An honest manifestation

being right
doesn’t make us
better than you

HATE BREEDS HATE
See e.g. how I’m hating you now

This epoch
calls for unneeded
CAPITALIZATION

you and I both agree that
we have nothing to learn
and everything to teach

IT’S JUST
ONE MORE CONTEST TO SEE
WHO’S THE MOST OBNOXIOUS

I DON’T KNOW THAT I DON’T KNOW
but more importantly
I KNOW THAT YOU DON’T KNOW

Please remind me when exactly
this has got completely out of hand

NEVERTHELESS
IF YOU WERE DROWNING
WE’D JUMP INTO THE WATER
AND SAVE YOU
most probably

Somebody has to force our hands together
like in kindergarten and tell us NOW KISS

And BTW
let us all try to picture our own Earth
as seen from a great distance

NOBODY THINKS THIS CAN BE SOLVED PEACEFULLY

BIG WINTER BLOWOUT
at my shop around the corner

I’ve taken GOD’s name so many times
I don’t remember what it means

This is
my last
banner

proteste trump portland

Per capire la poesia conviene rileggersi questi propositi.
Immagine: © Alex Milan Tracy / Anadolu Agency

Dopo la serata di poesia

Dopo la serata di poesia

Dopo la serata di poesia
mi vergogno di sorridere

di aver parlato di morte
mentre sono ancora vivo

di impiegare tanto tempo per decidere
fra un chinotto ed una birra mentre cerco
di cadere dentro il cono di un saluto
con la mano al poeta noto
seduto a un tavolo lontano

Mi vergogno delle dita
che potevano non scrivere
della voce che potrebbe stare zitta

ComplimentiBuonanotte

Nella tasca da cui ho finto
di pescare verità tintinnano
le chiavi della macchina

Parole

Parole

Due anni, e non ho ancora
trovato le parole

…ma le hai trovate tu:
TelefonoOggi sole
Macca rossaSapchette
sia quelle un poco scure
Emma piancePolola
sia quelle chiare chiare
SciloPiscinaNonni
piccoline se serve
PilliniC’settini
giganti alla bisogna
Buongiorno! – Treno! – Wow!
che neanche il dizionario
ha spazio a sufficienza
HosònnoLatte muòno
e via via costruendo
Mamma bela belissima
Papà su, baccio, lole
a meraviglia – Io sono
Emma Cupani mia –.

Ascolto e prendo nota.
Non ho più lingua madre.

Ormai ho una lingua figlia.

A Emma che ha compiuto due anni. Per chi non conoscesse la sua lingua, le parole sono, nell’ordine,  Macchina, Scarpette, piange, Paura, Scivolo, Pisellini, Calzettini, buono, in braccio, per favore.

Immagine: Alighiero Boetti, Oggi il primo giorno dodicesimo mese, 1988.

59 × 13 + 7

59 × 13 + 7
 Che cosa c’è fuori dal contorno? Si può essere più di così?
 Perché il trifoglio è verde sotto la pioggia? Posso provare
 a non essere mai nato? Siamo noi ad andare o è il mondo che
 ci viene incontro? Quanto fa due più cuore? Chi mi riferirà
 quel che diranno sottovoce in ultimo banco al mio funerale?
 Qual è la differenza tra medietas e mediocritas? Ho scritto
 anche solo una parola che non fosse preferibile tacere? Chi
 ha calcolato il calibro dell’arma che finalmente riuscirà a
 proteggerci? La voce registrata dell’altoparlante del treno
 quando torna a casa a sera riesce a piangere? Sai dirmi per
 caso se oggi mi sono indossato a rovescio? Hanno trovato un
 modo di passarci sopra o sotto o accanto gli uni agli altri
 senza dover soffrire? Ti ho ferito? Come ti chiamo? Come mi
 chiami?

Premiata al concorso Poesia onesta 2016.
Pubblicata in
 Non ti curar di me se il cuor ti manca, Qudu libri 2016.

Immagine: M.C. Escher, Sviluppo,  1937.

Il vero potere della similitudine

Parla a me la motrice che sfiata
su due note alla fine della corsa

«ora basta»: allunga lo sguardo
proprio a me e appoggia la testa

in una conca di buio fra le braccia.
La motrice. Che è una cosa eppure

piange proprio come una persona.
O forse

è viceversa: sono io che sfiato
come una macchina che solo

vuole togliersi l’io di dosso alla fine
della corsa, porlo in una conca

di buio tra le bielle, spegnere i fanali,
ritornare oggetto. Un pianto su due

note. Su un binario secondario.

Pubblicata in Novecento non più, La vita felice 2016.

Trieste, lasciami

Trieste, lasciami

Questa poesia (qui ridotta in corpo 14 per esigenze di impaginazione) è apparsa sul numero di maggio 2016 di Fare voci – Giornale di scrittura.

