Frequenze del vocabolario di Alice a un anno e sette mesi

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Note:

  • lalla (s. f.): latte, acqua; p. estens. qualsiasi liquido (pioggia inclusa).
  • George: questo George.
  • Anna: indifferentemente Anna o Elsa, ovviamente da Frozen.
  • LOL: ahimé, .
  • don (s. m.): (suono di) campana; campanile.
  • tao tao (inter.): ciao ciao.
  • ninni (s. m.): qualsiasi oggetto desiderato, ad es. un giocattolo, un paio di calzettini, una fetta di formaggio, ecc.

Incompiuta

La figlia non era mai pronta. Nel senso che non riuscivano a finirla. Erano sempre sul punto di dire ci siamo, ora è una bimba completa, ma non ci arrivavano mai. Mancava sempre qualcosa.
Che fosse un’operazione lunga e difficile lo sapevano dall’inizio, quando avevano cominciato a leggere i manuali di prammatica; sapevano che la stessa gravidanza era solo il preludio al lavoro successivo, un lavoro di anni. Nell’attesa erano passati dai testi di psicologia spicciola ai manuali di istruzioni veri e propri, senza un vero giovamento. Improvviseremo, si erano detti – ma ciascuno a sé stesso, senza dirselo davvero. Non si poteva neanche vivere tutti compresi nel compito. Di tanto in tanto si doveva tirare il fiato per sopravvivere. Nonostante ciò, si aspettavano che a un certo punto la bambina sarebbe stata pronta: non finita, ché nessuno lo è mai, ma almeno assemblata quanto basta per uscire accompagnata nel mondo. Il proverbiale salto dal nido.
Non era stato così. Quando sentivano che il momento era giunto, che si poteva portarla fuori, arrivava sempre un parente o un conoscente a far notare loro, con tutta la delicatezza del caso, che c’era ancora qualcosa da sistemare: un’articolazione difettosa, una spalla senza pelle, un occhio del colore sbagliato o non ben avvitato in sede, una ciocca di capelli di lana rimasta dai primi abbozzi e mai più corretta. In ansia, si affrettavano a rimediare. Correggevano il difetto e rimiravano assieme la bimba davanti allo specchio. Come ti senti?, le chiedevano. Bene, rispondeva lei. Non era perfetta ma presentabile. Chiunque avesse interagito con lei avrebbe faticato (almeno sulle prime) a trovare qualcosa che non andava. O forse no? Forse avrebbe messo proprio il dito nella piaga? Che fare ad esempio di quella r blesa? E del piede sinistro che ruotava solo in senso antiorario? Meglio darci un’occhiata, no?
Intanto la bambina cresceva, quasi sentisse di dover compensare alle loro continue attenzioni. Oltre a risolverne gli inceppamenti, le aggiungevano sempre nuovi componenti: un orecchio assoluto non così indispensabile, una conoscenza delle fasi lunari probabilmente prematura a tre anni… Lo facevano per il suo bene: quando finalmente fosse arrivata la sua ora, avrebbe avuto più frecce al suo arco di quante ne avesse il migliore dei suoi coetanei. Era una bambina intelligente, a detta di tutti quelli che andavano a trovarla nella sua camera di montaggio. Il mondo avrebbe beneficiato della sua presenza. Intanto però era arrivato il momento di iscriverla alla scuola materna, ed era ancora troppo presto: la lista delle cose da completare era ancora lunga, e non si poteva rischiare di saltare i test di validazione. Magari l’anno prossimo. Guardavano i figli degli amici uscire allo scoperto, montati a regola d’arte, e nel loro cuore fioccavano le domande. Perché tutti ci riuscivano e loro no? Era ormai troppo tardi? Come fare a rimettersi al passo, se non erano riusciti a presentarsi puntuali all’appuntamento?
La bimba, che percepiva il loro disagio, correva ad abbracciarli. Loro rispondevano all’abbraccio nascondendo le lacrime, mentre sentivano – senza dirselo – che una giuntura del polso della piccola cigolava, e l’altra mano pendeva inerte: lo sentivano e pregavano che lei non se ne accorgesse, che loro stessi potessero smettere di accorgersene.

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Immagine di Martina Yach.

