Urto

Urto

Solo quando il paraurti anteriore della sua Toyota RAV4 2.0 AWD toccò il paraurti posteriore della Peugeot 508 che la precedeva Giancarlo C notò i tre palloncini sopra il tettuccio dell’auto, gonfi e ballonzolanti: simili a palloni pubblicitari, un metro di diametro ciascuno, ma opachi, grigio sporco nella luce annebbiata dei lampioni. Attraverso il lunotto vide una donna anziana sul sedile posteriore, voltata di tre quarti, un occhio bloccato nell’espressione che precede lo spavento e rivolto a lui, Giancarlo C. La sua mente risentì della decelerazione in anticipo sul corpo e fu catapultata nell’abitacolo della Peugeot in tempo per immaginare i discorsi dei suoi occupanti al momento del contatto: marito, moglie e suocera, probabilmente; persone qualsiasi, non particolarmente intelligenti o ricche o felici, sgradevolmente sconosciute; le solite discussioni sulle commissioni prenatalizie ancora da sbrigare; un arbre magique verde e rosso dall’odore indescrivibile appeso allo specchietto retrovisore e ancora immobile; una moneta da cinquanta centesimi nel portaoggetti vicino alla leva del cambio; borse della spesa ripiegate sotto il sedile del passeggero. All’idea di entrare di soprassalto nella sfera privata di queste vite Giancarlo C ebbe un conato di vomito.
In un millesimo di secondo, ricordò di aver già visto i palloncini in almeno due occasioni, nel corso dell’ultima settimana. Lunedì mattina aveva incrociato uno studente sulla scala di Santa Maria Maggiore accovacciato ad allacciarsi una scarpa senza togliersi i guanti: non ci aveva fatto caso se non per dirsi a livello preconscio che era piuttosto strano per uno studente andare in giro con un palloncino legato allo zaino. Lo studente aveva bestemmiato ad alta voce e si era strappato un guanto coi denti e l’aveva gettato lontano; proprio allora il palloncino grigio che veleggiava sopra la sua testa si era staccato dal filo ed era sfuggito verso l’alto, scomparendo alla vista. Il secondo episodio si era verificato due giorni dopo in Via Carducci. Un africano con la sciarpa e il berretto rossi e un fascio di libri e calendari sottobraccio aveva abbordato una passante, una trentenne minuta in cappotto lungo e tacchi alti (Giancarlo C la vedeva di spalle, a un passo di distanza): l’africano aveva allungato un libro con la mano libera, senza aprir bocca, e la donna aveva bruscamente scartato a sinistra incrociando i piedi, rigida come un meccanismo caricato a molla, tracciando un semicerchio nel percorso altrimenti diritto – un movimento che lo stesso Giancarlo C si era visto costretto ad imitare per non andare a sbattere contro la donna. Entrambi, la passante e il venditore, avevano un palloncino grigio legato al polso. Nel momento di interazione-non interazione i palloncini si erano sfilati ed erano volati via.
La prima reazione di Giancarlo C fu di semplice stupore: stava accadendo qualcosa che non aveva previsto, qualcosa che solo un istante prima non esisteva se non come possibilità e che adesso non aveva modo di fermare. Il paraurti della Peugeot si insaccò sotto la spinta e l’auto sollevò coda, mentre la Toyota rispose all’arresto sobbalzando e deformandosi. Giancarlo C udì il lamento rallentato del metallo in contorsione. Si vide proseguire lungo la traiettoria inerziale, le braccia e mollemente liberate dal vincolo della gravità (era come se la sorgente della gravità si fosse spostata in avanti rispetto alla verticale e ora lo attraesse da una direzione parallela a quella del piantone dello sterzo), il telefono da cui aveva appena sollevato gli occhi anch’esso improvvisamente libero di volare chissà dove. I palloncini sospesi sopra la Peugeot erano impassibili al moto come solo gli oggetti goffi ed ingombranti sanno essere, fermi a mezz’aria mentre il tettuccio dell’auto andava loro incontro, i fili non più in tensione e sul punto di slegarsi. Prima di chinare lo sguardo, Giancarlo C vide l’occhio della donna anziana sul sedile posteriore della Peugeot dilatarsi in un implicito “non può essere vero” o meglio ancora “TROPPO TARDI” sgranato in tutte maiuscole. Troppo tardi, sì, per decidere di aspettare la prossima sosta prima di controllare i messaggi in arrivo; troppo tardi soprattutto per allacciare la cintura.
Il mistero non era tanto perché i palloncini sfuggissero, ma perché entrambe le parti in gioco nell’urto subissero lo stesso effetto. Sia la passante che il venditore avevano perso il proprio. Secondo ogni plausibile concetto di giustizia, solo il colpevole avrebbe dovuto subire la punizione: e invece anche ora i palloncini della Peugeot tamponata stavano per prendere il volo. Per non parlare del ragazzo: in quel caso, chi era la vittima? Giancarlo C ripensò il sermone evangelico delle pecore e dei capri – avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere – oppure, simmetricamente, non mi avete dato nulla; bianco o nero; destra o sinistra; letizia o stridor di denti. E la gente di mezzo? Gli incroci, i non-proprio-pecore-ma-non-del-tutto-capri che nell’immaginazione di Giancarlo C popolavano il largo spazio fra le braccia spalancate di Cristo – di qua o di là: quelli che fine avrebbero fatto? Coloro che almeno di tanto in tanto si sono rifiutati di offrire da mangiare o da bere, o di curare l’ammalato, vestire l’ignudo eccetera; coloro che magari non sempre ma abbastanza spesso hanno imprecato contro la riottosità degli oggetti o scansato un problema etico o scansato coloro che scansavano un problema etico o risposto a un messaggio mentre erano alla guida: sarebbero rimasti eternamente in attesa di un destino? La domanda lo colse nei due millisecondi in cui l’airbag avrebbe dovuto apriglisi in faccia e non lo fece. Lo scenario di una decelerazione improvvisa si poteva curiosamente leggere come il caso più estremo di riottosità degli oggetti o come una totale liberazione da quest’ultima. La testa di Giancarlo C entrò nel fascio di luce che spioveva quasi verticale dal lampione in mezzo alla rotatoria di ingresso al centro commerciale attraverso il parabrezza ancora intatto. La Peugeot aveva raggiunto il massimo di elevazione cinquanta centimetri sopra la posizione di riposo e si apprestava a ridiscendere sul cofano già in parte accartocciato della Toyota. Non c’era più traccia della signora anziana nel riquadro visibile di lunotto.
Fu in quella posizione che Giancarlo C pregò. Ripeté mentalmente le tre parole liberaci dal Male che da almeno vent’anni non pronunciava né ad alta né a bassa voce. Il Male era il senso di nausea provato all’idea di dover collidere con tre vite banali quanto la sua, i fastidi che ne sarebbero derivati per tutti a pochi giorni da Natale e il senso di colpa per aver pensato innanzitutto al proprio, di fastidio; era l’abbandono al piacere della decelerazione; era la domanda sul perché la Peugeot non fosse entrata nella rotatoria e fosse rimasta invece piantata in mezzo alla strada, come se l’urto fosse dovuto a questo e non ai novanta chilometri orari della Toyota dove c’era il limite dei cinquanta e alla non assoluta attenzione alla guida di Giancarlo C, diciamo così. Una possibile formulazione alternativa della preghiera era liberaci dall’ambiguità morale che non spetta a noi risolvere, almeno per un giorno: quella forma di gravità al contrario che strappava la colpa di mano e la portava in alto, verso il cielo, dove diventava irredimibile. Fu allora che attraverso il vetro Giancarlo C vide per la prima volta il proprio palloncino, in bilico sopra il tettuccio della Toyota, lo stesso palloncino che a sua insaputa gli era sfuggito già due volte nell’ultima settimana quando aveva incontrato il ragazzo e la passante e il venditore; palloncino che ora diventava sempre più grande e grigio a coprire il lampione e la girandola di luci natalizie in tutte le direzioni. Giancarlo C chiuse gli occhi di riflesso.
Era ancora in parte cosciente quando lo disincagliarono dalla sua nuova posizione fra volante e parabrezza, là dove la sua testa aveva aperto una ragnatela curiosamente regolare di fratture nel vetro. Nessuno fra i vigili del fuoco e i paramedici che si scambiavano concitate informazioni in codice sullo stato delle diverse persone coinvolte sembrava aver visto i palloncini ancora appesi alle due auto. Non erano volati via ed è per questo, forse, che il viso insanguinato di Giancarlo C ancora sorrideva.

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20 * C+M+B * 38

20 * C+M+B * 38

Che la teoria più convincente sul comportamento di KIC2 2606140804 “Caleidoscopio” sia stata pubblicata il primo di aprile (arXiv:3804.00098) la dice lunga sull’intento ironico dei suoi autori – ed è un’ironia al quadrato che da allora nessun altro abbia proposto una spiegazione alternativa capace di dar conto di tutti i dati osservativi. Vien quasi da chiedersi se Custard, Malcolm e Balthusian non volessero in realtà proporre un’interpretazione seria e si siano serviti di un’escamotage per ottenere in qualche modo attenzione dalla comunità scientifica; se così fosse, la maggior parte di quelli che hanno riso leggendo l’articolo avrebbero riso di sé stessi. È un’illazione – come vedremo – non priva di fondamento.
La particolarità di Caleidoscopio1 non è certo il suo doppio spettro; un’altra dozzina di stelle, ad oggi, mostrano la stessa peculiarità. Nel caso in questione lo spettro aggiuntivo, apparso all’improvviso quattro anni fa in sovrapposizione a quello della stella in quiescenza, è chiaramente identificabile come uno spettro di supernova Ia, compatibile con una distanza di luminosità fra gli 11 e i 13 megaparsec. Come negli altri casi si è pensato a un allineamento fortuito fra due oggetti, discernibile solo grazie alla sensibilità dei moderni telescopi di classe ELT. Peccato solo che la traccia supernova in questione, anziché svanire in breve tempo sotto la soglia di rilevabilità, abbia continuato ad esplodere e riesplodere di tre mesi in tre mesi, sempre con la stessa magnitudine e la stessa curva di luce; un comportamento che diversi autori oltre a C, M & B, hanno descritto come «sconcertante» e improntato a una «sospetta intenzionalità».
I nostri ovviamente supportano con entusiasmo l’idea che il secondo spettro di Caleidoscopio sia artificiale. «Se possiamo credere all’esistenza di mega-strutture (sfere di Dyson e roba simile) in grado di schermare a piacimento l’emissione di una stella, come nel caso poi altrimenti chiarito di KIC 8462852, non c’è motivo di accettare che tali strutture possano anche trasmettere segnali luminosi»: una specie di faro interstellare, insomma, che rimanda a intervalli fissi lo spettro di un altro oggetto – un “filmato” della supernova in esplosione (che a questo punto potrebbe trovarsi da qualsiasi parte del cielo) a beneficio di chiunque voglia bearsene. È qui che C, M & B azzardano la prima stravaganza: il messaggio, se è veramente tale, argomentano, può essere diretto soltanto a noi: al pianeta Terra, al genere umano. Una civiltà in grado di trasmetterlo, per quanto avanzata, non avrebbe interesse a sprecare quantità inimmaginabili di energia diffondendola su 4π steradianti – deve per forza aver scelto una o più direzioni privilegiate, collimando bene il fascio. Il fatto che siamo in grado di vedere la supernova è dunque una prova che per qualche motivo dobbiamo vederla; prova debole, forse, ma suggestiva. La prova più forte è ovviamente il periodo. Il filmato dura esattamente un quarto dell’anno terrestre (la misura ha un’accuratezza preoccupante); di certo non è un caso. Questo esclude automaticamente un altro destinatario: «Chi ha inviato il segnale ci conosce molto bene e ha calcolato a perfezione tempi e modi della trasmissione perché potessimo decifrarne il carattere volontario». Caleidoscopio si trova a 324 ± 2 parsec dal sole (1056 ± 7 anni-luce); se il filmato è reale e non “girato in studio”, i “Caleidoscopici” non possono aver osservato la supernova più tardi di 10 o 11 secoli fa, ed è probabile che nel frattempo la luce dell’astro sia giunta fino a noi indipendentemente – in un’epoca in cui ovviamente non avevamo i mezzi per osservarla.
I lettori più informati avranno già capito dove i nostri vogliono andare a parare. Un controverso articolo di Bacon dello scorso anno afferma che lo spettro di Caleidoscopio non sarebbe in realtà doppio ma triplo (tale aspetto continuamente cangiante giustificherebbe, in qualche modo, il soprannome della stella). Dati raccolti da EELT CAESAR nell’arco di otto mesi mostrerebbero che la “supernova ciclica”, già di per sé piuttosto pallida, contiene nel suo spettro la traccia di un altro segnale – si direbbe filtrata, in una particolare fase del suo periodo, attraverso un’atmosfera planetaria. Manco a dirlo, l’atmosfera in questione apparirebbe ricca di vapore acqueo e in tutto simile a quella della Terra. Ancora una volta C, M & B accettano senza batter ciglio la spiegazione più estrema: l’atmosfera è quella della Terra; la supernova sarebbe esplosa alle nostre spalle, non alle spalle di Caleidoscopio, e i Caleidoscopici avrebbero avuto la fortuna di osservarne la curva di luce esattamente in corrispondenza di un transito terrestre. Il filmato è girato puntano la telecamera verso di noi. Per suffragare l’azzardo, C, M & B chiamano in aiuto il Rev. Bayes: date le nostre conoscenze di evoluzione stellare e planetaria, l’ipotesi del transito appare, ad una rozza analisi, ben più probabile di quella del pianeta gemello. Nondimeno, riconoscono che «un insieme così intricato di combinazioni appare – se ci perdonate il facile calembour – un segno del cielo». Del cielo o della loro proclività alle spiegazioni fantasiose, si potrebbe aggiungere.
Ed ecco infatti il coup de théâtre: come armonizzare le magnitudini osservate della supernova e dell’atmosfera terrestre? Se si ipotizza che il punto di osservazione sia Caleidoscopio, i conti non tornano. In una configurazione di questo tipo

