Per un tratto insieme

Roberto Cogo, haiku e Zen garden

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L’haiku è un genere di poesia giapponese che dal dopoguerra in poi ha ottenuto un crescente riscontro anche in Occidente. Le regole di composizione sono apparentemente semplici: tre versi di cinque, sette, e cinque sillabe – uno schema particolarmente adatto alla lingua giapponese, in cui le sillabe sono piuttosto “morae” (unità di tempo prosodico) e i tre versi sono generalmente composti in un’unica riga. È difficile immaginare forme più contenute. Eppure, all’interno di un universo così limitato, una grande tradizione estetica ed etica (che parte dai maestri giapponesi del settecento per arrivare allo sperimentalismo contemporaneo, fertile soprattutto in America) ha prodotto risultati che rientrano a buon diritto in ogni ipotetica antologia della letteratura universale.
Anche in Italia l’interesse per l’haiku ha raggiunto ormai una piena maturità, oltre il mero esotismo degli inizi, e la forma poetica è diventata un veicolo di espressione importante, se non privilegiato, per una crescente comunità di haijin (autori di haiku, secondo la definizione originale). Ne ho parlato con Roberto Cogo, prendendo lo spunto dal suo volume Zen Garden, il cui valore, come vedremo, non è soltanto letterario.

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«Canto alla durata» di Peter Handke

Su Fare Voci di marzo (online già da una decina di giorni) è uscito un mio pezzo sul Canto alla durata di Peter Handke. Rileggendolo ad oltre un mese di distanza, penso che oggi scriverei qualcosa di leggermente diverso… ed è un bene che alle mie osservazioni sia affiancata un’intervista di Giovanni Fierro al traduttore italiano dell’opera, Hans Kitzmüller, davvero interessante.

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Eccovi un assaggio del mio pezzo:

Opera delicatamente postmoderna, il “Canto alla durata” di Peter Handke si apre con un’insolita dichiarazione di intenti: «È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata, / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – / la durata induce alla poesia.» Si tratta, lo scopriamo subito, di una poesia immune da vaghezza o arbitrio, e al contempo ben distante dai modelli novecenteschi; il tono è diretto, colloquiale; l’approccio analitico: che cos’è la durata? «Un periodo di tempo? / Qualcosa di misurabile? Una certezza? / No, la durata è una sensazione, / la più fugace di tutte le sensazioni». E poco oltre: «Goethe, mio eroe / e maestro del dire essenziale, / anche questa volta hai colto nel segno: / […] la durata è la sensazione di vivere.»

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In una versione aggiornata di “Il mio vicino Totoro”

La nuova casa della famiglia Kusakabe ha ottenuto l’abilità solo dopo lo smantellamento del pergolato marcio.

Il professor Kusakabe ha comunque chiuso a chiave la porta della soffitta per evitare che le figlie cadano dalla scala e si spacchino la testa.

Nessuno si sogna di chiedere a Satsuki, una bambina di nove anni, di andare a prendere la legna in giardino. Di notte. Con tutto quel vento.

Ciascuno fa il bagno per conto proprio. Figuriamoci se un padre si immerge nella vasca insieme alle figlie. Kusakabe anzi bussa sulla porta per dire a Satsuki di uscire, ché è dentro da mezz’ora.

L’indomani è il padre a preparare la colazione e il pranzo per Satsuki e per la piccola Mei di quattro anni. La cucina è l’ambiente più pericoloso della casa, stando alle statistiche sugli infortuni, e le bambine non hanno il permesso di avvicinarsi ai fornelli.

La strada fra le risaie è asfaltata. Di mattina è costantemente intasata di macchine, visto che ogni bambino deve essere accompagnato fino al cancello della scuola da un adulto.

Mei gioca dentro casa anche in piena estate. Il giardino non ha ancora un recinto e il padre non ha tempo di controllarla tutto il giorno perché non vada nei pericoli.

L’albero di canfora sorge in un’area di interesse naturalistico delimitata da una rete metallica. Si può ammirare il sabato e la domenica pomeriggio dalle 15 alle 18.

La nonnina si fa pagare mille yen all’ora per tenere Mei.

Quando Mei chiede alla nonnina di andare a trovare la sorellina a scuola, la maestra ferma la donna sul cancello e le spiega che senza autorizzazione scritta non può farla entrare, né può lasciare che Satsuki se ne vada con lei. La nonnina rimette Mei sul seggiolino e fa salire il nipotino Kanta in macchina, mentre comincia a piovere. Satsuki è costretta a rimanere a scuola un’ora e mezza oltre l’orario, finché il padre (che ha trovato coda di ritorno dall’università) non arriva a riprenderla. La maestra, visibilmente irritata, dice al professor Kusakabe che ha fatto uno strappo alla regola, che anche lei ha una famiglia, ecc.

Le macchine sfrecciano nella pioggia accanto alle statue di Jizo sollevando spruzzi.

Quando a sera Kusakabe telefona alla moglie ricoverata in ospedale, le figlie sono sdraiate davanti alla TV ed esprimono fastidio all’idea di alzarsi per parlare con lei.

La notte trascorre senza sogni.

L’indomani, mentre le bambine sono dalla nonnina, Kusakabe viene a sapere dall’ospedale che sua moglie ha avuto una crisi, ma per fortuna sta già meglio. Telefona a Satsuki per avvertirla che farà tardi. Satsuki dice OK. Kusakabe chiede se hanno mangiato. Satsuki dice di sì. Kusakabe chiede che cos’hanno mangiato. Satsuki dice le verdure dell’orto. Kusakabe si fa passare la nonnina e le dice per favore di non dare alle bambine prodotti non controllati, e di lavarli bene in ogni caso, ecc.