La maggioranza rancorosa

Un uomo chiede di aprire il finestrino
nel vagone tiepido che strina
la mattina di ottobre:

ha le maniche corte, parlantina
da bimbo o minus habens («salute»,
ha riso quando ho starnutito)

e un accento straniero: ecco la molla
che fa guizzare sopracciglia
qua e là all’unisono, chi è ‘sto mona,

perché rompe il cazzo, sto dormendo,
c’è un bel calduccio, torni a casa sua
se qui non gli va bene – e il capotreno

tentenna, abbozza, a colpo d’occhio
raccoglie i voti muti, infine allenta
i dadi di sblocco controvoglia,

«adesso o tutto o niente», spiega,
«non mi dica poi che ha freddo»,
fa spallucce, ed è fatta:

ora la lancetta collettiva della rabbia
ha scalato una tacca,
ci fa tutti sollevati nel diritto

dei molti contro uno a non cedere
neanche di poco all’altro
senza poi masticare amaro

fino a farsi cadere i denti:
raccontatelo al futuro:
è così che nel diciannove si viveva

terribilmente felici e contenti.

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Primo premio

Era lui il prescelto, aveva vinto, aveva sbaragliato tutti i concorrenti con la delicatezza, si era rivelato il migliore, il più lirico senza essere troppo lirico, il più legato alla terra senza risultare pedestre, il più sperimentale senza diventare illeggibile. Aveva vinto e la sua poesia sarebbe stata incisa su un fianco del Corno dei Prati, a lettere alte come palazzi di dieci piani, in calligrafia umanistica, sedici versi in tutto destinati a diventare traccia duratura, sonda nel tempo, lascito per le generazioni avvenire. Il mezzo chilometro quadrato di parole che avrebbero occupato la parete rocciosa, ogni lettera profonda quanto un’utilitaria, vent’anni di lavoro improbo in condizioni estreme, sarebbe poi durato quanto le piramidi: a quaranta secoli di distanza chiunque fosse passato per la valle le avrebbe viste immutate, sbalzate dalla luce radente dell’alba o in filigrana nell’abbaglio del mezzogiorno, e poco importa se non ne avrebbe capito il senso, se non sarebbe riuscito neppure a pronunciarle dopo che la lingua in cui erano scritte fosse sfumata in un’altra e in un’altra ancora. Poco importa se il futuro lettore non avrebbe saputo più nulla dell’autore di quei versi. Lui, l’autore, aveva vinto. Aveva scritto, e quel che aveva scritto sarebbe rimasto, al di là del bisogno di dire, al di là della stessa storia della letteratura. Il primo poeta a garantirsi in vita un orizzonte geologico.
Unica clausola: la poesia sarebbe stata incisa di traverso, ruotata di novanta gradi in senso antiorario, le lettere coricate sul fianco. Per leggerla si sarebbe dovuto inclinare la testa. Era una percezione comune, anche se inespressa, che le poesie mal si adattassero alla postura eretta e si dovessero preferibilmente gustare da distesi. I morti, che notoriamente leggono più versi dei vivi, avrebbero tratto beneficio dall’orientazione del testo – almeno finché si fosse continuato a seppellirli in orizzontale, con grande spreco di spazio in un’epoca di epidemie sempre più frequenti. All’ansia per questo stato di cose alludeva la poesia stessa, che al contempo ironizzava, con preveggente baldanza, sul possibile torcicollo dei passanti di fronte al perenne supporto orografico. Era una poesia ben riuscita. Non meritava nulla di diverso.

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Un contributo alla critica

Signore e signori,
ecco l’opus 88:

doppio gancio di plastica
per appendere scope
mirabilmente fissato a due viti a espansione
trapano punta zero sette
su parete portante
agosto diciannove

La lieve inclinazione
rispetto al filo a piombo
non dice appieno l’emozione dell’artista
per il dono lasciato al mondo

ma vogliate intuirla
al culmine del turbine creativo
che ci ha dato pure l’opus 87
bastone da tenda
riappeso dopo il crollo del diciotto
e l’86
ultime foto in cornice
a completare il ciclo sulla scala
dopo mesi di attesa

e altre opere minori
del desiderio e della mano
autocelebrate con un sorso di chinotto
sul divano della ritrovata noia
la fronte ancora imperlata

