Urto

Urto

Solo quando il paraurti anteriore della sua Toyota RAV4 2.0 AWD toccò il paraurti posteriore della Peugeot 508 che la precedeva Giancarlo C notò i tre palloncini sopra il tettuccio dell’auto, gonfi e ballonzolanti: simili a palloni pubblicitari, un metro di diametro ciascuno, ma opachi, grigio sporco nella luce annebbiata dei lampioni. Attraverso il lunotto vide una donna anziana sul sedile posteriore, voltata di tre quarti, un occhio bloccato nell’espressione che precede lo spavento e rivolto a lui, Giancarlo C. La sua mente risentì della decelerazione in anticipo sul corpo e fu catapultata nell’abitacolo della Peugeot in tempo per immaginare i discorsi dei suoi occupanti al momento del contatto: marito, moglie e suocera, probabilmente; persone qualsiasi, non particolarmente intelligenti o ricche o felici, sgradevolmente sconosciute; le solite discussioni sulle commissioni prenatalizie ancora da sbrigare; un arbre magique verde e rosso dall’odore indescrivibile appeso allo specchietto retrovisore e ancora immobile; una moneta da cinquanta centesimi nel portaoggetti vicino alla leva del cambio; borse della spesa ripiegate sotto il sedile del passeggero. All’idea di entrare di soprassalto nella sfera privata di queste vite Giancarlo C ebbe un conato di vomito.
In un millesimo di secondo, ricordò di aver già visto i palloncini in almeno due occasioni, nel corso dell’ultima settimana. Lunedì mattina aveva incrociato uno studente sulla scala di Santa Maria Maggiore accovacciato ad allacciarsi una scarpa senza togliersi i guanti: non ci aveva fatto caso se non per dirsi a livello preconscio che era piuttosto strano per uno studente andare in giro con un palloncino legato allo zaino. Lo studente aveva bestemmiato ad alta voce e si era strappato un guanto coi denti e l’aveva gettato lontano; proprio allora il palloncino grigio che veleggiava sopra la sua testa si era staccato dal filo ed era sfuggito verso l’alto, scomparendo alla vista. Il secondo episodio si era verificato due giorni dopo in Via Carducci. Un africano con la sciarpa e il berretto rossi e un fascio di libri e calendari sottobraccio aveva abbordato una passante, una trentenne minuta in cappotto lungo e tacchi alti (Giancarlo C la vedeva di spalle, a un passo di distanza): l’africano aveva allungato un libro con la mano libera, senza aprir bocca, e la donna aveva bruscamente scartato a sinistra incrociando i piedi, rigida come un meccanismo caricato a molla, tracciando un semicerchio nel percorso altrimenti diritto – un movimento che lo stesso Giancarlo C si era visto costretto ad imitare per non andare a sbattere contro la donna. Entrambi, la passante e il venditore, avevano un palloncino grigio legato al polso. Nel momento di interazione-non interazione i palloncini si erano sfilati ed erano volati via.
La prima reazione di Giancarlo C fu di semplice stupore: stava accadendo qualcosa che non aveva previsto, qualcosa che solo un istante prima non esisteva se non come possibilità e che adesso non aveva modo di fermare. Il paraurti della Peugeot si insaccò sotto la spinta e l’auto sollevò coda, mentre la Toyota rispose all’arresto sobbalzando e deformandosi. Giancarlo C udì il lamento rallentato del metallo in contorsione. Si vide proseguire lungo la traiettoria inerziale, le braccia e mollemente liberate dal vincolo della gravità (era come se la sorgente della gravità si fosse spostata in avanti rispetto alla verticale e ora lo attraesse da una direzione parallela a quella del piantone dello sterzo), il telefono da cui aveva appena sollevato gli occhi anch’esso improvvisamente libero di volare chissà dove. I palloncini sospesi sopra la Peugeot erano impassibili al moto come solo gli oggetti goffi ed ingombranti sanno essere, fermi a mezz’aria mentre il tettuccio dell’auto andava loro incontro, i fili non più in tensione e sul punto di slegarsi. Prima di chinare lo sguardo, Giancarlo C vide l’occhio della donna anziana sul sedile posteriore della Peugeot dilatarsi in un implicito “non può essere vero” o meglio ancora “TROPPO TARDI” sgranato in tutte maiuscole. Troppo tardi, sì, per decidere di aspettare la prossima sosta prima di controllare i messaggi in arrivo; troppo tardi soprattutto per allacciare la cintura.