In sottofondo, Mei strepita che vuole parlare anche lei al cellulare. Lo strappa di mano alla nonnina. Il cellulare finisce per terra. Satsuki dà una sberla a Mei, che scoppia in un pianto/ululato tale da far vibrare la struttura della casa.

La nonnina dice che da oggi il servizio di baby sitting costa mille e cinquecento yen all’ora.

Quando più tardi Mei non si trova, la nonnina la cerca urlando per tutta la casa. Satsuki e Kanta alzano il volume della Playstation. Alla fine la nonnina ritrova Mei davanti al cancello di casa, terrorizzata. Mei spiega che era arrabbiata perché Satsuki le ha dato una sberla e che perciò ha deciso di uscire in strada, dove ha visto un gatto, o un autobus, non si capisce bene, e che ha preso tanta tanta paura, ecc.

Solo su insistenza della nonnina Satsuki chiede scusa a Mei, mentre Kanta continua a giocare.

Un infermiere trova per caso un oggetto non ben identificato sul davanzale della stanza d’ospedale dove è ricoverata la signora Kusakabe. Non si sa chi ce l’abbia portato. L’oggetto, a forma di pannocchia e pieno di glutine, viene raccolto e distrutto.

Alle 22 Kusakabe torna a riprendere le bambine, che vengono portate a casa e rimesse a letto. Domani è un’altra giornata campale.

Tutti sono comunque sani e salvi e al riparo da traumi di qualsiasi tipo.

Nessuno, neanche per sbaglio, incontra Totoro.

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Bilancio del 2016

È ora di rimettere in moto il blog. Tappo qualche buco lasciato aperto dall’anno scorso: non avevo mai parlato, ad esempio, dei tre volumi in cui il sinceramente vostro non ha saputo trattenersi dall’infilare qualche poesiola.

In ordine di pubblicazione:

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2 (Qudu libri, Bologna) è una seconda antologia sul tema della salute mentale (la prima era uscita l’anno scorso), curata da Roberto Ferrari e prefata da Fabio Franzin. La mia poesia è Che cosa c’è fuori dal contorno.

Novecento non più (La vita felice, Milano) nasce invece da un ragionamento sul cosiddetto “realismo terminale” (la definizione è di Guido Oldani): una tendenza della poesia recente a sottolineare la centralità esistenziale degli oggetti in un mondo sempre più segnato dall’inurbamento e dalla crisi del lavoro. La selezione è curata da Salvatore Contessini e Diana Battaggia. Il mio contributo è Il vero potere della similitudine.

Infine, Smerilliana 19 (The writer, Mariano Principato): l’ultimo numero della rivista (o meglio, del “luogo di civiltà poetiche”) fondata e curata da Enrico D’Angelo. Un volume ricchissimo ed estremamente curato, che io stesso devo ancora finire di scandagliare. Ho partecipato con una silloge di nove poesie dello scorso anno: Fotografia di Alan Kurdi, bambino, Fuori dalla fantasia del terrorista, In paradiso arriveremo scalzi, Lontano da Srebrenica, Tre città dell’Asia (Hashima, ovvero l’isola nave da guerraNuova zona di KangbashiLhasa).

Se invece vi interessa il bilancio delle mie letture, è qui. Buon anno (in ritardo) a tutti.

