conversazione punto per punto, anche ascoltando solo le sue battute. Ha giocato a lungo con la piccola Ambra, sollevandola in aria e riprendendola al volo. Aveva portato una bottiglia e due pacchetti: dopo pranzo c’è stato un brindisi e a quel punto tutti, anche il vecchio, hanno abbassato la voce per qualche momento. Avevano fatto lo stesso prima di mangiare: come se si confidassero un segreto.»
«Lei ha sentito tutto questo e non ci ha detto nulla.»
«…»
«Beva un altro sorso di succo.»
«Lei non sente uno strano odore?»
«BEVA.»
«…»
«Ora rimetta a posto la cannuccia.»
«Ma -»
«Usi il mento. O il naso, come preferisce.»
«…»
«…»
«Grazie.»
«Lei è in una posizione estremamente delicata, signor/a Lucertola. Avremmo potuto chiudere un occhio se l’episodio non si fosse ripetuto. Ma sappiamo che anche quest’anno –»
«La prego. La cervicale –»
«NON INTERROMPA. Quest’anno la/il signor/a Rossi ha riportato in casa gli stessi pacchi. Era… il 29 novembre. Due settimane fa. E lei l’ha vista/o, attraverso lo spioncino, esattamente come l’anno scorso. Conferma? Anche a questo punto ha fatto finta di niente.»
«Non spetta a me sorvegliare –»
«È vero, non spetta a lei. Ma ha dimostrato un grande talento nel farsi gli affari degli altri, quando la cosa la/o interessava. Ed è un peccato che questo talento non sia messo a buon frutto, non crede?»
«L’odore è sempre più intenso. Potrebbe dirmi che –.»
«Lei è religiosa/o, signor/a Lucertola?»
«Come, scusi?»
«Religiosa/o. Crede in Dio/Dea?»
«Non in un modo che possa arrecare disturbo e/o indurre antagonismo in chicchessia.»
«Ottima risposta. E crede nel Politicamente Corretto?»
«In modo assolutamente anti-anti-ideologico, sì.»
«Rispetta la Po.Po.C. e tutte le sue opere e tutte le sue esecuzioni?»
«Rispetto.»
«Celebrerà la Festa d’Inverno, quest’anno? Accenderà i teleschermi? Parteciperà agli intrattenimenti pubblici a-generici?» »
«Sì, assolutamente sì.»
«Non sia così servile. È libera/o di non farlo, se preferisce.»
«L’ho sempre fatto.»
«Quando cade la festa d’inverno?»
«Che domande mi fa? Non c’è un giorno preciso. Ciascuno festeggia quando preferisce, nel rispetto delle credenze e delle abitudini e delle possibilità economiche e degli stati d’animo del pros–»
«Qual è il colore tipico degli addobbi?»
«Il giallo. Simbolo della concordia e dell’a-differenza.»
«Molto bene.»
«Posso andare?»
«Non sia precipitosa/o. Le libero il collo, se vuole.»
«Sì, grazie.»
«Si sente meglio?»
«Abbastanza. I polsi mi fanno ancora male.»
«Di che colore sono gli addobbi dei suoi vicini?»
«Come dice?»
«I Rossi-Decori. Hanno esposto gli addobbi gialli, come tutti?»
«No, sulla porta no.»
«E dentro casa?»
«Come faccio a saperlo?»
«AH AH.»
«Perché ride?»
«Signor/a, abbiamo trovato il buco.»
«…»
«Pensava sfuggisse alla Perlustrazione? Leggo testualmente: “un forellino del diametro di un centimetro in un angolo della sala da pranzo, direttamente comunicante con la cucina dell’appartamento adiacente (intestato a Lucertola-Dolce)” – ha visto? si parla di lei – “sigillato da un cilindretto di stucco rappreso estraibile a piacere tirando un bastoncino… bla bla bla… la posizione del cilindretto lascia pensare che fossero proprio i Lucertola-Dolce a servirsene”.»
«Non so di cosa stia parlando.»
«Lei ha spiato tutto, signor/a Lucertola. Dal suo osservatorio privato ha spiato l’albero e le palline, le statuette alte un palmo accuratamente disposte su un letto di muschio, il laghetto di stagnola, il cielo di cartone, la quattro candele disposte in cerchio su una corona di rami d’abete – candele ritualmente accese di settimana in settimana. Quando ho accennato alla puzza di bruciato lei ha assentito con foga. Vuol farmi credere che l’odore degli stoppini si sentisse attraverso la parete? Lei le ha VISTE, le candele, così come ha visto Aldo Decori prendere in braccio la/il piccola/o Ambra e farla/o/o volare in aria, felice, il 25 dicembre scorso. Ha visto tutta la famiglia pregare prima di pranzo e farsi gli auguri durante il brindisi. Magari solo di sguincio, ma ha guardato. E la cosa deve esserle parsa estremamente interessante, considerato che ha passato tutta la giornata schiacciata/o contro il muro, con l’occhio sul buco. Se non l’avessimo fermata/o l’avrebbe rifatto anche quest’anno. Che cosa ha provato a spiare i Rossi-Decori: stupore? invidia? commozione? E soprattutto: perché l’ha fatto?»
«…»
«Se si sente in imbarazzo, è libera/o di piangere. Può nascondere il viso contro la spalla. L’odore che sente è un derivato del betaidrossibutirato. Unito agli additivi del succo di frutta agisce come un potentissimo induttore di rispetto umano. Nei soggetti predisposti o poco addestrati può produrre apeirofobia e senso di colpa.»
«…»
«Lei sa come si chiama la festa che celebrano i Rossi-Decori? Certo che lo sa. L’avrà celebrata anche lei, da giovane. Di certo sa che Oltreoceano spadroneggia ancora indisturbata. È una tradizione… infestante, se mi permette il gioco di parole. Non immagina quanto sia faticoso impedire che attecchisca di nuovo anche da noi.»
«…»
«Non serve che sia io a ricordarle quanto la gente d’Oltreoceano detesti il Politicamente Corretto. Si sono votati al caos e all’autodistruzione, a partire almeno dalla rivoluzione del 2017. Non hanno un’apposita Polizia come l’abbiamo noi. E i risultati si vedono. Ma forse non sa che già nei primi anni dieci la gente di laggiù protestava in piazza – PROTESTAVA IN PIAZZA – perché i bicchieri di carta di una nota catena di caffetterie erano VERDI anziché ROSSI, in occasione di quella che dovrebbe essere la festa della pace e della fratellanza. Le sembra normale?»
«No.»
«Da parte nostra, l’unico modo di propugnare la tolleranza è l’intolleranza dell’intolleranza, giusto?»
«Sì.»
«E magari avrà percepito anche lei, come altri, un’onda di calore guardando la gente che festeggiava… vedendo giocare insieme gran-genitore e nipote, attraverso il buchino nel muro… più felici che in un giorno qualsiasi. Come se quel 25 dicembre, una quinta feria come un’altra, fosse davvero un giorno speciale. In cui magicamente l’augurio di bene potesse avverarsi per semplice forza di volontà. È questo che ha provato?.»
«Sì.»
«Mi viene la nausea solo a parlarne. Ma siamo ancora in tempo per disinfettarla/o. Mi dispiace tanto, ma non posso lasciarla/o andare. Si verbalizzi, prego: atto 2026-89E4-T1: l’arresto del/la signor/a Lucertola è confermato per ulteriori accertamenti. Come si sente, signor/a?»
«Male.»
«Si vergogna, vero?»
«Moltissimo. Non riesco quasi a –»
«Vuole che le rimetta l’anello al collo?»
«Sì, grazie.»
«Di niente.»
«…»
«Succo di mela?»