Il mistero non era tanto perché i palloncini sfuggissero, ma perché entrambe le parti in gioco nell’urto subissero lo stesso effetto. Sia la passante che il venditore avevano perso il proprio. Secondo ogni plausibile concetto di giustizia, solo il colpevole avrebbe dovuto subire la punizione: e invece anche ora i palloncini della Peugeot tamponata stavano per prendere il volo. Per non parlare del ragazzo: in quel caso, chi era la vittima? Giancarlo C ripensò il sermone evangelico delle pecore e dei capri – avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere – oppure, simmetricamente, non mi avete dato nulla; bianco o nero; destra o sinistra; letizia o stridor di denti. E la gente di mezzo? Gli incroci, i non-proprio-pecore-ma-non-del-tutto-capri che nell’immaginazione di Giancarlo C popolavano il largo spazio fra le braccia spalancate di Cristo – di qua o di là: quelli che fine avrebbero fatto? Coloro che almeno di tanto in tanto si sono rifiutati di offrire da mangiare o da bere, o di curare l’ammalato, vestire l’ignudo eccetera; coloro che magari non sempre ma abbastanza spesso hanno imprecato contro la riottosità degli oggetti o scansato un problema etico o scansato coloro che scansavano un problema etico o risposto a un messaggio mentre erano alla guida: sarebbero rimasti eternamente in attesa di un destino? La domanda lo colse nei due millisecondi in cui l’airbag avrebbe dovuto apriglisi in faccia e non lo fece. Lo scenario di una decelerazione improvvisa si poteva curiosamente leggere come il caso più estremo di riottosità degli oggetti o come una totale liberazione da quest’ultima. La testa di Giancarlo C entrò nel fascio di luce che spioveva quasi verticale dal lampione in mezzo alla rotatoria di ingresso al centro commerciale attraverso il parabrezza ancora intatto. La Peugeot aveva raggiunto il massimo di elevazione cinquanta centimetri sopra la posizione di riposo e si apprestava a ridiscendere sul cofano già in parte accartocciato della Toyota. Non c’era più traccia della signora anziana nel riquadro visibile di lunotto.
Fu in quella posizione che Giancarlo C pregò. Ripeté mentalmente le tre parole liberaci dal Male che da almeno vent’anni non pronunciava né ad alta né a bassa voce. Il Male era il senso di nausea provato all’idea di dover collidere con tre vite banali quanto la sua, i fastidi che ne sarebbero derivati per tutti a pochi giorni da Natale e il senso di colpa per aver pensato innanzitutto al proprio, di fastidio; era l’abbandono al piacere della decelerazione; era la domanda sul perché la Peugeot non fosse entrata nella rotatoria e fosse rimasta invece piantata in mezzo alla strada, come se l’urto fosse dovuto a questo e non ai novanta chilometri orari della Toyota dove c’era il limite dei cinquanta e alla non assoluta attenzione alla guida di Giancarlo C, diciamo così. Una possibile formulazione alternativa della preghiera era liberaci dall’ambiguità morale che non spetta a noi risolvere, almeno per un giorno: quella forma di gravità al contrario che strappava la colpa di mano e la portava in alto, verso il cielo, dove diventava irredimibile. Fu allora che attraverso il vetro Giancarlo C vide per la prima volta il proprio palloncino, in bilico sopra il tettuccio della Toyota, lo stesso palloncino che a sua insaputa gli era sfuggito già due volte nell’ultima settimana quando aveva incontrato il ragazzo e la passante e il venditore; palloncino che ora diventava sempre più grande e grigio a coprire il lampione e la girandola di luci natalizie in tutte le direzioni. Giancarlo C chiuse gli occhi di riflesso.
Era ancora in parte cosciente quando lo disincagliarono dalla sua nuova posizione fra volante e parabrezza, là dove la sua testa aveva aperto una ragnatela curiosamente regolare di fratture nel vetro. Nessuno fra i vigili del fuoco e i paramedici che si scambiavano concitate informazioni in codice sullo stato delle diverse persone coinvolte sembrava aver visto i palloncini ancora appesi alle due auto. Non erano volati via ed è per questo, forse, che il viso insanguinato di Giancarlo C ancora sorrideva.