Una tale vergogna

Una tale vergogna

«Succo di mela?»
«No, grazie.»
«Signor/a Marisa Lucertola, lei sa perché è qui?»
«È per i Rossi-Decori, giusto?»
«Lei è qui in qualità di testimone nell’ambito di una possibile Perlustrazione Preventiva, secondo quanto al fascicolo n. 2026-89E4.»
«Mi lasci subito chiarire che se avessi sospettato qualcosa di illegale nei movimenti dei miei vicini, da brava cittadina, avrei –»
«Si attenga alle domande.»
«Mi scusi. Questi braccialetti segano i polsi.»
«È per il suo bene. Può ripetermi i nomi dei soggetti in esame?»
«Tania Rossi, madre –»
«Come dice?»
«GENITORE. Tania Rossi e Marcello Decori, genitori. Ambra Rossi-Decori, figlia. O se preferisce in ordine opposto, Decori-Ross–»
«Mi sta prendendo in giro?»
«ASSOLUTAMENTE NO. Non ci penso nemmeno. La prego di capire, è la prima volta che… Insomma, non sono molto esperta della procedura. Ma ho tutto l’interesse, giuro su Dio, ho tutto l’interesse…»
«Signor/a Lucertola, non andiamo per niente bene. Il suo modo di parlare è estremamente scorretto. Vorrei ricordarle il contesto in cui ci troviamo. Se continua così, sarò obbligato ad attivare una Perlustrazione anche nel suo appartamento.»
«No, la scongiuro.»
«Cerchi di controllarsi.»
«Posso chiederle di cancellare “giuro su Dio” dal verbale?»
«Lasci che ci pensiamo noi. Direi che è meglio ricominciare da capo. Succo di frutta?»
«Sì, grazie.»
«Allunghi la testa verso la cannuccia, per cortesia.»
«Non riesco a muovere il collo.»
«Si sforzi.»
«…»
«…»
«Grazie. Davvero… rinfrescante.»
«Signor/a Lucertola, la questione è semplice. Sappiamo che ha notato qualcosa di strano nel comportamento recente dei suoi vicini. Sappiamo anche che ha condiviso tali impressioni con la/il sua/o coniuge. Non deve far altro che riferirle anche a noi. Poi la lasceremo andare.»
«Io non ho fatto niente di male.»
«Non si preoccupi di quel che ha fatto o non ha fatto. Conta quel che farà da questo momento in poi.»
«…»
«…»
«Da dove devo cominciare?»
«Quando ha notato i primi segnali di attività politicamente scorretta nell’appartamento accanto al suo?»
«Le ripeto, se avessi sospettato che fosse un’attività politicamente scorretta –»
«RISPONDA ALLA DOMANDA.»
«L’anno scorso. Poco dopo esserci trasferiti nel nuovo appartamento.»
«Mese e giorno.»
«Era… fine novembre. Credo. Una settima feria. Mio marito non era ancora rientrato dall’intrattenimento pubblico.»
«“Suo marito”?»
«CONIUGE. Il mio coniuge. Dovevano essere le cinque di pomeriggio perché era già buio. Non si sentiva una voce per tutto il condominio. Sapete, le pareti sono molto sotti–»
«Si limiti ai riscontri oggettivi.»
«Ho sentito un rumore in corridoio.»
«Che tipo di rumore?»
«Uno strofinio. Come se qualcosa di pesante venisse trascinato sul pavimento.»
«E che cosa ha fatto?»
«Ho guardato attraverso lo spioncino.»
«Ha visto qualcosa?»
«Il signor Rossi che trascinava un pacco.»
«Non si faccia tirar fuori le parole col rampino. Che tipo di pacco?»
«Era una scatola di cartone, più lunga che larga, chiusa con due strappi di scotch.»
«Lo sa che Scotch® è un marchio registrato?»
«Due strappi di nastro adesivo.»
«Tutto qui?»
«Ha portato il pacco in casa. Dieci minuti più tardi l’ho visto ripassare con altro due pacchi più piccoli. Dentro c’era qualcosa che tintinnava. Ho pensato che fosse andato a prenderli in cantina.»
«Non si è chiesta/o che cosa potessero contenere?»
«Forse… un servizio di tazze?»
«E quello lungo?»
«Una scopa?»
«Signor/a Lucertola, le ho già detto di non prendermi in giro. Abbiamo motivo di ritenere che lei e la/il sua/o coniuge sapeste benissimo che cosa c’era nei pacchi.»
«No. NO. Deve credermi. Io…»
«Se continua ad essere così reticente non ho molto a cui aggrapparmi per sostenere la sua buona fede. Lei è una persona estremamente curiosa, signor/a Lucertola. Ai limiti del patologico. Aveva mai visto i Rossi-Decori portare dentro o fuori casa pacchi simili, prima di allora?»
«No.»
«Era la prima volta?»
«Sì. Le dirò quello che ho fatto. Ho aspettato che tornasse mio mar– il mio coniuge. Ho chiesto il suo parere. Lui mi ha detto che i miei sospetti erano immotivati.»
«Dunque aveva dei sospetti.»
«No, cioè… mi ha detto che non c’era nulla di strano, che probabilmente avevano comprato qualche nuovo elettrodomestico.»
«E lei che ha fatto?»
«Gli ho detto di star zitto e ho appoggiato l’orecchio al muro, fra l’attaccapanni e lo specchio.»
«Dunque?»
«Si sentiva appena il rumore del nastro adesivo strappato. E poi il fruscio di qualcosa che viene scartato e aperto. E ancora il tintinnio di prima. Lavoravano in silenzio.»
«“Lavoravano”. Dunque tutta la famiglia era coinvolta.»
«Non ho detto questo.»
«Sì che l’ha detto. Che cosa ha pensato sentendo tali rumori?»
«Niente di particolare.»
«Si sbaglia. Ha pensato che stessero preparando qualcosa. L’ha detto pure al/la sua/o coniuge, che le ha risposto di lasciar perdere e di smetterla una buona volta di origliare.»
«Che cos’è questo odore?»
«Siamo noi a fare le domande, signor/a Lucertola. Andiamo avanti, non abbiamo tutta la notte. Che cosa è successo dopo?»
«Dopo quando?»
«Dopo questo primo episodio a novembre dell’anno scorso.»
«Mi lasci pens–»
«Forse le è capitato di sentire puzza di bruciato?»
«Come fate a sape–»
«SIGNOR/A LUCERTOLA!»
«Sì, SÌ, puzza di bruciato. Sottilissima. Con una punta di zolfo. Potreste allentare leggermente l’anello al collo?»
«Nient’altro?»
«Non che io ricor–»
«Allora glielo dico io: musica. A bassissimo volume, beninteso, ma non abbastanza da non udirsi attraverso il muro. Musica popolare. Melodie che le sembrava di ricordare dall’infanzia, stando a quanto comunicò al/la sua/o coniuge la sera del 22, davanti a un piatto di minestra d’orzo. Ora ricorda?»
«Adesso che ci penso.»
«Mi faccia controllare… Il 25 dicembre i Rossi-Decori ricevono una visita. Nel loro appartamento. Non mi dica che non sa nulla neanche di questo.»
«Un uomo anziano.»
«Si dice “una persona non necessariamente pareggiata in senso cronologico”.»
«Il padre di Tania Rossi, vedovo. Alto, voce tonante. Si è fermato a pranzo.»
«Continui.»
«Sono riuscita a ricostruire la conversazione punto per punto, anche ascoltando solo le sue battute. Ha giocato a lungo con la piccola Ambra, sollevandola in aria e riprendendola al volo. Aveva portato una bottiglia e due pacchetti: dopo pranzo c’è stato un brindisi e a quel punto tutti, anche il vecchio, hanno abbassato la voce per qualche momento. Avevano fatto lo stesso prima di mangiare: come se si confidassero un segreto.»