Quale migliore traccia
quasi ricordabile
signore e signori
dell’essere vissuto

Orlo di paracarri
su un viottolo qualsiasi
da nulla a nulla

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Parabola dell’uomo a riva

L’uomo a riva    vide l’uomo nell’acqua    vide e non vide

      parte dell’uomo    a pelo d’acqua    parte nell’acqua

  udì e non udì    l’urlo muto dell’uomo    aggrappato al minuto

      all’ultimo vuoto    annaspare di braccia    prima del buio

sentì e non sentì    sigillarsi i polmoni    dell’uomo in acqua

      come spugna gelata    dentro il suo petto    di uomo a riva

   e scalciò via le scarpe    sbottonò la camicia    sfilò via la cintura

      e si tolse le braghe    si tolse le calze

saggiò con la punta

      dell’alluce l’acqua    ammazza è gelata

   stirò braccia e gambe    crocchiò le falangi    si piegò sui talloni

      guardò a destra e a sinistra    vide il bancone    tirato a lustro

vide l’omino    tutto un sorriso    dietro il bancone

      fece finta di niente    e si sedette    ordinò un caffettino

  e per favore    se è possibile anche    un bicchier d’acqua

      grazie

.

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Non incontro

Abbracciare l’uomo col cane
sul limitare di stazione di questo nostro
millesimo incontro non incontro

abbracciarlo e dirgli fratello
sei mortale! e lo sono anch’io!
ma guardami, non c’è spazio
per tutto questo tu fra queste braccia

e trattenere le lacrime che verranno
e il sorriso per esserci ritrovati
così lontani dall’Eden

ma brevemente: e poi lasciarlo
alla fretta celeste del cane
che tira l’uomo
che segue il cane

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Il funambolo

Guardatelo
come non odia

nonostante il suo peso
e il tifo contrario
anche se il vento
fa oscillare la corda tesa

non odia senza mani
non odia a testa in giù

vi sento sperare in coro
attenti
ora odia
e invece no

schivando le migliori
palline di mollica
sulle punte
sulle dita

leggero del vuoto d’odio
che si lascia alle spalle
state tranquilli
non lo scrive per voi

altri lo leggeranno

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Cioccolatina e una nuova amica

Fiaba della buonanotte del 1° maggio 2019.

Cioccolatina uscì in giardino e diede un calcio alla palla.
«Ahia», disse una voce.
Cioccolatina guardò a destra e a sinistra: nessuno. Diede un altro calcio alla palla.
«Ahia», disse di nuovo la voce.
Cioccolatina guardò avanti e indietro: nessuno. Diede un altro calcio alla palla.
«Ahia! E insomma!», disse la voce.
Cioccolatina guardò in alto e in basso e vide la palla. «Sei tu che hai parlato?» chiese.
«E chi, se no?» disse la palla.
«Come fai a parlare se non hai una bocca?» chiese Cioccolatina.
«Ci sono altre cose per parlare oltre alla bocca», disse la palla.
«E come fai a vedermi se non hai gli occhi?»
«Ci sono altre cose per vedere oltre agli occhi».
«E come fai a sentirmi se non hai le orecchie?»
«Ci sono altre cose per sentire oltre alle orecchie».
«OK», disse Cioccolatina. «Ti fa male se ti prendo a calci?»
«Secondo te?» disse la palla.
«Ma una palla è fatta per essere presa a calci».
«Una palla da calcio, forse. Io sono una palla da pallavolo».
«E quindi?»
«Mi devi lanciare con le mani».
Cioccolatina provò. La palla fece un risolino.
«Ti faccio il solletico?» chiese cioccolatina.
«Sì», disse la palla.
«Allora non possiamo giocare».
«Possiamo, se vuoi».
«Non mi piace se ridi quando ti lancio».
«Proviamo di nuovo».
Cioccolatina riprovò. La palla fece un altro risolino.
«Lo vedi? Non funziona», disse.
«Scusa», disse la palla.
«Se non possiamo giocare, possiamo però essere amiche», disse Cioccolatina. «Ti va un tè?»
«Molto volentieri».
«Ma riesci a berlo senza bocca?»
«Ci sono altre cose per bere…»
«…oltre alla bocca, lo so».
E così Cioccolatina e la palla si sedettero sulla panchina e sorseggiarono il tè preparato da Cioccolatina, chiacchierando del più e del meno.
La mamma si affacciò alla porta e le vide. «Stai bevendo il tè con la palla?» chiese.
«Sì», disse Cioccolatina. «Siamo diventate amiche».
«Ma la palla non è una persona».
«Si può essere amiche di altre oltre alle persone», disse Cioccolatina, e la mamma annuì soddisfatta.
Fu un pomeriggio molto piacevole.

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Foto di Kauré Martins.

Dio chiede della ragazza

«L’hai guardata?»