caleidoscopio_1.jpg

bisogna assumere che entrambi i segnali siano stati amplificati, altrimenti l’atmosfera non sarebbe visibile in emissione (data la distanza di Caleidoscopio). Ma allora la supernova dovrebbe essere molto più distante, tra i 16 e i 18 megaparsec, e dovrebbe con tutta probabilità mostrare uno spettro spostato verso il rosso, cosa che in effetti non si osserva (lo spettro è piuttosto spostato verso il blu ed è compatibile con una velocità di avvicinamento di circa 400 km/s). Secondo C, M & B è molto più ragionevole che i segnali siano stati ridotti anziché amplificati, e che la supernova sia esplosa molto più nei paraggi, «probabilmente nella Galassia di Andromeda»2. Bisogna in tal caso spostare il punto di osservazione. «Chiaramente, il segnale che riceviamo da KIC2 2606140804 non è stato raccolto su KIC2 2606140804, ma in un altro luogo». La configurazione che propongono è la seguente (non in scala):

caleidoscopio_2

I Caleidoscopici non sarebbero dunque tali ma abiterebbero molto più vicini a noi, in corrispondenza del doppio punto di domanda; la stella fungerebbe unicamente da “proiettore”. La geometria del sistema è così completamente determinata. Non solo: se la supernova è esplosa a così breve distanza, è ragionevole pensare che tempo fa sia stata visibile dalla Terra a occhio nudo, come una stella di seconda o terza grandezza.
Quanto tempo fa? «Un semplice calcolo trigonometrico basato sulle assunzioni fin qui discusse3 mostra che il punto ⁇ si trova a 296 ± 9 parsec (965 ± 30 anni luce) da Caleidoscopio e a 6 ± 2 parsec (20 ± 6 anni luce) dalla Terra» – praticamente dietro casa. La luce impiegherebbe in tutto 2041 ± 42 anni a compiere il percorso tratteggiato in figura (immaginando che venga ritrasmessa da ⁇ verso Caleidoscopio subito dopo essere stata osservata, cosa che i nostri non si sognano di discutere). La luce della supernova sarebbe insomma giunta sulla Terra tra il 45 a.C. e il 40 d.C., con il 3 a.C. come data più probabile.
L’implicazione è evidente. Custard, Malcolm e Balthusian non la esplicitano, perché non occorre. È la stessa procedura a sconfessarla (a dispetto della barra d’errore): le molteplici discutibili assunzioni, il desiderio di far quadrare il modello a tutti i costi usando il risultato come chiave di volta dell’argomentazione – l’intero approccio non è scientifico ma scopertamente fideistico. Più di qualcuno ha notato, fra le parole-chiave poste in incipit all’articolo, la clausola “Religione: Studi Evangelici”. Sembrerebbe il solito pesce d’aprile. Eppure c’è qualcosa che stona, nel paragrafo conclusivo, per stile e contenuto. «Comunque la si metta, l’idea che esista una civiltà in grado di stabilire un avamposto a così breve distanza dal Sistema Solare e di rimanervi celata fino ad oggi – che tale civiltà sia abbastanza avanzata da orchestrare, nell’arco di due millenni, un ingegnoso sistema di comunicazione al solo scopo di farci riosservare un evento che la nostra scienza era troppo immatura per cogliere nella sua pienezza quand’era visibile – che abbia usato una stella lontana come antenna, pur di dilatare i tempi e darci modo di sviluppare le tecnologie necessarie a rilevare il fenomeno – che con assoluto tempismo tali tecnologie abbiano visto la luce giusto qualche anno prima dell’arrivo del segnale – che il segnale stesso riveli un’improbabile allineamento tra sorgente, latore e destinatario: tutto ciò conferisce all’evento un carattere di solennità e unicità che non si può facilmente liquidare come accidentale. Chiunque ci stia parlando è perfettamente conscio dell’importanza di quel che vuol dirci e non si vergogna di mostrare il proprio entusiasmo». È il tono nient’affatto scherzoso di qualcuno che crede a ciò che dice. «Ci siamo incamminati in quest’analisi senza sapere dove ci avrebbe condotto; ora ci rimettiamo alla comunità perché ci aiuti ad interpretare il segno, correggendo eventuali errori e sviluppando i dettagli ancora incerti».
Che la teoria spieghi tutte le osservazioni è innegabile. Il modo in cui le spiega è tuttavia risibile, a meno di non accettare un cambio radicale di paradigma. A otto mesi di distanza l’articolo non ha avuto risposta, né seria né faceta. L’esistenza di un intelligenza oltreumana è data a tutt’oggi come non provata. Natale si avvicina; il doppio spettro di Caleidoscopio ha quasi concluso il suo sedicesimo ciclo e si avvia a cominciarne un altro: irrisolto, forse inascoltato, imperterrito.

Scientific American, dicembre 2038

(3 di 4)


  1. Ringraziamo di cuore chi ha pensato di battezzare in modo simpatico (se non proprio calzante) una stella che altrimenti avremmo continuato a chiamare con un numero telefonico dello Zambia. ↩︎
  2. «Vista la preferenza della civiltà aliena per il numero quattro (4 cicli del filmato per ogni rivoluzione della Terra) appare suggestiva l’ipotesi che il fattore di riduzione del segnale sia 44 = 256: quanto basta per portare la distanza della supernova da 11-13 a 0,7-0,8 megaparsec» ↩︎
  3. Cioè: supernova nella galassia di Andromeda; fattore di riduzione del segnale 256. ↩︎

Una tale vergogna

Una tale vergogna

«Succo di mela?»
«No, grazie.»
«Signor/a Marisa Lucertola, lei sa perché è qui?»
«È per i Rossi-Decori, giusto?»
«Lei è qui in qualità di testimone nell’ambito di una possibile Perlustrazione Preventiva, secondo quanto al fascicolo n. 2026-89E4.»
«Mi lasci subito chiarire che se avessi sospettato qualcosa di illegale nei movimenti dei miei vicini, da brava cittadina, avrei –»
«Si attenga alle domande.»
«Mi scusi. Questi braccialetti segano i polsi.»
«È per il suo bene. Può ripetermi i nomi dei soggetti in esame?»
«Tania Rossi, madre –»
«Come dice?»
«GENITORE. Tania Rossi e Marcello Decori, genitori. Ambra Rossi-Decori, figlia. O se preferisce in ordine opposto, Decori-Ross–»
«Mi sta prendendo in giro?»
«ASSOLUTAMENTE NO. Non ci penso nemmeno. La prego di capire, è la prima volta che… Insomma, non sono molto esperta della procedura. Ma ho tutto l’interesse, giuro su Dio, ho tutto l’interesse…»
«Signor/a Lucertola, non andiamo per niente bene. Il suo modo di parlare è estremamente scorretto. Vorrei ricordarle il contesto in cui ci troviamo. Se continua così, sarò obbligato ad attivare una Perlustrazione anche nel suo appartamento.»
«No, la scongiuro.»
«Cerchi di controllarsi.»
«Posso chiederle di cancellare “giuro su Dio” dal verbale?»
«Lasci che ci pensiamo noi. Direi che è meglio ricominciare da capo. Succo di frutta?»
«Sì, grazie.»
«Allunghi la testa verso la cannuccia, per cortesia.»
«Non riesco a muovere il collo.»
«Si sforzi.»
«…»
«…»
«Grazie. Davvero… rinfrescante.»
«Signor/a Lucertola, la questione è semplice. Sappiamo che ha notato qualcosa di strano nel comportamento recente dei suoi vicini. Sappiamo anche che ha condiviso tali impressioni con la/il sua/o coniuge. Non deve far altro che riferirle anche a noi. Poi la lasceremo andare.»
«Io non ho fatto niente di male.»
«Non si preoccupi di quel che ha fatto o non ha fatto. Conta quel che farà da questo momento in poi.»
«…»
«…»
«Da dove devo cominciare?»
«Quando ha notato i primi segnali di attività politicamente scorretta nell’appartamento accanto al suo?»
«Le ripeto, se avessi sospettato che fosse un’attività politicamente scorretta –»
«RISPONDA ALLA DOMANDA.»
«L’anno scorso. Poco dopo esserci trasferiti nel nuovo appartamento.»
«Mese e giorno.»
«Era… fine novembre. Credo. Una settima feria. Mio marito non era ancora rientrato dall’intrattenimento pubblico.»
«“Suo marito”?»
«CONIUGE. Il mio coniuge. Dovevano essere le cinque di pomeriggio perché era già buio. Non si sentiva una voce per tutto il condominio. Sapete, le pareti sono molto sotti–»
«Si limiti ai riscontri oggettivi.»
«Ho sentito un rumore in corridoio.»
«Che tipo di rumore?»
«Uno strofinio. Come se qualcosa di pesante venisse trascinato sul pavimento.»
«E che cosa ha fatto?»
«Ho guardato attraverso lo spioncino.»
«Ha visto qualcosa?»
«Il signor Rossi che trascinava un pacco.»
«Non si faccia tirar fuori le parole col rampino. Che tipo di pacco?»
«Era una scatola di cartone, più lunga che larga, chiusa con due strappi di scotch.»
«Lo sa che Scotch® è un marchio registrato?»
«Due strappi di nastro adesivo.»
«Tutto qui?»
«Ha portato il pacco in casa. Dieci minuti più tardi l’ho visto ripassare con altro due pacchi più piccoli. Dentro c’era qualcosa che tintinnava. Ho pensato che fosse andato a prenderli in cantina.»
«Non si è chiesta/o che cosa potessero contenere?»
«Forse… un servizio di tazze?»
«E quello lungo?»
«Una scopa?»
«Signor/a Lucertola, le ho già detto di non prendermi in giro. Abbiamo motivo di ritenere che lei e la/il sua/o coniuge sapeste benissimo che cosa c’era nei pacchi.»
«No. NO. Deve credermi. Io…»
«Se continua ad essere così reticente non ho molto a cui aggrapparmi per sostenere la sua buona fede. Lei è una persona estremamente curiosa, signor/a Lucertola. Ai limiti del patologico. Aveva mai visto i Rossi-Decori portare dentro o fuori casa pacchi simili, prima di allora?»
«No.»
«Era la prima volta?»
«Sì. Le dirò quello che ho fatto. Ho aspettato che tornasse mio mar– il mio coniuge. Ho chiesto il suo parere. Lui mi ha detto che i miei sospetti erano immotivati.»
«Dunque aveva dei sospetti.»
«No, cioè… mi ha detto che non c’era nulla di strano, che probabilmente avevano comprato qualche nuovo elettrodomestico.»
«E lei che ha fatto?»
«Gli ho detto di star zitto e ho appoggiato l’orecchio al muro, fra l’attaccapanni e lo specchio.»
«Dunque?»
«Si sentiva appena il rumore del nastro adesivo strappato. E poi il fruscio di qualcosa che viene scartato e aperto. E ancora il tintinnio di prima. Lavoravano in silenzio.»
«“Lavoravano”. Dunque tutta la famiglia era coinvolta.»
«Non ho detto questo.»
«Sì che l’ha detto. Che cosa ha pensato sentendo tali rumori?»
«Niente di particolare.»
«Si sbaglia. Ha pensato che stessero preparando qualcosa. L’ha detto pure al/la sua/o coniuge, che le ha risposto di lasciar perdere e di smetterla una buona volta di origliare.»
«Che cos’è questo odore?»
«Siamo noi a fare le domande, signor/a Lucertola. Andiamo avanti, non abbiamo tutta la notte. Che cosa è successo dopo?»
«Dopo quando?»
«Dopo questo primo episodio a novembre dell’anno scorso.»
«Mi lasci pens–»
«Forse le è capitato di sentire puzza di bruciato?»
«Come fate a sape–»
«SIGNOR/A LUCERTOLA!»
«Sì, SÌ, puzza di bruciato. Sottilissima. Con una punta di zolfo. Potreste allentare leggermente l’anello al collo?»
«Nient’altro?»
«Non che io ricor–»
«Allora glielo dico io: musica. A bassissimo volume, beninteso, ma non abbastanza da non udirsi attraverso il muro. Musica popolare. Melodie che le sembrava di ricordare dall’infanzia, stando a quanto comunicò al/la sua/o coniuge la sera del 22, davanti a un piatto di minestra d’orzo. Ora ricorda?»
«Adesso che ci penso.»
«Mi faccia controllare… Il 25 dicembre i Rossi-Decori ricevono una visita. Nel loro appartamento. Non mi dica che non sa nulla neanche di questo.»
«Un uomo anziano.»
«Si dice “una persona non necessariamente pareggiata in senso cronologico”.»
«Il padre di Tania Rossi, vedovo. Alto, voce tonante. Si è fermato a pranzo.»
«Continui.»
«Sono riuscita a ricostruire la conversazione punto per punto, anche ascoltando solo le sue battute. Ha giocato a lungo con la piccola Ambra, sollevandola in aria e riprendendola al volo. Aveva portato una bottiglia e due pacchetti: dopo pranzo c’è stato un brindisi e a quel punto tutti, anche il vecchio, hanno abbassato la voce per qualche momento. Avevano fatto lo stesso prima di mangiare: come se si confidassero un segreto.»
«Lei ha sentito tutto questo e non ci ha detto nulla.»
«…»
«Beva un altro sorso di succo.»
«Lei non sente uno strano odore?»
«BEVA.»
«…»
«Ora rimetta a posto la cannuccia.»
«Ma -»
«Usi il mento. O il naso, come preferisce.»
«…»
«…»
«Grazie.»
«Lei è in una posizione estremamente delicata, signor/a Lucertola. Avremmo potuto chiudere un occhio se l’episodio non si fosse ripetuto. Ma sappiamo che anche quest’anno –»
«La prego. La cervicale –»
«NON INTERROMPA. Quest’anno la/il signor/a Rossi ha riportato in casa gli stessi pacchi. Era… il 29 novembre. Due settimane fa. E lei l’ha vista/o, attraverso lo spioncino, esattamente come l’anno scorso. Conferma? Anche a questo punto ha fatto finta di niente.»
«Non spetta a me sorvegliare –»
«È vero, non spetta a lei. Ma ha dimostrato un grande talento nel farsi gli affari degli altri, quando la cosa la/o interessava. Ed è un peccato che questo talento non sia messo a buon frutto, non crede?»
«L’odore è sempre più intenso. Potrebbe dirmi che –.»
«Lei è religiosa/o, signor/a Lucertola?»
«Come, scusi?»
«Religiosa/o. Crede in Dio/Dea?»
«Non in un modo che possa arrecare disturbo e/o indurre antagonismo in chicchessia.»
«Ottima risposta. E crede nel Politicamente Corretto?»
«In modo assolutamente anti-anti-ideologico, sì.»
«Rispetta la Po.Po.C. e tutte le sue opere e tutte le sue esecuzioni?»
«Rispetto.»
«Celebrerà la Festa d’Inverno, quest’anno? Accenderà i teleschermi? Parteciperà agli intrattenimenti pubblici a-generici?» »
«Sì, assolutamente sì.»
«Non sia così servile. È libera/o di non farlo, se preferisce.»
«L’ho sempre fatto.»
«Quando cade la festa d’inverno?»
«Che domande mi fa? Non c’è un giorno preciso. Ciascuno festeggia quando preferisce, nel rispetto delle credenze e delle abitudini e delle possibilità economiche e degli stati d’animo del pros–»
«Qual è il colore tipico degli addobbi?»
«Il giallo. Simbolo della concordia e dell’a-differenza.»
«Molto bene.»
«Posso andare?»
«Non sia precipitosa/o. Le libero il collo, se vuole.»
«Sì, grazie.»
«Si sente meglio?»
«Abbastanza. I polsi mi fanno ancora male.»
«Di che colore sono gli addobbi dei suoi vicini?»
«Come dice?»
«I Rossi-Decori. Hanno esposto gli addobbi gialli, come tutti?»
«No, sulla porta no.»
«E dentro casa?»
«Come faccio a saperlo?»
«AH AH.»
«Perché ride?»
«Signor/a, abbiamo trovato il buco.»
«…»
«Pensava sfuggisse alla Perlustrazione? Leggo testualmente: “un forellino del diametro di un centimetro in un angolo della sala da pranzo, direttamente comunicante con la cucina dell’appartamento adiacente (intestato a Lucertola-Dolce)” – ha visto? si parla di lei – “sigillato da un cilindretto di stucco rappreso estraibile a piacere tirando un bastoncino… bla bla bla… la posizione del cilindretto lascia pensare che fossero proprio i Lucertola-Dolce a servirsene”.»
«Non so di cosa stia parlando.»
«Lei ha spiato tutto, signor/a Lucertola. Dal suo osservatorio privato ha spiato l’albero e le palline, le statuette alte un palmo accuratamente disposte su un letto di muschio, il laghetto di stagnola, il cielo di cartone, la quattro candele disposte in cerchio su una corona di rami d’abete – candele ritualmente accese di settimana in settimana. Quando ho accennato alla puzza di bruciato lei ha assentito con foga. Vuol farmi credere che l’odore degli stoppini si sentisse attraverso la parete? Lei le ha VISTE, le candele, così come ha visto Aldo Decori prendere in braccio la/il piccola/o Ambra e farla/o/o volare in aria, felice, il 25 dicembre scorso. Ha visto tutta la famiglia pregare prima di pranzo e farsi gli auguri durante il brindisi. Magari solo di sguincio, ma ha guardato. E la cosa deve esserle parsa estremamente interessante, considerato che ha passato tutta la giornata schiacciata/o contro il muro, con l’occhio sul buco. Se non l’avessimo fermata/o l’avrebbe rifatto anche quest’anno. Che cosa ha provato a spiare i Rossi-Decori: stupore? invidia? commozione? E soprattutto: perché l’ha fatto?»
«…»
«Se si sente in imbarazzo, è libera/o di piangere. Può nascondere il viso contro la spalla. L’odore che sente è un derivato del betaidrossibutirato. Unito agli additivi del succo di frutta agisce come un potentissimo induttore di rispetto umano. Nei soggetti predisposti o poco addestrati può produrre apeirofobia e senso di colpa.»
«…»
«Lei sa come si chiama la festa che celebrano i Rossi-Decori? Certo che lo sa. L’avrà celebrata anche lei, da giovane. Di certo sa che Oltreoceano spadroneggia ancora indisturbata. È una tradizione… infestante, se mi permette il gioco di parole. Non immagina quanto sia faticoso impedire che attecchisca di nuovo anche da noi.»
«…»
«Non serve che sia io a ricordarle quanto la gente d’Oltreoceano detesti il Politicamente Corretto. Si sono votati al caos e all’autodistruzione, a partire almeno dalla rivoluzione del 2017. Non hanno un’apposita Polizia come l’abbiamo noi. E i risultati si vedono. Ma forse non sa che già nei primi anni dieci la gente di laggiù protestava in piazza – PROTESTAVA IN PIAZZA – perché i bicchieri di carta di una nota catena di caffetterie erano VERDI anziché ROSSI, in occasione di quella che dovrebbe essere la festa della pace e della fratellanza. Le sembra normale?»
«No.»
«Da parte nostra, l’unico modo di propugnare la tolleranza è l’intolleranza dell’intolleranza, giusto?»
«Sì.»
«E magari avrà percepito anche lei, come altri, un’onda di calore guardando la gente che festeggiava… vedendo giocare insieme gran-genitore e nipote, attraverso il buchino nel muro… più felici che in un giorno qualsiasi. Come se quel 25 dicembre, una quinta feria come un’altra, fosse davvero un giorno speciale. In cui magicamente l’augurio di bene potesse avverarsi per semplice forza di volontà. È questo che ha provato?.»
«Sì.»
«Mi viene la nausea solo a parlarne. Ma siamo ancora in tempo per disinfettarla/o. Mi dispiace tanto, ma non posso lasciarla/o andare. Si verbalizzi, prego: atto 2026-89E4-T1: l’arresto del/la signor/a Lucertola è confermato per ulteriori accertamenti. Come si sente, signor/a?»
«Male.»
«Si vergogna, vero?»
«Moltissimo. Non riesco quasi a –»
«Vuole che le rimetta l’anello al collo?»
«Sì, grazie.»
«Di niente.»
«…»
«Succo di mela?»