«Lei ha sentito tutto questo e non ci ha detto nulla.»
«…»
«Beva un altro sorso di succo.»
«Lei non sente uno strano odore?»
«BEVA.»
«…»
«Ora rimetta a posto la cannuccia.»
«Ma -»
«Usi il mento. O il naso, come preferisce.»
«…»
«…»
«Grazie.»
«Lei è in una posizione estremamente delicata, signor/a Lucertola. Avremmo potuto chiudere un occhio se l’episodio non si fosse ripetuto. Ma sappiamo che anche quest’anno –»
«La prego. La cervicale –»
«NON INTERROMPA. Quest’anno la/il signor/a Rossi ha riportato in casa gli stessi pacchi. Era… il 29 novembre. Due settimane fa. E lei l’ha vista/o, attraverso lo spioncino, esattamente come l’anno scorso. Conferma? Anche a questo punto ha fatto finta di niente.»
«Non spetta a me sorvegliare –»
«È vero, non spetta a lei. Ma ha dimostrato un grande talento nel farsi gli affari degli altri, quando la cosa la/o interessava. Ed è un peccato che questo talento non sia messo a buon frutto, non crede?»
«L’odore è sempre più intenso. Potrebbe dirmi che –.»
«Lei è religiosa/o, signor/a Lucertola?»
«Come, scusi?»
«Religiosa/o. Crede in Dio/Dea?»
«Non in un modo che possa arrecare disturbo e/o indurre antagonismo in chicchessia.»
«Ottima risposta. E crede nel Politicamente Corretto?»
«In modo assolutamente anti-anti-ideologico, sì.»
«Rispetta la Po.Po.C. e tutte le sue opere e tutte le sue esecuzioni?»
«Rispetto.»
«Celebrerà la Festa d’Inverno, quest’anno? Accenderà i teleschermi? Parteciperà agli intrattenimenti pubblici a-generici?» »
«Sì, assolutamente sì.»
«Non sia così servile. È libera/o di non farlo, se preferisce.»
«L’ho sempre fatto.»
«Quando cade la festa d’inverno?»
«Che domande mi fa? Non c’è un giorno preciso. Ciascuno festeggia quando preferisce, nel rispetto delle credenze e delle abitudini e delle possibilità economiche e degli stati d’animo del pros–»
«Qual è il colore tipico degli addobbi?»
«Il giallo. Simbolo della concordia e dell’a-differenza.»
«Molto bene.»
«Posso andare?»
«Non sia precipitosa/o. Le libero il collo, se vuole.»
«Sì, grazie.»
«Si sente meglio?»
«Abbastanza. I polsi mi fanno ancora male.»
«Di che colore sono gli addobbi dei suoi vicini?»
«Come dice?»
«I Rossi-Decori. Hanno esposto gli addobbi gialli, come tutti?»
«No, sulla porta no.»
«E dentro casa?»
«Come faccio a saperlo?»
«AH AH.»
«Perché ride?»
«Signor/a, abbiamo trovato il buco.»
«…»
«Pensava sfuggisse alla Perlustrazione? Leggo testualmente: “un forellino del diametro di un centimetro in un angolo della sala da pranzo, direttamente comunicante con la cucina dell’appartamento adiacente (intestato a Lucertola-Dolce)” – ha visto? si parla di lei – “sigillato da un cilindretto di stucco rappreso estraibile a piacere tirando un bastoncino… bla bla bla… la posizione del cilindretto lascia pensare che fossero proprio i Lucertola-Dolce a servirsene”.»
«Non so di cosa stia parlando.»
«Lei ha spiato tutto, signor/a Lucertola. Dal suo osservatorio privato ha spiato l’albero e le palline, le statuette alte un palmo accuratamente disposte su un letto di muschio, il laghetto di stagnola, il cielo di cartone, la quattro candele disposte in cerchio su una corona di rami d’abete – candele ritualmente accese di settimana in settimana. Quando ho accennato alla puzza di bruciato lei ha assentito con foga. Vuol farmi credere che l’odore degli stoppini si sentisse attraverso la parete? Lei le ha VISTE, le candele, così come ha visto Aldo Decori prendere in braccio la/il piccola/o Ambra e farla/o/o volare in aria, felice, il 25 dicembre scorso. Ha visto tutta la famiglia pregare prima di pranzo e farsi gli auguri durante il brindisi. Magari solo di sguincio, ma ha guardato. E la cosa deve esserle parsa estremamente interessante, considerato che ha passato tutta la giornata schiacciata/o contro il muro, con l’occhio sul buco. Se non l’avessimo fermata/o l’avrebbe rifatto anche quest’anno. Che cosa ha provato a spiare i Rossi-Decori: stupore? invidia? commozione? E soprattutto: perché l’ha fatto?»
«…»
«Se si sente in imbarazzo, è libera/o di piangere. Può nascondere il viso contro la spalla. L’odore che sente è un derivato del betaidrossibutirato. Unito agli additivi del succo di frutta agisce come un potentissimo induttore di rispetto umano. Nei soggetti predisposti o poco addestrati può produrre apeirofobia e senso di colpa.»
«…»
«Lei sa come si chiama la festa che celebrano i Rossi-Decori? Certo che lo sa. L’avrà celebrata anche lei, da giovane. Di certo sa che Oltreoceano spadroneggia ancora indisturbata. È una tradizione… infestante, se mi permette il gioco di parole. Non immagina quanto sia faticoso impedire che attecchisca di nuovo anche da noi.»
«…»
«Non serve che sia io a ricordarle quanto la gente d’Oltreoceano detesti il Politicamente Corretto. Si sono votati al caos e all’autodistruzione, a partire almeno dalla rivoluzione del 2017. Non hanno un’apposita Polizia come l’abbiamo noi. E i risultati si vedono. Ma forse non sa che già nei primi anni dieci la gente di laggiù protestava in piazza – PROTESTAVA IN PIAZZA – perché i bicchieri di carta di una nota catena di caffetterie erano VERDI anziché ROSSI, in occasione di quella che dovrebbe essere la festa della pace e della fratellanza. Le sembra normale?»
«No.»
«Da parte nostra, l’unico modo di propugnare la tolleranza è l’intolleranza dell’intolleranza, giusto?»
«Sì.»
«E magari avrà percepito anche lei, come altri, un’onda di calore guardando la gente che festeggiava… vedendo giocare insieme gran-genitore e nipote, attraverso il buchino nel muro… più felici che in un giorno qualsiasi. Come se quel 25 dicembre, una quinta feria come un’altra, fosse davvero un giorno speciale. In cui magicamente l’augurio di bene potesse avverarsi per semplice forza di volontà. È questo che ha provato?.»
«Sì.»
«Mi viene la nausea solo a parlarne. Ma siamo ancora in tempo per disinfettarla/o. Mi dispiace tanto, ma non posso lasciarla/o andare. Si verbalizzi, prego: atto 2026-89E4-T1: l’arresto del/la signor/a Lucertola è confermato per ulteriori accertamenti. Come si sente, signor/a?»
«Male.»
«Si vergogna, vero?»
«Moltissimo. Non riesco quasi a –»
«Vuole che le rimetta l’anello al collo?»
«Sì, grazie.»
«Di niente.»
«…»
«Succo di mela?»