Trieste     ancora tu e il tuo vizio di non passare
come mi resti addosso anche nel vento degli anni     sempre accalcata sul tuo orlo
neanche aspettassi la folata buona che ti cancelli     (ci cascherei se non ti conoscessi)
e mostri infine i colli bruni nel disarmo del cielo e dica senza dire     «qui una città non c’è mai stata»
Trieste
è tempo che parliamo     è tempo che smettiamo di parlare

∙ ∙ ∙

Allora era più facile credere in Dio     nella pelle di pesca della primavera quando si sfilava la maglia
muovendosi nei fianchi la scoperta repentina della sera     tracciare a mano libera occhi e bocca
sul viso in bianco del mare     (potessi smettere di ricordarlo)     e già credere di essere
mentre tu
concava acquattata ti lasciavi abitare in spazi di cautela
le piazzette rosa promessa in città vecchia     caffè gelato voci     l’eco dei lampioni passeggiata senza posa
appena mostrandoti     e sempre senza darti

Credevo di saperti nella sete del meriggio spezzato in bianconero
fra i sommacchi     le dispense di fisica dei quanti sottobraccio
nel verde che ogni volta di nuovo si imparava     (molteplicità lungo ogni bordo di foglia frattale
che a sua volta mi sapeva come fibra intenta a sentire
prima di capire)     finché sbocciava la pioggia a ripigliarmi     come bevevo

Senza presentire che girandomi     (quasi qualcuno mi chiamasse
e avrei dovuto riconoscere la voce)     mi sarei visto dodici stagioni alle spalle di me stesso
nel futuro     e avrei rivisto te lontana rimanendo ferma     che è il tuo modo di non aspettare

∙ ∙ ∙

Perché se sei ancora quel che eri     come sei
so che ancora mi conservi come più non sono     con cura filatelica nella conta dei tuoi passati
che riluttante continui     (ne è indizio il tuo resistere fra schiuma franta e schiaffo
boreale che sempre la percuote     o mitemente la polvere d’ottocento sotto i tappeti non sbattuti)
il mio ieri
fra i tuoi ieri     nella tridimensionale presenza di un biglietto scovato in un cappotto del 2004
per la diciassette barrata     ancora non timbrato

∙ ∙ ∙

Quanto  si è soli quando si è con te

∙ ∙ ∙

E non chiedermi allora     come quotidianamente ripeti dai marciapiedi che calpesto avanti e indietro
(fazzoletto che sciorina il mattino per raccogliere frutti
e la sera ripiega e ficca in tasca)     tu immutata se non per qualche faccia perplessa sbiancata di palazzo
la fessura trasversale dalla fontana al mare     che sempre s’apre e mai fiorisce
Trieste non chiedermi
mentre versi un altro giro di crepuscolo nei bicchieri dell’aperitivo
(un brindisi alle statue di bronzo sul punto di non saltare dalla sponda)       e io passo e decido
finalmente di non capirti
Trieste
lasciami     non chiedermi di lasciarti

Immagine di Johann Jaritz (capovolta da me).

Scendendo dal treno del mattino

Vorresti fare qualcosa di questo sonno
così buono anche solo a vedersi:
                                                            la testa
settantenne che ciondola, la mano vicina
che tocca la spalla: signora,
scende forse alla prossima?:
                                                    il solo modo
mai smesso dei bambini che eravamo, quasi
non avessimo disimparato la pace, dormire

pure accartocciati
fra braccioli di acciaio (c’è chi odia il sonno
benedetto dall’uomo: saperlo, e perdonarlo):

poterne fare un dono, mentre soltanto
vedi e ami,
e sbadigli,

e passi.

Dittico della luna enigmatica

Dittico della luna enigmatica
Luna,
           mia luna,
                             parlo a te, luna,
luna piccola,
luna.
 
 
Pioppi, orizzonte, vento, casa:
                                                        una casa:
                                                                          luna:
luna.
Oh.

Immagine: P. Klee, Fuoco, luna piena (part.), 1933

Primavera. Quattro quartine

Questa poesia è stata trasformata in un libro d’artista da Glenda Sburelin, per Libri diversi 8: quattro scatoline che si aprono su altrettanti mondi, popolati di semi di soffione che l’elettricità statica fa sembrare vivi.

glenda_sburelin

i

Oggi brezza alle finestre della mente
posso contare tutte le mie cellule
per brillare finalmente     come brilla la colza
oltre la lama di nube proiettata in terra

ii

Impareremo a intonare la nota minima del campo
gravitazionale quando un globo
di soffione cade su un globo di soffione
e vibrano e si dicono     e subito si sfanno?

iii

Colpa di vivere senza aver imparato occhi
per contemplare quest’argine di verde
prato     ora passando
ora passato

iv

O verità degli alberi da frutto
come eravate e come sarete
lasciate che allunghi la mia mano finché è viva
che sfiori senza spiccare     e dite dite