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20 * C+M+B * 38

20 * C+M+B * 38

Che la teoria più convincente sul comportamento di KIC2 2606140804 “Caleidoscopio” sia stata pubblicata il primo di aprile (arXiv:3804.00098) la dice lunga sull’intento ironico dei suoi autori – ed è un’ironia al quadrato che da allora nessun altro abbia proposto una spiegazione alternativa capace di dar conto di tutti i dati osservativi. Vien quasi da chiedersi se Custard, Malcolm e Balthusian non volessero in realtà proporre un’interpretazione seria e si siano serviti di un’escamotage per ottenere in qualche modo attenzione dalla comunità scientifica; se così fosse, la maggior parte di quelli che hanno riso leggendo l’articolo avrebbero riso di sé stessi. È un’illazione – come vedremo – non priva di fondamento.
La particolarità di Caleidoscopio1 non è certo il suo doppio spettro; un’altra dozzina di stelle, ad oggi, mostrano la stessa peculiarità. Nel caso in questione lo spettro aggiuntivo, apparso all’improvviso quattro anni fa in sovrapposizione a quello della stella in quiescenza, è chiaramente identificabile come uno spettro di supernova Ia, compatibile con una distanza di luminosità fra gli 11 e i 13 megaparsec. Come negli altri casi si è pensato a un allineamento fortuito fra due oggetti, discernibile solo grazie alla sensibilità dei moderni telescopi di classe ELT. Peccato solo che la traccia supernova in questione, anziché svanire in breve tempo sotto la soglia di rilevabilità, abbia continuato ad esplodere e riesplodere di tre mesi in tre mesi, sempre con la stessa magnitudine e la stessa curva di luce; un comportamento che diversi autori oltre a C, M & B, hanno descritto come «sconcertante» e improntato a una «sospetta intenzionalità».
I nostri ovviamente supportano con entusiasmo l’idea che il secondo spettro di Caleidoscopio sia artificiale. «Se possiamo credere all’esistenza di mega-strutture (sfere di Dyson e roba simile) in grado di schermare a piacimento l’emissione di una stella, come nel caso poi altrimenti chiarito di KIC 8462852, non c’è motivo di accettare che tali strutture possano anche trasmettere segnali luminosi»: una specie di faro interstellare, insomma, che rimanda a intervalli fissi lo spettro di un altro oggetto – un “filmato” della supernova in esplosione (che a questo punto potrebbe trovarsi da qualsiasi parte del cielo) a beneficio di chiunque voglia bearsene. È qui che C, M & B azzardano la prima stravaganza: il messaggio, se è veramente tale, argomentano, può essere diretto soltanto a noi: al pianeta Terra, al genere umano. Una civiltà in grado di trasmetterlo, per quanto avanzata, non avrebbe interesse a sprecare quantità inimmaginabili di energia diffondendola su 4π steradianti – deve per forza aver scelto una o più direzioni privilegiate, collimando bene il fascio. Il fatto che siamo in grado di vedere la supernova è dunque una prova che per qualche motivo dobbiamo vederla; prova debole, forse, ma suggestiva. La prova più forte è ovviamente il periodo. Il filmato dura esattamente un quarto dell’anno terrestre (la misura ha un’accuratezza preoccupante); di certo non è un caso. Questo esclude automaticamente un altro destinatario: «Chi ha inviato il segnale ci conosce molto bene e ha calcolato a perfezione tempi e modi della trasmissione perché potessimo decifrarne il carattere volontario». Caleidoscopio si trova a 324 ± 2 parsec dal sole (1056 ± 7 anni-luce); se il filmato è reale e non “girato in studio”, i “Caleidoscopici” non possono aver osservato la supernova più tardi di 10 o 11 secoli fa, ed è probabile che nel frattempo la luce dell’astro sia giunta fino a noi indipendentemente – in un’epoca in cui ovviamente non avevamo i mezzi per osservarla.
I lettori più informati avranno già capito dove i nostri vogliono andare a parare. Un controverso articolo di Bacon dello scorso anno afferma che lo spettro di Caleidoscopio non sarebbe in realtà doppio ma triplo (tale aspetto continuamente cangiante giustificherebbe, in qualche modo, il soprannome della stella). Dati raccolti da EELT CAESAR nell’arco di otto mesi mostrerebbero che la “supernova ciclica”, già di per sé piuttosto pallida, contiene nel suo spettro la traccia di un altro segnale – si direbbe filtrata, in una particolare fase del suo periodo, attraverso un’atmosfera planetaria. Manco a dirlo, l’atmosfera in questione apparirebbe ricca di vapore acqueo e in tutto simile a quella della Terra. Ancora una volta C, M & B accettano senza batter ciglio la spiegazione più estrema: l’atmosfera è quella della Terra; la supernova sarebbe esplosa alle nostre spalle, non alle spalle di Caleidoscopio, e i Caleidoscopici avrebbero avuto la fortuna di osservarne la curva di luce esattamente in corrispondenza di un transito terrestre. Il filmato è girato puntano la telecamera verso di noi. Per suffragare l’azzardo, C, M & B chiamano in aiuto il Rev. Bayes: date le nostre conoscenze di evoluzione stellare e planetaria, l’ipotesi del transito appare, ad una rozza analisi, ben più probabile di quella del pianeta gemello. Nondimeno, riconoscono che «un insieme così intricato di combinazioni appare – se ci perdonate il facile calembour – un segno del cielo». Del cielo o della loro proclività alle spiegazioni fantasiose, si potrebbe aggiungere.
Ed ecco infatti il coup de théâtre: come armonizzare le magnitudini osservate della supernova e dell’atmosfera terrestre? Se si ipotizza che il punto di osservazione sia Caleidoscopio, i conti non tornano. In una configurazione di questo tipo

caleidoscopio_1.jpg

bisogna assumere che entrambi i segnali siano stati amplificati, altrimenti l’atmosfera non sarebbe visibile in emissione (data la distanza di Caleidoscopio). Ma allora la supernova dovrebbe essere molto più distante, tra i 16 e i 18 megaparsec, e dovrebbe con tutta probabilità mostrare uno spettro spostato verso il rosso, cosa che in effetti non si osserva (lo spettro è piuttosto spostato verso il blu ed è compatibile con una velocità di avvicinamento di circa 400 km/s). Secondo C, M & B è molto più ragionevole che i segnali siano stati ridotti anziché amplificati, e che la supernova sia esplosa molto più nei paraggi, «probabilmente nella Galassia di Andromeda»2. Bisogna in tal caso spostare il punto di osservazione. «Chiaramente, il segnale che riceviamo da KIC2 2606140804 non è stato raccolto su KIC2 2606140804, ma in un altro luogo». La configurazione che propongono è la seguente (non in scala):