(2 di 4)

Leonard Cohen (1934-2016) sulla poesia

Ripubblico dal mio amico (e co-redattore di Perígeion) Roberto R. Corsi. Couldn’t have been said better.

Roberto R. Corsi

Pronuncia le parole con la stessa precisione con cui leggeresti la lista della lavanderia. Una poesia non è che informazione. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi. Sei solo qualcuno che sventola una bandiera e che fa appello alla specie più bassa di patriottismo delle emozioni. Considera le parole come scienza, non come arte. Sono una relazione. Stai parlando a una riunione del Club degli Esploratori o alla National Geographic Society. Il tuo pubblico conosce tutti i rischi dell’alpinismo. Ti fanno un onore se li danno per scontati. Sbatterglieli in faccia è un insulto alla loro ospitalità. Digli quanto era alta la montagna, che equipaggiamento hai usato, sii preciso sulle dimensioni delle pareti e sul tempo che ti ci è voluto per scalarle. Non cercare di far sospirare il pubblico né di fargli trattenere il fiato. Se il tuo racconto…

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Cinque piccoli propositi per l’era Trump

nell’intento di arginare costruttivamente incredulità, sconforto e rigurgiti antidemocratici anche in chi, come me, si professa liberale. (Adattateli pure al caso vostro.)

  1. Frequentare di più persone che non lavorino nella ricerca, non scrivano poesie, non amino le variazioni Goldberg, non abbiano figli, non siano nate in Italia, non credano in Dio, mangino il prosciutto assieme al melone, ecc.. Persone diverse da me. Persone che non la pensino come me.
  2. Ascoltare che cosa pensano, capire che cosa pensano, capire perché lo pensano. E solo dopo chiedermi se sia giusto o sbagliato.
  3. Evitare come la peste il gusto della rabbia, anche quando ne ho motivo. Impiegare il tempo sottratto alla rabbia per giocare con Emma.
  4. Ricordarmi che l’alternativa al politicamente corretto non è il politicamente scorretto, ma l’umanamente onesto.
  5. Accettare lo stato interiore di crisi (κρίσις) permanente come il migliore degli stati possibili, e smetterla di parlare di apocalisse. Quando sento la tentazione di farlo, operare al volo la trasformazione di coordinate che rende la Weltuntergang una Weltübergang. Poi spegnere il computer e andare a giocare con Emma.

 

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Gunkanjima

Gunkanjima

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Che Yamashita non fosse al cento per cento in bolla Yamano l’ha capito circa un mese fa, al Knight, contemplando quello che Egawa e Sakaguchi avevano poi ribattezzato, in una serie di battute di fronte alla macchinetta del caffè, “l’album del chiodo”. Non per questo si è preoccupato quando il caporedattore l’ha convocato nel suo ufficio per proporgli di collaborare proprio con Yamashita al pezzo forte del numero di ottobre, un reportage dall’isola disabitata di Hashima. Si trattava, banalmente, di affiancare un testo alle immagini: testo da comporre in loco, nelle intenzioni del caporedattore, con la stessa immediatezza degli scatti fotografici. Yamano era rabbrividito alle parole “sinergia” e “polifonia”, ma aveva chinato il capo con deferenza. Era chiaro che il testo era pensato in funzione la versione telematica della rivista, per portare l’occhio dei visitatori oltre il bordo di immagini altrimenti troppo accattivanti (da almeno un anno Yamashita è il fotografo di punta del sito) e farli così ruzzolare, gli occhi, su uno dei molti riquadri pubblicitari che avrebbero contornato l’articolo. Un lavoro senza complicazioni.
Ed eccolo qui ora sul molo del delfino, al di qua del muraglione che contorna l’isola a mo’ di scafo (isola nave da guerra, come vuole il nomignolo), l’autorizzazione del magistrato marittimo di Nagasaki accuratamente ripiegata nel borsello, a guardare assieme al suo compagno il culo della barca impegnata nella manovra di inversione. Per le prossime diciotto ore saranno lui e Yamashita gli unici abitanti di questo rettangolo di tre ettari quasi interamente ricoperto di cemento. Yamano (che ha l’incarico di portare e montare la tenda) ha studiato un percorso per ottimizzare i tempi, considerando le diverse condizioni di luce e la conseguente praticabilità degli edifici. Sono le quattro del pomeriggio. Soffia un tiepido vento di sudovest. Yamashita ha finito di controllare l’alloggiamento degli obiettivi e scrolla la schiena con energia per saggiare la tensione delle cinghie. Non indossa occhiali da sole per non falsare la propria percezione della luce. Alza gli occhi verso il mare.
«C’è qualcun altro sull’isola,» dice.