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Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Salti mortali rovesciati con triplo avvitamento

Angelo Gabrieli annuiva.
Maria Nazzari spiegava che per una questione di correttezza, essendo ormai arrivata alla dodicesima settimana, aveva pensato di– e che comunque non sarebbe venuta meno ai suoi impegni, che avrebbe potuto continuare a lavorare fino alla fine, cioè, dopotutto stava bene, non aveva neanche avuto le nausee, e il lavoro le piaceva, non era troppo faticoso.
Gabrieli annuiva ancora, i gomiti appoggiati sui braccioli della sedia, le dita intrecciate di fronte al viso.
Maria lucidava con gli occhi lo spigolo della scrivania di mogano di Gabrieli.
E quando scadeva il suo contratto?
Anche di questo voleva parlargli, visto che mancava ancora una settimana e non aveva ancora avuto notizie riguardo al rinnovo che le era stato promes–
Gabrieli diceva che in verità la sua collaborazione con la Ridol SpA era stata concepita fin dall’inizio come temporanea, questo lo sapeva anche lei.
Maria diceva che veramente.
Un accordo tra galantuomini, erano sempre stati chiari su questo punto.
Che però, diceva Maria, andava inteso come periodo di prova in vista di una probabile assunzione, così le sembrava di ricordare, visto che comunque la ditta aveva bisogno di una persona nella sua posizione e che l’ufficio personale era sempre sommerso di lavo–
Gabrieli scioglieva le mani e alzava un indice a mezz’aria, non proprio di fronte alle labbra ma quasi.
Maria abbassava gli occhi.
Gabrieli diceva che aveva anche lui due figli e sapeva che cosa voleva dire, i bambini richiedono molte energie, soprattutto da piccoli, e quando crescono poi chiedono il conto, sapeva?, bisogna dedicarsi al cento per cento, altrimenti.
Maria taceva.
E la donna voglia o no ha sempre il carico di lavoro maggiore, non per essere sessisti ma è così. Che non credesse– a lui, Gabrieli, era capitato più di una volta di trovarsi in questa precisa situazione, e proprio per il bene della donna, preferiva– Sì, è vero che la donna in questione assicurava, lavorerò, ce la farò, ci mancherebbe, ho mia madre che mi aiuta, ma tutti e due sapevano che in realtà– Ed era la scelta migliore per entrambi, davvero.
Maria taceva ancora.
E comunque, quando doveva nascere il bambino?
Verso Natale, rispondeva Maria.
Verso Natale.
Potenza ipnotica dello spigolo del tavolo.
C’è sempre la maternità dell’INPS, diceva Gabrieli.
Maria rispondeva che veramente per fare domanda bisognava che avesse lavorato almeno fino a sessanta giorni prima della data di inizio del congedo, si era già informata.
Gabrieli diceva che mh.
Maria diceva che sì, aveva cercato sul sito, aveva anche parlato al telefono con l’impiegata, il congedo è garantito soltanto alle lavoratrici dipendenti o apprendiste o impiegate eccetera, e alle donne in mobilità o in cassa integrazione, mentre invece se la donna è disoccupata deve dimostrare di aver lavorato fino a sessanta giorni prima del congedo, a meno che non abbia versato all’INPS ventisei contributi settimanali negli ultimi due anni, che non era il suo caso, purtroppo, e anche così il limite si estende a centottanta giorni, comunque non abbastanza.
Gabrieli si grattava il pizzetto.
Maria diceva che quindi.
In ogni caso suo marito lavorava, vero?
Non era sposata.
Ah.
Comunque sì, il suo ragazzo lavorava in un mobilificio, anzi, avevano aperto un nuovo stabilimento, c’era la possibilità che lo trasferissero entro fine anno.
Gabrieli annuiva.
Dovevano sposarsi a settembre.
Gabrieli diceva che be’, allora cominciava una nuova vita, no, e intanto tendeva la mano destra sopra la scrivania.
Maria rimaneva seduta.
Perché in queste cose bisogna essere un po’ fatalisti, può darsi fosse un segno del cielo, o del destino se preferiva, non era il caso di scoraggiarsi, tutto il contrario.
Maria si alzava in piedi.
Che il periodo era difficile, certo, ma le cose sarebbero migliorate prima o poi, e per fortuna, per fortuna c’erano donne come lei che ancora si mostravano accoglienti verso il dono della maternità, perché è un dono, sapeva, i bambini sono il nostro futuro, ogni bambino è speciale.
Maria allungava la mano.
Gabriele diceva che nessun rancore, eh.
Maria diceva che no, nessun rancore.
E ora mi scusi, ma.
Certamente.
Gabrieli alzava il telefono all’orecchio.
Maria usciva e chiudeva la porta.

Chiedo perdono a Leonardo da Vinci.

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Il primo discorso

Il primo discorso

L’uomo si aprì un varco nel boato della folla e ad ampie falcate raggiunse il podio. Saggiò il microfono col palmo, spalancò le braccia e sorrise alle telecamere. «Grazie!» disse. La folla rispose con violenza tellurica.
«Grazie mille, a tutti. Scusate l’attesa. È stata un cosa complicata. Grazie mille. Ho appena ricevuto una telefonata dal segretario di stato. Si è congratulata per la vittoria e io ho fatto le mie congratulazioni a lei e alla sua famiglia per la campagna elettorale combattuta molto duramente».
Qui si interruppe. Si appoggiò al podio con entrambe le mani e squadrò lentamente la folla da un lato all’altro.
«Ho vinto» disse infine. «Ho vinto. Ed è tutto merito vostro. Sapete già che cosa dovrei dire a questo punto: che è tempo di unirsi come un solo popolo, che sarò il presidente di tutti, che dovremo lavorare insieme per ricostruire la nostra nazione e rinnovare il sogno dei nostri padri. Ma sapete anche che la correttezza politica non è il mio forte».
Il boato si spense in un mormorio di trepidante delizia.
«La correttezza politica è una tale perdita di tempo, giusto?» Nuovo possente boato. «E noi non abbiamo tempo da perdere. Perciò, permettetemi».
L’uomo infilò una mano nella tasca della giacca.
Le guardie del corpo alle spalle dell’uomo strabuzzarono gli occhi. Almeno tre persone urlarono, quasi all’unisono. L’uomo estrasse un pettine e lo mostrò alla folla. «Paura, eh?» disse.
Non volava una mosca.
Lentamente, guardando in camera come di fronte a uno specchio, l’uomo disfò la banana di capelli che aveva sulla fronte. Tracciò una riga e ripartì le ciocche sui due lati. La chioma che prima era bionda diventava più bianca ad ogni passaggio del pettine. Sfilò quindi un fazzoletto dal taschino e si tolse il rossetto dalle labbra. Infine si pizzicò un punto sotto il mento e tirò. Una pellicola arancione cominciò a staccarglisi dalla faccia, rivelando la pelle di sotto, pallida e rugosa.
«Ecco fatto», disse l’uomo dopo aver completato il lavoro. La maschera arancione gli penzolava da una mano come uno stencil fosforescente, i buchi per gli occhi e la bocca grottescamente deformati.
L’uomo era un vecchio. Un vecchio del tutto ordinario, non fosse per la chioma ancora folta (ma canuta). Dimostrava ben più dei suoi settant’anni. Qualcuno credette a torto di riconoscere in quella topografia di rughe la faccia di Clint Eastwood.
La folla fissava inebetita. Qualcuno urlò «bravo» e si mise ad applaudire, cercando un seguito, ma il tentativo morì nel silenzio.
«Posso buttarla via, che ne dite?» disse l’uomo sventolando la maschera. «Ora mi avete eletto. Non mi serve più». E assunse il tono vagamente annoiato di un buon padre di famiglia. «Era un esperimento rischioso, lo riconosco. Rischioso e lungo. Lo sapevo fin dall’inizio. Solo un pazzo poteva tener duro per quarant’anni, con un unico obiettivo in mente: questo giorno, questa folla, questo palco. E ora eccomi qua. Non riesco a crederci neanch’io».
Si schiarì la voce. «Le mie intenzioni sono ottime, non temete. Ho a cuore questo paese e so quanto abbia bisogno di una guida capace. Ma non era con queste idee che avrei vinto. Non con questa faccia insulsa che mi ritrovo. Se mi fossi mostrato per quel che sono non sarei diventato neppure amministratore di condominio – neanche di un mio condominio», rise. «Perciò ho mentito».
Un brusio cominciò ad alzarsi dalle migliaia di teste assiepate. «Sì, ho mentito. A fin di bene. La campagna elettorale è stata solo l’ultima fase dell’inganno, quella in cui tutte le premesse dovevano trovare un folgorante compimento». E dopo un attimo di silenzio: «Un muro di duemila miglia? Ma avete idea di quanto cazzo sono, duemila miglia
La folla rumoreggiava. «E l’espulsione di milioni di cittadini? A un certo punto ho temuto non bastasse. Vi stavate abituando. Tutti quanti: sia voi che fino a un attimo fa applaudivate, sia gli altri, quelli che adesso stanno piangendo in un cuscino – sempre che non siano di fronte alla televisione: mi sembra quasi di sentirle, le mandibole che cascano sul pavimento. Ero arrivato troppo presto al limite di saturazione: rigetto ed esaltazione cedevano il posto agli sbadigli. I sondaggi mi davano in crescita. Perciò ho divulgato il video». Boato. «Sì, sono stato io a mandarlo ai giornali. Che credevate? Il video sulla figa. Avete notato che nel video mi si sente parlare anche quando sono fuori scena? sono stato io a chiedere di accendere il microfono. Era tutto calcolato. Una parte di me temeva che non ci sareste cascati, e invece». Infilò un dito in un buco della maschera e la fece piroettare in aria. «Pubblico oltraggio. Crollo dei sondaggi. Sapevo che in un modo o nell’altro avreste reagito. E infatti eccomi qui».
La folla era nel caos. Alcuni erano rimasti immobili, come pietrificati, ma altri, i più, urlavano e fischiavano e inneggiavano senza il minimo residuo di coesione. Solo il magnetismo dell’uomo sul podio impediva a ciascuno di saltare addosso ai vicini per sbranarli. Tutte le facce erano ancora rivolte verso quell’unico punto.
«Vi prego, vi prego, non ho ancora finito» disse l’uomo, facendo cenno a tutti di calmarsi. «Il punto è questo: che cosa dovrei fare ora? Mettere in atto i saggi propositi per cui ho tanto cercato questa carica? Anche se mi avete votato per tutt’altro motivo? Dovrei diventare un tiranno illuminato?»
La folla esplose contemporaneamente in un “sì” e un “no” che fecero tremare il palco. «Non ho capito» disse l’uomo sghignazzando. Si aggiustò la cravatta. «Ma non importa. Io credo nella buona fede degli elettori». Boato di giubilo. «Credo anche che una cura non sia efficace se non fa male. Ci ho riflettuto a lungo. Penso che sia giusto darvi quel che chiedete. Rispetterò il programma, punto per punto, per quanto insulso possa essere. Sarà divertente. E istruttivo, mi auguro».
Il rombo si smorzò di colpo mentre migliaia di bocche si spalancavano.
«Mi avete capito?» Silenzio. «Sarò il presidente che volevate che fossi!»
L’uomo prese il pettine e cercò di rifarsi la banana alla bell’e meglio. Si mise la maschera davanti alla faccia. «Contenti?»
Dopo un’istante di esitazione, qualcuno cominciò ad applaudire. Forse lo stesso di prima. Applaudiva a tempo, scandendo il nome dell’uomo sul podio. Altri gli si unirono. In breve tutta la folla inneggiava all’unisono ripetendo quel nome, un monosillabo, una serie infinita di granate che esplodevano a tempo nella notte.