caleidoscopio_2

I Caleidoscopici non sarebbero dunque tali ma abiterebbero molto più vicini a noi, in corrispondenza del doppio punto di domanda; la stella fungerebbe unicamente da “proiettore”. La geometria del sistema è così completamente determinata. Non solo: se la supernova è esplosa a così breve distanza, è ragionevole pensare che tempo fa sia stata visibile dalla Terra a occhio nudo, come una stella di seconda o terza grandezza.
Quanto tempo fa? «Un semplice calcolo trigonometrico basato sulle assunzioni fin qui discusse3 mostra che il punto ⁇ si trova a 296 ± 9 parsec (965 ± 30 anni luce) da Caleidoscopio e a 6 ± 2 parsec (20 ± 6 anni luce) dalla Terra» – praticamente dietro casa. La luce impiegherebbe in tutto 2041 ± 42 anni a compiere il percorso tratteggiato in figura (immaginando che venga ritrasmessa da ⁇ verso Caleidoscopio subito dopo essere stata osservata, cosa che i nostri non si sognano di discutere). La luce della supernova sarebbe insomma giunta sulla Terra tra il 45 a.C. e il 40 d.C., con il 3 a.C. come data più probabile.
L’implicazione è evidente. Custard, Malcolm e Balthusian non la esplicitano, perché non occorre. È la stessa procedura a sconfessarla (a dispetto della barra d’errore): le molteplici discutibili assunzioni, il desiderio di far quadrare il modello a tutti i costi usando il risultato come chiave di volta dell’argomentazione – l’intero approccio non è scientifico ma scopertamente fideistico. Più di qualcuno ha notato, fra le parole-chiave poste in incipit all’articolo, la clausola “Religione: Studi Evangelici”. Sembrerebbe il solito pesce d’aprile. Eppure c’è qualcosa che stona, nel paragrafo conclusivo, per stile e contenuto. «Comunque la si metta, l’idea che esista una civiltà in grado di stabilire un avamposto a così breve distanza dal Sistema Solare e di rimanervi celata fino ad oggi – che tale civiltà sia abbastanza avanzata da orchestrare, nell’arco di due millenni, un ingegnoso sistema di comunicazione al solo scopo di farci riosservare un evento che la nostra scienza era troppo immatura per cogliere nella sua pienezza quand’era visibile – che abbia usato una stella lontana come antenna, pur di dilatare i tempi e darci modo di sviluppare le tecnologie necessarie a rilevare il fenomeno – che con assoluto tempismo tali tecnologie abbiano visto la luce giusto qualche anno prima dell’arrivo del segnale – che il segnale stesso riveli un’improbabile allineamento tra sorgente, latore e destinatario: tutto ciò conferisce all’evento un carattere di solennità e unicità che non si può facilmente liquidare come accidentale. Chiunque ci stia parlando è perfettamente conscio dell’importanza di quel che vuol dirci e non si vergogna di mostrare il proprio entusiasmo». È il tono nient’affatto scherzoso di qualcuno che crede a ciò che dice. «Ci siamo incamminati in quest’analisi senza sapere dove ci avrebbe condotto; ora ci rimettiamo alla comunità perché ci aiuti ad interpretare il segno, correggendo eventuali errori e sviluppando i dettagli ancora incerti».
Che la teoria spieghi tutte le osservazioni è innegabile. Il modo in cui le spiega è tuttavia risibile, a meno di non accettare un cambio radicale di paradigma. A otto mesi di distanza l’articolo non ha avuto risposta, né seria né faceta. L’esistenza di un intelligenza oltreumana è data a tutt’oggi come non provata. Natale si avvicina; il doppio spettro di Caleidoscopio ha quasi concluso il suo sedicesimo ciclo e si avvia a cominciarne un altro: irrisolto, forse inascoltato, imperterrito.