Frammenti di una passione del XXI secolo

Nell’agosto del 2013 il poeta e curatore d’arte Ashraf Fayadh (33 anni, di origine palestinese) fu arrestato dalla polizia religiosa saudita dopo una disputa in un caffè di Abha.
Rilasciato, fu arrestato il 1° gennaio 2014, con l’accusa di aver bestemmiato Dio e il Suo profeta e di aver diffuso un libro di poesie in favore dell’ateismo. Il vero motivo dell’arresto sembra essere la diffusione di un video che documentava i soprusi della polizia religiosa ad Abha.
Il 17 novembre 2015 Fayadh fu condannato a morte per decapitazione.
Suo padre morì di infarto in seguito alla notizia. A Fayadh non fu permesso di partecipare ai funerali.
All’inizio del 2016 l’avvocato di Fayadh ha dichiarato che la pena è stata ridotta a 8 anni di detenzione e 800 frustate. La principale testimonianza a suo carico, portata dal rivale Shaheen bin Ali Abu Mismar, è stata giudicata mendace.
Fayadh dovrà comunque dichiarare pubblicamente il proprio pentimento e ritrattare l’apostasia.

thorgerson

[…]
Accadde poco dopo il vernissage

Una donna si avvicinò al poeta
Gli sussurrò a un orecchio – Ho visto – Un libro
scivolò dalla manica di lei

Il poeta lo raccolse e impresse il pollice
sulla prima pagina e lo porse
alla donna ancora china ai suoi piedi

L’artista vide e rise a mezza bocca
– Sarà mica quel libro – alzò la voce
– Donna, prega il tuo Dio che ti perdoni –

Ma il poeta la protesse col suo corpo
– Qual è il Dio che non tollera altro libro
che teme una parola in una tasca?

Guardatevi piuttosto dalla storia
che da oggi vi condanna finché sia
resa testimonianza alla Poesia –

Udendo ciò un amico dell’artista
telefonò a un amico e chiese – Quanto
mi date se ve lo consegno vivo –

[…]
– Finché ha vita la creatura combatte
per il diritto ad essere in errore

Chi è condannato al vero è condannato
all’invidia e non si dà peggior invidia
di quella fra un poeta ed un poeta

È tempo di lasciare l’ironia
ad avvitarsi su sé stessa, è tempo
di vantare l’errore in piena luce –

E il poeta prese il pane e disse – Pane –
accettò pane e vino e disse – Grazie –
versò del vino e a tutti disse – Vino –

bevve del vino e piano disse – Addio –
[…]

– E temerete di avermi tradito
quando vi estorceranno a forza un verso
proibito che ora vi è infilzato in gola

Sappiate invece che a me solo è dato
di tradire me stesso, di inghiottire
la lisca che mi strazia e non sputarla –

Stracciarono le pagine ed uscirono
[…]

[…]
Fu rilasciato all’alba su cauzione

Gli amici procurarono vestiti
carte, contatti, un passaporto falso
– Si è aperto un buco nella rete – – Fuggi –

Non volle nulla e chiese solamente
di accompagnarlo dove fosse pace
per meditare qualche nuova strofa

Scesero al fiume sotto un velo d’ombra
il poeta in disparte, soprappensiero
la sigaretta immobile nel buio

Li ripigliarono le fotoelettriche
sventagliate fra i rami, i latrati
– Fatevi avanti mani in alto, feccia –

– Vagabondaggio – – Guarda un po’ chi abbiamo –
Guizzò un bastone e subito si ruppe
– Pezzi di merda, ce la pagherete –

Ma il poeta uscì dal fitto a viso aperto
– Sono io l’uomo che cercate, andiamo –
e in quattro in otto gli furono addosso

Lasciarono che i suoi se la battessero
[…]

– Non senti cosa dicono a tuo carico?
appoggia la tua vita sopra il banco
contratta un prezzo per averla indietro –

– Non riconosco affatto la mia vita
in quello che ne dite – – Neghi forse
di aver composto versi contro Dio? –

Egli alzò il viso e li guardò a uno a uno
– Non per le mie poesie che non avete
neppure letto oggi mi condannate

ma perché la condanna è scritta in voi
la udiste ieri, la udrete domani
neppure il vostro Dio può contenerla –

– Ecco, avete sentito la bestemmia –
disse una testa alle altre teste attorno
– È registrata, non ci serve altro –

[…]
Ripararono alla galleria d’arte

E mentre discutevano, dal buio
si alzò una voce – Voi non esistete
Lui esisteva, e non esiste più –

Si volsero – E tu come sei entrato? –
La talpa sogghignò – Bel nascondiglio
Ma non temete, non vi arresteremo –

Risposero – Abbiamo pur sempre il video
Ammazzateci o vi sputtaneremo –
– Bravi – l’altro mimò un applauso – Bravi

Già sento il tintinnio indignato
di calici a Parigi o a Seattle
(galà della poesia, cravatta nera)

Prevedo articolesse, petizioni
on line, raccolte firme, vale a dire
l’oblio in tre settimane al massimo –