«Ero di fretta.
Treni scappavano
o erano sul punto di scappare.
Ho rallentato il passo.
Ho infilato una mano nel taschino.
Poi ho ricordato di aver speso
gli ultimi centesimi al discount.
E venti euro, no,
non era il caso di darglieli.
Ora dimmi, mio Signore:

fra le pecore o fra i capri?»

«Non hai risposto alla domanda.
Ti ho chiesto unicamente
se l’hai guardata».

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Immagine: Paul Chiorean

Cioccolatina e il Niente

Dopo molte variazioni sul tema “Cioccolatina e XY”, anche Emma comincia a essere a corto di idee. Ho cercato di suggerirle un’alternativa, ma si è incaponita su “Cioccolatina e il Niente”. Solo per dire che non è colpa mia.
Fiaba della buonanotte del 27 gennaio 2019.

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Cioccolatina incontrò il Niente. Guardare il Niente era come essere ciechi: non era né nero né grigio – non era proprio niente. Però faceva male agli occhi.
«Chi sei?» chiese Cioccolatina.
«Sono il Niente», disse il Niente.
«Ma come fai a esistere se non sei niente?»
«Esisto perché tu parli con me».
«Mi fai paura», disse Cioccolatina. E cercò il Tutto.
Il Tutto era una nuvola piena di cose. C’era proprio tutto dentro, tutte le cose dell’universo messe assieme, compresa Cioccolatina con la sua mamma e il suo papà, e perfino il Tutto stesso.
«Mi fai paura anche tu», disse Cioccolatina. Poi guardò meglio: «Dentro di te c’è anche il Niente?»
«No», disse il Tutto, «il Niente non esiste».
«Ma io l’ho incontrato e ci ho parlato».
«Esiste nel tuo ricordo perché stai ancora pensando a lui».
«Uffa», disse Cioccolatina. Non voleva pensare più né al Niente né al Tutto. Perciò chiese: «Nel Tutto per caso c’è anche una caramella Rossana?»
«Certo», disse il Tutto. «Ci sono tutte le caramelle Rossana del mondo, quelle che hai mangiato e quelle che devi ancora mangiare, e anche quelle che non sono per te».
«Ma ce n’è una per me, adesso?»
«Sì», disse il Tutto. E le diede una caramella. E cioccolatina la accettò, perché il Tutto non era uno sconosciuto, o almeno non del tutto.
E la caramella era proprio buona.

Serge Peyotl

Nierika, o le memorie del quinto soleNierika, o le memorie del quinto sole di Serge Pey • ★★★★☆

Ho conosciuto di persona Serge Pey e posso giurare che non è un cazzone. E visto che la sua poesia non falsifica, si può anche riuscire a leggere duecento pagine senza capire niente. Lo scopo non è capire ma vedere. Per qualche istante ce l’ho anche fatta. — Guido Q su Goodreads

La differenza tra lettura e vita

un soffio di umanitàUn soffio di umanità di Giuseppe Ragogna • ★★★★☆

Cronaca di un’esperienza presso le missioni comboniane in Kenya. Leggendolo ti dici che alla tua vita manca qualcosa che forse troveresti laggiù, e che perciò dovresti partire. Ti vergogni perché sai che non lo farai. — Guido Q su Goodreads

Un anno di Emma

«Papà, penso proprio di sposarti».
(14 gennaio)

«Perché mi fai gli occhi brutti?»
«Perché sono arrabbiata».
«E perché sei arrabbiata?»
«…»
«…»
«Te lo spiegherò quando sarai alto come lo zio Giovanni».
(10 febbraio)

«Vai a letto – No, no!
Vai a letto – No, no!
Vai a letto – No, no!», ecc., ad libitum.
(Ritornello della canzone della bambina che resta a casa con la mamma quando il suo papà va in Cile, composta da Emma ieri sera a cena).
(19 febbraio)

«Emma, tu chi voti?»
Emma, guardandomi malissimo: «Le PRINCIPESSE».
(20 febbraio)

«Papà, ti voglio benissimo».
«Anch’io ti voglio tanto, tanto bene».
«Io però ti voglio meno bene, perché tu hai detto troppo».
(10 marzo)

Guardando “Fantasia”: la Sesta di Beethoven, ultimo tempo. Papà Guido in modalità didascalica. «I greci pensavano che il sole si muovesse in un carro di fuoco, trainato da Apollo. Apollo era il dio del sole, della poesia e di tutte le arti».
Emma, perplessa: «Il pollo è da mangiare».
(10 marzo)

