Un anno di Emma

«Papà, penso proprio di sposarti».
(14 gennaio)

«Perché mi fai gli occhi brutti?»
«Perché sono arrabbiata».
«E perché sei arrabbiata?»
«…»
«…»
«Te lo spiegherò quando sarai alto come lo zio Giovanni».
(10 febbraio)

«Vai a letto – No, no!
Vai a letto – No, no!
Vai a letto – No, no!», ecc., ad libitum.
(Ritornello della canzone della bambina che resta a casa con la mamma quando il suo papà va in Cile, composta da Emma ieri sera a cena).
(19 febbraio)

«Emma, tu chi voti?»
Emma, guardandomi malissimo: «Le PRINCIPESSE».
(20 febbraio)

«Papà, ti voglio benissimo».
«Anch’io ti voglio tanto, tanto bene».
«Io però ti voglio meno bene, perché tu hai detto troppo».
(10 marzo)

Guardando “Fantasia”: la Sesta di Beethoven, ultimo tempo. Papà Guido in modalità didascalica. «I greci pensavano che il sole si muovesse in un carro di fuoco, trainato da Apollo. Apollo era il dio del sole, della poesia e di tutte le arti».
Emma, perplessa: «Il pollo è da mangiare».
(10 marzo)

«Si è chiù la pòr… adesso si è apè la pòr…»
«Emma, fai i giochi di parole anche tu?»
«No, papà, questo è francese».
(22 aprile)

«Papà, guarda cosa mi sono messa per piacermi». Stringe un asciugamano attorno alle gambe. «La mia gonna probabile».
(5 maggio)

«Papà, mettiti la fascia di Wonder Woman… ecco, così: Wonder Uomo».
(15 maggio)

Ele: «O sole mio ♫»
Emma: «O sole tuo ♫»
(17 maggio)

«Ti darà da fare».
«Chi, Emma?»
«Alice. Ti darà da fare».
(31 maggio)

«Papà, sei una fóntine esauribile»
(21 luglio)

«Il libro di poesie della Alice si chiamerà “Poesie della cacca”»
«E il tuo, Emma?»
«“Piscina di cartoni”»
(31 luglio)

«Pocahontas abita nella giungla, quindi parla friulano».
(3 agosto)

Papà: «…è una poesia triste, perché il poeta Giovanni racconta di quando un uomo cattivo ha ucciso il suo papà… i suoi bambini lo aspettavano a casa e lui non è mai arrivato… aveva anche portato dei regali…»
Emma: «…»
Papà: «…»
Emma: «…ma alla fine i regali li hanno avuti?»
(7 settembre)

«Quei bambini stanno giocando con dei giochi da maschi».
«Non esistono giochi da maschi o giochi da femmine, esistono giochi che ti piacciono e giochi che non ti piacciono».
«A me non mi piacciono i giochi da maschi».
(9 settembre)

«Ti è piaciuta Venezia, Emma?»
«Sì».
«E che cosa ti è piaciuto più di tutto?»
«La bambola di Rapunzel».
Bene ma non benissimo.
(9 settembre)

I miti greci della buonanotte.
Emma: «Zeus è il mio preferito».
Papà: «Davvero?»
Emma: «Vorrei fare il suo lavoro».
Papà: «…»
Emma: «Lanciare fulmini».
(22 settembre)

I miti greci della buonanotte 2.
«Papà, vorrei che tu e la mamma prendeste me e la Alice e ci metteste la testa dentro un lago».
«?!?»
«Sì, e poi la pancia, le mani e le gambe. Così poi non ci può succedere niente di male».
«Come Achille?!»
«Tutte quante dentro un lago. Anche i talloni».
(23 settembre)

«Io ho amici che voi non conoscete» (Emma, sogghignando).
(31 ottobre)

Emma: «…e poi siamo andati a casa di Federico che aveva un-mi-liar-do-di-ca-ra-mel-le!»
Mamma: «Davvero? Un miliardo?»
Emma: «…mezzo miliardo».
(1° novembre)

Conversazioni reali a casa Cuparini.
«Emma, ti piacerebbe diventare il primo segretario generale dell’ONU donna?»
«NO! Voglio fare la PARRUCCHIERA!»
(5 novembre)

Radio: «Pizzoli, lo specialista italiano delle patate! ♫»
Emma: «Patate?… QUELLE patate?»
(14 dicembre)

Emma: «Niente giustifica niente».
Papà: «Niente giustifica niente?»
Emma: «Sì».
Papà: «E cosa vuol dire?»
Emma: «Non lo so»
(31 dicembre)

1

E l’anno prossimo, anche Alice.

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Sei cose che mi piacerebbe fare nel 2019

È il momento di fare i conti con le sette cose difficili che volevo provare a fare nel 2018.

  1. Inventare una lingua: 40%. Tutta nella mia testa, finora
  2. Finire il romanzo: it’s complicated. Diciamo che dopo averlo portato al 70% ed essermi accorto che non andava, ora sono arretrato al 20%. Ed è tutto soltanto progettato: devo ricominciare da pagina uno.
  3. Imparare a riciclare le capsule Bialetti separando caffè, plastica e alluminio: 100%. La scoperta di Cialde Friul ha messo fine a quella che era diventata un’orribile incombenza del sabato mattina. Ora il problema può dirsi risolto.
  4. Pubblicare tre articoli con i risultati di Astrocook: 67%, ad essere generosi. Ma c’è un sacco di lavoro da fare.
  5. Salire in cima a Cerro Armazones: 0%. Niente autorizzazione e soprattutto niente macchina, l’ultima volta che sono stato a Paranal.
  6. Essere un bravo papà. Lavori in corso.
  7. Avere un’altra bambina. 100%.

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Visto in questi termini, il 2018 è stato un anno da 5-. Potrei tentare di scusarmi dicendo che ho fatto altre cose difficili (leggere 55 libri; pubblicare un libro; diventare ricercatore a tempo indeterminato) ma non sarebbe elegante. Perciò rilancio, furbescamente, elencando sei cose ancora più difficili che mi piacerebbe fare nel 2019:

  1. Completare i propositi 1, 2 e 4 del 2018.
  2. Bandire la frase “adesso non ho tempo per giocare”.
  3. Finire di leggere Quaker faith & practice, fifth edition.
  4. Fare sette minuti di esercizio al giorno.
  5. Salire in cima al Corno di Fana.
  6. Spegnere sempre il telefono alle 21.

Tanti auguri a tutti.

Natale (in bianco)

Posso chiedere di essere felice?
È questo il modulo aggiornato?
A chi devo presentarlo?
L’ufficio è ancora aperto?

Quest’anno sono stato (selezionare una sola opzione)
buono/a
cattivo/a
è per caso uno scherzo?

Devo firmare col mio nome
o posso dare il nome di un altro?
(Che basti questa generosità sorniona
a salvarmi da me stesso?)

E questa nota sull’
obbligo di presentare un pegno
di peso almeno pari ad una metà del mondo
esattamente, entro quando?

Quanto felice poi?
Il conteggio è in minuti? Gradi Kelvin?
Percentuale sulla felicità campione di un bambino?
Bollini omaggio?

(Spero non la solita crosticina di sarcasmo
sopra il panettone diviso a fine pasto,
sorrisini al moscato,
battute che non piacciono)

Felice – prima ancora di definirlo?
E questo punto nero a fine riga:
va a finire lì tutto il male
che non riesco a scancellare?

E il foglio dall’altro lato è bianco?