Immagine: Gage Skidmore (particolare)

Peccato

Peccato

Uno dei proseliti, dottorando alla Columbia University e pusher della piccola comunità degli studenti di biotecnologie, scoprì che un’elementare variazione di una comune molecola psicoattiva produceva gli effetti che il suo predicatore di riferimento avrebbe auspicato: rendere il peccato fisicamente insostenibile per colui che lo commetteva. Era, si disse, la molecola che Dio avrebbe dovuto sintetizzare e spolverare come zucchero a velo sopra il pianeta prima di popolarlo; una sostanza che rendeva evidenti tutte le conseguenze spiritualmente negative del peccato nel momento in cui l’aspirante peccatore, in preda alla tentazione, è naturalmente meno portato a considerarle; quando è anzi il peccato ad apparire come il mezzo più semplice e rapido per massimizzare il piacere momentaneo. Si realizzava finalmente il sogno di qualsiasi moralista: trasformare la scelta morale in coazione. Rinunciare al peccato come si rinuncia a premere il grilletto mentre si esamina una calibro 28 e la si punta per gioco alla propria testa; meglio ancora: come il cervello di chi si lecca le dita rinuncia ad obbedire a un eventuale ordine diretto agli incisivi a tranciare di netto le falangi con un unico morso ben assestato, non importa con quanta convinzione tale ordine sia volitivamente espresso; a patto, ovviamente, che il cervello non sia già interdetto al controllo da qualche altra sostanza psicoattiva.
Per ottenere gli effetti desiderati occorreva, va detto, una precedente personale definizione di peccato. La molecola, in sé, non aveva modo di riconoscere un’azione come peccaminosa; si limitava a prospettare sotto forma di intenso disgusto e voglia di uscire dalla propria anima oltre che dal proprio corpo lo stato immediatamente successivo al compimento di una tale azione, purché il peccatore in fieri già la concepisse come peccaminosa. Il supporto farmaceutico non poteva sostituire e di fatto non sostituiva una retta coscienza, di cui era semplicemente un complemento. Madri terrorizzate che avevano segretamente sciolto compresse di Culpalax1 nei bicchieri d’acqua di figli affetti da depressione clinica, nella speranza di scongiurare una volta per tutte un desiderio di autoannichilazione purtroppo approdato allo stadio di tentativo (e perciò già orrendamente connesso all’impiego di fiammiferi o corde o lamette o automobili di grossa cilindrata messe in moto all’interno di garage perfettamente sigillati) andarono incontro a delusioni brucianti, o asfissianti o cruente, a seconda dei casi. Amiche pro life che non riuscivano altrimenti a convincere altre amiche pro choice a portare a termine gravidanze indesiderate e che per questo si affidavano surrettiziamente alla chimica (senza pensare agli affetti della molecola sulla salute del nascituro) apprendevano dopo qualche settimana che la paventata interruzione era stata portata a termine senza scrupoli di coscienza. Contava solamente ciò che il soggetto, e non la sua famiglia o il suo gruppo di appartenenza o la società nel suo insieme, concepiva come peccato2. Tenuto conto di ciò, gli effetti della molecola erano favolosi. Esisteva, si scoprì3, un’attitudine naturale del cervello ad evitare il senso di colpa; attitudine che tanti cattolici masturbatori compulsivi ben conoscevano, e che tuttavia in condizioni abituali non era tale da prevenire il comportamento negativo. La molecola sfruttava proprio questa particolare predisposizione, attutendo al contempo il richiamo del piacere legato al peccato in questione. Tutti i programmi di dieta fai da te, dall’ormai datata dieta Dukan al metodo iperpaperico4 dichiararono un aumento del 200–300% del proprio tasso di successo. I reparti di caramelle e merendine nei supermercati si ridussero a singoli scaffali o addirittura a singole mensole. Il numero di omicidi per annum scese a un quarto del valore pre-molecola (purtroppo senza che diminuissero ugualmente i casi di esecuzione sommaria negli scontri a fuoco con la polizia). Le chiese, non solo quella Ipnologica, rigurgitavano di fedeli. A dispetto della definizione squisitamente personale di peccato si andarono delineando alcune tendenze globali rispetto a certi questioni della vita che si pensavano fortemente dipendenti dalla cultura di appartenenza (adulterio/poligamia, cura dei figli e dei genitori, comportamento sul luogo di lavoro, regolamentazione della pornografia, rispetto della proprietà privata, ecc.), questioni la cui risposta puntava verso una sempre maggior penetrazione della nuova molecola – disponibile come farmaco da banco generico oltre che sotto diverse denominazioni commerciali – e rivelava un’intenzione sempre più marcata dell’umanità nel suo insieme a ridurre la distanza fra volontà e attuazione. La maggioranza, evidentemente, preferiva non peccare per forza piuttosto che per scelta.
Lo stesso scopritore della molecola si vide costretto, dopo averla sperimentata su di sé, a un drammatico cambio di binario esistenziale, il cui primo atto fu appunto il rifiuto di apporre un brevetto sulla molecola nonostante i guadagni che ne sarebbero derivati. Il nuovo binario doveva avere un sistema di trazione a cremagliera perché in meno di due anni il proselito riuscì a scalare l’intera gerarchia della Chiesa Cristiana Ipnologica5 e ad assurgere (dopo aver abbandonato per evidente incompatibilità sia la professione di pusher sia la carriera di dottorando) al ruolo di Predicatore Onirico. Ironia della sorte, ciò non lo protesse da quello che un numero crescente di consumatori andava denunciando come un terribile effetto collaterale della sostanza: la sempre maggior difficoltà di assumerne nuove dosi dopo la prima. Nonostante la brama di continuare ad essere protetti dal peccato si manifestasse con violenza al progressivo svanire degli effetti del principio attivo, quel poco che ancora ne rimaneva in circolo per l’organismo continuava a prospettare ogni ulteriore utilizzo della molecola come spiritualmente distruttivo e fisicamente rivoltante e insomma al cento per cento corrispondente alla nuova definizione pratica di peccaminoso. Rinunciare forzatamente alla colpa era in sé una colpa, per universale consenso. L’organismo sembrava desensibilizzarsi rapidamente da tutte le forme di peccato fuorché da questa: il che paradossalmente rendeva il farmaco ancor più necessario. Bisognava letteralmente turarsi il naso e strabuzzare gli occhi e pensare con quanta più intensità possibile alla propria personale isola felice per trovare la forza di mandarlo giù. Cosa che tutti, scopritore in primis, continuavano a fare.

Immagine: Pieter Paul Rubens (figure umane) e Jan Brueghel il vecchio (paesaggio e animali), Il giardino dell’Eden e la caduta dell’uomo (circa 1615)


  1. © Boehringer-Ingelheim. ↩︎
  2. Si ricordino, a questo proposito, le azioni di alcuni neo-omofobi dei primi anni venti, tese ad instillare per via farmacologica un eterosessuale senso di colpa nei membri di coppie omogenitoriali; azioni che apparirebbero risibili se fosse possibile anche solo per un momento trascurare i metodi brutali con cui furono condotte. ↩︎
  3. Moses, Christie & Muhammad, Nature, 2023. ↩︎
  4. Ideato da Charles Attan nel 2022 e basato sull’idea che il corpo vada trattato a seconda delle ore come un diverso contenitore della raccolta differenziata: plastica al mattino, carta a mezzogiorno, umido alla sera, con un’insolita preminenza del pranzo sugli altri pasti. ↩︎
  5. L’unica delle denominazioni cristiane ancora esistenti, sia detto en passant, che fino alla fine si rifiutò di usare i termini errori o mancanze per definire quegli atti contrari alla coscienza che continuò invece stolidamente a chiamare peccati. ↩︎

Stallo

Stallo

La gamba restava indietro. Il dolore era partito dalla schiena e una volta sceso fino al polpaccio aveva posto lì la sua sede, diventando peso e inerzia. «Sciatalgia» aveva detto il dottore. Ma la parola definiva soltanto, tautologicamente; non spiegava e soprattutto non curava.
Finché la gamba si fermò, e il corpo proseguì oltre.
O almeno tentò di proseguire: vi fu una tensione, uno strappo. Il proprietario del corpo si voltò. «Embè?»
La gamba se ne stava ritta, il tallone piantato sul marciapiede.
«Vogliamo andare, o cosa?»
Anche tirando non si muoveva.
«Io non vengo» disse alla fine la gamba. Non avendo una bocca, lo disse dardeggiando attraverso il nervo.
«Tu vieni eccome.»
«Non puoi costringermi.»
Il proprietario del corpo era, a buon diritto, proprietario anche della gamba. Abbrancò la coscia con entrambe le mani e tirò. La gamba non si mosse: emise invece una scarica di fitte che poteva sembrare un sogghigno.
L’uomo tentò fino all’esasperazione. Tirò così forte che cadde: culo in terra, ma con la gamba ancora al suo posto; per poco non si spezzò il ginocchio.
«Cos’è questa novità?» disse infine, mascherando l’esasperazione. «Che cosa ti trattiene?»
«Il dolore» disse il dolore.
«Vuoi una pausa da tutto questo camminare?»
La gamba tacque.
«Possiamo trovare un accordo.»
Pur di alleviare il proprio peso, l’uomo se ne sarebbe anche andato saltellando su una gamba sola. Perché il peso della gamba era suo, transitivamente. Faticosamente si rialzò, appoggiandosi alle braccia e facendo forza sull’unica gamba che collaborava.
«Allora? Ci separiamo?»
Pensava ovviamente di tornare a riprendersela, passate le lune.
Un passante lo vide parlare con la sua gamba e girò al largo. «Rispondimi» implorava l’uomo. Ma la gamba rimaneva muta e distante.
Stava per mettersi a piovere.

Immagine: R. Magritte, Le puits de vérité, 1967

Nebbia

Nebbia

Non c’era più mondo fuori dalla finestra.
La piccola Emma, che al tavolo della colazione era solita tendere le braccia al nuovo giorno, fu la prima ad accorgersene. «Più», esclamò.
Papà e mamma si alzarono in fretta per controllare.
«Non è rimasto proprio nulla» disse la mamma.
Oltre il graticcio fiorito del balcone, dove fino al giorno prima c’era il prato condominiale e la siepe e la casa del vicino, si apriva un grande vuoto incolore. Si sarebbe detto che la casa fluttuasse nel nulla: fatti salvi i ciuffi d’erba che ancora spuntavano ai suoi piedi, e che si vedevano sporgendosi dal parapetto; segno che almeno un po’ di terreno rimaneva, là sotto, a sostenerli.
«Come facciamo?» disse la mamma.
«Non lo so» disse il papà. Anche dall’altro lato della casa, come appurarono affacciandosi alla porta, non c’era più niente: scomparsi il vialetto, le case lungo la strada, l’intera stazione dei treni.
«Chiamo l’ufficio per farmi dare un giorno di permesso» disse il papà. Ma il numero non era raggiungibile.
«Che cosa può essere successo?»
«Forse è saltato un generatore. Una specie di black-out.»
«E perché non siamo spariti anche noi?»
«Non credo sia questa la domanda da farsi» disse il papà. «Dovremmo essere contenti di averla scampata.»
Emma dava segni di impazienza.
«Bisogna uscire e cercare di capire… fin dove arriva» disse il papà.
«E come facciamo? Non vorrai mica andar fuori? E se poi non riuscissi a tornare indietro?»
«Hai altre idee?»
«Restiamo uniti» disse la mamma. «Forse basta aspettare. Forse fra un po’ ritorna… la corrente.»
Cerchi di fiato si allargavano sul vetro della finestra.
«Sci-lo» disse Emma.
«Non adesso, amore» disse il papà.
«Oggi non possiamo andare sullo scivolo.» La mamma la prese in braccio, la portò a vedere con i suoi occhi. «Non c’è più.»
Emma contemplò stupita il non-mondo. Doveva esserci uno scivolo, laggiù, fra le due case, dietro il prato del vicino: ma non c’erano né prato né case, e non si sapeva dove guardare.
Lentamente, la piccola si mise a piagnucolare.
«Su, su» disse la mamma.