ii

Yamano lo guarda stranito. «Come dici?»
«Non siamo soli.»
«E come fai a saperlo?»
«…»
«Hai notato qualcuno mentre stavamo arrivando?»
«Nessun’isola è davvero deserta.»
Uno scherzo. Dev’essere uno scherzo. L’ombra sul viso di Yamashita si potrebbe effettivamente interpretare come un sorriso.
Il molo è collegato al corpo dell’isola da una stretta passerella metallica. Da qui parte anche il percorso solitamente riservato ai turisti, che secondo il programma di Yamano dovrebbe costituire la prima tappa della loro esplorazione.
Yamashita ispeziona il muraglione davanti a sé. «Andiamo a cercarlo?»
«A cercare chi?»
«L’intruso. Il terzo uomo.»
«Sbaglio o siamo qui per lavorare?»
«Una cosa non esclude l’altra.»
C’è qualcosa di allarmante nel modo in cui Yamashita piega alternativamente l’una e l’altra gamba, allunga le braccia davanti al viso e scrocchia rumorosamente le dita.
«L’ordine è di restare uniti,» dice Yamano.
«…»
«E sentiamo, dove sarebbe questo terzo uomo?»
Senza rispondere, Yamashita è balzato in cima al muraglione.
«Ehi! Dove vai?»
«Dobbiamo pigliarlo prima che faccia buio.»
Sorridendo, si lascia cadere dall’altra parte. Un tonfo. Sbatacchiare di accessori fotografici. Il salto dev’essere più alto del previsto.
«Yamashita! Mi senti?»
Silenzio.
«Brutto coglione! Si può sapere che ti è preso?»
Imprecando, Yamano si arrampica a fatica sul muraglione. Riesce appena a mettere la testa al di là alzandosi in punta di piedi su un moncherino di ferro. Sopra il cumulo di macerie che si stende dall’altra parte non c’è nessuno. Poco lontano, i resti delle costruzioni sono immobilizzati in forme mesozoiche; gli elementi ne hanno cancellato uso e cause. Pare impossibile muoversi sui calcinacci senza lasciare una traccia almeno uditiva. E invece nulla: Yamashita è scomparso.

iii

Era accaduto dopo il secondo giro di Suntory. Yamashita aveva chiesto ai presenti di fare spazio e di stare attenti a non sgocciolare sulle foto. Il bottino era succulento, aveva dichiarato estraendo dallo zaino una cartellina gialla smangiata sugli orli, tanto succulento da spingerlo a rispolverare la vecchia Yashica TLR e a montare, udite udite, una preziosissima Kodak 120 ripescata per miracolo da un frigorifero in cantina. Sospiro di Egawa. La cartellina conteneva in tutto cinque foto: cinque rettangoli praticamente bianchi, se non per un accenno di vignettatura, e con un identico puntolino nero al centro, più o meno nella stessa posizione.
Le avevano fissate tutti in silenzio per due minuti buoni.
«È un chiodo,» aveva detto infine Sakaguchi.
Yamashita aveva battuto due volte le mani, deliziato. Era proprio un chiodo, un vecchio chiodo di ferro che lui stesso si era premurato di conficcare nel muro della cucina. L’aveva immortalato almeno trenta volte; quella che vedevano era la crème de la crème, definita dalla totale assenza di ombre e dal fatto che il gambo del chiodo scomparisse perfettamente dietro la capocchia.
«Monsieur, chapeau,» aveva detto Egawa.
«Il punto non è il chiodo.»
«Ah, no?»
Sul chiodo, come vedevano, non era appeso nulla al di fuori dei loro sguardi. Scherzi a parte, il vero soggetto era il rettangolo di muro circostante, le cui dimensioni cartacee erano state determinate con precisione (righello, goniometro) in modo da corrispondere al riquadro che le foto stesse avrebbero nascosto, se per caso fossero state incorniciate e appese al chiodo.
«Capite?»
A quanto pareva, dopo lunghe considerazioni Yamashita aveva stabilito che quello era il modo taosticamente più rigoroso di rappresentare la coincidentia oppositorum tra essere appesi e non essere appesi, nascondere e non nascondere, eccetera. Egawa si era schiarito la gola. «E la cosa più geniale,» aveva aggiunto sghignazzando, «è che non sono neanche diritte. Ho inclinato di proposito la macchina di cinque gradi verso sinistra.» Come se una scossa di terremoto fosse passata per la stanza, a riorientare tutte le cornici alle pareti, quelle reali e quelle puramente concettuali. Ci provasse, un ipotetico osservatore ossessivo/compulsivo, a raddrizzarle.