< 4. fine

Selfie

«[…] Pare che l’inventore fosse mosso dal desiderio impossibile di rigustare il sapore di un certo biscotto come l’aveva gustato la prima volta a quattro anni. La realizzazione non arrivava a tanto: si limitava a registrare uno stato mentale e a riprodurlo a richiesta. Uno scanner non più grande di un comune tablet mappava la configurazione neuronale corrispondente a un certo sentimento e la inviava all’induttore, che grazie a due elettrodi applicati sulle tempie poteva ricrearla in qualsiasi momento nella testa del soggetto che l’aveva sperimentata. L’effetto ricordava una registrazione binaurale: la riproduzione era perfettamente tarata sulla modalità specifica con cui un certo utente provava un certo sentimento, e per questo “suonava” reale, molto più dei vari surrogati diffusi in precedenza; perfino più reale dei sentimenti evocati attraverso la musica e le immagini. La commozione era commozione e l’ansia ansia: non semplicemente il ricordo o la ricostruzione cosciente di uno stato mentale, ma la copia esatta della sensazione, così come la si era provata sotto il sensore dello scanner. Il successo fu immediato.
Poco importa che la copia non fosse davvero esatta e che anche il meccanismo di scansione-induzione soggiacesse al secondo principio della termodinamica. Vi fu chi tentò l’esperimento: scansionare un soggetto mentre provava il sentimento indotto da una precedente scansione, e iterare la procedura più volte, osservando l’accumularsi degli errori. Spesso dopo solo dieci passaggi il risultato soggettivo non ricordava neanche lontanamente al sentimento di partenza. Questo permise di spiegare, tra l’altro, perché alcuni sentimenti “semplici” (gioia, paura) mostrassero una maggiore resistenza alla riproduzione di sentimenti all’apparenza più “complessi” (come la nostalgia per un tramonto contemplato dal portico di una certa casa nel Connecticut). La nostalgia specifica restava grosso modo riconoscibile anche dopo molte iterazioni, mentre la gioia generica si stemperava presto in qualcosa di differente, qualcosa che a detta di chi l’aveva provato «non sembrava neppure un vero sentimento». Anche alla prima induzione, i sentimenti puri non erano mai del tutto identici a sé stessi, ed erano perciò meno sfruttabili a scopi pubblicitari. Qualcuno fece notare che i costituenti elementari sono sempre più sfuggenti del complesso macroscopico delle loro interazioni: una barra di ferro è più “reale” dei nuclei atomici e degli elettroni che la compongono. Come per ogni altra cosa, anche scendendo all’essenza dei sentimenti ci si imbatteva nel vuoto. (Pochi videro, almeno all’inizio, il rischio di poter riprodurre, poniamo, l’esaltazione provata al comizio di un politicante più facilmente che non l’amore per la giustizia o la libertà).
E il sistema aveva almeno un punto cieco: curiosamente, non era in grado di riprodurre il senso di attesa del Natale. Quello che – con Perry Como – tutti gli utenti erano in grado di descrivere con “it’s beginning to look a lot like Christmas” era un sentimento non solo estremamente variabile da individuo a individuo, ma fluttuante anche all’interno dello stesso cervello col passare del tempo. I tentativi di analisi delle componenti principali non produssero nessun risultato apprezzabile. Il misto di trepidazione, rigetto, desiderio, senso di colpa, speranza, noia anticipata, mistero, sgomento spirituale non si lasciava ridurre a ricetta. Gli utenti che provavano a indurselo, come una qualsiasi voglia di chinotto o senso di sicurezza, si ritrovavano immancabilmente con un pugno di mosche, incerti se per caso l’induttore non si fosse inceppato. Era ironico, ma proprio il Natale, che fino ad allora aveva servito tanto bene l’economia, si ribellava a quest’ultimo sfruttamento. […]»

< 3. continua >

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Immagine: Mary Raverat, Christmas Eve (1932). Da Plum leaves.

Un bouquet invernale

primo gelo: l’alba tocca la cima del monte Cavallo

alba di gelo: come fuma il catrame appena posato

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attraverso la nebbia
odo un chiù
del 2004

fari

strada fra i campi: soltanto la nebbia mi vede passare

fari in curva
casa disabitata
accesa. spenta

orsa

stretta dal gelo
l’altalena nel buio.
orsa maggiore.

Le figlie di babbo Natale

«Ma babbo Natale ha dei bambini?» 
«Agnese, siediti bene». 
«Io non ci credo che consegni tutti i regali da solo». 
«Molte questioni in ballo, a quanto pare. Andiamo per ordine. Agnese?» 
«Babbo Natale ha dei bambini?» 
«Certo». 
«Quanti?» 
«Due. Due bambine. Una di tre anni e mezzo, l’altra di sette e mezzo». 
«Come noi!» 
«Agnese, adesso tocca a me». 
«Prego, Ella». 
«Secondo me babbo Natale non può consegnare tutti i regali da solo». 
«Perché?» 
«Perché sono mille miliardi». 
«Giusta osservazione. Non ci avevo pensato». 
«Mamma, com’è che fa babbo Natale a consegnare tutti quei regali?» 
«Adesso vedrai che il papà te lo spiega». 
«E come si chiamano le sue bambine?» 
«Emma e Alice, mi pare». 
«Èlis?» 
«È “Alice” in inglese». 
«Babbo Natale parla in ininglese?» 
«Agnese, avevo chiesto prima io». 
«Più gentile, Ella. E tu, Agnese, siediti bene. Il papà risponde a tutte e due, ma intanto dovete mangiare quello che avete nel piatto». 
«Come si dice Agnese in ininglese?» 
«Allora, papà?» 
«Sto masticando. Glom. È ovvio che babbo Natale non può fare tutto da solo». 
«Ma lo aiutano le sue bambine. E la sua moglie». 
«Babbo Natale non ha una moglie». 
«Sì che ce l’ha». 
«E come si chiama?» 
«Agnese! Uffa!» 
«Non mi ricordo come si chiama. Comunque, anche se lo aiutano la moglie e le figlie, lo stesso non basta». 
«Lo dicevo io». 
«Ci sono gli elfi, vero papà?» 
«Certo, ci sono gli elfi, ma penso che Ella non fosse tanto interessata a come i pacchi vengono preparati… il problema era come portarli in tutte le case del mondo, giusto?» 
«Non può farcela in una notte. Neanche andando alla velocità della luce». 
«È vero». 
«Ma lui è magico». 
«Agnese, non in piedi sulla sedia, te l’ho detto mille volte». 
«Anche se è magico non può farlo». 
«Sì che può farlo». 
«No». 
«Sì». 
«Bambine, state calme. Forse può anche farlo, ma non vuole». 
«Non vuole?» 
«Se è per quello, con la magia basterebbe schioccare le dita e tutti i regali andrebbero da soli a destinazione. Babbo Natale non dovrebbe neanche uscire di casa. Ma che gusto c’è a fare le cose così?» 
«Io lo farei». 
«Be’, lui no». 
«Perché è stupido». 
«Ella! Che parole sono?» 
«Non è stupido. Ma a stare sempre a casa si annoia. E poi gli piace correre il rischio di farsi scoprire dai bambini». 
«Ma va’!» 
«Certo, è così». 
«E come si chiamano le sue bambine?» 
«Te l’ho già detto: Emma e Agnes». 
«Agnes?» 
«Volevo dire Alice». 
«Babbo Natale non vuole farsi scoprire dai bambini. Anzi, i bambini non devono vederlo per nessun motivo». 
«Oh, i bambini possono vederlo eccome». 
«Io non l’ho mai visto». 
«Ne sei proprio sicura, Ella?» 
«Ho visto i babbi Natali finti del Carrefour, non ho mai visto il babbo Natale vero». 
«Forse non l’hai riconosciuto. Ti dico io come fa: comincia il giro già il primo di dicembre, e lavora senza fermarsi fino alla vigilia. Ha una scaletta ben precisa. Deve comunque fare in fretta, perché le case del mondo sono tante, ma un po’ alla volta riesce a portare i regali dappertutto. E li consegna alle mamme e ai papà, che li nascondono nell’armadio e li tirano fuori solo la notte di Natale». 
«Perché mi racconti questa cosa?» 
«Perché me l’hai chiesta». 
«Ma non devi tenere il segreto?» 
«Non è un segreto. Babbo Natale è contento che si sappia che lui non entra nelle case come un ladro. Lavora in pieno giorno». 
«E la gente non lo vede?» 
«Lo vede eccome». 
«E la slitta?» 
«Quella la tira fuori alla vigilia, per far scena. Di solito gira in camion». 
«Babbo Natale ha un camion?» 
«Grande come il tuo, papà?» 
«Sì». 
«C’è qualcosa che non torna». 
«Eppure è la verità. Babbo Natale lavora sodo. Il mese di dicembre è terribile, per lui. Ma gli piace farlo, perché sa che poi i bambini sono contenti. E se ne incontra uno, gli fa l’occhiolino». 
«E il bambino non se ne accorge?» 
«Sì, ma non capisce che è babbo Natale». 
«Non vede la barba? Il pancione?» 
«Il pancione è un cuscino. Lo usa solo nelle grandi occasioni. E la barba se la taglia corta corta, così non si nota». 
«Ma poi a Natale gli cresce di nuovo lunga, vero papà?» 
«Sì». 
«E prende la slitta». 
«Sì». 
«Non sono convinta». 
«Sempre scettica, eh, Ella? Che ne dici di finire di mangiare?» 
«Come hai detto che si chiamano le sue bambine?» 
«Ella e Alice». 
«Ella?» 
«Emma. Intendevo Emma». 
«Su, ora mangiate, tutte e due». 
«Ma loro lo sanno?» 
«Chi, Agnese?» 
«Le bambine. Lo sanno che il loro papà è babbo Natale?» 
Blink.

(E quest’anno sarà particolarmente dura, perché Agnese ha la recita della scuola materna – la sua prima recita – il venti dicembre, un giovedì mattina, e Nicola Santi già lo sa che sarà chissà dove per le consegne, quel giorno, e che non può assolutamente prendersi un permesso – da quando hanno introdotto il servizio Prime davvero non si vive più – ma per lo meno è un lavoro sicuro, e di questi tempi – e in ogni caso dovrebbe riuscire a tornare per la vigilia, in tempo per mettersi il vestito d’ordinanza e rispettare la tradizione. 
Domattina alle sei darà un bacio alle bimbe ancora addormentate prima di uscire di casa. Si passerà una mano sul mento davanti allo specchio, dopo essersi lavato i denti, e scoprirà un ciuffo di barba bianca. Non grigia, bianca davvero). 