«Si è chiù la pòr… adesso si è apè la pòr…»
«Emma, fai i giochi di parole anche tu?»
«No, papà, questo è francese».
(22 aprile)

«Papà, guarda cosa mi sono messa per piacermi». Stringe un asciugamano attorno alle gambe. «La mia gonna probabile».
(5 maggio)

«Papà, mettiti la fascia di Wonder Woman… ecco, così: Wonder Uomo».
(15 maggio)

Ele: «O sole mio ♫»
Emma: «O sole tuo ♫»
(17 maggio)

«Ti darà da fare».
«Chi, Emma?»
«Alice. Ti darà da fare».
(31 maggio)

«Papà, sei una fóntine esauribile»
(21 luglio)

«Il libro di poesie della Alice si chiamerà “Poesie della cacca”»
«E il tuo, Emma?»
«“Piscina di cartoni”»
(31 luglio)

«Pocahontas abita nella giungla, quindi parla friulano».
(3 agosto)

Papà: «…è una poesia triste, perché il poeta Giovanni racconta di quando un uomo cattivo ha ucciso il suo papà… i suoi bambini lo aspettavano a casa e lui non è mai arrivato… aveva anche portato dei regali…»
Emma: «…»
Papà: «…»
Emma: «…ma alla fine i regali li hanno avuti?»
(7 settembre)

«Quei bambini stanno giocando con dei giochi da maschi».
«Non esistono giochi da maschi o giochi da femmine, esistono giochi che ti piacciono e giochi che non ti piacciono».
«A me non mi piacciono i giochi da maschi».
(9 settembre)

«Ti è piaciuta Venezia, Emma?»
«Sì».
«E che cosa ti è piaciuto più di tutto?»
«La bambola di Rapunzel».
Bene ma non benissimo.
(9 settembre)

I miti greci della buonanotte.
Emma: «Zeus è il mio preferito».
Papà: «Davvero?»
Emma: «Vorrei fare il suo lavoro».
Papà: «…»
Emma: «Lanciare fulmini».
(22 settembre)

I miti greci della buonanotte 2.
«Papà, vorrei che tu e la mamma prendeste me e la Alice e ci metteste la testa dentro un lago».
«?!?»
«Sì, e poi la pancia, le mani e le gambe. Così poi non ci può succedere niente di male».
«Come Achille?!»
«Tutte quante dentro un lago. Anche i talloni».
(23 settembre)

«Io ho amici che voi non conoscete» (Emma, sogghignando).
(31 ottobre)

Emma: «…e poi siamo andati a casa di Federico che aveva un-mi-liar-do-di-ca-ra-mel-le!»
Mamma: «Davvero? Un miliardo?»
Emma: «…mezzo miliardo».
(1° novembre)

Conversazioni reali a casa Cuparini.
«Emma, ti piacerebbe diventare il primo segretario generale dell’ONU donna?»
«NO! Voglio fare la PARRUCCHIERA!»
(5 novembre)

Radio: «Pizzoli, lo specialista italiano delle patate! ♫»
Emma: «Patate?… QUELLE patate?»
(14 dicembre)

Emma: «Niente giustifica niente».
Papà: «Niente giustifica niente?»
Emma: «Sì».
Papà: «E cosa vuol dire?»
Emma: «Non lo so»
(31 dicembre)

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E l’anno prossimo, anche Alice.

Sei cose che mi piacerebbe fare nel 2019

È il momento di fare i conti con le sette cose difficili che volevo provare a fare nel 2018.

  1. Inventare una lingua: 40%. Tutta nella mia testa, finora
  2. Finire il romanzo: it’s complicated. Diciamo che dopo averlo portato al 70% ed essermi accorto che non andava, ora sono arretrato al 20%. Ed è tutto soltanto progettato: devo ricominciare da pagina uno.
  3. Imparare a riciclare le capsule Bialetti separando caffè, plastica e alluminio: 100%. La scoperta di Cialde Friul ha messo fine a quella che era diventata un’orribile incombenza del sabato mattina. Ora il problema può dirsi risolto.
  4. Pubblicare tre articoli con i risultati di Astrocook: 67%, ad essere generosi. Ma c’è un sacco di lavoro da fare.
  5. Salire in cima a Cerro Armazones: 0%. Niente autorizzazione e soprattutto niente macchina, l’ultima volta che sono stato a Paranal.
  6. Essere un bravo papà. Lavori in corso.
  7. Avere un’altra bambina. 100%.