(2 di 4)

Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Angelo Gabrieli annuiva.
Maria Nazzari spiegava che per una questione di correttezza, essendo ormai arrivata alla dodicesima settimana, aveva pensato di– e che comunque non sarebbe venuta meno ai suoi impegni, che avrebbe potuto continuare a lavorare fino alla fine, cioè, dopotutto stava bene, non aveva neanche avuto le nausee, e il lavoro le piaceva, non era troppo faticoso.
Gabrieli annuiva ancora, i gomiti appoggiati sui braccioli della sedia, le dita intrecciate di fronte al viso.
Maria lucidava con gli occhi lo spigolo della scrivania di mogano di Gabrieli.
E quando scadeva il suo contratto?
Anche di questo voleva parlargli, visto che mancava ancora una settimana e non aveva ancora avuto notizie riguardo al rinnovo che le era stato promes–
Gabrieli diceva che in verità la sua collaborazione con la Ridol SpA era stata concepita fin dall’inizio come temporanea, questo lo sapeva anche lei.
Maria diceva che veramente.
Un accordo tra galantuomini, erano sempre stati chiari su questo punto.
Che però, diceva Maria, andava inteso come periodo di prova in vista di una probabile assunzione, così le sembrava di ricordare, visto che comunque la ditta aveva bisogno di una persona nella sua posizione e che l’ufficio personale era sempre sommerso di lavo–
Gabrieli scioglieva le mani e alzava un indice a mezz’aria, non proprio di fronte alle labbra ma quasi.
Maria abbassava gli occhi.
Gabrieli diceva che aveva anche lui due figli e sapeva che cosa voleva dire, i bambini richiedono molte energie, soprattutto da piccoli, e quando crescono poi chiedono il conto, sapeva?, bisogna dedicarsi al cento per cento, altrimenti.
Maria taceva.
E la donna voglia o no ha sempre il carico di lavoro maggiore, non per essere sessisti ma è così. Che non credesse– a lui, Gabrieli, era capitato più di una volta di trovarsi in questa precisa situazione, e proprio per il bene della donna, preferiva– Sì, è vero che la donna in questione assicurava, lavorerò, ce la farò, ci mancherebbe, ho mia madre che mi aiuta, ma tutti e due sapevano che in realtà– Ed era la scelta migliore per entrambi, davvero.
Maria taceva ancora.
E comunque, quando doveva nascere il bambino?
Verso Natale, rispondeva Maria.
Verso Natale.
Potenza ipnotica dello spigolo del tavolo.
C’è sempre la maternità dell’INPS, diceva Gabrieli.
Maria rispondeva che veramente per fare domanda bisognava che avesse lavorato almeno fino a sessanta giorni prima della data di inizio del congedo, si era già informata.
Gabrieli diceva che mh.
Maria diceva che sì, aveva cercato sul sito, aveva anche parlato al telefono con l’impiegata, il congedo è garantito soltanto alle lavoratrici dipendenti o apprendiste o impiegate eccetera, e alle donne in mobilità o in cassa integrazione, mentre invece se la donna è disoccupata deve dimostrare di aver lavorato fino a sessanta giorni prima del congedo, a meno che non abbia versato all’INPS ventisei contributi settimanali negli ultimi due anni, che non era il suo caso, purtroppo, e anche così il limite si estende a centottanta giorni, comunque non abbastanza.
Gabrieli si grattava il pizzetto.
Maria diceva che quindi.
In ogni caso suo marito lavorava, vero?
Non era sposata.
Ah.
Comunque sì, il suo ragazzo lavorava in un mobilificio, anzi, avevano aperto un nuovo stabilimento, c’era la possibilità che lo trasferissero entro fine anno.
Gabrieli annuiva.
Dovevano sposarsi a settembre.
Gabrieli diceva che be’, allora cominciava una nuova vita, no, e intanto tendeva la mano destra sopra la scrivania.
Maria rimaneva seduta.
Perché in queste cose bisogna essere un po’ fatalisti, può darsi fosse un segno del cielo, o del destino se preferiva, non era il caso di scoraggiarsi, tutto il contrario.
Maria si alzava in piedi.
Che il periodo era difficile, certo, ma le cose sarebbero migliorate prima o poi, e per fortuna, per fortuna c’erano donne come lei che ancora si mostravano accoglienti verso il dono della maternità, perché è un dono, sapeva, i bambini sono il nostro futuro, ogni bambino è speciale.
Maria allungava la mano.
Gabriele diceva che nessun rancore, eh.
Maria diceva che no, nessun rancore.
E ora mi scusi, ma.
Certamente.
Gabrieli alzava il telefono all’orecchio.
Maria usciva e chiudeva la porta.

Chiedo perdono a Leonardo da Vinci.

(1 di 4)

Il primo discorso

Il primo discorso

L’uomo si aprì un varco nel boato della folla e ad ampie falcate raggiunse il podio. Saggiò il microfono col palmo, spalancò le braccia e sorrise alle telecamere. «Grazie!» disse. La folla rispose con violenza tellurica.
«Grazie mille, a tutti. Scusate l’attesa. È stata un cosa complicata. Grazie mille. Ho appena ricevuto una telefonata dal segretario di stato. Si è congratulata per la vittoria e io ho fatto le mie congratulazioni a lei e alla sua famiglia per la campagna elettorale combattuta molto duramente».
Qui si interruppe. Si appoggiò al podio con entrambe le mani e squadrò lentamente la folla da un lato all’altro.
«Ho vinto» disse infine. «Ho vinto. Ed è tutto merito vostro. Sapete già che cosa dovrei dire a questo punto: che è tempo di unirsi come un solo popolo, che sarò il presidente di tutti, che dovremo lavorare insieme per ricostruire la nostra nazione e rinnovare il sogno dei nostri padri. Ma sapete anche che la correttezza politica non è il mio forte».
Il boato si spense in un mormorio di trepidante delizia.
«La correttezza politica è una tale perdita di tempo, giusto?» Nuovo possente boato. «E noi non abbiamo tempo da perdere. Perciò, permettetemi».
L’uomo infilò una mano nella tasca della giacca.
Le guardie del corpo alle spalle dell’uomo strabuzzarono gli occhi. Almeno tre persone urlarono, quasi all’unisono. L’uomo estrasse un pettine e lo mostrò alla folla. «Paura, eh?» disse.
Non volava una mosca.
Lentamente, guardando in camera come di fronte a uno specchio, l’uomo disfò la banana di capelli che aveva sulla fronte. Tracciò una riga e ripartì le ciocche sui due lati. La chioma che prima era bionda diventava più bianca ad ogni passaggio del pettine. Sfilò quindi un fazzoletto dal taschino e si tolse il rossetto dalle labbra. Infine si pizzicò un punto sotto il mento e tirò. Una pellicola arancione cominciò a staccarglisi dalla faccia, rivelando la pelle di sotto, pallida e rugosa.
«Ecco fatto», disse l’uomo dopo aver completato il lavoro. La maschera arancione gli penzolava da una mano come uno stencil fosforescente, i buchi per gli occhi e la bocca grottescamente deformati.
L’uomo era un vecchio. Un vecchio del tutto ordinario, non fosse per la chioma ancora folta (ma canuta). Dimostrava ben più dei suoi settant’anni. Qualcuno credette a torto di riconoscere in quella topografia di rughe la faccia di Clint Eastwood.
La folla fissava inebetita. Qualcuno urlò «bravo» e si mise ad applaudire, cercando un seguito, ma il tentativo morì nel silenzio.
«Posso buttarla via, che ne dite?» disse l’uomo sventolando la maschera. «Ora mi avete eletto. Non mi serve più». E assunse il tono vagamente annoiato di un buon padre di famiglia. «Era un esperimento rischioso, lo riconosco. Rischioso e lungo. Lo sapevo fin dall’inizio. Solo un pazzo poteva tener duro per quarant’anni, con un unico obiettivo in mente: questo giorno, questa folla, questo palco. E ora eccomi qua. Non riesco a crederci neanch’io».
Si schiarì la voce. «Le mie intenzioni sono ottime, non temete. Ho a cuore questo paese e so quanto abbia bisogno di una guida capace. Ma non era con queste idee che avrei vinto. Non con questa faccia insulsa che mi ritrovo. Se mi fossi mostrato per quel che sono non sarei diventato neppure amministratore di condominio – neanche di un mio condominio», rise. «Perciò ho mentito».
Un brusio cominciò ad alzarsi dalle migliaia di teste assiepate. «Sì, ho mentito. A fin di bene. La campagna elettorale è stata solo l’ultima fase dell’inganno, quella in cui tutte le premesse dovevano trovare un folgorante compimento». E dopo un attimo di silenzio: «Un muro di duemila miglia? Ma avete idea di quanto cazzo sono, duemila miglia
La folla rumoreggiava. «E l’espulsione di milioni di cittadini? A un certo punto ho temuto non bastasse. Vi stavate abituando. Tutti quanti: sia voi che fino a un attimo fa applaudivate, sia gli altri, quelli che adesso stanno piangendo in un cuscino – sempre che non siano di fronte alla televisione: mi sembra quasi di sentirle, le mandibole che cascano sul pavimento. Ero arrivato troppo presto al limite di saturazione: rigetto ed esaltazione cedevano il posto agli sbadigli. I sondaggi mi davano in crescita. Perciò ho divulgato il video». Boato. «Sì, sono stato io a mandarlo ai giornali. Che credevate? Il video sulla figa. Avete notato che nel video mi si sente parlare anche quando sono fuori scena? sono stato io a chiedere di accendere il microfono. Era tutto calcolato. Una parte di me temeva che non ci sareste cascati, e invece». Infilò un dito in un buco della maschera e la fece piroettare in aria. «Pubblico oltraggio. Crollo dei sondaggi. Sapevo che in un modo o nell’altro avreste reagito. E infatti eccomi qui».
La folla era nel caos. Alcuni erano rimasti immobili, come pietrificati, ma altri, i più, urlavano e fischiavano e inneggiavano senza il minimo residuo di coesione. Solo il magnetismo dell’uomo sul podio impediva a ciascuno di saltare addosso ai vicini per sbranarli. Tutte le facce erano ancora rivolte verso quell’unico punto.
«Vi prego, vi prego, non ho ancora finito» disse l’uomo, facendo cenno a tutti di calmarsi. «Il punto è questo: che cosa dovrei fare ora? Mettere in atto i saggi propositi per cui ho tanto cercato questa carica? Anche se mi avete votato per tutt’altro motivo? Dovrei diventare un tiranno illuminato?»
La folla esplose contemporaneamente in un “sì” e un “no” che fecero tremare il palco. «Non ho capito» disse l’uomo sghignazzando. Si aggiustò la cravatta. «Ma non importa. Io credo nella buona fede degli elettori». Boato di giubilo. «Credo anche che una cura non sia efficace se non fa male. Ci ho riflettuto a lungo. Penso che sia giusto darvi quel che chiedete. Rispetterò il programma, punto per punto, per quanto insulso possa essere. Sarà divertente. E istruttivo, mi auguro».
Il rombo si smorzò di colpo mentre migliaia di bocche si spalancavano.
«Mi avete capito?» Silenzio. «Sarò il presidente che volevate che fossi!»
L’uomo prese il pettine e cercò di rifarsi la banana alla bell’e meglio. Si mise la maschera davanti alla faccia. «Contenti?»
Dopo un’istante di esitazione, qualcuno cominciò ad applaudire. Forse lo stesso di prima. Applaudiva a tempo, scandendo il nome dell’uomo sul podio. Altri gli si unirono. In breve tutta la folla inneggiava all’unisono ripetendo quel nome, un monosillabo, una serie infinita di granate che esplodevano a tempo nella notte.