< 2. continua >

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Parabola della brava gente

«Un uomo scendeva da piazza San Giacomo verso largo Barriera, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a calci e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un onesto cittadino; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. Anche un cattolico passò per quella strada; lo vide, si fece un segno di croce e proseguì. Invece un senegalese, che vendeva libri e braccialetti, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli andò vicino, sciacquò le sue ferite e le tamponò con un Kleenex. Poi se lo caricò in spalla, lo portò all’Ospedale Maggiore e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tornò in ospedale per informarsi e trovò due carabinieri. L’uomo disse: “Ho il permesso di soggiorno umanitario”. I carabinieri risposero: “È stato approvato il decreto sicurezza”, e lo portarono via. Quel giorno nessuno fu il prossimo di nessun altro».

1. continua >

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Una storia nuova

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Fiaba della buonanotte del 6 novembre 2018.

Cioccolatina era stufa delle solite storie di Emma e Alice. «Mamma, stasera ti racconto io una storia», disse.
«Va bene», disse la mamma. «Come si intitola?»
«“La nuova storia”».
«Sono tutta orecchi».
«C’era una volta una storia che andava da sola in giro per il mondo. “Raccontatemi”, diceva a tutti, “sono una storia nuova”. Ma nessuno la vedeva o la sentiva. E lei si sentiva piccola piccola e molto triste.
«Fece il giro di tutte le città e le campagne del mondo senza che nessuno si accorgesse di lei, finché arrivò sulla luna. E lì finalmente incontrò le idee.
«“Buongiorno”, disse un’idea, saltando fuori da dietro una roccia.
«“Riesci a vedermi?” chiese la storia nuova.
«“Certo”, rispose l’idea.
«“E a sentirmi, anche?”
«“Forte e chiaro”.
«“Sono una storia nuova”, disse la storia nuova.
«“Lo so”, rispose l’idea. Era un’idea curiosa e divertente, e disse: “sei una storia che parla di bambini”.
«“Davvero?”
«“Sì, di bambini capricciosi ma anche buoni”.
«La storia nuova fu molto contenta. Aveva imparato qualcosa che non sapeva.
«Continuò ad andare in giro per la luna e a incontrare nuove idee. E ogni idea le diceva la sua:
«“Parli di viaggi in posti lontani”, le disse un’idea avventurosa.
«”Parli di mostri e fantasmi”, le disse un’idea paurosa.
«“Parli di torte e biscotti”, le disse un’idea golosa.
«Questo perché la storia nuova era uno specchio, e rifletteva tutte le idee che incontrava.
«Felice di parlare di tante cose, la storia nuova tornò sulla terra piena di coraggio. E subito tutti la videro:
«“Che bella storia”, dissero. E si sedettero attorno a lei e ognuno cominciò a raccontarla al suo vicino.
«Solo che la storia nuova non parlava più di bambini, né di viaggi in posti lontani, né di mostri e fantasmi, né di torte e biscotti. Le cose che le idee avevano visto dentro di lei non si vedevano più. Si vedeva solo la storia, che era una storia nuova e parlava di cose che lei stessa non sarebbe riuscita ad immaginare».
«Fantastico», disse la mamma.
«Sì».
«E poi?»
«Poi niente. Se vuoi saperne di più, devi chiedere alla storia».
«Capisco».
«Io lo incontrata, sai?» disse Cioccolatina.
«E di cosa parlava?»
«Di torte e biscotti».
«Come aveva detto l’idea golosa».
«Sì, perché anch’io sono golosa»
Cioccolatina scese dal letto.
«Ehi, dove vai?»
«Mi è venuta fame».

Che barba

Fiaba della buonanotte del 6 ottobre 2018.

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«Papà, da quanto non ti tagli la barba?»
«Da tanto. Mi faresti una treccia?»
«Arriva fino a terra». Cioccolatina si intrufolò nella barba, che in effetti arrivava fino a terra e vista da dentro sembrava un bosco.
Mentre si faceva strada nel folto, Cioccolatina incontrò uno scoiattolo.
«Dove scappi?», disse.
«Lontano dall’orso».
«C’è un orso?»
«Sì, è proprio in fondo al bosco».
«Ma questo non è un bosco, è la barba del mio papà!»
«Sia quel che sia, io mi nascondo qui dietro», disse lo scoiattolo e scomparve dietro un cespo di peli che sembrava un albero.
Cammina cammina, senza riuscire a trovare il bandolo, Cioccolatina incappò in un coniglio.
«Anche tu scappi dall’orso?»
«Sì», disse il coniglio, «come fai a saperlo?»
«Vorrei proprio vederlo, quest’orso».
«Non si vede, si sente solo il suo bramito terribile».
«E dove?»
«In fondo al bosco».
«Anche tu con questa storia! Non è un bosco, è una barba»
«Sia quel che sia, io mi nascondo qui sopra», disse il coniglio e zompò su un groviglio di peli che sembrava un arbusto.
«Non c’è nessun orso», disse Cioccolatina riprendendo il cammino. Lo diceva per farsi coraggio, perché aveva in effetti cominciato a sentire un lontano bramito che ad ogni passo diventava più forte e spaventoso. «Non ho paura», insisté. E arrivata alla fine del bosco, pardon, della barba, trovò soltanto una bocca.
«Papà, è tua questa bocca?»
«Sì», disse la bocca del papà. Parlava normalmente, ma attraverso tutti quei peli la voce sembrava davvero il bramito di un orso.
«La situazione è grave», disse Cioccolatina. «Non riesco a farti una treccia. C’è troppa barba per un papà solo. Devi tagliarla».
«Hai ragione», disse il papà.
«Però gli animali non avranno più un posto dove nascondersi».
«Animali?», chiese il papà.
Cioccolatina balzò fuori dalla barba, grattandosi la pera. «È un bel problema», disse. Poi prese il papà per la mano e lo accompagnò in giardino. «La taglieremo qui», disse. «È possibile che cadendo per terra la barba metta radici».
«Buona idea», disse il papà, e insieme chiesero alla mamma se per favore poteva portare le forbici.
Tagliarono la barba con grande fatica. La barba si afflosciò al suolo e trovò subito dove attecchire. «Perfetto», disse Cioccolatina battendo le mani. «Lo scoiattolo e il coniglio saranno felici».
«Scoiattolo? Coniglio?», disse il papà.
Senza la barba sembrava più piccolo. Ma aveva ancora i capelli lunghi e incolti. «Non è che magari…», disse.
«Sìii?», fece Cioccolatina.
«…mi faresti una treccia sui capelli, invece che sulla barba?»
«Va bene, abbassati», disse la bimba. Il papà si abbassò e Cioccolatina infilò la testa fra i suoi capelli.
Dentro c’era un orso. Un orso vero, grosso e peloso.
«Ecché, ricominciamo da capo?», disse Cioccolatina. E tirò fuori la testa scocciata.
E disse al papà di andare dal barbiere, una buona volta.

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Il piccolo Cobalto

Ovvero: Cioccolatina va fra le stelle e incontra un elefante alato (titolo originale di Emma). Fiaba della buonanotte del  27 settembre 2018.