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Visto in questi termini, il 2018 è stato un anno da 5-. Potrei tentare di scusarmi dicendo che ho fatto altre cose difficili (leggere 55 libri; pubblicare un libro; diventare ricercatore a tempo indeterminato) ma non sarebbe elegante. Perciò rilancio, furbescamente, elencando sei cose ancora più difficili che mi piacerebbe fare nel 2019:

  1. Completare i propositi 1, 2 e 4 del 2018.
  2. Bandire la frase “adesso non ho tempo per giocare”.
  3. Finire di leggere Quaker faith & practice, fifth edition.
  4. Fare sette minuti di esercizio al giorno.
  5. Salire in cima al Corno di Fana.
  6. Spegnere sempre il telefono alle 21.

Tanti auguri a tutti.

Natale (in bianco)

Posso chiedere di essere felice?
È questo il modulo aggiornato?
A chi devo presentarlo?
L’ufficio è ancora aperto?

Quest’anno sono stato (selezionare una sola opzione)
buono/a
cattivo/a
è per caso uno scherzo?

Devo firmare col mio nome
o posso dare il nome di un altro?
(Che basti questa generosità sorniona
a salvarmi da me stesso?)

E questa nota sull’
obbligo di presentare un pegno
di peso almeno pari ad una metà del mondo
esattamente, entro quando?

Quanto felice poi?
Il conteggio è in minuti? Gradi Kelvin?
Percentuale sulla felicità campione di un bambino?
Bollini omaggio?

(Spero non la solita crosticina di sarcasmo
sopra il panettone diviso a fine pasto,
sorrisini al moscato,
battute che non piacciono)

Felice – prima ancora di definirlo?
E questo punto nero a fine riga:
va a finire lì tutto il male
che non riesco a scancellare?

E il foglio dall’altro lato è bianco?

< 4. fine

Selfie

«[…] Pare che l’inventore fosse mosso dal desiderio impossibile di rigustare il sapore di un certo biscotto come l’aveva gustato la prima volta a quattro anni. La realizzazione non arrivava a tanto: si limitava a registrare uno stato mentale e a riprodurlo a richiesta. Uno scanner non più grande di un comune tablet mappava la configurazione neuronale corrispondente a un certo sentimento e la inviava all’induttore, che grazie a due elettrodi applicati sulle tempie poteva ricrearla in qualsiasi momento nella testa del soggetto che l’aveva sperimentata. L’effetto ricordava una registrazione binaurale: la riproduzione era perfettamente tarata sulla modalità specifica con cui un certo utente provava un certo sentimento, e per questo “suonava” reale, molto più dei vari surrogati diffusi in precedenza; perfino più reale dei sentimenti evocati attraverso la musica e le immagini. La commozione era commozione e l’ansia ansia: non semplicemente il ricordo o la ricostruzione cosciente di uno stato mentale, ma la copia esatta della sensazione, così come la si era provata sotto il sensore dello scanner. Il successo fu immediato.
Poco importa che la copia non fosse davvero esatta e che anche il meccanismo di scansione-induzione soggiacesse al secondo principio della termodinamica. Vi fu chi tentò l’esperimento: scansionare un soggetto mentre provava il sentimento indotto da una precedente scansione, e iterare la procedura più volte, osservando l’accumularsi degli errori. Spesso dopo solo dieci passaggi il risultato soggettivo non ricordava neanche lontanamente al sentimento di partenza. Questo permise di spiegare, tra l’altro, perché alcuni sentimenti “semplici” (gioia, paura) mostrassero una maggiore resistenza alla riproduzione di sentimenti all’apparenza più “complessi” (come la nostalgia per un tramonto contemplato dal portico di una certa casa nel Connecticut). La nostalgia specifica restava grosso modo riconoscibile anche dopo molte iterazioni, mentre la gioia generica si stemperava presto in qualcosa di differente, qualcosa che a detta di chi l’aveva provato «non sembrava neppure un vero sentimento». Anche alla prima induzione, i sentimenti puri non erano mai del tutto identici a sé stessi, ed erano perciò meno sfruttabili a scopi pubblicitari. Qualcuno fece notare che i costituenti elementari sono sempre più sfuggenti del complesso macroscopico delle loro interazioni: una barra di ferro è più “reale” dei nuclei atomici e degli elettroni che la compongono. Come per ogni altra cosa, anche scendendo all’essenza dei sentimenti ci si imbatteva nel vuoto. (Pochi videro, almeno all’inizio, il rischio di poter riprodurre, poniamo, l’esaltazione provata al comizio di un politicante più facilmente che non l’amore per la giustizia o la libertà).
E il sistema aveva almeno un punto cieco: curiosamente, non era in grado di riprodurre il senso di attesa del Natale. Quello che – con Perry Como – tutti gli utenti erano in grado di descrivere con “it’s beginning to look a lot like Christmas” era un sentimento non solo estremamente variabile da individuo a individuo, ma fluttuante anche all’interno dello stesso cervello col passare del tempo. I tentativi di analisi delle componenti principali non produssero nessun risultato apprezzabile. Il misto di trepidazione, rigetto, desiderio, senso di colpa, speranza, noia anticipata, mistero, sgomento spirituale non si lasciava ridurre a ricetta. Gli utenti che provavano a indurselo, come una qualsiasi voglia di chinotto o senso di sicurezza, si ritrovavano immancabilmente con un pugno di mosche, incerti se per caso l’induttore non si fosse inceppato. Era ironico, ma proprio il Natale, che fino ad allora aveva servito tanto bene l’economia, si ribellava a quest’ultimo sfruttamento. […]»