Immagine: Gage Skidmore (particolare)

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

Ripubblico dal mio amico (e co-redattore di Perígeion) Roberto R. Corsi. Couldn’t have been said better.

Roberto R. Corsi

Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto…

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Cinque piccoli propositi per l’era Trump

nell’intento di arginare costruttivamente incredulità, sconforto e rigurgiti antidemocratici anche in chi, come me, si professa liberale. (Adattateli pure al caso vostro.)

  1. Frequentare di più persone che non lavorino nella ricerca, non scrivano poesie, non amino le variazioni Goldberg, non abbiano figli, non siano nate in Italia, non credano in Dio, mangino il prosciutto assieme al melone, ecc.. Persone diverse da me. Persone che non la pensino come me.
  2. Ascoltare che cosa pensano, capire che cosa pensano, capire perché lo pensano. E solo dopo chiedermi se sia giusto o sbagliato.
  3. Evitare come la peste il gusto della rabbia, anche quando ne ho motivo. Impiegare il tempo sottratto alla rabbia per giocare con Emma.
  4. Ricordarmi che l’alternativa al politicamente corretto non è il politicamente scorretto, ma l’umanamente onesto.
  5. Accettare lo stato interiore di crisi (κρίσις) permanente come il migliore degli stati possibili, e smetterla di parlare di apocalisse. Quando sento la tentazione di farlo, operare al volo la trasformazione di coordinate che rende la Weltuntergang una Weltübergang. Poi spegnere il computer e andare a giocare con Emma.

 

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Gunkanjima

Gunkanjima

i

Che Yamashita non fosse al cento per cento in bolla Yamano l’ha capito circa un mese fa, al Knight, contemplando quello che Egawa e Sakaguchi avevano poi ribattezzato, in una serie di battute di fronte alla macchinetta del caffè, “l’album del chiodo”. Non per questo si è preoccupato quando il caporedattore l’ha convocato nel suo ufficio per proporgli di collaborare proprio con Yamashita al pezzo forte del numero di ottobre, un reportage dall’isola disabitata di Hashima. Si trattava, banalmente, di affiancare un testo alle immagini: testo da comporre in loco, nelle intenzioni del caporedattore, con la stessa immediatezza degli scatti fotografici. Yamano era rabbrividito alle parole “sinergia” e “polifonia”, ma aveva chinato il capo con deferenza. Era chiaro che il testo era pensato in funzione la versione telematica della rivista, per portare l’occhio dei visitatori oltre il bordo di immagini altrimenti troppo accattivanti (da almeno un anno Yamashita è il fotografo di punta del sito) e farli così ruzzolare, gli occhi, su uno dei molti riquadri pubblicitari che avrebbero contornato l’articolo. Un lavoro senza complicazioni.
Ed eccolo qui ora sul molo del delfino, al di qua del muraglione che contorna l’isola a mo’ di scafo (isola nave da guerra, come vuole il nomignolo), l’autorizzazione del magistrato marittimo di Nagasaki accuratamente ripiegata nel borsello, a guardare assieme al suo compagno il culo della barca impegnata nella manovra di inversione. Per le prossime diciotto ore saranno lui e Yamashita gli unici abitanti di questo rettangolo di tre ettari quasi interamente ricoperto di cemento. Yamano (che ha l’incarico di portare e montare la tenda) ha studiato un percorso per ottimizzare i tempi, considerando le diverse condizioni di luce e la conseguente praticabilità degli edifici. Sono le quattro del pomeriggio. Soffia un tiepido vento di sudovest. Yamashita ha finito di controllare l’alloggiamento degli obiettivi e scrolla la schiena con energia per saggiare la tensione delle cinghie. Non indossa occhiali da sole per non falsare la propria percezione della luce. Alza gli occhi verso il mare.
«C’è qualcun altro sull’isola,» dice.