«Papà, ma le stelle sono uguali viste da tutti i lati?»
«Che cosa intendi?»
«Se mi sposto lontano lontano vedo le stesse figure?»
«Dipende da quanto lontano».
«Possiamo provare?»
«Soltanto con l’immaginazione», disse il papà. E Cioccolatina provò con l’immaginazione. Provò così bene che sia lei sia il papà si ritrovarono in tutt’un altro punto dello spazio.
«Come pensavo», disse Cioccolatina, «qui le stelle sono diverse».
«Ad esempio?»
«Ad esempio Pegaso non c’è più».
Ed era vero: la costellazione di Pegaso non era più riconoscibile. Al suo posto ce n’era un’altra che sembrava un piccolo elefantino alato.
«Voglio vederla meglio», disse Cioccolatina, e con l’immaginazione allungò il collo fino ad arrivare con la testa in mezzo alle stelle. Il papà la seguì allo stesso modo. I loro colli erano più lunghi della proboscide dell’elefante volante.
«Ciao elefante, perché piangi?», chiese Cioccolatina.
Sembrava davvero che l’elefante stesse piangendo. Attorno alle stelle che formavano gli occhi c’erano tante stelline più piccole che rilucevano come lacrime.
«Come ti chiami?», chiese ancora Cioccolatina.
L’elefante rispose: «Cobalto».
«Perché piangi, Cobalto?»
«Perché ho perso la mia mamma».
«La tua mamma è fatta di stelle?»
«Sì».
«E com’è?»
«Come me, ma più grande».
Cioccolatina si guardò attorno. Nel cielo non c’erano altre costellazioni a forma di elefante.
«Papà, tu vedi qualcosa?»
«No», disse il papà.
«Ho un’idea», disse Cioccolatina. «Forse dobbiamo cambiare angolazione di nuovo».
«Di nuovo?», disse il papà. Ma Cioccolatina si era già lanciata sullo scivolo dell’immaginazione ed era finita dall’altra parte della Galassia.
«Aspettami, non andare da sola» disse il papà.
«Guarda», disse Cioccolatina indicando di fronte a sé. Nel cielo riluceva una gigantesca elefantessa alata. «È sicuramente la mamma di Cobalto», disse la bimba, avvicinandosi.
«Cobalto?», disse l’elefantessa. «Qualcuno ha detto Cobalto?»
«Sì, io», disse Cioccolatina.
«Conosci mio figlio?»
«L’ho incontrato stasera. Ti sta cercando».
«Anch’io lo sto cercando», disse l’elefantessa con una voce molto triste. «Le stelle si sono spostate e ci siamo persi di vista».
«È tutta una questione di angolazione», spiegò Cioccolatina.
«Puoi portarmi da mio figlio?»
«Credo di sì, signora… signora come?»
«Gemma».
«Signora Gemma. Gemma e Cobalto, che fantasia», disse il papà.
«Dobbiamo soltanto andare laggiù e vedrai che ritroverai tuo figlio», disse Cioccolatina a mamma Gemma.
«Ma come faccio a muovermi? Sono fatta di stelle».
Era un problema, in effetti. «Come possiamo fare, papà?»
«Basta aspettare», disse il papà. «Col tempo tutte le stelle si spostano, e forse può capitare che le stelle di mamma Gemma finiscano nel posto giusto per…»
«Non ho voglia di aspettare», disse Cioccolatina. E con l’immaginazione fece andare avanti il tempo di tutta la Galassia. Le stelle cominciarono a girare in tondo, disordinatamente. Ci volle un po’ perché Cioccolatina riuscisse a far comparire Cobalto dalla prospettiva caotica di tante luci in movimento.
«Cobalto, sei tu?» disse mamma Gemma. Il piccolo elefantino barrì.
«State attenti a non perdervi di nuovo», disse Cioccolatina.
«Promesso», disse Cobalto.
«Grazie infinite», disse mamma Gemma.
E Cioccolatina fu molto soddisfatta. «Ancora una volta ho sistemato le cose».
«Non del tutto», gli fece notare il papà. «Hai fatto andare avanti il tempo e ora siamo nel futuro».
«Userò l’immaginazione un’altra volta», disse Cioccolatina facendo spallucce.
E con l’immaginazione tornarono al giorno in cui erano partiti. Arrivarono perfino in tempo per la cena.

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Immagine: Nebulosa Proboscide vdB 142 (in IC 1396). Foto di Stephanh, da Wikipedia.

Cioccolatina e la casa volante

Fiaba della buonanotte del 25 settembre 2018. Il titolo è di Emma.

Nel dormiveglia, Cioccolatina si sentiva sbattere da tutte le parti, finché non cadde dal letto e si svegliò. Il pavimento andava su e giù. Fuori dalla finestra non si vedeva più il prato e l’albero di sempre, ma soltanto il cielo.
«Mamma, papà, cosa succede?»
«Ben svegliata, Cioccolatina», disse la mamma. «La nostra casa sta volando».
«Ed è normale?»
«Sì».
«Non ho mai visto una casa volare».
«Di solito stanno ferme al loro posto, ma un giorno all’anno si alzano tutte in volo e vanno ciascuna a cercare il suo principe e la sua principessa».
«Con noi dentro?»
La casa sbatacchiava anche la mamma e il papà a destra e a sinistra. Si faceva fatica a stare in piedi.
«È divertente, se la prendi per il verso giusto», disse il papà.
«Ma come fa a volare?»
«Le spuntano due alucce per l’occasione».
Cioccolatina guardò dalla finestra ed effettivamente la casa aveva due ali leggere che spuntavano dal tetto. Planava a gran velocità e poi riprendeva quota con grazia.
«Speriamo che trovi presto il suo principe», disse Cioccolatina.
«Sì», disse la mamma.
«E speriamo che sia bello».
«Essendo un principe-casa, è più importante che sia accogliente», disse il papà.
«Basta che piaccia alla nostra casa», disse la mamma.
«Cosa succederà quando lo troverà?» chiese Cioccolatina.
La mamma non fece in tempo a rispondere che la casa cominciò a girare su sé stessa come una trottola, salendo sempre più in alto.
«Eccolo».
«Ha trovato il principe?»
Cioccolatina vide dalla finestra una casa azzurra con quattro finestre, molto bella, che volteggiava a sua volta. Sembrava che le due case, la sua e quella azzurra, ballassero insieme. A un certo punto si inclinarono così tanto che Cioccolatina finì fuori dalla finestra. Il papà la prese per la mano, ma anche lui fu sbalzato fuori dalla finestra. Per fortuna la mamma prese la mano del papà e tutti e tre, formando una catena, riuscirono a mettersi in salvo.
«Uffa, basta», disse Cioccolatina.
«Abbi pazienza», disse la mamma. «È la loro danza d’amore».
Alla fine le due case si calmarono e atterrarono dolcemente su un prato verde vicino a un fiume.
«Ma questo non è il posto della nostra casa», disse Cioccolatina.
«Ci siamo spostati di qualche centinaio di metri», disse il papà, affacciandosi alla porta. «Succede spesso».
Per fortuna la porta non era rivolta dal lato del fiume, e Cioccolatina poté uscire sul prato con la mamma e il papà.
Le ali della casa si erano afflosciate. Mentre ancora le stavano guardando, si sciolsero sull’erba come una specie di rugiada. Cioccolatina urlò per la sorpresa.
«Allora, ti è piaciuta la giornata delle case volanti?» chiese la mamma.
«Sono stanca», disse Cioccolatina sbuffando. E andò a letto che il cielo era ancora chiaro.

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Immagine: René Magritte, Il telescopio (1963).

“Il rigo tra i rami del sambuco”, di Emilia Barbato

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 di Cupido cupid

L’equazione attorno a cui è costruito il nuovo libro di Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive 2018), è di una semplicità lampante:

corpo = terra.

Dovremmo anzi scrivere

corpo ⇄ terra,

perché il mondo di Barbato non è quello di Parmenide ma quello di Eraclito: un flusso continuo di immagini e percezioni. In queste pagine il piano di lettura è duplice: a un livello immediato il corpo è quello della madre, aggredita dalla malattia, mentre la terra è la “terra dei fuochi” di cui tutti conosciamo lo strazio. Ma il dato specifico è solo un exemplum: il corpo è qualsiasi corpo malato, la terra qualsiasi terra (forse addirittura l’intera Terra) martoriata. È in questo riflesso che la biografia diventa poesia. Leggiamo:

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

**

Ha freddo!

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Cioccolatina e i greci

Fiaba della buonanotte del 22 settembre 2018. Per chi non lo sapesse, Cioccolatina è una bambina un po’ dolce un po’ piccantina, come una cioccolata al peperoncino.