– Moriremo con lui – – No, vivrete –
e infilò la porta – Contemplerete
l’alba del nostro giorno che già sorge –

e come lo disse, un gallo cantò
[…]

– Poeta? – chiese il giudice sfogliando
il fascicolo – Ateismo, propaganda,
capelli lunghi, sigarette, donne

La tua maggiore colpa è la mancanza
di originalità – sorrise – il che
per un poeta è peccato mortale –

Lo sogguardò – Certo hai una testa fina
se brigano per metterla su un ceppo
Chissà che cos’hai fatto veramente

Avrai pestato un piede fuor di metro,
messo un accento dove non andava –
Ma egli rimaneva muto – Ed ora

naturalmente hai perduto la lingua
È un buon inizio, per chi voglia entrare
pezzo per pezzo nel suo paradiso

Ma sta’ tranquillo, caro il mio messia
non lo permetterò – prese il fascicolo,
scribacchiò una firma – ed il motivo

è che tutto sommato sei simpatico –
[…]

E con la canna in mano, gli schioccarono
una pacca sul culo – Avanti – dissero
– Hikmet, facci sentire una poesia

O devi attendere l’ispirazione?
Rispondi, troia, dove preferisci
te la si infili, in bocca o fra le chiappe?

Cos’è quel muso, forse non gradisci
la cerimonia di premiazione?
Il pubblico già scalpita, facciamo

un bell’applauso, signori e signore
Incoraggiamo un poco ’sta fighetta
non ha mai visto prima tanta folla

Si sa, i poeti piacciono da morti –
[…]

Per via presero un tale che portasse
carta e penna, e carta era un tappeto
e penna un lungo palo levigato

Giunsero alla collina detta testa
(collottola, cervice, cranio, teschio)
stesero il foglio, fecero la punta

al palo e lo ficcarono nell’osso
del suolo tre volte forando il foglio
a spalancare un occhio parietale

sulla cima e due occhi temporali
sui lati della zucca del poeta,
la zucca che dovevano recidere

Lo affissero sul palo e assieme a lui
due donne nude, una accecata a destra
una a sinistra con il ventre aperto

e urlarono sbavanti – Ora, scendete
[…]

– Dio mio, perché non ci hai abbandonato?
Sento attraverso il buio che mi scava
la tua pupilla dilatata e nera –

E lungo il pavimento della cella
tenebra nella tenebra strisciando
venne la silhouette del traditore

e gli si fece accanto – Mi hai chiamato? –
Col dito ripassò la traccia fresca
della frusta dal coccige alla spalla

Il poeta si contorse – Chiedo scusa
forse volevi continuare il sogno
(regia scadente, sia detto en passant

ma un certo pathos, questo sì, lo aveva)
Purtroppo è la realtà che tu combatti
e la realtà alla fine vince sempre –

– Menti – ringhiò il poeta a denti stretti
– Sicuro – disse l’altro – Ti sorprende? –
[…]

Gli si distese in groppa come ambisse
mordergli il collo – Vedo che ti piace –
quello si dibatteva – E l’hai voluto

tu: tu hai anelato la Parola
con sete di profeta e ora ti è data
con il suo amaro, e la Parola è io

Io che ha terrore della propria morte
perciò ti uccide, io che ti costringe
a vivere perché odia la sua vita

[…]
La trama che teneva assieme il vecchio
cuore cedette e si squarciò di netto

da cima a fondo, e non si udì lamento
[…]

– Buondì – disse una guardia sparacchiando
il getto d’acqua sulla pelle abrasa
– Dormito bene? – – Aspetta – disse l’altra

– che cosa dice? – Il poeta guaiolava
metà di un dialogo di bava e sangue
– È pazzo – – È un senza Dio, sono i suoi spettri

a tormentarlo, ed è solo l’inizio –
– Gli daranno una bella raddrizzata –
– Certo, ma a noi per il momento spetta

lavargli un po’ il visetto, farlo bello
per la diretta in prima serata –
E presero quel corpo e lo adagiarono

sulla barella e chiusero la cella
[…]

– Chiedo perdono per la mia impudenza
È giusto che sia scritto sul mio dorso
e cento e cento e cento e cento e cento

e cento e cento e cento volte il Nome
della mia colpa – tossicchiò – che ho appreso
e ripudiato, e questo nome è …io –

qui si confuse, incespicò il segnale
– Perciò abbandonerò la penna – fermo
immagine, stacco pubblicitario

Videro i suoi com’era stato messo
al suo posto, già morto, ancora vivo
la pietra rotolata nella gola

Senza speranza di resurrezione
chiusero gli occhi, chiusero le imposte
[…]

Immagine: Storm Thorgerson.

Leopardate

Mi è rispuntata fuori dal cassetto questa roba, inediti di un qualche oscuro anonimo del diciannovesimo secolo, che diligentemente avevo copiato da un’antologia rubata a una bancarella: e che mi valse, lo scorso novembre, forse il più immeritato dei pochi premi che ho vinto. Ve la ammannisco così com’è, senza diluirla. Buona digestione.