Immagine: R. Magritte, La voix du sang, 1947

24 dicembre 1818

«Ma ditemi, Joseph, se avesse risposto di no, che cosa sarebbe successo?»
Il cucchiaio del reverendo Mohr si fermò a mezz’aria.
«Lo sapete che non sono un teologo, caro Xaver.»
«Ma siete un uomo. E un prete. Certe domande dovete pur esservele poste, una volta o l’altra.»
«Certo non la vigilia di Natale.»
«Proprio la vigilia di Natale, invece!»
Gruber batté un pugno sul tavolo. La moglie si affacciò dalla cucina. Mohr la guardò di sottecchi.
«Cara Elisabeth, può chiedere a suo marito la cortesia di lasciarmi mangiare in pace?»
«Lei crede che mi ascolti? Matta sono stata, a voler sposare un musicista.»
E rivolta al marito: «Signore, il reverendo non si è fatto mezzo miglio nella neve da Oberndorf per venire ad ascoltare le vostre chiacchiere.»
«Ma mangiare la mia minestra, quello non gli dispiace.»
Una bimba di sei sette anni sgattaiolò sotto il tavolo, fece capolino accanto a Mohr, rubò una crosta di pane e scomparve. Il reverendo sorrise. Gruber tentava inutilmente di spianare una piega della tovaglia.
«Come cristiano credo di aver diritto a una risposta, ecco tutto.»
«E come cappellano, il signor Mohr ha diritto di sfamarsi.» La signora Gruber cambiò la brocca vuota con una piena. Mohr si pulì le labbra con il tovagliolo.
«Grazie, cara Elisabeth. Ma sì, Xaver, avete ragione. Meritereste una risposta; purtroppo temo di non aver capito bene la domanda.»
Gruber fissò Mohr negli occhi.
«Che cosa sarebbe successo se la Vergine Santissima non avesse dato il suo consenso alle parole dell’angelo? Come avrebbe potuto, lei che era stata creata senza macchia da Dio onnipotente, negare il suo consenso?»
«Queste sono due domande, non una.»
«Scegliete dunque quella che preferite.»
«Amico mio» disse Mohr «abbiamo studiato entrambi abbastanza per sapere che in simili questioni si sono persi i maggiori filosofi fin da prima dell’era cristiana. Come posso decidere liberamente di muovere un passo a destra o a sinistra, se un Dio onnisciente già sa quel che farò? O se addirittura la mia coscienza, come afferma qualche novello Democrito, è solo una nube di particelle asservite alle leggi del moto, ancorché di un moto caotico?»
«Voi spostate la questione. La Chiesa comanda di venerare la Madre di Dio in grazia del suo sì. Ma la tradizione attribuisce questo sì a uno speciale privilegio a lei concesso da Dio in persona. Qual è il merito? E qual è la logica?»
«Ora fate voi la predica al prete?»
La signora Gruber, in piedi sulla porta, ascoltava con le mani infilate nel grembiule.
«I ragionamenti di suo marito sono molto interessanti» disse Mohr, guardandola, «ma io, purtroppo, non sono un teologo. Lasciate allora che vi racconti una storia. È accaduto forse due anni fa: era anche allora un gelido pomeriggio d’inverno, e me ne stavo rincantucciato nel soppalco della nostra parrocchiale, con la chitarra sulle ginocchia, a provare un qualche preludio del vecchio Bach. Mi dicevo che sarebbe stata un’ottima idea imbastire su uno di quei preludi il canto di un’avemaria, ma voi lo sapete, caro Xaver: io ci provo, ci provo, e non ci riesco.»
Gruber finse di non vedere l’occhiolino dell’amico.
«Riuscivo soltanto a giocare con le note, per esempio suonando il preludio al contrario, per arpeggi discendenti anziché ascendenti, e a stupirmi di come la musica cambiasse il suo significato restando pur sempre simile a sé stessa. Sono sicuro che avrete provato anche voi lo stesso trucchetto sul pianoforte. Così si scopre davvero come ogni nota serva a preparare le note che seguiranno. Rovesciando l’ordine il principio salta: le note che sentiamo ad ogni nuova battuta sembrano piuttosto preparare quelle che abbiamo già sentito. E il cuore ne è spaesato.
«Ma era insomma un esercizio della noia. E faceva un freddo di tomba. Credo di essermi addormentato, non c’è altra spiegazione, perché quando ho alzato la testa tutto era scomparso: la chitarra, il banco, la chiesa intera. Ero solo, inginocchiato nella neve, e senza vestiti addosso.»
«Nudo?»
«Sì, il Signore mi perdonerete, nudo come un bambino.»
«Joseph il sognatore.»
«Prendetevi pure gioco di me, Xaver, non ve ne faccio una colpa. Se vi racconto tutto questo è solo perché mi siete caro. Per una volta, sono io a confessarmi a voi, e siete voi a dover mantenere il segreto.»
La signora Gruber era andata a sedersi accanto al marito.
«Stia tranquillo, reverendo, non aprirà bocca.»
«E cosa accadde poi?»
«Mi riscossi. Stranamente il gelo non mi feriva, non più di prima almeno, quando ero seduto a strimpellare e il mondo era ancora al suo posto. E il mio corpo… era come se fosse passato attraverso la morte. Sì, non c’è altro modo di dirlo. Ma non era una resurrezione di salvezza: ero incatenato dentro me stesso come devono esserlo i penitenti dei gironi più bassi, e disperato, senza remissione. Tremo perfino ad ammetterlo. Avete mai provato, Xaver, non dico il desiderio di estinguervi nel nulla, ma di non essere addirittura mai nato? E sapervi al tempo stesso obbligato in eterno, irrevocabilmente, a un solo supplizio: essere esistito.
«Alzai gli occhi; fu come se un altro lo facesse per me. Vidi allora in mezzo alla neve una cappella ottagonale, molto più piccina della chiesa che mi circondava da sveglio, e un crocchio di gente sul sentiero che saliva alla cappella. Nessuno si era accorto di me. Era sera e il cielo diventava sempre più grigio. Già si accendevano i lampioni. Fu un immediato conforto, anche se non sufficiente. E quella gente cantava.
«Invano provai ad avvicinarmi; evidentemente era scritto che dovessi ascoltarli da lontano, e quei pochi metri erano più di mille miglia per me. Sì, cantavano, a una sola voce, una melodia di paradiso, ma semplice, ma enigmatica. Come il preludio che stavo suonando fino a un attimo prima, nota dopo nota, dalla fine all’inizio.»
«Inutile tentare di spiegare la distanza abissale fra me e quella melodia, e la salvezza che comunque ne ebbi ascoltandola, almeno per un istante.»
Qui Mohr si interruppe. La signora si fece il segno della croce.
Gruber era insoddisfatto.
«E dunque?»
«Dunque cosa?»
«Avete trascritto la melodia?»
«No.»
«Per Dio, Joseph, sperperare quel che i sogni ci regalano!»
«Non bestemmiate, amico.»
La signora Gruber posò una mano su quella del marito.
«Perché non l’ha trascritta, reverendo?»
«L’ho dimenticata. Quando mi sono riavuto era passato un tempo infinito. Mi ero accasciato su uno spigolo del parapetto e la spalla mi doleva tutta. Buio come sotterra: ci ho messo qualche minuto a riconoscere i luoghi. Alzandomi, senza volerlo ho dato una pedata alla chitarra che era scivolata in terra. Ho sceso la scaletta del soppalco inciampando due o tre volte. Possibile che non ci fosse una sola luce in tutta la chiesa? Ho acceso il primo cero che mi è capitato per le mani. In sagrestia ho trovato un foglio e lì, alla luce della fiammella, ho buttato giù una manciata di versi.»
«Versi!»
Gruber batté un altro pugno sul tavolo. Mohr sorrise candidamente.
«Questo so fare.»
«Mi sfugge il punto di tutta la storia.»
«Lei l’ha capito, Elisabeth?»
La donna annuì timidamente.
«Caro Xaver, amico mio, chi vi dice che la Santissima Vergine non abbia risposto anche di no?»
«Ora siete voi a bestemmiare.»
«Lo so, il Vangelo è chiarissimo su questo punto, ma altrettanto lo sono i nostri momenti di buio; e io, come uomo, conosco bene le miserie degli uomini. Questo mondo è sotto il dominio del Nemico, non è vero? Non può essere che il Dio di Giobbe abbia stabilito di concedergli, finché dura questo mondo, anche il potere di controllare le cause e gli effetti? Di tenere in bilico non solo il futuro, che è una vaga nebbia ai nostri occhi, ma anche il passato, che crediamo sia scolpito nella roccia per sempre?»
«Non capisco.»
«Può darsi che tutto ciò che accade nel presente, comprese le parole che ora escono dalla mia bocca, non siano tanto determinate da ciò che è stato, quanto piuttosto preordinate da ciò che dev’essere ancora. Che fino ad oggi, per un ennesimo inganno, per inveterata abitudine, abbiamo letto il mondo e la storia al contrario. Può darsi che il futuro sia già scritto, e il passato ancora indugi nella penna dell’Autore, e che per questo la Vergine possa ancora decidere quale risposta dare.»
Mohr tirò il fiato.
«Nella visione che vi ho raccontato, per dire, ho sperimentato nella mia anima l’angoscia del no.»
«Joseph, voi credete davvero a quel che avete detto?»
«Se credere significa cogliere per immediatezza, senza ragionamento…»
La signora Gruber si alzò in piedi, strofinandosi le mani in uno straccio.
«Xaver, vi chiedo scusa. Ho impressionato vostra moglie, a quanto pare.»
«Clara!» gridò la donna, per fare qualcosa.
Gruber scrutava la tovaglia in cerca di altre pieghe da spianare. Una bimba di sei sette anni, scalza, si presentò sulla porta.
«Buongiorno, Clara» disse Mohr.
«Saluta il reverendo, da brava.»
La bimba non disse nulla ma sgattaiolò sotto il tavolo, fece capolino accanto a Mohr, rubò una crosta di pane e scomparve. Il reverendo sorrise. La madre la rincorse per le scale.
«Devi aiutarmi a rassettare!»
Mohr fece per alzarsi.
«Ebbene, è ora di togliere il disturbo.»
«No, aspettate!»
Gruber si alzò in piedi.
«Non mi avete ancora detto perché siete venuto! Sedetevi, bevete un altro bicchiere.»
«Grazie, caro amico, ne farò a meno. Sono nell’imbarazzo di dovervi chiedere un favore.»
«È questo, dunque! Dite pure, qualsiasi cosa.»
«Ma ora ho l’impressione che lo scopo vero della mia visita fosse un altro: lasciarvi a bocca aperta, raccontandovi quel che vi ho raccontato, e lasciarmi stimolare dalle vostre domande. Forse questo ha più importanza di tutto il resto. Perciò adesso…»
«Via, non siate timido. Che cosa avete in tasca?»
«Oh, una sciocchezza.»
«Parlate!»
Mohr sospirò.
«Riderete di me. È una poesiola che ho scritto, guarda caso, due anni fa.»
«E allora?»
«Stasera, alla messa di mezzanotte, mi piacerebbe proporre un pezzo nuovo…»
«Fate vedere.»
Gruber quasi strappò il foglio di mano a Mohr.
«Una cosa semplice, beninteso, adatta alla mia chitarra… Due tenori, se avrete voglia di unirvi a me nel canto, più il coro dei bambini. Pensando ora a quella musica che sembrava giungere a salvarmi dal futuro… salvare me, voi, tutti…»
L’amico continuava a leggere in silenzio.
«Mi rendo conto che mancano solo poche ore, ma conoscendo la vostra facilità con la melodia… che dite, caro Xaver, è chiedere troppo?…»
Gruber alzò gli occhi all’improvviso. Mohr quasi si spaventò di quello sguardo.
«…è un sì?»

gruber_autograph7

Nel 1818 il reverendo Mohr aveva 26 anni; Gruber 31; Maria Elisabeth sarebbe vissuta ancora 7 anni. La melodia, ovviamente, è questa. Buon Natale a tutti.

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Calendario d’avvento

Calendario d’avvento

Quest’anno Jim mi ha mandato un solo racconto, questo. (Mi ha chiesto di firmarlo Yehuda Ben Yeshu, cosa che mi guardo bene dal fare.) Se volete farlo contento, ditegli che è più bello dei miei – una bugietta non ha mai fatto male a nessuno.