Cioccolatina andò a trovare i greci. Siccome erano tanti, disse: «Siete tanti, greci, non posso parlare con tutti. Parlerò con il più importante, Zeus».
«Bene», dissero i greci.
«Sapete dirmi dove abita Zeus?»
«Sull’Olimpo».
«E dov’è l’Olimpo?»
«Lì», dissero i greci, indicando tutti verso il monte Olimpo.
«Molto organizzati», disse Cioccolatina. «Sembrate giapponesi». E si incamminò nella direzione indicata dai greci.
E camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, camminò, cammisì, camminò, cammisì, camminò, cammisì, camminò, cammisì, cammiforse.
E poi camminòcamminòcamminòcamminòcaminòcaminòcaminòca… chi è minòca?
E insomma camminò e camminò. E arrivò in cima all’Olimpo.
«Che freddo», disse. «Avrei bisogno di un fuoco per scaldarmi».
«Ecco qua», disse un signore.
«E tu chi sei?»
«Prometeo. Se hai bisogno di un fuoco, devi rivolgerti a me. Ti prometeo che non ti deluderò».
«Grazie, Prometeo. Sai dirmi dove abita Zeus?»
«Là in fondo, ultima casa a destra. Troverai scritto “Zeus” sul campanello».
E Cioccolatina andò, e trovò scritto “Zeus” sul campanello, come le aveva detto Prometeo. Ma non era un campanello come i nostri, era un vero campanello con una cordicella, e tirando la cordicella si sentiva una musica così dolce che neanche Orfeo sarebbe riuscito a imitarla.
«Chi è che suona alla mia porta?», disse un vocione da dentro la casa.
«Io», disse Cioccolatina.
«Io chi?», disse Zeus, affacciandosi alla porta.
«Io, Cioccolatina».
«Cioccola-che?»
«Cioccolatina. Come una piccola cioccolata».
«Cos’è la cioccolata?»
«Davvero non lo sai?»
«No».
«È una roba marrone, dolce dolce, buonissima».
«Mai vista da queste parti».
«Capisco. Viene dall’America».
«Ameri-che?»
«Non conosci neanche l’America? È un posto lontano lontano».
«Al di là delle colonne d’Ercole?»
«Forse».
«Non c’è niente al di là delle colonne d’Ercole».
«OK, non voglio discutere, sei tu il padre degli dei», disse Cioccolatina. «In realtà sono venuta qui per un altro motivo. Sono una tua fan».
«Oh oh, davvero? Sei una ragazza davvero intelligente, allora».
«Mi piacerebbe imparare il tuo mestiere. Puoi insegnarmi?»
«Scagliare fulmini?»
«Sì».
«Te lo lascio fare volentieri, se ci tieni. Magari cominciamo un mese in prova, e se va tutto bene, ti faccio un contratto a tempo indetermina–»
«Sono una bambina, non voglio lavorare. Voglio solo lanciare qualche fulmine per passare il pomeriggio…»
«È già pomeriggio? Quando si è immortali il tempo vola».
«Potresti far scoppiare un temporale da qualche parte?»
«Mmh», disse Zeus, grattandosi la pera. «Ma sì, dai. C’è un angoletto laggiù in Beozia dove non piove da un pezzo. Un po’ d’acqua farà piacere ai contadini».
Detto fatto, scoppiò un temporale sopra la Beozia.
«Posso lanciare il fulmine?», disse Cioccolatina.
«Aspetta», disse Zeus.
«Adesso?»
«Aspetta».
«Adesso?»
«Ti ho detto di aspettare».
Cioccolatina sbuffò.
«Ecco, adesso è il momento giusto», disse Zeus. «Lancialo lì, su quel prato».
Cioccolatina prese il fulmine e lo sollevò, ma era molto pesante e le sfuggì dalle mani prima che potesse prendere la mira.
«Per Giove», disse Zeus, «L’hai lanciato contro quella casa!»
«Ti prego, fa’ qualcosa», disse Cioccolatina.
Zeus lanciò un secondo fulmine contro il primo e riuscì a colpirlo a mezz’aria, facendogli cambiare direzione. I due fulmini si schiantarono uno dietro l’altro in mezzo al prato.
Due signori uscirono dalla casa e dissero: «Però, due fulmini uno dietro l’altro! Zeus dev’essere proprio arrabbiato!»

zeus

«Non sono arrabbiato», disse un vocione attraverso le nuvole. «Sto insegnando il mestiere a Cioccolatina».
«Cioccola-che?», disse il primo signore.
«Cioccolatina. Viene dall’America», disse Zeus.
«Ameri-che?», disse il secondo signore.
«Quanta ignoranza», disse Zeus. «L’America è un posto al di là delle colonne d’Ercole».
«Interessante», dissero i due signori. E siccome abitavano vicino al mare, presero una barca e dissero a tutti che andavano ad esplorare una nuova terra al di là delle colonne d’Ercole.
«Non c’è niente al di là delle colonne d’Ercole», dissero i greci. «Siete proprio due beoti».
«Per l’appunto», dissero i due signori della Beozia, e si allontanarono con la barca. Arrivarono in America e fondarono New York.
Cioccolatina invece tornò a casa perché lanciare fulmini le aveva fatto venire le braccia stanche.

Immagine: Andrea Maticevic.

Dittico del brutto tempo

Coscienza mai più sporca

Dopo che saranno usciti dalla similpelle umana che ancora li riveste,

dopo che avranno sdoganato per noi non soltanto
l’egoismo automatico
ma l’odio a cento ottani, odio extravergine,

dopo che avranno ridefinito a termini di legge il cittadino d.o.c.
e lo scarto di produzione,

dopo aver silurato l’ultimo scafo non solo a parole,

dopo che l’equazione parola = siluro avrà provato
l’equazione falso = vero
per protratta ripetizione,

dopo che la pece dell’inganno sarà percolata fino ai libri di scuola,

dopo che tutte le storie senza tessera di partito
ne saranno state sbattute fuori,

dopo che il fumo della coscienza attutita si sarà levato
dal suolo ancora una volta fertilizzato di corpi
quia pulvis sumus,

dopo che il nonancora sarà marcito in troppotardi,

non preoccupatevi, a quel punto
nessuno vi farà leggere
una poesia come questa.

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È ora di finirli


 hai perfettamente ragione la tortura a volte è necessaria ad esempio coi terroristi bisognerebbe strappargli le unghie dico io così vediamo se gli passa la voglia e poco importa se così viene a cadere un’importante distinzione fra noi e loro

NO
NO NON STO FACENDO IL SARCASTICO CHE COSA TI SALTA IN MENTE TI STO DANDO RAGIONE e non soltanto i terroristi ma anche i negri i culattoni e perché no anche i buonisti in fin dei conti i poliziotti devono fare il loro lavoro se si vuole fare ordine per il bene di tutti bisogna pur raccogliere la spazzatura e darle fuoco


anche i poeti ovviamente sempre intenti a contemplarsi l’ombelico è ora che qualcuno gli dia un motivo per piangere sul serio

NO
NO IO NO MA CHE DICI NON HO MAI SCRITTO UN VERSO IN VITA MIA non ne sono capace di andare a capo vedi ah ah ah è che quando parlo a cuore aperto non riesco proprio a fermarmi sono fatto così e comunque più che a parlare sono bravo a lavorare le mie mani sono fatte per la vanga

però
però adesso abbassa quella spranga

·

Immagine di Lars Kasper.

Dittico per Alice

Colichette

Ecco, questo è il dolore:
                                  ma niente paura:
                                                        presto passa

                                                                     e poi non ci sarà nessuno a ricordarlo

                                                                     non io che ora lo provo

                                                                     solo per interposto abbraccio

                                                                     non tu che non hai ancora
                                                                     in te abbastanza tu

                                                                     per sapere di provarlo

                                                                     e per chi era allora, e perché era?:
                                                                 questo,
                                 per me possiamo pure
continuare ad ignorarlo

Versione 2

A = A

Lo ammetto: quando ti guardo
non so che cosa davvero sto guardando

il che ci rende simili: e tu sei meglio simile,

erba di sottobosco
quando passano gambe
essendo accarezzata,
accarezzando:

ed in quel tocco, che cos’è che tanto
intensamente preme
per essere qualcosa:

oh, questo tuo sopratterrestre
non sapere di non saperlo.

Notturniamo

Venerdì 29 giugno a Notturni diversi #14 ci sarà un po’ meno universo del solito.

meno_universo

Chiunque voglia prender parte a questo strano fenomeno poetico-astrofisico non deve fare altro che presentarsi attorno attorno alle 21 al giardino del Palazzo Altan-Venanzio, che poi sarebbe la biblioteca di Portogruaro, davanti alla chiesa del Marconi, prima della “stretta” per chi arriva nel senso di marcia, insomma, avete Google Maps.

Rimarrà comunque abbastanza universo per sedersi (dettaglio da confermare) e per passare una piacevole serata in compagnia dei Benandanti del Porto e di Stefano Guglielmin, che ci accompagnerà alla scoperta del fenomeno. Non ci saranno soltanto i miei versi, grazie al cielo, ma anche la chitarra di Giulia Cupani, a punteggiare parole e silenzio. E le ZANZARE: ci saranno le zanzare, quindi premunitevi.

analog-art-beautiful-963486.jpg Ecco, magari non così tanto meno universo.

A chi rimane fino alla fine offro un giro di birre per festeggiare il duecentoventesimo compleanno di Giacomo Leopardi.

Oggi diciotto giugno dell’anno duemiladiciotto

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio

perso dentro quel ritmo penso al mio amico
ha un tumore al di sotto del cranio

perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico

lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.

Christian Tito. Artista, poeta, papà ed amico.

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Immagine: © Donatella D’Angelo 2017

Un contributo alla statistica

Ogni copia di Meno universo contiene:

  1. una poesia che parla di margherite;
  2. una poesia perfettamente rettangolare (e un’altra quasi);
  3. una poesia quantistica;
  4. una poesia di tre versi che però non è un haiku;
  5. due poesie sfacciatamente ambientate in Giappone;
  6. due poesie che parlano di poesia (scusate);
  7. due poesie che parlano di treni;
  8. due poesie sul mio lavoro;
  9. tre poesie di guerra;
  10. sei poesie di amore;
  11. dieci poesie sempre d’amore, ma di un altro tipo;
  12. svariati simboletti;
  13. troppi giochi di parole;
  14. zero punti fermi.

E tutto in meno di un centimetro di spessore!

spessore

Ecco, grazie, ora una foto di fronte, per favore.

meno_universo

La probabilità di ottenere Meno universo battendo lettere a caso su una tastiera è circa 10^{10^{4.445}}. Difficile riuscirci prima che tutte le stelle si spegnano e i buchi neri si mangino l’un l’altro e poi evaporino emettendo radiazione di Hawking e che insomma ci si ritrovi davvero con meno universo a disposizione (sempre che vada a finire così). Per gli impazienti ci sono altri metodi.