L’infradito
Sempre male mi fa a quest’ermo callo
questa zavatta, che con subdola arte
all’ultimo ditone il posto esclude.
E correndo e marciando, interminati
strazi per via di quella, e sovrumane
bestemmie, e escoriatissime fette
io ad ogni passo spingo; ove per poco
il piè non mi suppura. E come il vento
vorrei scagliar da queste piante quelle
infradito fetenti e a piedi scalzi
andar saltando: e mi sovvien la buona,
cara vecchia espadrilla, e l’avvolgente
scarpone, e il suon di lui. Così tra questo
fantasticar s’imbroglia il piede mio:
e l’inciampar m’è amaro in questa merda.

Alla mona
O grazïosa mona, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo monte
Io venia pien di voglia a rimirarti:
e tu occhieggiavi allor fra quella selva
siccome or fai, che tutta ti ripara.
Ma tremuloso e nebulo dal pianto
che gli sorgea sul ciglio, alla tua vista
il mio bicio apparia, precipitoso
alla venuta: ed è, nè cangia stile,
o mia diletta mona. E pur mi giova
la ricordanza, e il ricontar le volte
di mia cilecca. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor breve
lo spema e lungo ha il desiderio il nerbo,
il rimembrar delle trombate antiche,
ancor che preste, e l’erezion non duri!

A se stesso sul cesso
Or poserai qui a lungo,
stanco mio cul. Raggiunsi il punto estremo,
che mollarla credei. Son qui. Ben sento
In noi quel che fermenta,
non che la spinta, il rombo turbolento.
Lasciati andare. Assai
Palpitasti. Non trattener nessuno
dei moti tuoi, siano sospiri o urla
di guerra. Odore e fitte
sopporta; non è nulla; è umano in fondo.
T’acqueta omai. È giunta
la buona volta. Al gemer nostro il water
pace e gioia ha da offrire. Omai accarezza
Te, le tue chiappe, un sano
petar che, a iosa, una gran lode intona
all’imminente defecar di brutto.

leo

Tempi in cui è dura dirsi cristiano

Tempi in cui è dura dirsi cristiano

↖︎ e non cristiano soltanto, ma cristiano cattolico apostolico romano

tempi in cui la tua Chiesa, che ami se non altro per averti accolto e cresciuto, e continua a farlo,

↖︎ Chiesa che sei abituato a considerare nella doppia natura di comunità di fratelli e di madre apprensiva, che sorveglia dall’alto, e comanda e redarguisce

↘︎ e che accetti per tale, come accetti i fotoni nella doppia natura di onde e di particelle

tempi, dicevo, in cui la Chiesa ti chiede, per continuare a esserne parte ❯ cosa che cerchi e desideri ❮ non più di amare Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, e di amare il prossimo tuo come te stesso, non più la fede in Gesù Cristo e l’impegno a prendere in spalla la croce e seguirlo

↖︎ impegno pur sempre frustrato dai tuoi propri limiti

non più la speranza in un senso ulteriore che spieghi ciò che ancora è oscuro, e che infine raccolga ogni anima proprio nel momento in cui sembrerebbe spegnersi nel nulla

↘︎ non questo: ti chiede per bocca di alcuni dei suoi ❯ dei tuoi ❮

↖︎ non tutti, senz’altro, e neppure la maggior parte, ma di certo la parte che si fa sentire di più, con il tacito assenso ❯ o l’esplicito appoggio, a seconda ❮ dei vertici intenti a incarnare il ruolo di madre apprensiva e, diciamolo, superciliosa

↖︎ il che ti confonde le idee sul ruolo che dovrebbe avere una madre

tempi, insomma, in cui la tua Chiesa comanda di

essere contro

a chi finalmente pretende che sia tutelato il proprio diritto a fare famiglia, non potendolo ancora, e lo chiede nella forma minima di un contratto civile

↖︎ diritto che non ha un mero valore accademico ma profonde ricadute concrete che tengono in bilico la qualità della vita di molti, anche molti bambini, e persone in punto di morte

↘︎ dei quali la Chiesa comanda di ritenere che siano fondamentalmente sviati, che rivendichino un tale diritto per un secondo fine ❯ bieco, va da sé ❮, che non abbiano insomma ❯ cristiani o non cristiani che siano ❮ una propria coscienza

↖︎ non ce l’abbiano in blocco, come categoria

e che quindi sia giusto combatterli o al massimo delimitarne lo spazio di movimento perché con lo scandalo di non fare del male a nessuno ❯ pur essendo in formale contrasto con un sistema di regole di cui si riafferma sempre più la lettera e sempre meno l’essenza ❮ non abbiano modo di scalfire le certezze granitiche dei buoni osservanti

↖︎ tenerli alla larga, insomma, come i lebbrosi di un tempo, o come quell’uomo derubato di tutto e pestato e lasciato marcire su un ciglio di strada fra Gerico e Gerusalemme

•                                        •                                        •