ii

Yamano lo guarda stranito. «Come dici?»
«Non siamo soli.»
«E come fai a saperlo?»
«…»
«Hai notato qualcuno mentre stavamo arrivando?»
«Nessun’isola è davvero deserta.»
Uno scherzo. Dev’essere uno scherzo. L’ombra sul viso di Yamashita si potrebbe effettivamente interpretare come un sorriso.
Il molo è collegato al corpo dell’isola da una stretta passerella metallica. Da qui parte anche il percorso solitamente riservato ai turisti, che secondo il programma di Yamano dovrebbe costituire la prima tappa della loro esplorazione.
Yamashita ispeziona il muraglione davanti a sé. «Andiamo a cercarlo?»
«A cercare chi?»
«L’intruso. Il terzo uomo.»
«Sbaglio o siamo qui per lavorare?»
«Una cosa non esclude l’altra.»
C’è qualcosa di allarmante nel modo in cui Yamashita piega alternativamente l’una e l’altra gamba, allunga le braccia davanti al viso e scrocchia rumorosamente le dita.
«L’ordine è di restare uniti,» dice Yamano.
«…»
«E sentiamo, dove sarebbe questo terzo uomo?»
Senza rispondere, Yamashita è balzato in cima al muraglione.
«Ehi! Dove vai?»
«Dobbiamo pigliarlo prima che faccia buio.»
Sorridendo, si lascia cadere dall’altra parte. Un tonfo. Sbatacchiare di accessori fotografici. Il salto dev’essere più alto del previsto.
«Yamashita! Mi senti?»
Silenzio.
«Brutto coglione! Si può sapere che ti è preso?»
Imprecando, Yamano si arrampica a fatica sul muraglione. Riesce appena a mettere la testa al di là alzandosi in punta di piedi su un moncherino di ferro. Sopra il cumulo di macerie che si stende dall’altra parte non c’è nessuno. Poco lontano, i resti delle costruzioni sono immobilizzati in forme mesozoiche; gli elementi ne hanno cancellato uso e cause. Pare impossibile muoversi sui calcinacci senza lasciare una traccia almeno uditiva. E invece nulla: Yamashita è scomparso.

iii

Era accaduto dopo il secondo giro di Suntory. Yamashita aveva chiesto ai presenti di fare spazio e di stare attenti a non sgocciolare sulle foto. Il bottino era succulento, aveva dichiarato estraendo dallo zaino una cartellina gialla smangiata sugli orli, tanto succulento da spingerlo a rispolverare la vecchia Yashica TLR e a montare, udite udite, una preziosissima Kodak 120 ripescata per miracolo da un frigorifero in cantina. Sospiro di Egawa. La cartellina conteneva in tutto cinque foto: cinque rettangoli praticamente bianchi, se non per un accenno di vignettatura, e con un identico puntolino nero al centro, più o meno nella stessa posizione.
Le avevano fissate tutti in silenzio per due minuti buoni.
«È un chiodo,» aveva detto infine Sakaguchi.
Yamashita aveva battuto due volte le mani, deliziato. Era proprio un chiodo, un vecchio chiodo di ferro che lui stesso si era premurato di conficcare nel muro della cucina. L’aveva immortalato almeno trenta volte; quella che vedevano era la crème de la crème, definita dalla totale assenza di ombre e dal fatto che il gambo del chiodo scomparisse perfettamente dietro la capocchia.
«Monsieur, chapeau,» aveva detto Egawa.
«Il punto non è il chiodo.»
«Ah, no?»
Sul chiodo, come vedevano, non era appeso nulla al di fuori dei loro sguardi. Scherzi a parte, il vero soggetto era il rettangolo di muro circostante, le cui dimensioni cartacee erano state determinate con precisione (righello, goniometro) in modo da corrispondere al riquadro che le foto stesse avrebbero nascosto, se per caso fossero state incorniciate e appese al chiodo.
«Capite?»
A quanto pareva, dopo lunghe considerazioni Yamashita aveva stabilito che quello era il modo taosticamente più rigoroso di rappresentare la coincidentia oppositorum tra essere appesi e non essere appesi, nascondere e non nascondere, eccetera. Egawa si era schiarito la gola. «E la cosa più geniale,» aveva aggiunto sghignazzando, «è che non sono neanche diritte. Ho inclinato di proposito la macchina di cinque gradi verso sinistra.» Come se una scossa di terremoto fosse passata per la stanza, a riorientare tutte le cornici alle pareti, quelle reali e quelle puramente concettuali. Ci provasse, un ipotetico osservatore ossessivo/compulsivo, a raddrizzarle.

iv

«YamA-A-Ashita!»
Gunkanjima è una brutta faccenda, ora. Seguendo un’impressione a cui lui stesso si rifiuta di concedere un cento per cento di attenzione, Yamano ha imboccato il tunnel di servizio che al di là del muraglione offre una scorciatoia per la zona meglio conservata dell’isola. La sensazione è di aver sentito una voce provenire proprio dal tunnel, una voce che Yamano non si sogna neppure di attribuire a Yamashita (era sicuramente il verso di un gabbiano distorto dal vento) ma che fornisce ugualmente un appiglio per razionalizzare la decisione impulsiva a cacciarsi in quel budello: è in effetti probabile che Yamashita abbia fatto lo stesso, considerata la velocità con cui è si è sottratto alla vista; perché l’abbia fatto è un’altra questione che Yamano ha paura di affrontare. Il tunnel è prevedibilmente freddo e gocciolante. I detriti accumulatisi negli anni hanno preso l’aspetto inquietante di ateromi, e rendono il passaggio problematico; Yamano si appoggia con la mano destra alla parete mentre con la sinistra tiene sollevato il cellulare a illuminare i successivi metri di condotto.
“Yamashita,” pensa.
“Dimmi,” risponde la voce.
“Questo tunnel sbuca da qualche parte, vero?”
“Sì.”
“Perché sei scappato?”
“Non sono scappato. Sei tu che ti sei fermato.”
“Yamashita, avevamo un programma.”
“…”
“Che cosa significa tutto questo?”
È anche troppo facile capire perché a Yamano torni in mente, in questa circostanza, una visita allo Zenko-ji di almeno venti anni prima. Era in gita a Nagano con i suoi genitori e proprio nella sala principale del tempio li aveva persi di vista. Nell’ansia di ritrovarli, era rimasto intruppato in un gruppo di turisti/pellegrini intenzionati a visitare il corridoio sotterraneo in cui, stando alla leggenda, da qualche parte nel buio più assoluto è nascosta la chiave del paradiso. Yamano aveva provato a fare dietrofront, ma la ressa lo aveva sospinto avanti contro la sua volontà. L’oscurità del corridoio era raggelante. Aveva un peso e un gonfiore che nessun buio di camera da letto aveva mai avuto. Più del buio, era insostenibile la consapevolezza del buio: essere condannati a fluttuare per sempre in quell’assenza di forma, e al tempo stesso saperlo. Yamano era rimasto aggrappato al corrimano in preda al terrore più puro che avesse mai conosciuto. E gli altri visitatori, orrendamente, chiacchieravano. Qualcuno l’aveva spinto. Yamano aveva perso la presa. Annaspando nel buio si era aggrappato a un pomello ruvido appeso alla parete. Chi l’aveva sentito urlare, prima di sollevarlo di peso e portarlo fuori da quel pertugio, aveva parlato di mille gessi che scricchiolano contemporaneamente su una lavagna.
Nel tubo digerente di Gunkanjima non è un pomello ma uno scalino invisibile a far saltare il sistema nervoso di Yamano. Nell’urto il cellulare gli casca di mano e si spegne. Yamano inciampa su un cumulo di calcinacci che ostruisce il passaggio.
“Yamashita! Aiuto!”
Anche disteso, abbastanza lucido per pensare all’ovvio correlativo di questo venir tirato a forza dall’altra parte del pertugio da braccia sconosciute; quanto basta per chiedersi se tale correlativo possa essere il riflesso di un ricordo ancestrale. Le braccia spariscono appena viene meno il loro compito. Yamano ruzzola a faccia in giù sul nudo cemento. Venti o trenta passi più avanti un bagliore segnala l’uscita del condotto.