iv

«YamA-A-Ashita!»
Gunkanjima è una brutta faccenda, ora. Seguendo un’impressione a cui lui stesso si rifiuta di concedere un cento per cento di attenzione, Yamano ha imboccato il tunnel di servizio che al di là del muraglione offre una scorciatoia per la zona meglio conservata dell’isola. La sensazione è di aver sentito una voce provenire proprio dal tunnel, una voce che Yamano non si sogna neppure di attribuire a Yamashita (era sicuramente il verso di un gabbiano distorto dal vento) ma che fornisce ugualmente un appiglio per razionalizzare la decisione impulsiva a cacciarsi in quel budello: è in effetti probabile che Yamashita abbia fatto lo stesso, considerata la velocità con cui è si è sottratto alla vista; perché l’abbia fatto è un’altra questione che Yamano ha paura di affrontare. Il tunnel è prevedibilmente freddo e gocciolante. I detriti accumulatisi negli anni hanno preso l’aspetto inquietante di ateromi, e rendono il passaggio problematico; Yamano si appoggia con la mano destra alla parete mentre con la sinistra tiene sollevato il cellulare a illuminare i successivi metri di condotto.
“Yamashita,” pensa.
“Dimmi,” risponde la voce.
“Questo tunnel sbuca da qualche parte, vero?”
“Sì.”
“Perché sei scappato?”
“Non sono scappato. Sei tu che ti sei fermato.”
“Yamashita, avevamo un programma.”
“…”
“Che cosa significa tutto questo?”
È anche troppo facile capire perché a Yamano torni in mente, in questa circostanza, una visita allo Zenko-ji di almeno venti anni prima. Era in gita a Nagano con i suoi genitori e proprio nella sala principale del tempio li aveva persi di vista. Nell’ansia di ritrovarli, era rimasto intruppato in un gruppo di turisti/pellegrini intenzionati a visitare il corridoio sotterraneo in cui, stando alla leggenda, da qualche parte nel buio più assoluto è nascosta la chiave del paradiso. Yamano aveva provato a fare dietrofront, ma la ressa lo aveva sospinto avanti contro la sua volontà. L’oscurità del corridoio era raggelante. Aveva un peso e un gonfiore che nessun buio di camera da letto aveva mai avuto. Più del buio, era insostenibile la consapevolezza del buio: essere condannati a fluttuare per sempre in quell’assenza di forma, e al tempo stesso saperlo. Yamano era rimasto aggrappato al corrimano in preda al terrore più puro che avesse mai conosciuto. E gli altri visitatori, orrendamente, chiacchieravano. Qualcuno l’aveva spinto. Yamano aveva perso la presa. Annaspando nel buio si era aggrappato a un pomello ruvido appeso alla parete. Chi l’aveva sentito urlare, prima di sollevarlo di peso e portarlo fuori da quel pertugio, aveva parlato di mille gessi che scricchiolano contemporaneamente su una lavagna.
Nel tubo digerente di Gunkanjima non è un pomello ma uno scalino invisibile a far saltare il sistema nervoso di Yamano. Nell’urto il cellulare gli casca di mano e si spegne. Yamano inciampa su un cumulo di calcinacci che ostruisce il passaggio.
“Yamashita! Aiuto!”
Anche disteso, abbastanza lucido per pensare all’ovvio correlativo di questo venir tirato a forza dall’altra parte del pertugio da braccia sconosciute; quanto basta per chiedersi se tale correlativo possa essere il riflesso di un ricordo ancestrale. Le braccia spariscono appena viene meno il loro compito. Yamano ruzzola a faccia in giù sul nudo cemento. Venti o trenta passi più avanti un bagliore segnala l’uscita del condotto.

v

Che migliaia persone possano aver lavorato e vissuto per decenni a stretto contatto di gomito ed espresso in forma compatta tutto l’abituale campionario di emozioni umane solo per andarsene non appena il costo di estrazione del carbone aveva superato i ricavi, abbandonando case e uffici e stabilimenti e perfino (individualmente) sedie e strofinacci e televisori e cavatappi e fornelli e calzascarpe e lampadari e pacchi di riviste nella fretta della fuga – che ciò sia avvenuto e che ora un immenso frattale di significati lentamente concrezionati sia lasciato a decomporsi come un castello di sabbia sotto la violenza ciclica dei tifoni è una prova della direzionalità del tempo, n.b. una direzionalità non teleologica, che mentre pare incoraggiare gli scopi umani nel senso di una locale diminuzione dell’entropia ha l’unico effetto di confermarne il globale e ineluttabile aumento, dell’entropia: come un atollo conferma e legittima l’oceano che lo circonda ed è destinato a subissarlo. È ironico che Yamano abbia studiato, prima di partire, i possibili modi di commentare le foto di Yamashita attraverso frasi interrotte di proposito e lasciate a pendere sulla pagina come uno scheletro di potenzialità inespresse; è ironico perché ora, nel centro esatto della più grande frase interrotta in cui gli sia mai capitato di imbattersi (una frase di ferro e cemento, di spazio e gravità) non riesce a concludere un solo pensiero senza incespicare. Se chiama ancora il nome del compagno, è solo per produrre un calco ecoico degli ambienti che attraversa: una sequenza apparentemente infinita di cortili, anfratti, ballatoi, bacini di raccolta, selciati trasformati in canali di scolo, lastre di cemento dissestate dalla pressione lievissima ma incessante della gramigna. Ha salito scale, sceso rampe, varcato porte prive di serramenti, infilato la testa nel cavo di finestre inspiegabilmente aperte fra stanze interne altrimenti non comunicanti; si è sporto da parapetti sbrindellati e da assenze di parapetti; ha calciato ciottoli, smanacciato assi, resti di serramenti, grondaie cigolanti, per assicurarsi della propria presenza attraverso lo scompiglio.
“Yamashita, YamA-Ashita.”
L’isola si è limitata ad ignorarlo.
Ed è ironico che i sentimenti che prima di partire si era allenato a provare per non trovarsi impreparato sul più bello – un complicato miscuglio di sgomento di fronte allo squallore dei ruderi e di compassione per l’enigmatica sorte degli abitanti, così simbolicamente rappresentata da una sola sedia che qualcuno anni fa ha portato a marcire in mezzo a un cortile d’erba (sedia contemplata in foto e ritrovata in forma simultaneamente reale e simbolica nel punto esatto dov’era stata fotografata) – tutti i sentimenti terricoli sono svaniti non appena ha messo piede sull’isola, ancor prima della sparizione di Yamashita. Gunkanjima è ormai solo uno scenario che corre attorno a lui e sotto di lui, renderizzato fino all’iperrealismo ma fondamentalmente vuoto, impermeabile all’empatia. Se si eccettua un dolore congiunto ai piedi e alla testa, in questo momento Yamano non prova assolutamente nulla. Perciò si limita a sorridere quando, ispezionando l’ennesima stanza con passo sonnambolico – una cucina, a quanto pare, e meglio conservata di altre, con ampie porzioni di piastrellatura ancora intatta e un’evidente traccia di fumo aperta a ventaglio sulla parete dove doveva essere posizionata la cappa di aspirazione – nota un piccolo chiodo piantato nel muro ad altezza d’occhi.
«È opera tua, vero?» chiede ad alta voce.
Neanche il chiodo e il riquadro di muro leggermente più chiaro attorno ad esso bastano a commuoverlo.
«E la foto, dov’è? L’hai portata via tu?»
“Il punto non è la foto.”
“Lo so, me l’hai già spiegato.”
“…”
«Comunque è seccante che continui a rispondermi senza farti vedere.»
“Vieni avanti tu.”
Yamano si gira di scatto. Un’ombra è passata per il corridoio. Non sa dire quale dei due eventi abbia preceduto l’altro in un rapporto di causa-effetto: forse non era un’ombra ma una ciocca dei suoi stessi capelli che ha colto con la coda dell’occhio mentre si voltava.
Nel rettangolo di mare che si intravede in fondo al corridoio sta passando una barca.