Scientific American, dicembre 2038

(3 di 4)


  1. Ringraziamo di cuore chi ha pensato di battezzare in modo simpatico (se non proprio calzante) una stella che altrimenti avremmo continuato a chiamare con un numero telefonico dello Zambia. ↩︎
  2. «Vista la preferenza della civiltà aliena per il numero quattro (4 cicli del filmato per ogni rivoluzione della Terra) appare suggestiva l’ipotesi che il fattore di riduzione del segnale sia 44 = 256: quanto basta per portare la distanza della supernova da 11-13 a 0,7-0,8 megaparsec» ↩︎
  3. Cioè: supernova nella galassia di Andromeda; fattore di riduzione del segnale 256. ↩︎

Una tale vergogna

Una tale vergogna

«Succo di mela?»
«No, grazie.»
«Signor/a Marisa Lucertola, lei sa perché è qui?»
«È per i Rossi-Decori, giusto?»
«Lei è qui in qualità di testimone nell’ambito di una possibile Perlustrazione Preventiva, secondo quanto al fascicolo n. 2026-89E4.»
«Mi lasci subito chiarire che se avessi sospettato qualcosa di illegale nei movimenti dei miei vicini, da brava cittadina, avrei –»
«Si attenga alle domande.»
«Mi scusi. Questi braccialetti segano i polsi.»
«È per il suo bene. Può ripetermi i nomi dei soggetti in esame?»
«Tania Rossi, madre –»
«Come dice?»
«GENITORE. Tania Rossi e Marcello Decori, genitori. Ambra Rossi-Decori, figlia. O se preferisce in ordine opposto, Decori-Ross–»
«Mi sta prendendo in giro?»
«ASSOLUTAMENTE NO. Non ci penso nemmeno. La prego di capire, è la prima volta che… Insomma, non sono molto esperta della procedura. Ma ho tutto l’interesse, giuro su Dio, ho tutto l’interesse…»
«Signor/a Lucertola, non andiamo per niente bene. Il suo modo di parlare è estremamente scorretto. Vorrei ricordarle il contesto in cui ci troviamo. Se continua così, sarò obbligato ad attivare una Perlustrazione anche nel suo appartamento.»
«No, la scongiuro.»
«Cerchi di controllarsi.»
«Posso chiederle di cancellare “giuro su Dio” dal verbale?»
«Lasci che ci pensiamo noi. Direi che è meglio ricominciare da capo. Succo di frutta?»
«Sì, grazie.»
«Allunghi la testa verso la cannuccia, per cortesia.»
«Non riesco a muovere il collo.»
«Si sforzi.»
«…»
«…»
«Grazie. Davvero… rinfrescante.»
«Signor/a Lucertola, la questione è semplice. Sappiamo che ha notato qualcosa di strano nel comportamento recente dei suoi vicini. Sappiamo anche che ha condiviso tali impressioni con la/il sua/o coniuge. Non deve far altro che riferirle anche a noi. Poi la lasceremo andare.»
«Io non ho fatto niente di male.»
«Non si preoccupi di quel che ha fatto o non ha fatto. Conta quel che farà da questo momento in poi.»
«…»
«…»
«Da dove devo cominciare?»
«Quando ha notato i primi segnali di attività politicamente scorretta nell’appartamento accanto al suo?»
«Le ripeto, se avessi sospettato che fosse un’attività politicamente scorretta –»
«RISPONDA ALLA DOMANDA.»
«L’anno scorso. Poco dopo esserci trasferiti nel nuovo appartamento.»
«Mese e giorno.»
«Era… fine novembre. Credo. Una settima feria. Mio marito non era ancora rientrato dall’intrattenimento pubblico.»
«“Suo marito”?»
«CONIUGE. Il mio coniuge. Dovevano essere le cinque di pomeriggio perché era già buio. Non si sentiva una voce per tutto il condominio. Sapete, le pareti sono molto sotti–»
«Si limiti ai riscontri oggettivi.»
«Ho sentito un rumore in corridoio.»
«Che tipo di rumore?»
«Uno strofinio. Come se qualcosa di pesante venisse trascinato sul pavimento.»
«E che cosa ha fatto?»
«Ho guardato attraverso lo spioncino.»
«Ha visto qualcosa?»
«Il signor Rossi che trascinava un pacco.»
«Non si faccia tirar fuori le parole col rampino. Che tipo di pacco?»
«Era una scatola di cartone, più lunga che larga, chiusa con due strappi di scotch.»
«Lo sa che Scotch® è un marchio registrato?»
«Due strappi di nastro adesivo.»
«Tutto qui?»
«Ha portato il pacco in casa. Dieci minuti più tardi l’ho visto ripassare con altro due pacchi più piccoli. Dentro c’era qualcosa che tintinnava. Ho pensato che fosse andato a prenderli in cantina.»
«Non si è chiesta/o che cosa potessero contenere?»
«Forse… un servizio di tazze?»
«E quello lungo?»
«Una scopa?»
«Signor/a Lucertola, le ho già detto di non prendermi in giro. Abbiamo motivo di ritenere che lei e la/il sua/o coniuge sapeste benissimo che cosa c’era nei pacchi.»
«No. NO. Deve credermi. Io…»
«Se continua ad essere così reticente non ho molto a cui aggrapparmi per sostenere la sua buona fede. Lei è una persona estremamente curiosa, signor/a Lucertola. Ai limiti del patologico. Aveva mai visto i Rossi-Decori portare dentro o fuori casa pacchi simili, prima di allora?»