v

Che migliaia persone possano aver lavorato e vissuto per decenni a stretto contatto di gomito ed espresso in forma compatta tutto l’abituale campionario di emozioni umane solo per andarsene non appena il costo di estrazione del carbone aveva superato i ricavi, abbandonando case e uffici e stabilimenti e perfino (individualmente) sedie e strofinacci e televisori e cavatappi e fornelli e calzascarpe e lampadari e pacchi di riviste nella fretta della fuga – che ciò sia avvenuto e che ora un immenso frattale di significati lentamente concrezionati sia lasciato a decomporsi come un castello di sabbia sotto la violenza ciclica dei tifoni è una prova della direzionalità del tempo, n.b. una direzionalità non teleologica, che mentre pare incoraggiare gli scopi umani nel senso di una locale diminuzione dell’entropia ha l’unico effetto di confermarne il globale e ineluttabile aumento, dell’entropia: come un atollo conferma e legittima l’oceano che lo circonda ed è destinato a subissarlo. È ironico che Yamano abbia studiato, prima di partire, i possibili modi di commentare le foto di Yamashita attraverso frasi interrotte di proposito e lasciate a pendere sulla pagina come uno scheletro di potenzialità inespresse; è ironico perché ora, nel centro esatto della più grande frase interrotta in cui gli sia mai capitato di imbattersi (una frase di ferro e cemento, di spazio e gravità) non riesce a concludere un solo pensiero senza incespicare. Se chiama ancora il nome del compagno, è solo per produrre un calco ecoico degli ambienti che attraversa: una sequenza apparentemente infinita di cortili, anfratti, ballatoi, bacini di raccolta, selciati trasformati in canali di scolo, lastre di cemento dissestate dalla pressione lievissima ma incessante della gramigna. Ha salito scale, sceso rampe, varcato porte prive di serramenti, infilato la testa nel cavo di finestre inspiegabilmente aperte fra stanze interne altrimenti non comunicanti; si è sporto da parapetti sbrindellati e da assenze di parapetti; ha calciato ciottoli, smanacciato assi, resti di serramenti, grondaie cigolanti, per assicurarsi della propria presenza attraverso lo scompiglio.
“Yamashita, YamA-Ashita.”
L’isola si è limitata ad ignorarlo.
Ed è ironico che i sentimenti che prima di partire si era allenato a provare per non trovarsi impreparato sul più bello – un complicato miscuglio di sgomento di fronte allo squallore dei ruderi e di compassione per l’enigmatica sorte degli abitanti, così simbolicamente rappresentata da una sola sedia che qualcuno anni fa ha portato a marcire in mezzo a un cortile d’erba (sedia contemplata in foto e ritrovata in forma simultaneamente reale e simbolica nel punto esatto dov’era stata fotografata) – tutti i sentimenti terricoli sono svaniti non appena ha messo piede sull’isola, ancor prima della sparizione di Yamashita. Gunkanjima è ormai solo uno scenario che corre attorno a lui e sotto di lui, renderizzato fino all’iperrealismo ma fondamentalmente vuoto, impermeabile all’empatia. Se si eccettua un dolore congiunto ai piedi e alla testa, in questo momento Yamano non prova assolutamente nulla. Perciò si limita a sorridere quando, ispezionando l’ennesima stanza con passo sonnambolico – una cucina, a quanto pare, e meglio conservata di altre, con ampie porzioni di piastrellatura ancora intatta e un’evidente traccia di fumo aperta a ventaglio sulla parete dove doveva essere posizionata la cappa di aspirazione – nota un piccolo chiodo piantato nel muro ad altezza d’occhi.
«È opera tua, vero?» chiede ad alta voce.
Neanche il chiodo e il riquadro di muro leggermente più chiaro attorno ad esso bastano a commuoverlo.
«E la foto, dov’è? L’hai portata via tu?»
“Il punto non è la foto.”
“Lo so, me l’hai già spiegato.”
“…”
«Comunque è seccante che continui a rispondermi senza farti vedere.»
“Vieni avanti tu.”
Yamano si gira di scatto. Un’ombra è passata per il corridoio. Non sa dire quale dei due eventi abbia preceduto l’altro in un rapporto di causa-effetto: forse non era un’ombra ma una ciocca dei suoi stessi capelli che ha colto con la coda dell’occhio mentre si voltava.
Nel rettangolo di mare che si intravede in fondo al corridoio sta passando una barca.

vi

Dalla barca venti o trenta paia d’occhi lo guardano sgomenti. L’aria immobile del tardo pomeriggio permette di individuare i lineamenti del volto anche a cento, centocinquanta metri di distanza con una chiarezza ineccepibile. Una donna in particolare ha la facies di chi stia urlando o abbia urlato quotidianamente per diverse ore negli ultimi quindici anni.
La scena avviene al rallentatore. La barca impiega un lunghissimo minuto per attraversare l’intercapedine tra le due ali del condominio da cui Yamano è affacciato, duplicando la striscia di nubi basse sull’orizzonte con una seconda striscia di schiuma, appena sopra l’orlo del muraglione affacciato sul mare. Non si ode altro suono che il rombo del motore. Yamano è convinto che allungando la mano attraverso l’aria dolorosamente nitida potrebbe raggiungere quelle facce giocattolo e cancellarne l’espressione allucinata con una leggera pressione del pollice. Tende le braccia nel tentativo.
Ed è necessario che i turisti passino prima che Yamano si accorga di quello che aveva scambiato per un resto di pilastro malamente eretto sul muraglione, lungo la traiettoria che congiunge i suoi occhi con il percorso tracciato dalla barca. Era quello che i passeggeri guardavano, non lui, Yamano. E non è un pilastro ma un uomo.
Un uomo è seduto sul muraglione, rivolto al mare. È vestito di bianco e gli volge la nuca.
“Il terzo uomo,” pensa Yamano.
Ha ancora le braccia tese di fronte a sé. Deve trattenere l’impulso a buttarsi di sotto dal terrazzo privo di parapetto, pur di raggiungerlo.
«E-E-Ehi!» urla.
L’uomo si volta. Dall’altro lato della testa, dove dovrebbe avere la faccia, ha soltanto una seconda nuca.

vii

E non era accaduto niente: le facce si erano consultate, le sopracciglia di Sakaguchi e quelle di Egawa si erano sollevate quasi in sincronia come rispondendo a un’onda che passasse in mezzo al gruppo, e ciascuno era ritornato pensoso al proprio boccale. Il viso di Yamashita era rimasto per qualche minuto in condizione bi-stabile, come un vaso di Rubin, tra un’espressione di apparente consapevolezza della topica e la sensazione di aver fatto una battuta geniale che nessuno oltre a lui aveva capito. Appagato, era tornato a chinarsi sulle foto. Si era percepito un punto e a capo nella conversazione.
Poi Egawa si era messo a raccontare che in mattinata aveva trovato una mazzetta di fogli bianchi nel cassetto di uscita della fotocopiatrice – non perfettamente bianchi, a dire il vero, ma con due lati su quattro bordati di nero – e che dopo un breve consulto con Mizuki-san aveva appurato che era stata lei a dimenticarseli, Mizuki-san, la quale alla domanda sul perché avesse fotocopiato un pacco di fogli su cui non era scritto niente aveva risposto “come, niente?” e si era passata la mano sinistra alternativamente sulla fronte e sulla guancia (gesti che Egawa aveva replicato con convincente femminilità, Sakaguchi già in ebollizione) e messa a confronto con l’evidenza aveva infine ammesso con candore che pensava che l’indicazione “originali faccia in su” stampigliata nel vassoio d’ingresso sul coperchio della fotocopiatrice valesse anche quando si appoggiano gli originali direttamente sul vetro, per la copia, e che insomma Mizuki-san aveva diligentemente fotocopiato il retro di ventidue autorizzazioni alla pubblicazione, avendo cura di lasciare un bel po’ di bordo nero attorno, visto che aveva premuto il tasto verde con il coperchio aperto. E che evidentemente non si era posta il problema neppure quando la lampada le era brillata negli occhi, mentre guardava a faccia in giù quei documenti a faccia in su. Sakaguchi era scoppiato. Yamano si era sorretto al tavolo con entrambe le mani. Di lì si era facilmente passati a valutare altri possibili configurazioni spaziali nell’interazione fra la fotocopiatrice e la neo-assunta Mizuki-san, configurazioni ben più interessanti visto che in questo caso, l’opinione era unanime, fronte e retro avrebbero dato risultati ugualmente apprezzabili. Sakaguchi aveva battuto la mano aperta sul tavolo implorando pietà. Solo quando aveva smesso, finalmente ricomponendosi, e il battito di un corpo duro sul legno non era tuttavia cessato, tutti si erano voltati verso Yamashita a cui nessuno aveva badato fino a quel momento.
Yamashita aveva accuratamente impilato le foto e prima spingendo con i palmi, poi colpendole ripetutamente con l’unico strumento sufficientemente duro a disposizione – la propria fronte, aveva cercato di conficcarle nel tavolo martellando il chiodo in esse raffigurato. Un vasto e pulsante ematoma sottocutaneo confermava la serietà del tentativo. Yamano si era coperto la fronte con le mani.
Più tardi si erano detti che Yamashita doveva essere già ubriaco fradicio dopo appena un litro di birra, spiegazione che avevano addotto come scusa quando avevano dovuto portarlo fuori dal Knight sorreggendolo dai due lati, e tenendogli ferma la testa, soprattutto, che smettesse di sbatacchiarla per l’amor del cielo.