< 3. continua >

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Immagine: Mary Raverat, Christmas Eve (1932). Da Plum leaves.

Un bouquet invernale

primo gelo: l’alba tocca la cima del monte Cavallo

alba di gelo: come fuma il catrame appena posato

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attraverso la nebbia
odo un chiù
del 2004

fari

strada fra i campi: soltanto la nebbia mi vede passare

fari in curva
casa disabitata
accesa. spenta

orsa

stretta dal gelo
l’altalena nel buio.
orsa maggiore.

Le figlie di babbo Natale

«Ma babbo Natale ha dei bambini?» 
«Agnese, siediti bene». 
«Io non ci credo che consegni tutti i regali da solo». 
«Molte questioni in ballo, a quanto pare. Andiamo per ordine. Agnese?» 
«Babbo Natale ha dei bambini?» 
«Certo». 
«Quanti?» 
«Due. Due bambine. Una di tre anni e mezzo, l’altra di sette e mezzo». 
«Come noi!» 
«Agnese, adesso tocca a me». 
«Prego, Ella». 
«Secondo me babbo Natale non può consegnare tutti i regali da solo». 
«Perché?» 
«Perché sono mille miliardi». 
«Giusta osservazione. Non ci avevo pensato». 
«Mamma, com’è che fa babbo Natale a consegnare tutti quei regali?» 
«Adesso vedrai che il papà te lo spiega». 
«E come si chiamano le sue bambine?» 
«Emma e Alice, mi pare». 
«Èlis?» 
«È “Alice” in inglese». 
«Babbo Natale parla in ininglese?» 
«Agnese, avevo chiesto prima io». 
«Più gentile, Ella. E tu, Agnese, siediti bene. Il papà risponde a tutte e due, ma intanto dovete mangiare quello che avete nel piatto». 
«Come si dice Agnese in ininglese?» 
«Allora, papà?» 
«Sto masticando. Glom. È ovvio che babbo Natale non può fare tutto da solo». 
«Ma lo aiutano le sue bambine. E la sua moglie». 
«Babbo Natale non ha una moglie». 
«Sì che ce l’ha». 
«E come si chiama?» 
«Agnese! Uffa!» 
«Non mi ricordo come si chiama. Comunque, anche se lo aiutano la moglie e le figlie, lo stesso non basta». 
«Lo dicevo io». 
«Ci sono gli elfi, vero papà?» 
«Certo, ci sono gli elfi, ma penso che Ella non fosse tanto interessata a come i pacchi vengono preparati… il problema era come portarli in tutte le case del mondo, giusto?» 
«Non può farcela in una notte. Neanche andando alla velocità della luce». 
«È vero». 
«Ma lui è magico». 
«Agnese, non in piedi sulla sedia, te l’ho detto mille volte». 
«Anche se è magico non può farlo». 
«Sì che può farlo». 
«No». 
«Sì». 
«Bambine, state calme. Forse può anche farlo, ma non vuole». 
«Non vuole?» 
«Se è per quello, con la magia basterebbe schioccare le dita e tutti i regali andrebbero da soli a destinazione. Babbo Natale non dovrebbe neanche uscire di casa. Ma che gusto c’è a fare le cose così?» 
«Io lo farei». 
«Be’, lui no». 
«Perché è stupido». 
«Ella! Che parole sono?» 
«Non è stupido. Ma a stare sempre a casa si annoia. E poi gli piace correre il rischio di farsi scoprire dai bambini». 
«Ma va’!» 
«Certo, è così». 
«E come si chiamano le sue bambine?» 
«Te l’ho già detto: Emma e Agnes». 
«Agnes?» 
«Volevo dire Alice». 
«Babbo Natale non vuole farsi scoprire dai bambini. Anzi, i bambini non devono vederlo per nessun motivo». 
«Oh, i bambini possono vederlo eccome». 
«Io non l’ho mai visto». 
«Ne sei proprio sicura, Ella?» 
«Ho visto i babbi Natali finti del Carrefour, non ho mai visto il babbo Natale vero». 