«No.»
«Era la prima volta?»
«Sì. Le dirò quello che ho fatto. Ho aspettato che tornasse mio mar– il mio coniuge. Ho chiesto il suo parere. Lui mi ha detto che i miei sospetti erano immotivati.»
«Dunque aveva dei sospetti.»
«No, cioè… mi ha detto che non c’era nulla di strano, che probabilmente avevano comprato qualche nuovo elettrodomestico.»
«E lei che ha fatto?»
«Gli ho detto di star zitto e ho appoggiato l’orecchio al muro, fra l’attaccapanni e lo specchio.»
«Dunque?»
«Si sentiva appena il rumore del nastro adesivo strappato. E poi il fruscio di qualcosa che viene scartato e aperto. E ancora il tintinnio di prima. Lavoravano in silenzio.»
«“Lavoravano”. Dunque tutta la famiglia era coinvolta.»
«Non ho detto questo.»
«Sì che l’ha detto. Che cosa ha pensato sentendo tali rumori?»
«Niente di particolare.»
«Si sbaglia. Ha pensato che stessero preparando qualcosa. L’ha detto pure al/la sua/o coniuge, che le ha risposto di lasciar perdere e di smetterla una buona volta di origliare.»
«Che cos’è questo odore?»
«Siamo noi a fare le domande, signor/a Lucertola. Andiamo avanti, non abbiamo tutta la notte. Che cosa è successo dopo?»
«Dopo quando?»
«Dopo questo primo episodio a novembre dell’anno scorso.»
«Mi lasci pens–»
«Forse le è capitato di sentire puzza di bruciato?»
«Come fate a sape–»
«SIGNOR/A LUCERTOLA!»
«Sì, SÌ, puzza di bruciato. Sottilissima. Con una punta di zolfo. Potreste allentare leggermente l’anello al collo?»
«Nient’altro?»
«Non che io ricor–»
«Allora glielo dico io: musica. A bassissimo volume, beninteso, ma non abbastanza da non udirsi attraverso il muro. Musica popolare. Melodie che le sembrava di ricordare dall’infanzia, stando a quanto comunicò al/la sua/o coniuge la sera del 22, davanti a un piatto di minestra d’orzo. Ora ricorda?»
«Adesso che ci penso.»
«Mi faccia controllare… Il 25 dicembre i Rossi-Decori ricevono una visita. Nel loro appartamento. Non mi dica che non sa nulla neanche di questo.»
«Un uomo anziano.»
«Si dice “una persona non necessariamente pareggiata in senso cronologico”.»
«Il padre di Tania Rossi, vedovo. Alto, voce tonante. Si è fermato a pranzo.»
«Continui.»
«Sono riuscita a ricostruire la conversazione punto per punto, anche ascoltando solo le sue battute. Ha giocato a lungo con la piccola Ambra, sollevandola in aria e riprendendola al volo. Aveva portato una bottiglia e due pacchetti: dopo pranzo c’è stato un brindisi e a quel punto tutti, anche il vecchio, hanno abbassato la voce per qualche momento. Avevano fatto lo stesso prima di mangiare: come se si confidassero un segreto.»
«Lei ha sentito tutto questo e non ci ha detto nulla.»
«…»
«Beva un altro sorso di succo.»
«Lei non sente uno strano odore?»
«BEVA.»
«…»
«Ora rimetta a posto la cannuccia.»
«Ma -»
«Usi il mento. O il naso, come preferisce.»
«…»
«…»
«Grazie.»
«Lei è in una posizione estremamente delicata, signor/a Lucertola. Avremmo potuto chiudere un occhio se l’episodio non si fosse ripetuto. Ma sappiamo che anche quest’anno –»
«La prego. La cervicale –»
«NON INTERROMPA. Quest’anno la/il signor/a Rossi ha riportato in casa gli stessi pacchi. Era… il 29 novembre. Due settimane fa. E lei l’ha vista/o, attraverso lo spioncino, esattamente come l’anno scorso. Conferma? Anche a questo punto ha fatto finta di niente.»
«Non spetta a me sorvegliare –»
«È vero, non spetta a lei. Ma ha dimostrato un grande talento nel farsi gli affari degli altri, quando la cosa la/o interessava. Ed è un peccato che questo talento non sia messo a buon frutto, non crede?»
«L’odore è sempre più intenso. Potrebbe dirmi che –.»
«Lei è religiosa/o, signor/a Lucertola?»
«Come, scusi?»
«Religiosa/o. Crede in Dio/Dea?»
«Non in un modo che possa arrecare disturbo e/o indurre antagonismo in chicchessia.»
«Ottima risposta. E crede nel Politicamente Corretto?»
«In modo assolutamente anti-anti-ideologico, sì.»
«Rispetta la Po.Po.C. e tutte le sue opere e tutte le sue esecuzioni?»
«Rispetto.»
«Celebrerà la Festa d’Inverno, quest’anno? Accenderà i teleschermi? Parteciperà agli intrattenimenti pubblici a-generici?» »
«Sì, assolutamente sì.»
«Non sia così servile. È libera/o di non farlo, se preferisce.»
«L’ho sempre fatto.»
«Quando cade la festa d’inverno?»
«Che domande mi fa? Non c’è un giorno preciso. Ciascuno festeggia quando preferisce, nel rispetto delle credenze e delle abitudini e delle possibilità economiche e degli stati d’animo del pros–»