Arrivarono gli elfi, simili a boy scout: piccoli, petulanti, pustolosi. Dio sa come avessero fatto a superare le porte del reparto di cardiologia senza essere acciuffati da un qualche infermiere. Ed ecco le tre facce allineate sulla sbarra di acciaio del letto ai piedi della signora Morgen.
– Calendario d’avvento – disse l’elfo più a sinistra.
– Cioccolatino? – chiese la signora Morgen
– Siamo venuti a prendere, non a dare – disse l’elfo più a destra.
E quello in mezzo sorrideva come un ebete.
– Andate via – disse la signora Morgen.
Elfi a Shaare Zedek: Il mondo non è proprio più quello di una volta.
– Torneremo domani.
E così fecero. Puntuali puntuali, alle cinque e mezza, prima della mesta carovana della cena. La penombra della stanza precipitava la parete di fronte di trenta o quarant’anni nel passato, e da lì ritornava portando un’antica vetrinetta e un servizio di tazze rosse che la signora aveva completamente dimenticato: tre tazze grandi ciascuna come una teiera, e con un beffardo sorriso da elfo spalancato sopra.
Morgen per poco non cacciò un urlo.
– Tutto bene, signora? – domandò Shimeon, che passando in corridoio l’aveva udita ansimare. La signora non rispose. Shimeon le rassettò il cuscino e fece per andarsene.
– Aspetti – disse Morgen.
– Mi dica.
– Vede qualcosa?
Shimon la guardò perplesso.
– Lasci perdere, venga qui. Apra il primo cassetto.
Non c’era che un foglio di carta, e un paio di calze ancora nella confezione.
– Così va bene?
– Lo lasci aperto.
Volle chiedergli pure di accendere la luce, ma si trattenne. Per tutto il tempo gli elfi contemplarono le mosse del ragazzo senza dire una parola. Shimeon uscì.
– Soddisfatti? – chiese la signora.
– Sì – disse l’elfo al centro.
Presero dal cassetto il corrispettivo dovuto e se ne andarono.
Così anche la sera dopo e le successive. Impararono presto a tirare da soli il cassetto delle colpe e a prelevare quello che spettava loro: senza rimostranze. La signora soffriva e non sapeva perché. Non era mai stata religiosa, ma aveva risparmiato a Dio quello sprezzo plateale che lo fa esistere più delle preghiere; e si considerava a posto. Che cosa prendessero dal cassetto quelle bestiacce non ne aveva idea.
A sera il telegiornale parlò di una vecchia accoltellata da un fanatico a Rishon Lezion.
– Animale – inveì la signora Gilad.
Morgen aveva girato la sua poltrona verso la vetrata che dava sul cortile: dal decimo piano poteva sorvegliare tutto il grigio casellario delle finestre del padiglione di fronte, un rettangolo quattro per sette, molto ordinato.
– Spero che l’abbiano ammazzato di botte.
– E la vecchia? – chiese Morgen.
Decidere se inseguire il fanatico e saltargli al collo, o fermarsi a tamponare la ferita: ecco un bel dilemma, almeno secondo la giornalista che dallo schermo faceva sfoggio di bella coscienza. Decidere piuttosto di lasciar perdere e voltarsi dall’altra parte, tanto nulla cambierà mai. La signora Morgen alzò il dito e per spegnere le finestre illuminate che vedeva attraverso la vetrata.
Più tardi, a un’ora che la signora Morgen non poté leggere sul vasto quadrante senza lancette che la sua mente proiettava di fronte al letto, qualcuno entrò zampettando nella stanza e si arrampicò quatto sul comodino.
– Anche di notte, adesso? – chiese, dopo averli lasciati armeggiare per un pezzo.
– Prelievo eccezionale – disse quello col sorriso da ebete.
Estraeva dal cassetto un tubo di cemento di almeno mezzo metro di diametro, che passava con immensa fatica, deformandosi. E in quel tubo potevano starci anni, forse decenni, di paesaggi e persone, ovvero doveri e mancanze.
– Basta – implorò la signora.
– È subito finito – mentì l’elfo.
La mattina dopo Shimeon la trovò un po’ sbattuta. Dopo l’abituale lavaggio, la signora chiese che il cuscino le fosse abbassato.
– Di più – insisté. – Seduta non riesco a dormire.
Secondo su secondo, le giornate continuavano a farsi e disfarsi. Seppe che la signora Gilad aveva avuto una crisi ed era stata trasferita in terapia intensiva. In saletta tv il suo posto era stato preso da uno sparuto alberello addobbato con palle di polistirolo.
– Le piace il Natale, signora Morgen? – chiese Shimeon.
Nel casellario di fronte le luci andavano davvero spegnendosi ad una a una. La signora aveva paura di rispondere.
– Che giorno è oggi?
– Il quattordici – disse Shimeon.
Povero ragazzo.
Ma il cuscino non sapeva sistemarlo. Dopo un giorno di pausa gli elfi ritornarono, e la signora che pur teneva gli occhi caparbiamente rivolti al soffitto non poté fare a meno di vederli, allineati sulla solita sbarra di ferro.
– Oggi sconto di pena.
Il bottino era un granuzzo minuscolo come un calcolo renale. L’elfo di destra lo intascò con grande soddisfazione.
– Cos’hai fatto all’occhio? – chiese Morgen.
– È stato un cecchino – sghignazzò l’elfo di sinistra.
Se ne andarono a braccetto, canticchiando. Benché staccato dal nervo, il globo oculare che era rimasto sul comodino continuava ad avere un’espressione da ebete.
Quella notte la signora dovette essere sedata; allora anche il gigantesco foglio di calendario che vedeva campeggiare sul soffitto, con le sue croci rosse vergate da mano invisibile, sparì lentamente in una nebbia nera e calda in cui continuarono a fluttuare per un po’ le parole di Shimeon: – È per il suo bene, signora.
– Manca poco.
– Manca poco a cosa? – chiese lei. Ma aveva un gomitolo affondato in gola e nessuno rispose.
La speranza di aver finalmente espiato i peccati di una vita le bastò per qualche istante. Poi riconobbe la voce dei tre mostri e rabbrividì fino alla punta dei capelli.
– Manca poco, manca poco, manca poco.
Tenevano ciascuno una gamba del letto: due dalla parte dei piedi, uno dalla parte della testa (ed era il guercio, il più malevolo), cosicché il catafalco pendeva da un lato. E anche il corridoio era in pendenza: uno scivolo innevato, fino alle viscere della terra.
– Bella slitta, bella slitta.
– Fermatevi – urlò la signora Morgen.
– Bisogna completare il lavoro.
– Stia tranquilla, è solo un sogno – disse il guercio.
– Solo un sogno, solo un sogno.
Si svegliò di soprassalto con un dolore lancinante e ramificato al braccio sinistro. Fece in tempo a premere il pulsante.
– Non ancora, non ancora, non ancora.
Quando si svegliò nuovamente era passato un giorno e una seconda notte.
– Dov’è la signora Gilad? – chiese.
E si trovava in una stanza tutta diversa. Non c’erano teste su questa spalliera: non ancora.
Al cambio turno Shimeon venne a trovarla.
– Torno a casa – disse. – Ci vediamo dopo le feste.
Morgen si mise a piangere.
– Su, su – disse lui accarezzandole la spalla.
– Stia attento – rispose Morgen.
– Ci sono stati momenti peggiori.
La signora si ricompose.
– Finirà questa guerra? – disse infine.
– Sì – disse Shimeon – prima o poi.
– E chi vincerà?
Il ragazzo sorrise: – Nessuno, ovviamente.
Una voce di perdono pareva ancora possibile, anche per interposta persona, benché il cielo fosse vuoto e ben altre stelle fossero pronte a brillare come mine da un momento all’altro. Shimeon uscì. La signora lasciò cadere la testa di lato, verso la finestra.
Sulla parete dirimpetto, contò otto luci accese.

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Dentro l’armadio

Dentro l’armadio

Primo pastore – L’otto dicembre è passato. Io dico che ci lasciano qui.

Secondo pastore – Non è possibile.

Terzo pastore – Sarebbe la prima volta.

Secondo pastore – Eppure rumoreggiano.

Pecorella – Perché rumoreggiano?

Altra pecorella – Già, perché?

Primo pastore – Non riesco a sentire.

Terzo pastore – Voialtri che siete più vicini, capite qualcosa?

Maniscalco – Più vicini… mica tanto.

Terzo pastore – Tu, ragazzina, che hai le orecchie buone.

Ragazzina con la brocca – Parlano di noi.

Pecorelle (in coro) – Sul se-e-erio?

Ragazzina – Riesco perfino a vederli. C’è un buco nella scatola, e l’armadio non è ben chiuso. È venuta un sacco di gente. Genitori, insegnanti, perfino il dirigente.

Maniscalco – Tutti qui per noi?

Ragazzina – Sembrerebbe di sì.

Secondo pastore – Evviva! Ve l’ho detto che ci tirano fuori.

Primo pastore – Al contrario. Se devono discuterne, significa che non sono d’accordo. E allora…

Secondo pastore – E perché non dovrebbero essere d’accordo?

Primo pastore – Che ne so io?

Maniscalco – Lasciate parlare la ragazza.

Ragazzina – Continuano a interrompersi a vicenda. Non si capisce niente.

Lavandaia (sottovoce) – Qualcuno ha detto “cultura”.

Terzo pastore – Chi ha parlato?

Lavandaia – …

Maniscalco – La lavandaia. È timida.

Primo pastore – Si potrebbe alzare la voce, per cortesia?

Lavandaia – …

Maniscalco – Ecco, l’hai spaventata. Adesso non apre più bocca.

Primo pastore (al secondo pastore) – Ma che problema ha?

Secondo pastore – Ehi, un po’ di rispetto.

Pecorelle (in coro) – Già, un po’ di rispe-e-etto.

Primo pastore – Quanti formalismi. Siamo tutti accatastati nella stessa scatola…

Secondo pastore (fra sé) – Proprio come ai bei tempi.

Terzo pastore – Insomma, state zitti. – (Alla lavandaia) – Signora, non abbiamo sentito quel che ha detto, potrebbe ripetere per cortesia?

Ragazzina – Dice che le pare di aver sentito la parola “cultura”.

Maniscalco – “Cultura”?

Ragazzina – Sì. E “integrazione”.

Pecorella – Che cosa vuol dire?

Altra pecorella – Già, che cosa vuol dire?

Terzo pastore – Integrazione vuol dire mettersi d’accordo.

Secondo pastore – Ecco, si mettono d’accordo!

Lavandaia – …

Ragazzina – Sì, è vero. Ora li sento anch’io. Parlano di rispetto delle tradizioni.

Maniscalco – E noi che cosa c’entriamo?

Terzo pastore – A rigore, siamo una tradizione.

Pecorelle (in coro) – Una be-e-ella tradizione.

Ragazzo col cappello di paglia – Per favore, c’è gente che cerca di dormire.

Lavandaia – …

Ragazzina – A quanto pare, non sono sicuri che questa tradizione li rappresenti ancora, e che non turbi le tradizioni di altra gente…

Maniscalco – Quale altra gente?

Terzo pastore – Perché dovremmo turbarli?

Primo pastore – Datemi retta, meglio farsene una ragione.

Secondo pastore – Mai!

Primo pastore – Che alternative proponi? La rivoluzione? Rovesciamo la scatola a spallate fuori dell’armadio?

Secondo pastore (sottovoce) – Chiediamo il parere dei saggi.

Primo pastore – I tre col cammello? Oh, giusto loro!

Terzo pastore (sottovoce) – Non urlare! Di solito la sanno lunga, no?

Primo pastore – Arrivano sempre dopo tutti gli altri, e pretendono di passare davanti…

Terzo pastore (schiarendosi la voce) – Signor Gaspare, eccellenza, una parola?

Gaspare – Chi mi chiama?

Terzo pastore – Sono io, Simone. Non so se ha seguito le nostre discussioni fin qui.

Gaspare – Sentivo un certo brusio.

Terzo pastore – Ci chiedevamo perché quest’anno siamo ancora nella scatola. È strano, non trova?

Gaspare – È tutto scritto nelle stelle.

Primo pastore – Nelle stelle? Intende le stelline disegnate sul fondale?

Secondo pastoreSst.

Primo pastore – Siamo in buone mani.

Terzo pastore – Ci chiedevamo se lei, o qualcuno dei suoi… ehm… colleghi, abbiate qualche consiglio da darci.

Gaspare – Un solo consiglio: non commettete lo stesso errore della gente là fuori.

Terzo pastore – Prego?

Pecorelle – Pre-e-ego?

Gaspare – Melchiorre, ti prego, illuminali tu.

Melchiorre – Quel che vuol dire Gaspare è molto semplice. Perché volete uscire a tutti i costi? Avete qualcosa da fare là fuori che non potete fare qui?

Tutti – …

Melchiorre – Pascolare le pecore? Ferrare i cavalli? Scendere al pozzo a riempire la brocca?

Ragazzina – No, non è questo.

Melchiorre – E che cosa allora?

Ragazzina – Attendere l’angelo e seguirlo alla mangiatoia.

Melchiorre – Hai detto bene. Attendere e seguire.

Ragazzina – Ma l’angelo dov’è? Non ha ancora aperto bocca. Dev’essere finito in un’altra scatola.

Maniscalco – Di solito lo ripongono assieme alla capanna, nel cassetto.

Ragazzina – Come possiamo seguirlo, stando qui?

Melchiorre – Ci sono molti modi di seguire un angelo. Non pensate alla sequela come a un atteggiamento esteriore.

Gaspare – Non commettete il loro stesso errore. Ci hanno trasformati in un simbolo.

Primo pastore – E non lo siamo, forse?

Gaspare – Ci usano per provare un punto. Quelli che non vogliono tirarci fuori lo fanno per mostrare quanto sono moderni e tolleranti. Quelli che vorrebbero tirarci fuori a tutti i costi in molti casi non ci conoscono neanche. Nessuno di loro è davvero impegnato nella sequela. Si combattono perché hanno paura.

Melchiorre – Mentre il punto è proprio l’opposto della lotta e della paura… pace e buona volontà, giusto?

Tutti – Giusto.

Primo pastore – Ma se non siamo un simbolo, che cosa siamo?

Gaspare – Un esempio.

Pecorelle – Un ese-e-empio?

Primo pastore – Quindi dovremmo rimanere qui? Bell’esempio.

Gaspare – Dovremmo sforzarci di attendere l’angelo. Anche da qui, se necessario.

Melchiorre – Pensateci: il disordine, l’affollamento… non sapere quel che sta per succedere… non è proprio come all’inizio?

Secondo pastore – Ho avuto la stessa impressione anch’io, poco fa. Qui dentro… anche se nessuno ci vede, mi ricorda i bei tempi. Le steppe di Giudea…

Ragazzina – La gente se ne va! Hanno spento la luce.

Maniscalco – E cos’hanno deciso?

Ragazzina – Non lo so.

Melchiorre – Non è importante.

Maniscalco – Rimaniamo tranquilli, allora?

Melchiorre – E fiduciosi.

Terzo pastore (dopo un attimo di silenzio) – Perdonate, eccellenze, ho una domanda.

Melchiorre – Di’ pure.

Terzo pastore – Come vedono la cosa… nelle alte sfere?

Melchiorre – Spiegati meglio.

Terzo pastore – Intendo… lui e lei. Nella capanna.

Pecorella – Come stanno?

Altra pecorella – Già, come stanno?

Melchiorre (alle pecore) – Credo se la passino bene. Sono incollati al pavimento, non possono muoversi. Al caldo, come ben sapete. E attendono il bambino.

Secondo pastore – Nonostante tutto?

Melchiorre – Nonostante tutto.

BaldassarreLei è il miglior esempio, in questo.

Gaspare – Oh, carissimo. Temevo ti fossi perso per strada.

BaldassarreLei osserva tutto quel che succede e lo medita nel proprio cuore, come ha sempre fatto.

Gaspare – E tu come lo sai?

Baldassarre – Dicono che il suo pensiero sia così profondo da spostare gli oggetti e varcare i limiti della capanna. A volte lei stessa scende fin quaggiù, sotto mentite spoglie. E io la sento.

Pecorelle (in coro) – Davve-e-ero?

Baldassarre – Basta fare silenzio.

Primo pastore – Non ci credo.

Baldassare – Oh, ma si ferma poco. Il tempo sciacquare due panni nel lavatoio, dire due parole, e ritorna da dove è venuta.