Tempi in cui ciò ti si chiede come prova che ami e sostieni e hai a cuore la cosiddetta Famiglia

↖︎ questa volta con la maiuscola

che non sei un cristiano tiepido, un fedele fai da te o ❯ Dio ne scampi ❮ un ateo di ritorno

↖︎ e ti chiedi da quando il punto è passato dall’essere grano di lievito, sale del mondo

↘︎ di aprire le orecchie alla Parola e cercare ❯ con buona volontà ❮ di metterla in pratica, e portarla a chi non la conosce, e costruire su essa la tua vita di figlia, fratello, genitore, collega, cittadina

il punto è passato a giudicare il mondo dall’alto anche se vi siamo tutti quanti immersi fino al collo

↖︎ leggasi, a parlare di Famiglia secondo il volere di Dio pur avendo tre o quattro famiglie sfasciate nel proprio curriculum

nell’intento di proteggere qualcosa da qualcosa, senza aver ben presente né l’uno né l’altro

↖︎ come se accettare l’esistenza di altre fedi o di altre famiglie distrugga per sempre la nostra fede e la nostra famiglia

↖︎ per ignoranza e paura

•                                        •                                        •

Tempi in cui chiedersi ❯ in totale onestà nel silenzio della propria stanza ❮ se sia lecito obbligare a non peccare anche ammettendo di sapere senza possibilità d’errore che cosa è peccato e che cosa non lo è

↖︎ cosa che neppure Cristo in persona scelse di fare preferendo piuttosto sussurrare «Padre, perdona loro»

↘︎ e senti che sarebbe un esperimento interessante rileggere un capitolo a caso di Luca sostituendo ad alcune parole ❯ farisei, per esempio ❮ un sinonimo odierno, e vedere l’effetto che fa

tempi in cui il dilemma ti spacca la testa, fra il precetto e il buon senso

↘︎ se quest’ultimo sia retta coscienza o soltanto un cedere alle seduzioni del mondo ❯ se significhi salvezza o dannazione ❮

tempi in cui vorresti spiegare perché tuttavia sei cristiano a chi non lo è, a chi conosce la Chiesa soltanto dai titoli che rimpallano in rete, ed esige giustamente una presa di posizione, un’abiura che separi dal marcio ❯ mentre tu vorresti piuttosto ricomporre, riunire, rimarginare ❮

e ci provi e nel farlo prevedi che forse fra trecento anni un qualche Francesco Secondo o Giovanni Paolo Terzo chiederà scusa di tutto ciò in una solenne cerimonia a nome di un popolo ancora pellegrino a tentoni nella storia

↖︎ ma le parole non vengono, non sai cosa dire

•                                        •                                        •

Tempi in cui preghi con ostinazione

↖︎ e non sai neanche tu quale Dio

Immagine: S. Dalí, Reminiscenza archeologica dell’Angelus di Millet, 1935

Fuori dalla fantasia del terrorista

il concerto ha un’ultima nota nel silenzio
che è continuazione, risalgono le luci, gente esulta

si esce per le porte, non per le finestre

il vento fa tintinnare due bicchieri
non infranti sul tavolino all’aperto

passa inascoltato il telegiornale della sera
e le previsioni del tempo

l’innaffiatore si accende sul campo da gioco deserto

gente ancora discute a un angolo di strada
alzando la voce come dall’inizio dell’uomo

(vita di problemi complessi e soluzioni più complesse)

gente si saluta
gente va a distendersi

nel proprio letto

Pubblicata su Smerilliana 19, The writer 2016.

Fotografia di Alan Kurdi, bambino

i

Vieni, hai la scarpa slacciata, infilati il maglione, farà freddo,

che cos’hai in tasca, dove l’hai raccolto, svuota, via, come ti senti,

guardami negli occhi, la mamma ti vuol bene, Galip, vieni anche tu,

la mamma vi vuol bene, papà è fiero di voi, solo un’ora di mare, di là conosceremo altri bambini, domani dormiremo

in un letto nuovo, l’Europa, il Canada, letti più grandi,

ma certo, un sorso d’acqua, bevi, attento a non bagnarti, sei già tutto sporco di sabbia, laviamo le manine,

così, perfetto, ora saliamo

.
ii

È permessa l’immagine.

È permesso vedere l’immagine. È permesso non vedere l’immagine. Dire di non aver visto. Di non aver potuto. Di non aver dovuto.

È permesso pubblicare l’immagine. È permesso oscurare l’immagine. Condividere. Dire mi piace. Dire non mi piace.

È permesso parlare di inquadrature. Di discrezione e riserbo. È permesso parlare di immagini.

È permesso rivedere l’immagine a mente. In altri vestitini così gettati. Nella riva più fortunata di un copriletto.

È permesso, davanti all’immagine, dire sì, ma. Rimanere coi piedi piantati nella sabbia. Non muovere un passo. Affondare.