«Qual è il colore tipico degli addobbi?»
«Il giallo. Simbolo della concordia e dell’a-differenza.»
«Molto bene.»
«Posso andare?»
«Non sia precipitosa/o. Le libero il collo, se vuole.»
«Sì, grazie.»
«Si sente meglio?»
«Abbastanza. I polsi mi fanno ancora male.»
«Di che colore sono gli addobbi dei suoi vicini?»
«Come dice?»
«I Rossi-Decori. Hanno esposto gli addobbi gialli, come tutti?»
«No, sulla porta no.»
«E dentro casa?»
«Come faccio a saperlo?»
«AH AH.»
«Perché ride?»
«Signor/a, abbiamo trovato il buco.»
«…»
«Pensava sfuggisse alla Perlustrazione? Leggo testualmente: “un forellino del diametro di un centimetro in un angolo della sala da pranzo, direttamente comunicante con la cucina dell’appartamento adiacente (intestato a Lucertola-Dolce)” – ha visto? si parla di lei – “sigillato da un cilindretto di stucco rappreso estraibile a piacere tirando un bastoncino… bla bla bla… la posizione del cilindretto lascia pensare che fossero proprio i Lucertola-Dolce a servirsene”.»
«Non so di cosa stia parlando.»
«Lei ha spiato tutto, signor/a Lucertola. Dal suo osservatorio privato ha spiato l’albero e le palline, le statuette alte un palmo accuratamente disposte su un letto di muschio, il laghetto di stagnola, il cielo di cartone, la quattro candele disposte in cerchio su una corona di rami d’abete – candele ritualmente accese di settimana in settimana. Quando ho accennato alla puzza di bruciato lei ha assentito con foga. Vuol farmi credere che l’odore degli stoppini si sentisse attraverso la parete? Lei le ha VISTE, le candele, così come ha visto Aldo Decori prendere in braccio la/il piccola/o Ambra e farla/o/o volare in aria, felice, il 25 dicembre scorso. Ha visto tutta la famiglia pregare prima di pranzo e farsi gli auguri durante il brindisi. Magari solo di sguincio, ma ha guardato. E la cosa deve esserle parsa estremamente interessante, considerato che ha passato tutta la giornata schiacciata/o contro il muro, con l’occhio sul buco. Se non l’avessimo fermata/o l’avrebbe rifatto anche quest’anno. Che cosa ha provato a spiare i Rossi-Decori: stupore? invidia? commozione? E soprattutto: perché l’ha fatto?»
«…»
«Se si sente in imbarazzo, è libera/o di piangere. Può nascondere il viso contro la spalla. L’odore che sente è un derivato del betaidrossibutirato. Unito agli additivi del succo di frutta agisce come un potentissimo induttore di rispetto umano. Nei soggetti predisposti o poco addestrati può produrre apeirofobia e senso di colpa.»
«…»
«Lei sa come si chiama la festa che celebrano i Rossi-Decori? Certo che lo sa. L’avrà celebrata anche lei, da giovane. Di certo sa che Oltreoceano spadroneggia ancora indisturbata. È una tradizione… infestante, se mi permette il gioco di parole. Non immagina quanto sia faticoso impedire che attecchisca di nuovo anche da noi.»
«…»
«Non serve che sia io a ricordarle quanto la gente d’Oltreoceano detesti il Politicamente Corretto. Si sono votati al caos e all’autodistruzione, a partire almeno dalla rivoluzione del 2017. Non hanno un’apposita Polizia come l’abbiamo noi. E i risultati si vedono. Ma forse non sa che già nei primi anni dieci la gente di laggiù protestava in piazza – PROTESTAVA IN PIAZZA – perché i bicchieri di carta di una nota catena di caffetterie erano VERDI anziché ROSSI, in occasione di quella che dovrebbe essere la festa della pace e della fratellanza. Le sembra normale?»
«No.»
«Da parte nostra, l’unico modo di propugnare la tolleranza è l’intolleranza dell’intolleranza, giusto?»
«Sì.»
«E magari avrà percepito anche lei, come altri, un’onda di calore guardando la gente che festeggiava… vedendo giocare insieme gran-genitore e nipote, attraverso il buchino nel muro… più felici che in un giorno qualsiasi. Come se quel 25 dicembre, una quinta feria come un’altra, fosse davvero un giorno speciale. In cui magicamente l’augurio di bene potesse avverarsi per semplice forza di volontà. È questo che ha provato?.»
«Sì.»
«Mi viene la nausea solo a parlarne. Ma siamo ancora in tempo per disinfettarla/o. Mi dispiace tanto, ma non posso lasciarla/o andare. Si verbalizzi, prego: atto 2026-89E4-T1: l’arresto del/la signor/a Lucertola è confermato per ulteriori accertamenti. Come si sente, signor/a?»
«Male.»
«Si vergogna, vero?»
«Moltissimo. Non riesco quasi a –»
«Vuole che le rimetta l’anello al collo?»
«Sì, grazie.»
«Di niente.»
«…»
«Succo di mela?»