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Regalati anche tu il nuovo parallelepipedo di carta “Meno universo”© di Dot.com Press™!

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Stupisci i tuoi amici con un oggetto dal design unico, prodotto in edizione limitata secondo i dettami di una tradizione plurisecolare. Trentatré fogli variamente istoriati (su entrambi i lati!), rilegati in un cartoncino colorato che ne assicura la massima maneggevolezza e durabilità. Il peso e le dimensioni contenute lo rendono adatto a qualsiasi ripiano/mensola/zaino/borsa, ad es. per fare colpo su quel/la biondina/o di lettere con cui ci provi da mesi (si consiglia frase ad effetto tipo “conosci la post-post-avanguardia neo-intimista veneto-friulana di matrice pseudo-minimalista?”).

Risultato assicurato.

“Meno universo”© è pratico e versatile, atossico, non contiene allergeni, non rompe niente e poi non macchia. E si può anche leggere! Prezzo bloccato solo per questa settimana. Gli ordini vanno inoltrati direttamente a Dot.com Press o al sottoscritto. I primi dieci riceveranno una dedica personalizzata dell’autore. Fino a esaurimento parole.

unduetre
Uno studente fuori corso conta su quante biondine potrà fare colpo ordinando più copie di “Meno universo”©.

Avvertenza: “Meno universo”© contiene poesia contemporanea. Potrebbe avere effetti collaterali anche gravi. Leggere attentamente la prefazione e la nota di lettura. Non somministrare ai non bambini di qualsiasi età. In caso di malore, leggere Francesco Sole.

Santiago, Ubuntu café

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà (Mt 16,25)

Giorni che sento
che sto per nascere a me stesso
ancora, dopo breve gravidanza

Il mio parto è uscire a cercarmi per strada
chissà mai che stavolta
mi incontri

Che inciampi per caso il mio
passo nel mio passo
che a capo chino andando
non mi imbatta di testa
in me
rinato

·

Mi lamento con chi ha inventato
così malamente il pomeriggio

La tovaglietta di carta sul tavolo impagliato
mi invita a festeggiare
il mio non compleanno

Scoppi di risa a salve da dietro il banco

Il bulbo spento dondola appeso al filo
sotto il tocco di fata di una mosca

Cresce il volume della musica a nascondere
che un attimo c’è stato
e non era pronto

·

E come questa pagina, la città
è un tentativo ammirevole ma fallito
di dare alla felicità
una terza dimensione

È il piccione che scappa per un pelo
alla morte per arrotamento in pieno sole

È il randagio che autografa sul lampione
la sua domanda

perché ciò che è avvenuto all’infinito
debba avvenire ancora all’infinito

È il neonato che piange amaro
come l’unico
che ha capito

·

Ma ho finalmente
la lucidità di ammettere che non sono io
ad essere me

Soffro di moltiplicazione spontanea
che cancella la colpa
se anche il totale non torna

Eccomi laggiù che mi accompagno
sessantenne, al braccio, novantenne
a fare due passi nel parco

Ecco
un io al guinzaglio di me

Un altro io che ha trascorso ere
dietro queste imposte socchiuse
che pure ho visto oggi per la prima volta, dall’esterno

·

E infine mi riporto a casa
più leggero di due ore
che ho scalato dal conto

Anche voi, come me, cercate di non ricordare
che cos’era indossare le mani,
la sete,
sentirsi guadare di sbieco
dal sole australe, il tremore
plurale senza suono
di un pioppo osservato di lontano

In ossequio al dono del tempo
che mai è stato nostro

Per poter essere finalmente gli altri
rispettiamo assieme il patto

E guardate, per confondere le acque
lascio una monetina sul tavolo

Scendo lievemente
dal presente
all’imperfetto

ubuntu

Immagine: Crystal M..

Riflessi nell’acqua

Ho ripescato da un vecchio computer questa registrazione del 2005, che ho reso appena un po’ presentabile con Audacity (perdonate la scarsa qualità, era un registratore da tasca):

Posso dire con una certa sicurezza di non aver mai suonato Reflets dans l’eau meglio di così. Da un punto di vista pianistico è pieno di difetti, ma spero si senta almeno la passione. Forse qualcuno ricorda ancora quella sera di maggio, alla Casa dello Studente E3 di Trieste (la “Nuova”: si chiama ancora così?), quando c’è stato il secondo dei concerti di primavera del Gruppo Strumentale Universitario (questo non esiste più, temo) di cui ero nientemeno presidente. Io rammento bene la fifa e le birre, dopo. Uno dei tanti momenti che sempre rischiano, “come lacrime nella pioggia”, di non essere mai esistiti.
Almeno finché non riaccendi un vecchio computer.

Cent’anni con Claude Debussy, di Benedetto Lupo

Bello il Debussy di Benedetto Lupo (ieri sera al Teatro Verdi di Pordenone). Non sempre scintillante nel fraseggio, ma accuratissimo nel definire i colori e l’impasto di voci sovrapposte (Cloches à travers les feuilles, Dans le mouvement d’une «Sarabande», ecc.). Era il concerto che aspettavo da una vita: tutte le Images (comprese le notevolissime oubliées), e in più le Estampes e quella che ho scoperto essere considerata una “seconda Suite Bergamasque” (Masques, …d’un cahier d’esquisses…, L’isle joyeuse). Il tutto assai ben introdotto da Andrea Penna, che ha posto l’accento sul simbolismo del maestro (in luogo del più frequentemente contrabbandato impressionismo); l’invito agli ascoltatori era accordare la musica al proprio inventario di immagini e suggestioni, senza vincoli prestabiliti: e Dio sa se non ho anch’io il mio inventario di panorami associati a questi pezzi, ambientati perlopiù a Pordenone, fra il Don Bosco, il parco San Valentino e il parco San Carlo, più o meno diciotto anni fa (primavera memorabile: che ne stia nascendo proprio ora un’altra?). In realtà, più che affondare nelle immagini mi sono immerso nella contemplazione di una tecnica pianistica molto intelligente e meditata: Lupo ha analizzato il suo Debussy in ogni minimo dettaglio, sviscerandone tutte le sonorità, studiandone tutti gli armonici, e decidendo caso per caso se enfatizzarli con il pedale o limitarli con lo staccato, spesso in contraddizione con le pratiche consolidate; poi ha rimesso insieme tutti i pezzi, senza tuttavia avvolgerli l’uno all’altro in un flusso indistinto: le parti di ciascun lavoro erano ben delineate, con pause e corone forse non ineccepibili filologicamente ma artisticamente motivate. Debussy non è solo fiorire indiscriminato di immagini l’una dall’altra; Debussy è anche struttura, texture, organizzazione. Ho scoperto dopo un migliaio di ascolti che tutte queste suite sono in fondo delle Sonate – mascherate, trasfigurate, ma sempre fedeli alla sostanza del modello: primo tempo organizzato in esposizione, sviluppo e ripresa; secondo tempo lento e meditativo; terzo tempo a rondò, rapido e nevrotico, con tendenza al perpetuum mobile. Lo so, non è una gran scoperta, ma i Debussy che conoscevo (compreso quello di Benedetti Michelangeli) mi avevano finora prevenuto dall’apprezzarla appieno. Lupo dà il meglio nei secondi tempi, dove la cura del pedale è estrema, a produrre un ricco inviluppo di note, talvolta dissonante (Hommage à RameauEt la lune descende sur le temple qui fut) per poi risolverlo con uno stacco improvviso, giustificatissimo, che ne esplicita il senso. Non proprio perfetti Reflets dans l’eau e Mouvement, quest’ultimo preso forse troppo di corsa (specie la sezione centrale). Può darsi che ci fosse anche un po’ di stanchezza, visto che la serie era relegata alla fine della prima parte del concerto; fossi in lui avrei eseguito tutte le Images nella prima parte e le altre suite nella seconda, anche a costo di infrangere la successione cronologica. Al confronto, Cloches e anche Poissons d’or, all’inizio della seconda parte, mi sono apparsi molto più limpidi. Alla fine dell’Isle joyouse ho vissuto un autentico rapimento: il climax che porta alla ricomparsa del secondo tema – f, più f, ff – era perfetto, colmo di eccitazione frenetica: mi è parso addirittura che la mia vista zoomasse spontaneamente sulle sue mani, che il campo visivo si restringesse a un punto, subito prima del guizzo finale. Che esperienza. Qui si vede la sapienza di un esecutore vero, che predilige alla mera tecnica la profondità di lettura e la capacita di instaurare una tensione dinamica col pubblico. Bravo.

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Immagine: sito del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone.

Sacrificio

«I’m sorry but there are no radios».