(2 di 4. Immagine: Design Mag)

 

Annunciazione

Alle sei di sera Maryām è vestita per uscire ma non sta bene. Telefona ad Alyassa. Alyassa non risponde. L’appuntamento è per le sei e mezza a République. C’è un tubetto di pastiglie sopra il tavolo, sempre le stesse. Maryām ne prende una e si distende sul divano senza togliersi la giacca.

Conta fino a dieci.

Conta fino a cento.

Arrivata a centotrenta si rialza di scatto. Gli occhi stavano per chiudersi da soli, ma il bambino le è sobbalzato in grembo. Chissà quanto passerà prima che Maryām possa uscire di nuovo la sera. Prova di nuovo a chiamare Alyassa, ma non c’è campo. Tanto vale farsi coraggio. Hanno prenotato da un pezzo, sarebbe un vero peccato. La pastiglia comincia a fare effetto.

Maryām si aggiusta il velo, esce di casa.

Temevo non venissi più, dice Alyassa. È truccata, ha già bevuto.

Non sto bene, dice Maryām.

Fra poco ti passa, dice Alyassa. Andiamo a mangiare un boccone?

Alle otto meno un quarto sono già in coda per entrare. Gente allineata lungo un marciapiede: borse a tracolla, barbe lunghe, tacchi, il censimento delle mode. Brividi di freddo. Maryām si stringe nel suo velo.

Quello è un giornalista? chiede.

Te l’ho detto che spaccano, risponde Alyassa.

Mezz’ora dopo passano le porte.

Dio è più grande!

Dio è più grande!

Sì, risponde a mente Maryām, per istinto.

Un’onda di folla si rovescia da destra. Maryām fa appena in tempo a vedere il batterista che lascia cadere le bacchette e si piega a terra. Il concerto che era cominciato così bene sfuma in un battito martellato privo di ritmo. Chi è che suona così? si chiede Maryām. Urla fuori tempo. Sensazione di peso.

Alyassa, chiama Maryām.

Alyassa è distesa sotto di lei e non si muove. Due braccia spingono Maryām in avanti.

Aiuto, grida lei, sono incinta.

Dio è più grande!

Come un animaletto, Maryām si raccoglie su sé stessa a proteggere il suo ventre. Ma le braccia che l’hanno presa si spalancano come ali, la sollevano in aria. Passa una frustata di proiettili.

Via! Via!

E Alyassa? grida Maryam.

Strisciando, ha raggiunto un’uscita di emergenza alla sinistra del palco. La gente è acqua che spinge in un tubo e gorgoglia. Maryām corre su qualcosa di orrendamente morbido. C’è una finestra in fondo: prima che possa raggiungerla, un uomo la agguanta per le gambe.

No, per favore, no, grida Maryām.

Si divincola scalciando. Perde una scarpa. Il crepitio degli spari echeggia da più direzioni.

E la finestra è troppo alta, la strada di sotto un abisso. Ma il fuoco dietro le spalle…

Come sospesa in una bolla prenatale, le urla improvvisamente spente in un silenzio d’embrione, Maryām contempla la propria morte. Annullare questo senso di peso.

Senza urlare, si tuffa.

ʾĀmīn.

Aggrappato a una sporgenza della parete, ma in modo da non farsi vedere attraverso la finestra dall’interno, Yūsuf guarda inebetito la strada sottostante.

Signore, la prego.

La bocca del teatro continua a vomitare persone e resti di persone. Gente si allontana di corsa. Gli inquilini del palazzo di fronte strabuzzano gli occhi, si mettono le mani sulla bocca. Un ragazzo urla, zoppicando fra le auto in sosta. Un altro è trascinato per le braccia sul marciapiede e guarda fisso verso il cielo.

Ma che cazzo fai?

Un uomo ha scavalcato il parapetto della finestra e si è aggrappato alla stessa stessa sporgenza spingendo da parte Yūsuf. Per poco non scivolano entrambi. Ma nessuno dice nulla. Ad ogni sventagliata di mitra le quattro braccia appese si scuotono di riflesso, senza controllo.

Non è possibile, pensa Yūsuf. Non può stare accadendo veramente.

Difficile mettere a fuoco il presente. Solo adesso Yūsuf si è accorto che c’è una ragazza appesa per le braccia al cornicione sotto di lui.

Signore, la prego, sono incinta.

Come faccio, cazzo, come faccio?

Yūsuf cerca a tentoni di raggiungere col piede il bordo della finestra adiacente.

Signore. Signore, la prego. Non ce la faccio più.

Non si può veder morire una persona in questo modo, pensa Yūsuf. Dio santo, non si può.

L’altro, il terzo incomodo, è ancora aggrappato alla presa d’aria e segue attentamente i movimenti di Yūsuf. Per un attimo c’è silenzio. Le persone sdraiate sul marciapiede non si muovono. Anche gli spari sono cessati.

Yūsuf ha raggiunto l’altra finestra. Dall’interno, sporgendosi sul parapetto, riesce a prendere le mani della donna che penzola sotto di lui.

Signore.

Come ti chiami?

Maryām.

Maryām, io sono Yūsuf. Stringi le mie mani, va bene? Non lasciarle andare per nessun motivo.

E sono mani sporche del sangue di qualcun altro. Mani d’uomo, deboli e terrorizzate. La presa scivola.

Aiuto.

Non aver paura, Maryām. Ti tengo.

La prego, signore.

Sei incinta, vero, Maryām? Ascolta quel che ti dico. Avrai questo bambino. Andrà tutto bene. Non preoccuparti. Ora fatti forza, tira le braccia verso di te.

Il rumore è quello di uno strappo. Maryām striscia contro il muro. Riesce a raggiungere il parapetto.

Bene, bene così. Ce l’hai fatta.

E ricadono all’interno del teatro, dove gli spari sono ricominciati. Maryām si accuccia in un angolo chiudendo gli occhi, scuotendosi senza controllo. Yūsuf la copre col suo corpo.

Alyassa è morta, singhiozza lei.

Devi farti coraggio, dice Yūsuf.

Dalla finestra ancora aperta entra il suono di una sirena. Angoscia nel più alto dei cieli, e niente pace sulla terra.

lutto

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Un modo di dormire

Un modo di dormire

«Imparammo che quando essi dormono, non dormono in un solo corpo. Subito dopo pranzo il nostro ospite si alzò e ci condusse dietro la tenda; qui ci indicò un uomo che giaceva in un angolo, nella penombra, appoggiato a un cuscino di pietra. Solo strizzando gli occhi potemmo riconoscere in lui proprio il nostro ospite, intento alla sua pennichella. Per loro il sonno è mostrare il sonno. Anche la moglie giaceva accanto al marito: ce ne accorgemmo quando essa scivolò accanto a noi, facendo frusciare la tenda, e accennò alla propria replica accoccolata sui gradini, a qualche metro di distanza.
Tale sdoppiamento non è per loro più strano di quanto non sia l’abituale ripetizione dello specchio: l’unica differenza è che dei due corpi che il sonno produce l’uno è libero di muoversi, mentre l’altro, appunto, dorme. Ragionavamo ancora su queste scoperte, quando il nostro ospite ci invitò con un gesto a proseguire da soli. Scavalcammo i corpi addormentati, salimmo i gradini e imboccammo un corridoio luminoso, che si apriva in un cortiletto. Ci avvolse la partitura incessante delle cicale. In fondo al cortile dovemmo accucciarci: al padiglione non si accedeva che per uno stretto pertugio a livello del suolo; l’aria all’interno era viola. Due figure dormivano più profondamente su morbidi divani di velluto: erano il nostro ospite e sua moglie. Capimmo che il loro sonno è ripetuto e creativo: ogni grado è più compiuto del precedente e prelude a un sonno successivo, di qualità superiore. Ci prese il timore di interrompere, per poca grazia, l’infinita catena: quali universi avremmo cancellato se avessimo svegliato i dormienti? In silenzio ci sedemmo, appoggiammo la schiena contro la parete, ci guardammo: Guido guardò Guido; entrambi chinammo la testa.»

Immagine: P. Picasso, Due amiche, 1904.

La soglia

La soglia

Quando arrivai al cancelletto lo trovai chiuso. Sentii abbaiare: un cane, dall’altra parte, scendeva di corsa il vialetto; piccolo e nero, tutto nervi, la coda tesa come un arco. Infilò il muso fra le sbarre; io mi ritrassi di un passo, istintivamente. Il cagnetto smise di latrare, ringhiò, fece un giro su sé stesso e ritentò il morso. Tirai il fiato. «Ti piacerebbe uscire, eh?» lo derisi. Allungava il collo disperatamente, il mio polpaccio come meta irraggiungibile.
Il cancelletto era sormontato da una pergola d’edera. Doveva esserci un pulsante da qualche parte: frugai fra le foglie ma non riuscii a trovarlo. «Bestia, sai dov’è il campanello?» dissi. Spinsi il cancelletto, casomai fosse aperto. Non lo era. Meglio così: non appena toccai il ferro, il cerberucolo si mise a saltare come se avesse preso la scossa, alzando lamenti terrificanti. Allontanai la mano ed ebbe pace per un attimo. Riprovai a scuotere il cancello, questa volta più forte, e l’animale quasi impazzì. «Tranquillo» dissi, allontanando la mano. Era stremato, poveretto. E tuttavia tentava ancora di mordermi, ora in modo del tutto simbolico, senza più allungare la testa, accontentandosi di azzannare bocconi d’aria.
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Contagio

Contagio

Mancava un’ora all’imbarco. G. prese la sua sacca e andò in bagno. Davanti ai lavabi, un ragazzo palestrato di forse venticinque anni stava srotolando con pazienza una fasciatura che gli avvolgeva il polso destro. G. passò alle sue spalle, appiattendosi sulla parete di piastrelle. Dall’interno dello stallo, sentì che era sopraggiunto un altro uomo e che il ragazzo discorreva con lui. Le frasi non erano chiaramente intelligibili; G. riconobbe le parole fastidio e per favore. Quando uscì vide che il ragazzo si stava facendo aiutare dal nuovo arrivato. La garza macchiata penzolava fino a terra, ma all’altro capo non era ancora svolta: proseguiva per tutto tutto il braccio, girando sopra la spalla e giù lungo la schiena; il ragazzo si era tolto la giacca della tuta, ma avrebbe dovuto togliersi anche i pantaloni per liberarsi del tutto. Fiocchi di cotone giallo erano ancora appiccicati alla ferita; l’uomo (sulla cinquantina, abbronzato e sudaticcio) andava staccandoli con cura con la sinistra, mentre con la destra tamponava i lembi di pelle che si aprivano come una faglia.
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Il paradosso occidentale

Il paradosso occidentale

La doccia, finalmente. Imporsi la concentrazione, mentre l’acqua scivola sui capelli e lungo il corpo: focalizzarsi sul presente, su questo preciso istante, percepire l’acqua con tutte le cellule, apprezzare quant’è benefica, come ti lava, e non pensare alle colpe di oggi, al programma da riscrivere o quasi, e certo, potevi accorgertene prima che la strada che avevi imboccato era sbagliata, ma ora non ha senso mortificarsi, l’unica cosa da fare è riprendere il codice in mano, smontarlo in tutte le sue parti, buttare via i pezzi che non servono e sostituirli con pezzi nuovi di zecca, vedrai che alla fine tutto funzionerà come deve, il chi quadro ridotto sarà quello che ti aspetti, tempo una o due settimane di officina andrà tutto a Continua a leggere “Il paradosso occidentale”

A momentary lapse of oblivion

A momentary lapse of oblivion

Era un desiderio semplice, benché balzano. Un sogno lo esaudì. Rivide tutti i letti in cui aveva dormito in una vita: letti di casa e d’albergo, letti di una o di molte notti: alti e bassi, larghi e stretti, con o senza testiera, gonfi di piume o coperti da un misero lenzuolo. Li rivide ancora caldi, come appena visitati. Ma anziché singolarmente, ciascuno nella sua stanza, li ritrovò tutti insieme, assembrati in un capannone, sotto una morbida luce al neon. Chi li aveva portati fin lì? I letti non rispondevano. Era già tanto che si rendessero riconoscibili dopo tutto quel tempo. Ce n’erano di recentissimi, ovviamente, ma anche altri di dieci o venti anni prima, pazientemente incastrati come auto in un parcheggio.
Si sdraiò sul primo: era il letto di una colonia di montagna, dove aveva dormito per dieci giorni nell’estate della seconda media. Comodo ma troppo soffice. Ne provò un altro. Parigi, capodanno duemila e nove. Nessuno era il letto definitivo: a tutti mancava qualcosa, forse solo l’incoraggiamento del sonno, che in quel momento, sempre sognando, gli pareva lontanissimo. Avevano esaurito la loro carica? Erano definitivamente destinati al magazzino? Tremò quando si accorse che il suo letto di casa lo accoglieva con lo stesso distacco di tutti gli altri. Non ne aveva posseduto nessuno.
Forse l’accordo perfetto lo attendeva nel futuro? Ma non era troppo vecchio ormai? Stancamente si lasciò cadere su un esemplare che non ricordava. Aprì gli occhi: era quello il letto in cui stava dormendo, lontano da casa, senza più ricordare dove e perché.
Dalla strada ancora buia saliva incessante il rumore del traffico.

Immagine… be’, lo sapete.

L’ora legale

Alle 15:26:37 del 26 marzo 201…, un lunedì, l’ingegner Sapienza, (cavaliere del lavoro in pensione da tre anni, un principio di sordità all’orecchio sinistro) attraversava la strada all’incrocio fra via Roma e via San Nicolò, sulle strisce ma soprappensiero, cioè senz’accorgersi che il semaforo dei pedoni era ancora sul rosso. Contestualmente il dott. Ponte (primario di radiologia in ritardo) percorreva via Roma di gran carriera, scorrendo la lista di email sullo schermo del suo smartphone, ignaro che il semaforo di via San Nicolò fosse cambiato al giallo quand’era ancora lontano e fosse decisamente rosso nel momento in cui le ruote anteriori della sua BMW F15 sfioravano la vernice delle strisce pedonali. Non accadde quel che era logico aspettarsi. Sapienza fu risospinto con forza dal centro della carreggiata sul marciapiede. L’urto invisibile lo fece girare su sé stesso; solo allora si avvide della macchina di Ponte. Il quale Ponte non aveva ancora alzato gli occhi sulla strada, tantomeno premuto il pedale del freno: eppure la sua macchina si arrestò nello spazio di un metro, spalmando sull’asfalto una porzione generosa di battistrada e costringendo il guidatore, sempre obbediente alle leggi della relatività generale, a un prodigioso balzo in avanti interrotto sul più bello dall’airbag (salvezza che il medico, senza cintura, pagò con sei costole e una clavicola). Alle 15:26:39 il semaforo dei pedoni passò al verde. Sapienza fu libero di attraversare la strada e si accostò timidamente al finestrino della BMW; vide l’occupante riverso sul volante, immobile, privo di sensi, e rimase un istante imbambolato prima di alzare lo sguardo e rivolgersi a cenni agli sconosciuti avventori di un bar poco distante, che si erano alzati in piedi.