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Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Angelo Gabrieli annuiva.
Maria Nazzari spiegava che per una questione di correttezza, essendo ormai arrivata alla dodicesima settimana, aveva pensato di– e che comunque non sarebbe venuta meno ai suoi impegni, che avrebbe potuto continuare a lavorare fino alla fine, cioè, dopotutto stava bene, non aveva neanche avuto le nausee, e il lavoro le piaceva, non era troppo faticoso.
Gabrieli annuiva ancora, i gomiti appoggiati sui braccioli della sedia, le dita intrecciate di fronte al viso.
Maria lucidava con gli occhi lo spigolo della scrivania di mogano di Gabrieli.
E quando scadeva il suo contratto?
Anche di questo voleva parlargli, visto che mancava ancora una settimana e non aveva ancora avuto notizie riguardo al rinnovo che le era stato promes–
Gabrieli diceva che in verità la sua collaborazione con la Ridol SpA era stata concepita fin dall’inizio come temporanea, questo lo sapeva anche lei.
Maria diceva che veramente.
Un accordo tra galantuomini, erano sempre stati chiari su questo punto.
Che però, diceva Maria, andava inteso come periodo di prova in vista di una probabile assunzione, così le sembrava di ricordare, visto che comunque la ditta aveva bisogno di una persona nella sua posizione e che l’ufficio personale era sempre sommerso di lavo–
Gabrieli scioglieva le mani e alzava un indice a mezz’aria, non proprio di fronte alle labbra ma quasi.
Maria abbassava gli occhi.
Gabrieli diceva che aveva anche lui due figli e sapeva che cosa voleva dire, i bambini richiedono molte energie, soprattutto da piccoli, e quando crescono poi chiedono il conto, sapeva?, bisogna dedicarsi al cento per cento, altrimenti.
Maria taceva.
E la donna voglia o no ha sempre il carico di lavoro maggiore, non per essere sessisti ma è così. Che non credesse– a lui, Gabrieli, era capitato più di una volta di trovarsi in questa precisa situazione, e proprio per il bene della donna, preferiva– Sì, è vero che la donna in questione assicurava, lavorerò, ce la farò, ci mancherebbe, ho mia madre che mi aiuta, ma tutti e due sapevano che in realtà– Ed era la scelta migliore per entrambi, davvero.
Maria taceva ancora.
E comunque, quando doveva nascere il bambino?
Verso Natale, rispondeva Maria.
Verso Natale.
Potenza ipnotica dello spigolo del tavolo.
C’è sempre la maternità dell’INPS, diceva Gabrieli.
Maria rispondeva che veramente per fare domanda bisognava che avesse lavorato almeno fino a sessanta giorni prima della data di inizio del congedo, si era già informata.
Gabrieli diceva che mh.
Maria diceva che sì, aveva cercato sul sito, aveva anche parlato al telefono con l’impiegata, il congedo è garantito soltanto alle lavoratrici dipendenti o apprendiste o impiegate eccetera, e alle donne in mobilità o in cassa integrazione, mentre invece se la donna è disoccupata deve dimostrare di aver lavorato fino a sessanta giorni prima del congedo, a meno che non abbia versato all’INPS ventisei contributi settimanali negli ultimi due anni, che non era il suo caso, purtroppo, e anche così il limite si estende a centottanta giorni, comunque non abbastanza.
Gabrieli si grattava il pizzetto.
Maria diceva che quindi.
In ogni caso suo marito lavorava, vero?
Non era sposata.
Ah.
Comunque sì, il suo ragazzo lavorava in un mobilificio, anzi, avevano aperto un nuovo stabilimento, c’era la possibilità che lo trasferissero entro fine anno.
Gabrieli annuiva.
Dovevano sposarsi a settembre.
Gabrieli diceva che be’, allora cominciava una nuova vita, no, e intanto tendeva la mano destra sopra la scrivania.
Maria rimaneva seduta.
Perché in queste cose bisogna essere un po’ fatalisti, può darsi fosse un segno del cielo, o del destino se preferiva, non era il caso di scoraggiarsi, tutto il contrario.
Maria si alzava in piedi.
Che il periodo era difficile, certo, ma le cose sarebbero migliorate prima o poi, e per fortuna, per fortuna c’erano donne come lei che ancora si mostravano accoglienti verso il dono della maternità, perché è un dono, sapeva, i bambini sono il nostro futuro, ogni bambino è speciale.
Maria allungava la mano.
Gabriele diceva che nessun rancore, eh.
Maria diceva che no, nessun rancore.
E ora mi scusi, ma.
Certamente.
Gabrieli alzava il telefono all’orecchio.
Maria usciva e chiudeva la porta.

Chiedo perdono a Leonardo da Vinci.

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