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Dopo dieci notti di osservazioni, avevo proprio voglia di sentire i sassi del deserto crocchiare sotto i piedi. Il commissioning dello strumento era andato bene ma era stato sfiancante: la giornate di lavoro cominciavano alle cinque e finivano alle sette della mattina successiva, con una breve pausa per la cena (scendevamo di corsa dal telescopio alla residenza e risalivamo subito dopo esserci lavati i denti, in tempo per vedere il tramonto dalla piattaforma), e tutto il ritmo circadiano ne era stato scombussolato. Anche la dieta lasciava a desiderare. Avevo mangiato almeno mille fra noci, mandorle e chicchi di uva passa, pescandoli dai barattoli nella sala di controllo, mentre aspettavo di volta in volta i nuovi dati dallo strumento. L’aria secca mi aveva screpolato le labbra e le nocche. Il sonno stendeva sulla parte finale della notte una specie di nebbia: quando all’alba tornavo nel mio letto, il sole che trapelava dalle cortine nella mia stanza alla residenza aveva la malinconia delle occasioni non colte. La passeggiata era dunque una specie di sogno: progettata fin dall’arrivo sulla montagna per quando avessi finalmente avuto un attimo di tempo, l’ultimo giorno; compiuta una o due volte col pensiero, mentre salivo e scendevo dalla vetta, in macchina assieme ai colleghi, in mezzo alla desolazione di Atacama.
Ma ora non c’erano radio: le sei ricetrasmittenti disponibili erano state date tutte in prestito e non ne avanzava neanche una per me.
«I’m sorry, but it’s mandatory», aveva detto sorridendo l’impiegato alla reception. Ad Atacama ci si può perdere anche in pieno giorno, anche se le quattro cupole del telescopio sono perfettamente visibili da chilometri di distanza in tutte le direzioni.
E il sole calava: erano ormai le sei passate.
Al diavolo. Tornai in camera, indossai gli scarponi da montagna, infilai una bottiglia d’acqua in una tasca del giubbotto e uscii dalla porta finestra direttamente sul nulla. Ero curioso di vedere che cos’era l’oasi che si intravvedeva di fronte alla residenza, oltre i container di servizio e le officine, a forse un chilometro di distanza. Da lontano non si capiva bene; c’erano delle piante e una specie di recinto. Mi incamminai in quella direzione.
La strada asfaltata che attraversava il campo base si perdeva in uno sterrato dopo qualche centinaio di metri. Il sentiero era di un ocra appena più chiaro rispetto alle rocce circostanti. Non appena misi piede sulla nuda terra mi sentii esposto agli sguardi potenziali di chiunque: sapevo bene che il regolamento non permetteva di allontanarsi così, alla selvaggia, senza dire dove si andava e soprattutto senza la maledetta radio. Sentivo gli occhi inconsapevoli del tizio della reception fissi sulla mia nuca. E in più c’era il vento: una sottile brezza da nord, che giustificava il giubbotto e che sembrava impigliarmisi addosso, rivelando la mia presenza in modo tattile.
Ma ero fuori, finalmente. Ero in mezzo al deserto.
Perché ci tenevo tanto?
Avevo passato oltre una settimana a sanare le magagne del nuovo software di analisi, pazientemente costruito mattoncino su mattoncino nel corso di cinque anni. Nelle pause di inattività avevo smistato decine e decine di mail dal gruppo dei precari dell’ente, ciascuno con una propria visione sul problema delle assunzioni: molte le avevo cestinate senza neanche leggerle. Pensare al futuro del mio lavoro mi dava uno strano prurito alla schiena, in un punto dove non riuscivo a grattarmi. E poi c’era la scadenza dei termini per la domanda di abilitazione scientifica, che non avevo fatto a tempo a compilare. L’algoritmo di minimizzazione per stimare i parametri delle righe di assorbimento era troppo lento. La tensione accumulata mi aveva fatto saltare di colpo, proprio l’ultima notte: avevo mandato tutto in malora ed ero uscito scocciato sulla piattaforma, lasciando che gli altri lavorassero senza di me. Lo spettrografo osservava un quasar di diciassettesima magnitudine; ci avrebbe messo un’altra mezz’ora. Tempo per una boccata d’aria.
Fuori era buio come in bocca.
Due passi oltre la soglia l’universo sprofondava in un nulla minaccioso. Un organo sensoriale non ben definito mi avvertiva che davanti a me si ergeva la massa ciclopica di una delle quattro cupole, nera in fondo al nero: Bastava questo a togliermi il coraggio di avanzare. E poco più in là, da una parte e dall’altra, c’erano anche le altre tre: mostri con un solo occhio di otto metri e rotti di diametro, intenti a scrutare un cielo che i miei occhi poco abituati scorgevano appena.
A ripensarci, anche in pieno giorno l’atmosfera non era diversa. Il sole della sera era ancora abbastanza violento da abbacinare, e il cielo era un’unica caldera di luce, ma non per questo mi sentivo meno cieco: improvvisamente non c’erano più punti di riferimento a cui appigliarsi: le costruzioni umane scivolavano dietro le spalle, mentre la mia meta rimaneva una macchia indistinta all’orizzonte. Restava solo il vento, il suono dei sassi rossi sotto le scarpe, e quell’inspiegabile bisogno di andare.
Proseguii sul sentiero per qualche centinaio di metri, fino all’oasi. Una vasca, ecco cosa c’era: una vasca per la depurazione delle acque, credo, scavata nel suolo roccioso, recintata e circondata di piante. Avevo risposto alla mia domanda.
E ora?
Due condor, virgole nere con la testa bianca, volteggiavano sopra di me. Salivano sfruttando la raffica e vi galleggiavano sopra qualche secondo, per poi guadagnare velocità con lenti battiti d’ala. Per un istante si sovrapposero l’uno all’altro e diedero l’impressione di essere un solo uccello.
Mi chiesi se i condor attaccassero anche le prede ancora vive. «No», mi rispose una voce.
Attesi che svanissero dietro il costone.
Dopo l’oasi, qual era la mia meta? Forse la collina di fronte? Sapevo bene che a duemilacinquecento metri di quota anche un piccolo pendio può diventare ostico. I sassi possono ruzzolare. La distanza è difficile da stimare correttamente. Ed ero ancora in vista del campo base: se qualcuno avesse notato la mia figura sul crinale, nera contro il cielo azzurro, avrebbe avvertito chi di dovere.
Seguii una scia di arbusti nani seccati dal sole e raggiunsi la sella. Da lì arrivai alla vetta in pochi minuti. Era stato più facile del previsto.
«Hai visto?» chiese la voce.
Dall’altro lato, due o tre chilometri più in basso, correva la statale Antofagasta–Taltal. Un camion passava senza rumore. Più avanti si intravvedeva il bivio con la nuova strada fino ad Armazones: un’altra montagna livellata, un altro telescopio in arrivo. Non più molto grande, ma estremamente grande questa volta.
Sullo scabro cocuzzolo altri astronomi prima di me avevano lasciato una traccia del loro passaggio impilando le pietre una sull’altra, o disponendole a formare delle lettere. Sarebbero rimaste nella stessa posizione per milioni di anni – o finché un altro astronomo non fosse passato. «Non mi sono ancora allontanato abbastanza», dissi ad alta voce.
Nessuno rispose.
«L’ho capito che mi stai seguendo», insistei.
Pensai che fosse Giorgio, e che mi stesse facendo uno scherzo. Si era offerto di accompagnarmi nella mia passeggiata ma all’ultimo momento, prima ancora di scoprire che non c’erano radio a disposizione, si era scusato dicendo che aveva del lavoro da fare. Poteva benissimo aver cambiato idea. Poteva darsi che avesse architettato tutto fin dall’inizio per prendersi gioco di me. Puntolino qual ero, in mezzo al niente, non era difficile tendermi un agguato.
Con calma studiata tirai fuori la bottiglia dalla tasca e bevvi un lungo sorso. «Ne vuoi un po’?», dissi. Ancora nessuna risposta.
Lentamente cominciai la discesa, ma non dal lato in cui ero venuto. La vetta si allungava in una cresta dolcemente digradante verso la grande valle dove correva la strada. Una direzione valeva l’altra; alla mia sinistra si alzava una seconda cresta, appena più nascosta rispetto al campo base: scesi da quella parte, aggirandomi a zig zag fra grossi massi bruni e fessurati.
Eccolo lì, dietro uno di quei massi.
Non era Giorgio. «Buongiorno», esclamai, dissimulando la sorpresa.
Mi rispose con un ghigno. «Posso accompagnarti?»
«E che vuoi, restare lì acquattato?»
Avrei preferito continuare la passeggiata da solo, ma sapermelo alle costole di soppiatto mi metteva inquietudine.