«Forse non l’hai riconosciuto. Ti dico io come fa: comincia il giro già il primo di dicembre, e lavora senza fermarsi fino alla vigilia. Ha una scaletta ben precisa. Deve comunque fare in fretta, perché le case del mondo sono tante, ma un po’ alla volta riesce a portare i regali dappertutto. E li consegna alle mamme e ai papà, che li nascondono nell’armadio e li tirano fuori solo la notte di Natale». 
«Perché mi racconti questa cosa?» 
«Perché me l’hai chiesta». 
«Ma non devi tenere il segreto?» 
«Non è un segreto. Babbo Natale è contento che si sappia che lui non entra nelle case come un ladro. Lavora in pieno giorno». 
«E la gente non lo vede?» 
«Lo vede eccome». 
«E la slitta?» 
«Quella la tira fuori alla vigilia, per far scena. Di solito gira in camion». 
«Babbo Natale ha un camion?» 
«Grande come il tuo, papà?» 
«Sì». 
«C’è qualcosa che non torna». 
«Eppure è la verità. Babbo Natale lavora sodo. Il mese di dicembre è terribile, per lui. Ma gli piace farlo, perché sa che poi i bambini sono contenti. E se ne incontra uno, gli fa l’occhiolino». 
«E il bambino non se ne accorge?» 
«Sì, ma non capisce che è babbo Natale». 
«Non vede la barba? Il pancione?» 
«Il pancione è un cuscino. Lo usa solo nelle grandi occasioni. E la barba se la taglia corta corta, così non si nota». 
«Ma poi a Natale gli cresce di nuovo lunga, vero papà?» 
«Sì». 
«E prende la slitta». 
«Sì». 
«Non sono convinta». 
«Sempre scettica, eh, Ella? Che ne dici di finire di mangiare?» 
«Come hai detto che si chiamano le sue bambine?» 
«Ella e Alice». 
«Ella?» 
«Emma. Intendevo Emma». 
«Su, ora mangiate, tutte e due». 
«Ma loro lo sanno?» 
«Chi, Agnese?» 
«Le bambine. Lo sanno che il loro papà è babbo Natale?» 
Blink.

(E quest’anno sarà particolarmente dura, perché Agnese ha la recita della scuola materna – la sua prima recita – il venti dicembre, un giovedì mattina, e Nicola Santi già lo sa che sarà chissà dove per le consegne, quel giorno, e che non può assolutamente prendersi un permesso – da quando hanno introdotto il servizio Prime davvero non si vive più – ma per lo meno è un lavoro sicuro, e di questi tempi – e in ogni caso dovrebbe riuscire a tornare per la vigilia, in tempo per mettersi il vestito d’ordinanza e rispettare la tradizione. 
Domattina alle sei darà un bacio alle bimbe ancora addormentate prima di uscire di casa. Si passerà una mano sul mento davanti allo specchio, dopo essersi lavato i denti, e scoprirà un ciuffo di barba bianca. Non grigia, bianca davvero). 

< 2. continua >

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Parabola della brava gente

«Un uomo scendeva da piazza San Giacomo verso largo Barriera, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a calci e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un onesto cittadino; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. Anche un cattolico passò per quella strada; lo vide, si fece un segno di croce e proseguì. Invece un senegalese, che vendeva libri e braccialetti, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli andò vicino, sciacquò le sue ferite e le tamponò con un Kleenex. Poi se lo caricò in spalla, lo portò all’Ospedale Maggiore e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tornò in ospedale per informarsi e trovò due carabinieri. L’uomo disse: “Ho il permesso di soggiorno umanitario”. I carabinieri risposero: “È stato approvato il decreto sicurezza”, e lo portarono via. Quel giorno nessuno fu il prossimo di nessun altro».

1. continua >

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