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Dell’onesta aspirazione

«A volte ho netta l’impressione che non sono io a decidere dove vado. L’obiettivo a cui miro, quando c’è, non è cosa che mi interessi davvero; e più spesso svapora in un nulla a cui io stesso non so dare un nome, come se lo scopo reale di ogni passo non fosse che il solo passo successivo, e andare. Fermarmi ad ogni modo non posso; tanto vale farmela piacere. Potrò anche non sapere che ci faccio qui, ma a starci son buono e non mi lamento. La vita è semplice, mi vien da dire; se ben ti guardi attorno ti accorgi che non hai mille strade di fronte a te, ma una soltanto: basta imboccarla e convincersi poi che la si è scelta liberamente, di proprio gusto. E continuamente c’è qualche cosa da fare, qualche pratica da sbrigare, che tenga impegnati; quanto basta per contentarsi un pezzetto alla volta, se è vero che la felicità tutta intera non fa per noi. Mi son dato l’impegno di non pormi domande a cui non posso rispondere: così che le risposte vengan da sole, di seguito alle azioni. Se vado, vorrà ben dire che vado da qualche parte, e che proprio lì voglio andare. Fingo di non accorgermi che nonostante i miei sforzi di camminare dritto, come sarebbe nel mio carattere, pendo sempre un po’ da un lato, a destra o a sinistra; quasi seguissi un lento arco attorno a un centro lontanissimo, da non potersi immaginare. Ma il tempo non trascorre invano.
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Picea Abies

Picea Abies

I listelli del parquet si alzarono. Si formò un bozzo proprio a metà del corridoio, davanti alla porta del bagno.
«Che cos’è?» chiese il piccolo Andrea.
«Dev’essere l’umidità» disse la mamma.
La domenica sera il papà inciampò sullo spigolo di un listello e per poco non finì disteso per terra. «Dobbiamo chiamare l’idraulico» disse.
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Gift4all©

Da Wired.com, 10 dicembre 201–

Gift4all© è quel che dice di essere: un dono per tutti. La nuova app, disponibile dal primo dicembre per iPhone e per Android, punta a risolvere il principale problema delle famiglie all’avvicinarsi del Natale: trovare il regalo perfetto per ognuno. «Quand’è stata l’ultima volta che avete passato un dicembre spensierato?» chiede provocatoriamente Paul O. Potato, ideatore del programma. «Gli addobbi, le luci, Nat King Cole che intona Chestnut roasting on an open fire, sono lì semplicemente a ricordarvi che siete in ritardo e che c’è ancora qualcuno a cui non avete pensato. È una macchina dell’ansia. Confessatelo: non vedete l’ora che il Natale sia passato per tirare un sospiro di sollievo».
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A Natale non ci pensiamo più

Tre racconti completati e uno in lavorazione: quest’anno James A. Potato ha superato sé stesso. (Regali, ancora niente.) Li pubblicherò di mercoledì in mercoledì fino alla vigilia di Natale. Il primo è (per usare le parole di Jim) «entirely factual, save for some minor details (including, but not limited to, the identity of the narrator)».

A Natale non ci pensiamo più, diceva mio nonno.
A Natale non ci pensiamo più, ripeteva mio padre a mia madre, china sui fogli della dichiarazione dei redditi.
A Natale non ci pensiamo più, dico a mia figlia la sera prima del compito in classe di matematica.
Il proverbio discende le generazioni. Mi chiedo se sia stato proprio mio nonno ad inventarlo o se l’abbia ricevuto a sua volta. Al di fuori della nostra famiglia non l’ho mai sentito, per questo devo sempre spiegarlo. La gente, di solito, sorride interdetta.
Mio nonno aveva le sue barzellette e i suoi giochi di parole. È probabile che anche il proverbio sia suo. Non ci ho mai pensato prima, professoressa, ma credo di sapere quando l’ha inventato. C’era una storia che mi raccontava sempre, quand’ero piccolo, seduto all’angolo della panca nella cucina dei miei: la storia del suo viaggio da Caserta a Cividale dopo l’8 settembre. Un viaggio di due settimane, a piedi e in motoretta, di cui ricordo troppo poco. Ho in mente la scena, questa sì, del suo arrivo a casa: la sorella che scende ad accoglierlo in cortile, lui che tiene il braccio nascosto dentro la giacca per evitare i controlli, la sorella che vedendo la manica penzolante si mette a urlare in mezzo alla strada, Piero, Piero, che cosa ti hanno fatto. Ma era solo un episodio di una sfilza. Il nonno sapeva raccontare. Il nonno aveva passato dieci ore in un gabinetto della stazione di Mestre, durante i rastrellamenti, in piedi sulla tazza, a sperare che i tedeschi non sfondassero la porta. Il nonno aveva una taglia sulla sua testa. Il nonno era fuggito in montagna e aveva dormito in una buca, e per fortuna quella notte aveva nevicato, altrimenti i cani non avrebbero perso le sue tracce.
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La ragazza dell’autista

Tutti conoscono la ragazza dell’autista.
Fino a notte fonda non scende dall’autobus. Se ne sta appoggiata al tramezzo di vetro, in silenzio, con la borsa a tracolla, a guardare il suo uomo mentre lavora. Lui non le chiede nulla e lei non risponde nulla. Ogni ora, puntualmente, timbra un nuovo biglietto nella macchinetta gialla e torna ad appoggiarsi al tramezzo. A volte tira fuori un libro dalla borsa e comincia a leggere a bassa voce. L’autista la ascolta senza voltarsi e senza far caso alle parole.
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Luna di miele

Si sono sposati che i ciliegi cominciavano a sfiorire. Il sesto giorno della luna di miele sono giunti verso sera a questa locanda termale. Sul selciato dell’ingresso, tutto un tappeto di petali sfogliati.
Quando risale in camera dopo il bagno, trova la sua sposa accovacciata sulla stuoia, in camicia da notte.
– Ti aspettavo.
La ragazza parla sottovoce, come ci fossero pareti di carta. Lui le si avvicina.
– Dove hai messo i miei occhiali?
Lei si stringe nella vestaglia, accennando col capo al comodino.
Da quando sono in viaggio, ogni sera ripone gli occhiali del marito fuori dalla custodia, sopra la pila dei libri. Libri che vengono sballottati in valigia da una locanda all’altra. Ha voluto portarli a tutti i costi, per quanto lui le abbia fatto notare che non avrebbero avuto molto tempo per leggere.
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L’acqua

Avevo sette anni e credevo a tutto.
L’acqua sgorgò nella notte, proprio davanti a casa mia. Si sollevò un tombino e un rivolo attraversò l’asfalto, andando a perdersi sotto il marciapiede.
Il giorno dopo, un capannello di gente contemplava la fonte inattesa, come avrebbero contemplato un pesco fiorito in gennaio o un cagnolino con cinque zampe. Avevano tutti un’opinione. – Guarda che roba. – E nessuno che faccia niente.
Io spiavo la scena dal balcone e mi domandavo quanta acqua ci fosse mai sotto la strada. Possibile che fino a ieri ci stesse tutta e proprio oggi traboccasse? E dove andava a finire, quando tornava nel canale di scolo?
Quel giorno nessuno fece nulla. Il paese dormì della grossa. L’indomani la gente scoprì che il ruscelletto era diventato un fiume e la strada era completamente allagata.
Arrivò un incaricato dell’amministrazione ad esaminare il tombino. Lo seguiva un idraulico che avrebbe dovuto tappare la falla. Riuscirono a malapena a raggiungere il posto: il getto d’acqua era così violento che avrebbe scagliato via chiunque avesse provato ad avvicinarsi di più.
Fu il turno dei reporter. Tutti i telegiornali della sera parlarono di quel che stava succedendo sotto il mio balcone. L’acqua aveva “superato il livelli di guardia” e l’intero paese era “in tilt”. Le immagini mostravano le case affiorare come tanti isolotti in un lago: un lago profondo un metro, ma tant’è. La massa d’acqua aveva ormai trovato la via del mare, sfruttando i corsi già esistenti e usando anche le strade come alvei. Ciononostante continuava a crescere.
Qualcuno coniò la locuzione vulcano d’acqua, che ebbe subito successo. Si parlò di Atlantide. Si scomodarono gli esperti. Un geofisico veterotestamentario azzardò una spiegazione del fenomeno: disse che la terraferma è solo un guscio, e che le acque di sotto, troppo a lungo separate dalle acque di sopra, avevano deciso di ricongiungersi ad esse. – Il primo diluvio venne dal cielo, il secondo dalla terra – affermò. La teoria era semplice e soprattutto impermeabile alle critiche.
Una troupe andò a intervistare un vecchio che viveva fuori paese, su un terrapieno al riparo dalle acque, e che per sua sfortuna si chiamava Noè. L’uomo sguinzagliò i cani. La gente attese.
Io, nascosto sotto le coperte, a luce spenta, aspettavo che l’acqua venisse a prendermi. La sua voce possente tuonava su tutti i lati della casa. Il suo respiro liquido saliva le scale, entrava in salotto e invadeva le stanze, passando sotto le porte. L’acqua si infilava nel mio letto e mi accusava. Perché la colpa del vulcano d’acqua era mia: ero stato io a sollevare il tombino di nascosto, qualche notte prima, mentre tutti dormivano. Volevo scoprire che cosa si prova a commettere un errore irreparabile.
Ero io il Dio del nuovo diluvio. Avevo sette anni e il sogno era perfettamente credibile.
Finché mi svegliai e dovetti correre in bagno.

20 marzo 2007.

Il miglior poema di Mi Ke

Quando il poeta Mi Ke era ancora giovane e sconosciuto fece un sogno. Sognò sé stesso a novant’anni, un vecchietto di cartapecora in un monastero sperduto fra le montagne. Capì che gli dèi intendevano mandargli un messaggio attraverso il sogno e cercò di facilitare le cose. Sognando, scese dalla cella in cui si trovava e cercò qualcuno con cui parlare. Trovò un cuoco in cucina e lo interrogò:
– Conosci un poeta chiamato Mi Ke?
– Certo che lo conosco – disse il cuoco. – Ci sto parlando proprio in questo momento.
– È famoso, questo Mi Ke?
– Molto famoso.
– La sua poesia è conosciuta anche al di là di queste montagne?
Il cuoco sorrise. – Al di là delle montagne e al di là del mare che ci sta dietro.
Queste parole galvanizzarono Mi Ke, che chiese ancora: – E qual è il miglior poema di Mi Ke? Sapresti recitarmi il miglior poema di Mi Ke?
Il cuoco non rispose.
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È uscito un lenzuolo

Dalla lavatrice uscì un lenzuolo che nessuno aveva messo. Era un lenzuolo bianco, con gli angoli elasticizzati, adatto per un letto a due piazze. La signora Giovanna se lo ritrovò fra le mani svuotando il cestello e restò interdetta. Conosceva tutti i pezzi della biancheria di famiglia e sapeva che non c’erano lenzuola nel cesto quando aveva caricato la lavatrice. Rimase un minuto indecisa sul da farsi. Sapeva che è così che cominciano le storie, e il lenzuolo le incuteva timore.
Decise infine di stenderlo ad asciugare assieme al resto del bucato. «Forse quando uscirò sul terrazzo, alla luce del sole, il lenzuolo sparirà» si disse la signora Giovanna. Ma il lenzuolo non sparì. Anzi, era ancora più bianco all’aria aperta, come nella pubblicità di un detersivo. «Potessi raccontarlo a Sergio» pensò. Suo marito avrebbe capito. Purtroppo era morto da cinque anni. E suo figlio passava raramente a trovarla.
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I Neanderthal vanno in paradiso?

– Prendi i Neanderthal, ad esempio. I Neanderthal vanno in paradiso?
Carla era piegata a cercare il mare in una fessura fra le assi di legno, mentre Luigi continuava a sgusciare semi di pigna e a lanciarli davanti a sé sulla stradina deserta.
– È una questione di importanza capitale. Qui si vede se una teologia regge o salta. I Neanderthal avevano una struttura sociale complessa. Sapevano parlare. Seppellivano i morti, sembra. Esiste un paradiso anche per loro?
– Secondo me, no – disse Carla.
– Perché no?
– Non avevano un’anima come la nostra. Qualcosa che potesse essere mandato in paradiso o all’inferno.
– Come fai ad esserne così sicura?
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Il superuomo

Il superuomo

Ed eccolo, il superuomo. Seduto su una panchetta, glabro, segaligno, un ginocchio ripiegato sotto il mento, lo sguardo vigile e tranquillo. Lo osserviamo attraverso una grata, nonostante sia del tutto inoffensivo: è stato lui a costruirla, ci dicono. Gli piace lasciarsi osservare. Ha dovuto però fissare un confine fra sé e i visitatori; in un certo senso, siamo noi ad essere rinchiusi qui fuori. E la grata è di ottima fattura; c’è da stupirsi che sia riuscito a costruirla con i pochi materiali trovati all’intorno: imballi di plastica, cavetti, bottiglie vuote. Ha montato il tutto in una notte. Le diverse parti sono così ben assemblate che non si riesce a immaginarle disgiunte, destinate ad altro scopo. Lo stesso impulso creativo, potente ma inespressivo, si riscontra in altri della sua specie. Uno di essi, raccontano gli esperti, riuscì a trasformare un motore diesel ancora funzionante in un tepee perfettamente credibile, benché metallico – tutto nell’arco di un pomeriggio e senza l’ausilio di strumenti. È interessante notare come il superuomo in questione, a differenza di altri, avesse già un proprio rifugio in un angolo del giardino, e infatti appena ultimato il tepee lo ignorò solennemente. Sul perché i superuomini sentano la necessità di produrre oggetti che non desiderano usare si possono fare solo supposizioni; chi li ha visti all’opera dice che il loro è un fare spontaneo, enzimatico, per il quale l’uso della parola costruire è quantomeno dubbio.
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