Ripensai a come il buio primigenio della notte prima fosse infine venuto meno, e a come il cielo si fosse di colpo riempito di stelle. Era sempre così quando si usciva nella piattaforma durante la notte: bastavano cinque minuti perché la vista si abituasse, e a quel punto il creato ritornava consueto. Era apparso Orione, poi le Pleiadi, poi il braccio della via Lattea. La Croce del Sud doveva ancora sorgere. Sirio e Canopo si accompagnavano, alti e sfavillanti. E con le stelle erano apparsi anche gli edifici, ritagli negativi sullo sfondo gremito. Potevo muovere qualche passo, aggirarmi fra le cupole senza timore. Presto sarebbe sorta la luna.
Era insieme confortante e deludente. Emergere dalle tenebre alla comprensione dello spazio permetteva di tornare a vivere: ma era una vita senza paura, un semplice rotolare dal passato verso il futuro.
A questo pensavo mentre scendevo il costone. L’altro rimaneva alle mie spalle: lo precedeva un ruzzolio di sassolini tutto attorno a me. «Perché non vieni avanti?» dissi. La gravità mi trascinava nella gola. Giunto in fondo mi accovacciai ansimante. Aspettai che si avvicinasse, quindi raccolsi una pietruzza indistinguibile dalle altre.
«Ci pensi? È la prima è ultima volta nella storia dell’universo che qualcuno prende in mano questa pietra in particolare».
Sogghignò nuovamente.
«Non basterebbe una vita a contarle tutte, anche solo in questo lembo di terra. E ciascuna è composta di atomi altrettanto innumerevoli. Sembrerebbero grandi numeri, non è vero? Il totale degli atomi di idrogeno nell’universo visibile non arriva a dieci alla ottanta. Rispetto a un googol, è una bazzecola».
«Pensi sia venuto per questo?»
«Di solito vieni per spaventarmi».
«Capirai. L’infinito, l’improbabile. Dio. L’eternità. Che noia».
«Ti chiedo scusa se il deserto mi rende banale», risposi, un po’ piccato.
«Ci tieni a diventare matto? Ormai sai farlo anche da solo. Un googol. Un googolplex. Le tetrazioni ricorsive del numero di Graham. Crack, la testa ti si apre come un melone – se è questo che vuoi».
Un grumo di panico mi annodò la gola. Riuscii a deglutirlo.
«Se non vuoi parlare, camminiamo in silenzio» dissi. E così facemmo.
Ma durò poco. Il mio compagno era in vena. «Questa profondità metafisica è tutto un bluff. Parli dell’infinito ma brami all’infinitesimo. Vorresti diventare tu stesso un sassolino. E per che cosa?»
«Dimmelo tu».
«Perché non sai chi sei. A trentasei anni suonati vorresti poterti definire e non ci riesci. Nel cuore di quest’immensità riesci a pensare soltanto a te stesso: che ci faccio qui? chi mi ha messo in questo luogo? – come astronomo, intendo. Non dovrei essere a quindicimila chilometri di distanza, ad allineare libri su uno scaffale o a montare un’altalena?»
«Il fiato non ti manca», ansimai.
«Passi il tempo a scusarti di non essere un altro. E finisci per amarti con un’intensità stomachevole. Altro che grandi numeri: tu non arrivi oltre l’uno o il due. Sei così cieco che mi avevi scambiato per Giorgio».
Smisi di ascoltarlo e concentrai le forze sulla cima successiva. C’è sempre un punto, a metà del crinale, in cui sembra che la vetta sia vicina, a portata di mano. Si fissa una roccia sporgente convinti di raggiungerla in un attimo, e quella scivola a poco a poco più distante, o scompare. L’orizzonte cade verso l’alto. Dovetti ingoiare la mia saliva per non sputare: non volevo contaminare l’assenza di vita attorno a me.
Ora anche il mio compagno arrancava. Scelsi uno spuntone meno appuntito degli altri e mi ci sedetti, spossato.
Il vento soffiava attraverso il collo della bottiglia come in un flauto.
«Dove sei?» dissi, guardando alle mie spalle la salita che avevamo appena scalato.
Mi ero spinto più in là di dove pensavo di arrivare. Non vedevo più il telescopio. Il sole aveva cambiato luce: come se il giorno si fosse sbloccato e un contrappeso lo spingesse verso la sera.
In realtà bastava scavallare oltre il crinale successivo per arrivare alla strada asfaltata, al sentiero battuto. Non era il caso di impensierirsi. Potevo restare ancora un minuto a contemplare la pietraia sotto di me, immobile e silenziosa.
Avevo pronta la risposta per il mio compagno. Ma lui non c’era più.
«Io almeno una risorsa ce l’ho. Io esisto», dissi al vento.
L’altro mi toccò una spalla. Feci un salto.
«Bello scherzo», dissi.
«Spiegami in che senso esisti».
«Ho capito il tuo gioco. Te lo spiego: quando tornerò alla residenza, scriverò un bel racconto sulla nostra passeggiata. Metterò nero su bianco tutto quello che ci siamo detti, senza falsare neanche un particolare. Ho il potere di farlo. Sarà il mio pezzo migliore, puoi giurarci».
Si era di nuovo disteso sulle rocce, seguendo il profilo dell’ombra che andava elongandosi.
«Lascia che lo faccia io», disse.
«Che cosa?»
«Raccontare la storia. Se non sei troppo egoista anche per questo».
«Ma non posso», dissi. «Tu sei vuoto. Sei fatto di nulla».
«Pensi che qualcuno noterebbe la differenza?»
Una raffica di vento gelido mi fece trasalire.
«Prometto di occuparmi anche di tutto il resto», disse. «Gli spettri da analizzare, il concorso, il futuro. Risponderò a tutte le domande che ti faranno e che tu stesso ti farai. Ora dammi un po’ d’acqua, così ti mostro che posso bere». Mi prese di mano la bottiglietta e la vuotò sulle rocce. Inorridii. Lui mi indicò un punto all’orizzonte. «Da qualche parte, laggiù, dietro le quinte della cordigliera della costa sorge il vulcano Llullaillaco», disse. «So che l’hai osservato dalla piattaforma e che ne hai parlato con i colleghi. Seimilasettecento metri. E ci hanno trovato tre mummie, qualche tempo fa: tre bambini Inca sacrificati agli dei. Una fanciulla, la sua sorellina e un ragazzino non meglio identificato. La più grande era destinata da sempre a questo onore: cresciuta come una vestale, illibata, perfetta. Il ragazzo è morto a fatica, pare, mentre la sorella è stata colpita da un fulmine post mortem: lei, invece, forse drogata, si è adagiata nel sonno senza un lamento, ed è rimasta intatta. La mummia sembra ancora viva». Si accovacciò di fronte a me: «Faremo un sacrificio alla buona, un capacocha minore».
«E quando?» dissi spaventato.
«Adesso».
«Ma non c’è una buca».
«La scaviamo subito». Si mise a raspare fra i sassi con le mani, in modo incredibilmente efficace.
Il sole era caduto dietro il crinale. Pensai a quando la notte prima avevo finalmente visto sorgere la luna. Per mezz’ora buona avevo atteso invano, confondendo il chiarore di qualche miniera lontana per un segnale dell’alba imminente. Infine tutto il cielo era schiarito ed erano apparsi le pennellate brillanti dei cirri, prima invisibili. Potevo ancora contare le Pleiadi, ma non era già più notte: ed ecco che l’uovo era stato scodellato, un poco alla volta. Avrei dovuto intuire il presagio: la luna c’era, e con lei la sua luce, ma io non la vedevo: per me al suo posto c’era un buco, come in un incubo o in una brutta barzelletta.
«Ecco fatto».
«Dovrò rannicchiarmi tutto» dissi.
«Non sarà mica un problema».
Mi distesi nella fossa. Era più comoda di quanto pensassi. Feci a tempo a scorgere un pickup che scendeva dal telescopio verso la residenza. Eravamo a non più di cinquecento metri dalla strada asfaltata: mi avrebbero trovato presto, e avrebbero scoperto che ero uscito nel deserto senza una radio. Oppure sarei rimasto li sotto per qualche milione di anni.
La mia ombra lavorava veloce per ricoprirmi. «Potrai pensare ancora per un po’ alle cose che ami», disse con inaspettata dolcezza. «Potrai dimostrare a te stesso che Dio esiste e che l’eternità dura soltanto un attimo».
Lo spazio fra le rocce e i vestiti si andava riempiendo di ghiaia rossa. Mi si infilava nel colletto e fra i capelli. «Ed Emma?…» chiesi. «Eleonora? Potrò rivederle?» Mi veniva da piangere, ma mi trattenni. L’ombra apprezzò la mia forza d’animo.
E tutto a un tratto il cielo si era spento: le cupole brillavano di luce lunare, come in pieno giorno. Lo stupore mi aveva lasciato senza parole: solo io sapevo che la luna era un bulbo nero senza vista, e non potevo dirlo a nessuno.
Mi affrettai a ricoprire il corpo fino a cancellarne ogni traccia. L’io dentro la buca non si mosse e non emise un gemito. Quando ebbi finito il lavoro raccolsi due o tre rocce piatte e le disposi a piramide, a segnalare il punto. Tentai di disporle a croce, ma rotolarono l’una sull’altra.

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Il sole entrava proprio in quel momento nel mare di nuvole a occidente. Accartocciai la bottiglietta d’acqua e me la rimisi in tasca, poi estrassi la radio e girai la rotella fino a trovare il canale giusto. Una voce gracchiò qualcosa di incomprensibile.
«Sto tornando», dissi sicuro.