viii

La velocità con cui Yamano ha sceso le scale, di poco inferiore, soggettivamente, a quella con cui sarebbe planato dal terrazzino direttamente sul selciato sottostante; il passo di struzzo con cui ha scavalcato rottami di ringhiera e blocchi di cemento e ciuffi d’erba e tondini puntati al cielo come dita ritorte, inciampando più volte; il fiatone che l’ha costretto a fermarsi (a fermare il vento che gli fluiva attorno) incerto sul da farsi, nessun altro rumore oltre al rimbombo del sangue nelle orecchie – due aloni scuri in espansione nei cavi ascellari della maglietta – cercando di triangolare il punto esatto del muraglione dove si era mostrata la figura, Giano orribile che era in realtà l’esatto complementare di un Giano e per questo doppiamente orribile (ben sapendo che anche muovendosi alla velocità del suono non sarebbe giusto sul posto in tempo per trovarvi qualcosa) – questo rapido procedere per approssimazioni che gli ha infine permesso di arrivare al muraglione e di confermare che la figura si era effettivamente dileguata, e ripartire, diretto in nessun luogo: tutto l’insieme di ansia e urgenza motoria è stato in effetti un mero preludio di quello che il tramonto e la sera e la notte di Gunkanjima ora vanno esprimendo al meglio, usando la mente e il corpo di Yamano come materia plastica da deformare, nella ricerca stremata del terzo uomo. Finalmente Yamano ne ha capito l’urgenza. È bastata una doppia nuca a convincerlo.
Nell’ipotesi, beninteso, che il terzo uomo non sia lo stesso Yamashita. Yamano non può ancora escludere un elaborato scherzo basato sulla suggestione, sulla disponibilità di nascondigli e sull’impiego di microfoni opportunamente posizionati e di una parrucca bifronte disegnata all’uopo. Se ci pensa, questa è la migliore delle ipotesi: che sia tutto un trucco per produrre in Yamano la risposta emotiva necessaria a scrivere dell’isola come nessuno ne aveva scritto prima (superando, quindi, il senso di distacco provato fino a un attimo prima di scorgere la barca dall’alto della finestra, e la figura subito dopo). La paura come miccia per accendere la creatività. – Cazzate. Neanche Yamashita avrebbe potuto pensare, non dico organizzare, uno stratagemma simile. E in ogni caso non ha funzionato: Yamano è uscito dal blocco, certo, ma non si è più fermato se non per massaggiarsi le reni e sputare fra le rocce e constatare che il sole aveva toccato prima il cornicione dell’ospedale e poi lo spigolo delle scuole e il culmine del muraglione e infine l’orizzonte: che l’aveva ingoiato definitivamente. Non si è fermato se non per respirare. Ovvero: non ha scritto neanche una parola. Ha visitato qualsiasi anfratto dell’isola cercando alternativamente Yamashita o il terzo uomo o anche solo una traccia della voce che l’aveva inizialmente accompagnato. Sembra alle volte che anche il tempo atmosferico si blocchi e che debba comparire da un momento all’altro nel cielo una clessidra o una rotellina e una scritta buffering. Su Gunkanjima non è passata neanche una nuvola dalle cinque alle otto e Yamano ha avuto ben poco a cui aggrapparsi per contrastare la coazione a cambiare di posto. Come se ci fosse effettivamente un angolo dell’isola in cui la notte potesse non sorprenderlo.
E con il buio è scesa su di lui la cognizione che l’isola in effetti esista da sempre e sia destinata ad esistere per sempre: il che equivale (in assenza di passato) a non esistere, come tutto sommato anche un viso equivale a una nuca. Era stato Yamashita a raccontargli di quando era rimasto intrappolato in mezzo a un gregge di turisti distratti nel corridoio sotterraneo dello Zenko-ji, a Nagano? Sarà un effetto della corsa protratta (ora, nella notte senza luna, sotto un cielo stranamente vuoto di stelle, Yamano è costretto a camminare con circospezione) ma il cuore continua a pulsagli nelle orecchie a una frequenza di due Hertz, due Hertz e mezzo (e ciononostante ogni passo è un tentativo nell’ignoto che può incontrare con la stessa probabilità un supporto solido o una forma scomposta e irta, e portarlo alternativamente in una buca o contro un muro) (la luce del cellulare si è scaricata anzitempo) e questo incessante battito otocardiaco, su cui Yamano può scandire mentalmente le sillabe “YA-ma-A-shi-ta” in ritmo di cinque quarti, si propaga in prospettiva nel passato e nel futuro: nel futuro tamburellare della penna del caporedattore sul bordo della scrivania, quando Yamano tornerà in ufficio avendo portato dall’isola un totale di zero cartelle pubblicabili (ruzzola su uno scalino a cui segue un secondo scalino e un terzo e un quarto, fino a quello che ora è solo il contorno di un portone), e nel passato rimbombo dei forzati dell’isola al lavoro: una percussione sotterranea, rituale nella sua continuità.
Il varco del portone conduce ad una sala dove si apre a ventaglio una platea di poltrone di legno, con la seduta a ribalta, variamente fiorite e gonfiate e sfogliatesi per effetto dell’umidità. Yamano pospone la domanda su come riesca a vederle anche nel buio. Il suono di tamburi proveniva da qui: da quest’ipogeo a metà tra il teatro sventrato e la cripta.
“Ti ho trovato, finalmente.”
È il sipario a parlare. Il resto ulcerato della tenda che un tempo doveva essere libera di stendersi fino all’impiantito del proscenio, e che ora è impigliata alle corde e si alza e si abbassa, secondo il respiro che esce dal fondo.
«Yamashita.»
Yamano sale la scala del palcoscenico. Si sente al termine di un brutto racconto e barcolla dal sonno. È piegato sotto il peso dello zaino. Il borsello oscilla all’altezza delle sue ginocchia.
«Mi stavi cercando?» dice.
“È tutto il giorno che ti cerco. Da quando hai scavalcato il muraglione.”
«…»
“…”
«Pensavo fossi io a cercare te.»
“Ti sbagliavi, evidentemente.”
Se si intuiscono le forme degli oggetti è solo per la fosforescenza che trapela fra le assi del palcoscenico e che rende la visione indistinguibile da una mera persistenza retinica. Yamano va incontro alla fosforescenza. Dove le assi del pavimento si aprono, intravede una lenta processione di luci verdi, sotto il palcoscenico, dirette verso un punto alla sua destra. Le luci sono grandi come il palmo di una mano e non sfarfallano. Forse dieci o venti, tutte in fila, intente a raggiungere la chiave del paradiso oltre il bordo del campo visivo.
Yamano è stranamente partecipe di ciò che ignora stia per accadere.