È permesso dimenticare l’immagine. Chiudere gli occhi. Negare. Mentre ancora

quello che nell’immagine accade

(è accaduto, accadrà)

è permesso.

.
iii

Lo stato di salute o malattia della cosiddetta fede non è tale per cui

un padre costretto a portare a casa in braccio i tre quarti di quella che era la sua famiglia

un padre precedentemente costretto a portare via da casa per mano la stessa famiglia (moglie e due figli

di cui resta una foto scattata sulla poltrona dei giochi al centro esatto di un doppio largo sorriso

nonostante la bufera (in abiti non dissimili da quelli che avrebbero presto restituito)

contro l’onda montante della storia) all’ultima spiaggia

(egli stesso accusato di aver rovesciato la barca per)

un padre che ancora prega mentre seppellisce sé stesso assieme a

dicevo, lo stato di conservazione di questa inaspettatamente tenace

fede che intanto a Kobanî è sull’orlo di inghiottire sé stessa una volta per tutte

dicevo, non è tale per cui

requiem aeternam dona eis

dicevo

non lo so cosa stavo dicendo

Pubblicata su Smerilliana 19, The writer 2016.

Piccolo haibun delle vacanze

Piccolo haibun delle vacanze

È la vacanza di Emma, che sgambetta ovunque, saluta i passanti e i cagnolini, parla e ride, ha paura dell’acqua ma non se rimane abbracciata a mamma o a papà. Lignano è la ripetizione di troppi ricordi; è una città piccola, luogo dell’abitudine, cara perché dimenticabile. Purtroppo non sono qui a mente sgombra: devo preparare un concorso che molto probabilmente non vincerò, e l’ho saputo appena prima di partire. Nei ritagli di tempo leggo articoli su cose che non so e comincio a pensare a un tema da scrivere. – La mattina siamo in spiaggia a passeggio, il pomeriggio in piscina, la sera a prendere il gelato in centro: deliziosa noia che ha qualcosa dell’eternità. Il giardino della piscina è verde di pini, giallo di sole: Emma ne conosce tutti gli angoli, salvo le dune erbose, dove ancora non ha osato avventurarsi. La accompagno tenendole la mano: lei si divincola e vuole andare sola. La mamma ci segue con gli occhi, a volte ci raggiunge; a volte sono io a guardarle da lontano senza essere visto, rapito da pensieri che non riesco a formulare. Che futuro attende la nostra cara bimba? – Intanto il caldo ci consuma. Siamo sempre in acqua.

Penso al futuro.
Sotto i pini, il presente
delle cicale.

・ ・

Sto leggendo in parallelo Arsène Lupin e Racconti di pioggia e di luna di Akinari. La mia immaginazione è popolato di fantasmi malinconici. Prima di addormentarmi penso al boschetto di Trieste, o al colle sopra l’università, dove passeggia ancora il fantasma di me stesso dodici anni fa. La luce della camera da letto, anche quand’è spenta, manda brevi lampi appena percettibili. Lasciamo aperte tutte le finestre perché circoli un po’ d’aria, in queste notti d’afa. Appoggiamo la piccola sul suo materassino ed è subito madida di sudore; poi torniamo, nel cuore della notte, a darle del latte, e il sudore le si è incollato alle tempie, mentre le piccole spalle sono fredde, e il lenzuolo se ne sta annodato ai piedi del letto. Si gira da un lato e dall’altro senza posa. Alle volte si alza il vento, e il risucchio fra i condomini evoca spettri di tempesta. – Nonostante questo dormo come un bambino, senza temere i vasti sogni su cui ogni volta mi affaccio, appena chiusi gli occhi.

Il suo respiro
dall’altra stanza. Il vento
gonfia le tende.

・ ・ ・

Si sporca tutta di sabbia e pare che non le dia alcun fastidio. Brutto il momento in cui dobbiamo lavarci – tenerla sotto l’acqua fredda, anche se piange, perché in appartamento non si può entrare così. Neppure in piscina si può entrare così. Ma il suo pianto dura poco, quanto dura il getto della doccia prima di spegnersi, prima di dover premere di nuovo il pulsante per sciacquare l’ultimo sbaffo di sabbia rimasto nella piega del costume.

fra un’onda e l’altra
proprio ora – orme
di due piedini

I bambini non sono il nostro futuro: sono il nostro presente. In futuro saranno come noi. È nel presente che dura il loro dono: se non ci fossero i bambini, se in ogni momento il mondo non fosse popolato anche di bambini, sarebbe un mondo inutile, un mondo da non vivere.

・ ・ ・ ・

Notte di pioggia.
Filtra attraverso il muro
un pianto di bimbo.