ix

L’indomani alle dieci il capitano della barca lo trova al luogo convenuto, sul molo del Delfino, ritto sulle sue gambe, la borsa con gli obiettivi ben bilanciata sulle spalle, la tenda ripiegata in cima, il borsello lungo il fianco sinistro. Ha appena un filo di barba. Si direbbe abbia dormito splendidamente.
«Tutto bene?» gli chiede.
«A parte il freddo, direi di sì.»
«Dove ha montato la tenda?»
«Nel campo di basket. Il più lontano possibile dagli edifici.»
Il capitano si gratta la testa.
«È un’isola inquietante, vero?»
«Basta non farsi coinvolgere nella decomposizione. Temevo soprattutto i cornicioni, i serramenti. Ma non si è mosso nulla.»
«Meglio così.»
Il reportage che alla fine viene pubblicato consiste in sole tre foto: un viso di donna deformato dall’orrore, inquadrato con un 500 mm dietro il parapetto di una barca, leggermente mosso; quella che sembra essere l’uscita rotonda dal cunicolo di un lombrico, sfuocata ai bordi, da cui si intravede un architrave di cemento contro l’azzurro feroce del cielo; e un chiodo, un semplice chiodo piantato in una parete. Il testo che commenta le immagini recita Martellare ritmicamente con la propria fronte fino al completo annullamento di qualsiasi significato. La firma sotto testo e foto è quella ricercata e apprezzata e temuta di Jun’ichiro Yamanoshita.

Immagine: Gakuranman

Peccato

Peccato

Uno dei proseliti, dottorando alla Columbia University e pusher della piccola comunità degli studenti di biotecnologie, scoprì che un’elementare variazione di una comune molecola psicoattiva produceva gli effetti che il suo predicatore di riferimento avrebbe auspicato: rendere il peccato fisicamente insostenibile per colui che lo commetteva. Era, si disse, la molecola che Dio avrebbe dovuto sintetizzare e spolverare come zucchero a velo sopra il pianeta prima di popolarlo; una sostanza che rendeva evidenti tutte le conseguenze spiritualmente negative del peccato nel momento in cui l’aspirante peccatore, in preda alla tentazione, è naturalmente meno portato a considerarle; quando è anzi il peccato ad apparire come il mezzo più semplice e rapido per massimizzare il piacere momentaneo. Si realizzava finalmente il sogno di qualsiasi moralista: trasformare la scelta morale in coazione. Rinunciare al peccato come si rinuncia a premere il grilletto mentre si esamina una calibro 28 e la si punta per gioco alla propria testa; meglio ancora: come il cervello di chi si lecca le dita rinuncia ad obbedire a un eventuale ordine diretto agli incisivi a tranciare di netto le falangi con un unico morso ben assestato, non importa con quanta convinzione tale ordine sia volitivamente espresso; a patto, ovviamente, che il cervello non sia già interdetto al controllo da qualche altra sostanza psicoattiva.
Per ottenere gli effetti desiderati occorreva, va detto, una precedente personale definizione di peccato. La molecola, in sé, non aveva modo di riconoscere un’azione come peccaminosa; si limitava a prospettare sotto forma di intenso disgusto e voglia di uscire dalla propria anima oltre che dal proprio corpo lo stato immediatamente successivo al compimento di una tale azione, purché il peccatore in fieri già la concepisse come peccaminosa. Il supporto farmaceutico non poteva sostituire e di fatto non sostituiva una retta coscienza, di cui era semplicemente un complemento. Madri terrorizzate che avevano segretamente sciolto compresse di Culpalax1 nei bicchieri d’acqua di figli affetti da depressione clinica, nella speranza di scongiurare una volta per tutte un desiderio di autoannichilazione purtroppo approdato allo stadio di tentativo (e perciò già orrendamente connesso all’impiego di fiammiferi o corde o lamette o automobili di grossa cilindrata messe in moto all’interno di garage perfettamente sigillati) andarono incontro a delusioni brucianti, o asfissianti o cruente, a seconda dei casi. Amiche pro life che non riuscivano altrimenti a convincere altre amiche pro choice a portare a termine gravidanze indesiderate e che per questo si affidavano surrettiziamente alla chimica (senza pensare agli affetti della molecola sulla salute del nascituro) apprendevano dopo qualche settimana che la paventata interruzione era stata portata a termine senza scrupoli di coscienza. Contava solamente ciò che il soggetto, e non la sua famiglia o il suo gruppo di appartenenza o la società nel suo insieme, concepiva come peccato2. Tenuto conto di ciò, gli effetti della molecola erano favolosi. Esisteva, si scoprì3, un’attitudine naturale del cervello ad evitare il senso di colpa; attitudine che tanti cattolici masturbatori compulsivi ben conoscevano, e che tuttavia in condizioni abituali non era tale da prevenire il comportamento negativo. La molecola sfruttava proprio questa particolare predisposizione, attutendo al contempo il richiamo del piacere legato al peccato in questione. Tutti i programmi di dieta fai da te, dall’ormai datata dieta Dukan al metodo iperpaperico4 dichiararono un aumento del 200–300% del proprio tasso di successo. I reparti di caramelle e merendine nei supermercati si ridussero a singoli scaffali o addirittura a singole mensole. Il numero di omicidi per annum scese a un quarto del valore pre-molecola (purtroppo senza che diminuissero ugualmente i casi di esecuzione sommaria negli scontri a fuoco con la polizia). Le chiese, non solo quella Ipnologica, rigurgitavano di fedeli. A dispetto della definizione squisitamente personale di peccato si andarono delineando alcune tendenze globali rispetto a certi questioni della vita che si pensavano fortemente dipendenti dalla cultura di appartenenza (adulterio/poligamia, cura dei figli e dei genitori, comportamento sul luogo di lavoro, regolamentazione della pornografia, rispetto della proprietà privata, ecc.), questioni la cui risposta puntava verso una sempre maggior penetrazione della nuova molecola – disponibile come farmaco da banco generico oltre che sotto diverse denominazioni commerciali – e rivelava un’intenzione sempre più marcata dell’umanità nel suo insieme a ridurre la distanza fra volontà e attuazione. La maggioranza, evidentemente, preferiva non peccare per forza piuttosto che per scelta.
Lo stesso scopritore della molecola si vide costretto, dopo averla sperimentata su di sé, a un drammatico cambio di binario esistenziale, il cui primo atto fu appunto il rifiuto di apporre un brevetto sulla molecola nonostante i guadagni che ne sarebbero derivati. Il nuovo binario doveva avere un sistema di trazione a cremagliera perché in meno di due anni il proselito riuscì a scalare l’intera gerarchia della Chiesa Cristiana Ipnologica5 e ad assurgere (dopo aver abbandonato per evidente incompatibilità sia la professione di pusher sia la carriera di dottorando) al ruolo di Predicatore Onirico. Ironia della sorte, ciò non lo protesse da quello che un numero crescente di consumatori andava denunciando come un terribile effetto collaterale della sostanza: la sempre maggior difficoltà di assumerne nuove dosi dopo la prima. Nonostante la brama di continuare ad essere protetti dal peccato si manifestasse con violenza al progressivo svanire degli effetti del principio attivo, quel poco che ancora ne rimaneva in circolo per l’organismo continuava a prospettare ogni ulteriore utilizzo della molecola come spiritualmente distruttivo e fisicamente rivoltante e insomma al cento per cento corrispondente alla nuova definizione pratica di peccaminoso. Rinunciare forzatamente alla colpa era in sé una colpa, per universale consenso. L’organismo sembrava desensibilizzarsi rapidamente da tutte le forme di peccato fuorché da questa: il che paradossalmente rendeva il farmaco ancor più necessario. Bisognava letteralmente turarsi il naso e strabuzzare gli occhi e pensare con quanta più intensità possibile alla propria personale isola felice per trovare la forza di mandarlo giù. Cosa che tutti, scopritore in primis, continuavano a fare.

Immagine: Pieter Paul Rubens (figure umane) e Jan Brueghel il vecchio (paesaggio e animali), Il giardino dell’Eden e la caduta dell’uomo (circa 1615)


  1. © Boehringer-Ingelheim. ↩︎
  2. Si ricordino, a questo proposito, le azioni di alcuni neo-omofobi dei primi anni venti, tese ad instillare per via farmacologica un eterosessuale senso di colpa nei membri di coppie omogenitoriali; azioni che apparirebbero risibili se fosse possibile anche solo per un momento trascurare i metodi brutali con cui furono condotte. ↩︎
  3. Moses, Christie & Muhammad, Nature, 2023. ↩︎
  4. Ideato da Charles Attan nel 2022 e basato sull’idea che il corpo vada trattato a seconda delle ore come un diverso contenitore della raccolta differenziata: plastica al mattino, carta a mezzogiorno, umido alla sera, con un’insolita preminenza del pranzo sugli altri pasti. ↩︎
  5. L’unica delle denominazioni cristiane ancora esistenti, sia detto en passant, che fino alla fine si rifiutò di usare i termini errori o mancanze per definire quegli atti contrari alla coscienza che continuò invece stolidamente a chiamare peccati. ↩︎

Dopo la serata di poesia

Dopo la serata di poesia

Dopo la serata di poesia
mi vergogno di sorridere

di aver parlato di morte
mentre sono ancora vivo

di impiegare tanto tempo per decidere
fra un chinotto ed una birra mentre cerco
di cadere dentro il cono di un saluto
con la mano al poeta noto
seduto a un tavolo lontano

Mi vergogno delle dita
che potevano non scrivere
della voce che potrebbe stare zitta

ComplimentiBuonanotte

Nella tasca da cui ho finto
di pescare verità tintinnano
le chiavi della macchina

Parole

Parole

Due anni, e non ho ancora
trovato le parole

…ma le hai trovate tu:
TelefonoOggi sole
Macca rossaSapchette
sia quelle un poco scure
Emma piancePolola
sia quelle chiare chiare
SciloPiscinaNonni
piccoline se serve
PilliniC’settini
giganti alla bisogna
Buongiorno! – Treno! – Wow!
che neanche il dizionario
ha spazio a sufficienza
HosònnoLatte muòno
e via via costruendo
Mamma bela belissima
Papà su, baccio, lole
a meraviglia – Io sono
Emma Cupani mia –.

Ascolto e prendo nota.
Non ho più lingua madre.

Ormai ho una lingua figlia.

A Emma che ha compiuto due anni. Per chi non conoscesse la sua lingua, le parole sono, nell’ordine,  Macchina, Scarpette, piange, Paura, Scivolo, Pisellini, Calzettini, buono, in braccio, per favore.

Immagine: Alighiero Boetti, Oggi il primo giorno dodicesimo mese, 1988.

In a parallel universe

Listen to me, son: God actually cares for us. There’s a parallel universe where Adolf Hitler was accepted by the Academy of Fine Arts in Vienna and Egon Schiele was rejected: it was him who became a frustrated, sex-obsessed bloody old world tyrant. And believe me, that universe is far worse than ours. – James A. Potato, Awestruck by your socks (Latrodectus Mactans Press 2018)

59 × 13 + 7

59 × 13 + 7
 Che cosa c’è fuori dal contorno? Si può essere più di così?
 Perché il trifoglio è verde sotto la pioggia? Posso provare
 a non essere mai nato? Siamo noi ad andare o è il mondo che
 ci viene incontro? Quanto fa due più cuore? Chi mi riferirà
 quel che diranno sottovoce in ultimo banco al mio funerale?
 Qual è la differenza tra medietas e mediocritas? Ho scritto
 anche solo una parola che non fosse preferibile tacere? Chi
 ha calcolato il calibro dell’arma che finalmente riuscirà a
 proteggerci? La voce registrata dell’altoparlante del treno
 quando torna a casa a sera riesce a piangere? Sai dirmi per
 caso se oggi mi sono indossato a rovescio? Hanno trovato un
 modo di passarci sopra o sotto o accanto gli uni agli altri
 senza dover soffrire? Ti ho ferito? Come ti chiamo? Come mi
 chiami?

Premiata al concorso Poesia onesta 2016.
Pubblicata in
 Non ti curar di me se il cuor ti manca, Qudu libri 2016.

Immagine: M.C. Escher, Sviluppo,  1937.

Il vero potere della similitudine

Parla a me la motrice che sfiata
su due note alla fine della corsa

«ora basta»: allunga lo sguardo
proprio a me e appoggia la testa

in una conca di buio fra le braccia.
La motrice. Che è una cosa eppure

piange proprio come una persona.
O forse

è viceversa: sono io che sfiato
come una macchina che solo

vuole togliersi l’io di dosso alla fine
della corsa, porlo in una conca

di buio tra le bielle, spegnere i fanali,
ritornare oggetto. Un pianto su due

note. Su un binario secondario.

Pubblicata in Novecento non più, La vita felice 2016.

Trieste, lasciami

Trieste, lasciami

Questa poesia (qui ridotta in corpo 14 per esigenze di impaginazione) è apparsa sul numero di maggio 2016 di Fare voci – Giornale di scrittura.

Trieste     ancora tu e il tuo vizio di non passare
come mi resti addosso anche nel vento degli anni     sempre accalcata sul tuo orlo
neanche aspettassi la folata buona che ti cancelli     (ci cascherei se non ti conoscessi)
e mostri infine i colli bruni nel disarmo del cielo e dica senza dire     «qui una città non c’è mai stata»
Trieste
è tempo che parliamo     è tempo che smettiamo di parlare

∙ ∙ ∙

Allora era più facile credere in Dio     nella pelle di pesca della primavera quando si sfilava la maglia
muovendosi nei fianchi la scoperta repentina della sera     tracciare a mano libera occhi e bocca
sul viso in bianco del mare     (potessi smettere di ricordarlo)     e già credere di essere
mentre tu
concava acquattata ti lasciavi abitare in spazi di cautela
le piazzette rosa promessa in città vecchia     caffè gelato voci     l’eco dei lampioni passeggiata senza posa
appena mostrandoti     e sempre senza darti

Credevo di saperti nella sete del meriggio spezzato in bianconero
fra i sommacchi     le dispense di fisica dei quanti sottobraccio
nel verde che ogni volta di nuovo si imparava     (molteplicità lungo ogni bordo di foglia frattale
che a sua volta mi sapeva come fibra intenta a sentire
prima di capire)     finché sbocciava la pioggia a ripigliarmi     come bevevo

Senza presentire che girandomi     (quasi qualcuno mi chiamasse
e avrei dovuto riconoscere la voce)     mi sarei visto dodici stagioni alle spalle di me stesso
nel futuro     e avrei rivisto te lontana rimanendo ferma     che è il tuo modo di non aspettare

∙ ∙ ∙

Perché se sei ancora quel che eri     come sei
so che ancora mi conservi come più non sono     con cura filatelica nella conta dei tuoi passati
che riluttante continui     (ne è indizio il tuo resistere fra schiuma franta e schiaffo
boreale che sempre la percuote     o mitemente la polvere d’ottocento sotto i tappeti non sbattuti)
il mio ieri
fra i tuoi ieri     nella tridimensionale presenza di un biglietto scovato in un cappotto del 2004
per la diciassette barrata     ancora non timbrato

∙ ∙ ∙

Quanto  si è soli quando si è con te

∙ ∙ ∙

E non chiedermi allora     come quotidianamente ripeti dai marciapiedi che calpesto avanti e indietro
(fazzoletto che sciorina il mattino per raccogliere frutti
e la sera ripiega e ficca in tasca)     tu immutata se non per qualche faccia perplessa sbiancata di palazzo
la fessura trasversale dalla fontana al mare     che sempre s’apre e mai fiorisce
Trieste non chiedermi
mentre versi un altro giro di crepuscolo nei bicchieri dell’aperitivo
(un brindisi alle statue di bronzo sul punto di non saltare dalla sponda)       e io passo e decido
finalmente di non capirti
Trieste
lasciami     non chiedermi di lasciarti

Immagine di Johann Jaritz (capovolta da me).