Forse quando torneremo a casa Emma ricomincerà a dormire tranquilla. Ora si agita nel suo lettino da campo per prendere sonno, e si sveglia anche cinque volte per notte, quando solo il latte riesce a riaddormentarla. Peggio in queste notti di Caorle che in quelle di Lignano, la settimana scorsa. All’ora della pennichella spesso si abbandona soltanto per una mezz’oretta e non c’è modo di riaddormentarla. Soffre per l’aria di mare, o per il materassino sottile?
Fatica. Non siamo i soli, comunque. Abbiamo incontrato un’altra famigliola con due bimbi e abbiamo prestato loro un cestino di giochi da spiaggia di Emma. «È stata la nostra salvezza» mi ha detto la madre, dedita, dolce, ansiosa. «Ieri, che ha piovuto tutto il giorno, abbiamo giocato a nascondere in casa un gioco alla volta e a ritrovarlo tutti insieme. Non so come avremmo fatto a passare il tempo, altrimenti».
La pioggia è durata un giorno e mezzo. Il caldo non è passato, ma si è alzato il vento, primo segno del cambio di stagione. Sono sceso sul molo a spasso con Emma, perché la mamma potesse preparare le valigie: e da lì siamo passati alla strada dell’argine, lungo il Livenza, prima cantando, poi in silenzio.

Ferma a terra l’ombra di un gabbiano fermo in aria

mare che il vento
porta in faccia – tu che
parli nel vento

La fine giunge come tutte le altre cose: senza segni premonitori, portando promesse che non riusciamo a capire.

Parlo di te come se ti conoscessi

Parlo di te come se ti conoscessi

Parlo di te come se ti conoscessi,
ma eccoti, corpo tuo, figura intera,
come scivoli fra ciò che aspetto, ciò che credo
di aver capito. Non sanno di stupirmi le tue mani,
bianche,
due,
per il loro esistere oltre
me, senza di me. Più ti so altra
meglio ti amo, meno ti so mia (quel passo
sulle scale del buongiorno, quando apparecchi
e spalanchi le finestre e credi
ch’io dorma ancora)

Immagine: M. DenisNu de dos au crépuscule (particolare).

Topolò

Topolò

Sono stato a Topolò. Una signora seduta in veranda mi ha detto (sbagliando) che ero arrivato in anticipo. Ho girato un quarto d’ora su e giù per le straducole d’erba. I campeggiatori avevano lasciato deserte le tende. Attraverso una finestra ho visto una cucina economica e un lavello microscopico. Mi sono perso volentieri. Alla fine ho ritrovato gli amici, che stavano bevendo senza di me…

Fra l’uva verde
moscerini. Una voce
dalla finestra

Serata d’afa.
Dietro il filare muto,
chi starnutisce?

Zanzare anche qui.
Attesa: una seggiola
lungo il sentiero

Greto seccato.
Un topo non sopporta
la mia vista

Un cane dorme
nell’ombra. Dove sono?
Dove sono tutti?

Sudo. Sgocciolo.
E le ortensie assetate,
un letto intero.

Lontano da Srebrenica

Lontano da Srebrenica

I nostri sono versi comodi
versi da passeggio versi
per sopracciglia Nei nostri
versi il sangue è quello
del vino o dei tramonti
Nei versi italiani di oggi
gli amici tengono la testa
attaccata al collo I feti
rimangono nei ventri delle
madri Le gambe non vengono
spalancate a forza alzate
in aria da due di loro perché
gli altri a turno eccetera
I nostri versi vanno a capo
per vezzo non perché manca
la parola A noi mancano tutte
le parole I nostri versi si
sono lavati i denti sono
andati a letto Il disagio
è solo della fetta che cade
dal lato imburrato

Non dovremmo chiedere scusa
piuttosto ringraziamo

Pubblicata (con alcune varianti) su Smerilliana 19, The writer 2016.
Immagine da qui.

Bolle di sapone

Bolle di sapone

Alla mia cara piccola Emma (e scusami se non ho saputo scriverla nella tua lingua).

Tante cose mi hai insegnato,
ma la più importante è questa:

ieri in piazza c’era un tato
alto più del tuo papà

che con splendido mestiere
e un secchiello di sapone

mentre i bimbi tutti in festa
saltellavano qua e là

disegnava mille bolle
nella brezza della sera:

delicate, luccicanti;
quelle piccole, in salita,

in discesa le giganti
come fragile bandiera

da scoppiare con le dita.
Non ti dico l’emozione

di guardare quelle bolle
e pensare a bocca aperta:

‘cosa sono? non lo so’.
Che magnifica scoperta!

Non mi pesa più la testa.
Riesco solo a dire ‘oh’.

Tante cose mi hai insegnato,
ma la più felice è questa:

mi hai insegnato a non sapere.
Ora è fresco di bucato

tutto l’universo intorno.
Oggi hai un anno. Oggi è il tuo giorno.

Immagine: Eleonora.

Lodi

«Come fa questa muletta a diventare
ogni giorno più bella?»

(Se a me dicono che scrivo bene
ringrazio male
ringrazio sempre troppo
non sorpreso e penso
‘sarà vero o no?’)

La bimba infinita
mente più vera allarga invece
tanto d’occhi e risponde
«Non lo so»

Per chi non conosce il triestino, muletta vuol dire bambina.