vi

Dalla barca venti o trenta paia d’occhi lo guardano sgomenti. L’aria immobile del tardo pomeriggio permette di individuare i lineamenti del volto anche a cento, centocinquanta metri di distanza con una chiarezza ineccepibile. Una donna in particolare ha la facies di chi stia urlando o abbia urlato quotidianamente per diverse ore negli ultimi quindici anni.
La scena avviene al rallentatore. La barca impiega un lunghissimo minuto per attraversare l’intercapedine tra le due ali del condominio da cui Yamano è affacciato, duplicando la striscia di nubi basse sull’orizzonte con una seconda striscia di schiuma, appena sopra l’orlo del muraglione affacciato sul mare. Non si ode altro suono che il rombo del motore. Yamano è convinto che allungando la mano attraverso l’aria dolorosamente nitida potrebbe raggiungere quelle facce giocattolo e cancellarne l’espressione allucinata con una leggera pressione del pollice. Tende le braccia nel tentativo.
Ed è necessario che i turisti passino prima che Yamano si accorga di quello che aveva scambiato per un resto di pilastro malamente eretto sul muraglione, lungo la traiettoria che congiunge i suoi occhi con il percorso tracciato dalla barca. Era quello che i passeggeri guardavano, non lui, Yamano. E non è un pilastro ma un uomo.
Un uomo è seduto sul muraglione, rivolto al mare. È vestito di bianco e gli volge la nuca.
“Il terzo uomo,” pensa Yamano.
Ha ancora le braccia tese di fronte a sé. Deve trattenere l’impulso a buttarsi di sotto dal terrazzo privo di parapetto, pur di raggiungerlo.
«E-E-Ehi!» urla.
L’uomo si volta. Dall’altro lato della testa, dove dovrebbe avere la faccia, ha soltanto una seconda nuca.

vii

E non era accaduto niente: le facce si erano consultate, le sopracciglia di Sakaguchi e quelle di Egawa si erano sollevate quasi in sincronia come rispondendo a un’onda che passasse in mezzo al gruppo, e ciascuno era ritornato pensoso al proprio boccale. Il viso di Yamashita era rimasto per qualche minuto in condizione bi-stabile, come un vaso di Rubin, tra un’espressione di apparente consapevolezza della topica e la sensazione di aver fatto una battuta geniale che nessuno oltre a lui aveva capito. Appagato, era tornato a chinarsi sulle foto. Si era percepito un punto e a capo nella conversazione.
Poi Egawa si era messo a raccontare che in mattinata aveva trovato una mazzetta di fogli bianchi nel cassetto di uscita della fotocopiatrice – non perfettamente bianchi, a dire il vero, ma con due lati su quattro bordati di nero – e che dopo un breve consulto con Mizuki-san aveva appurato che era stata lei a dimenticarseli, Mizuki-san, la quale alla domanda sul perché avesse fotocopiato un pacco di fogli su cui non era scritto niente aveva risposto “come, niente?” e si era passata la mano sinistra alternativamente sulla fronte e sulla guancia (gesti che Egawa aveva replicato con convincente femminilità, Sakaguchi già in ebollizione) e messa a confronto con l’evidenza aveva infine ammesso con candore che pensava che l’indicazione “originali faccia in su” stampigliata nel vassoio d’ingresso sul coperchio della fotocopiatrice valesse anche quando si appoggiano gli originali direttamente sul vetro, per la copia, e che insomma Mizuki-san aveva diligentemente fotocopiato il retro di ventidue autorizzazioni alla pubblicazione, avendo cura di lasciare un bel po’ di bordo nero attorno, visto che aveva premuto il tasto verde con il coperchio aperto. E che evidentemente non si era posta il problema neppure quando la lampada le era brillata negli occhi, mentre guardava a faccia in giù quei documenti a faccia in su. Sakaguchi era scoppiato. Yamano si era sorretto al tavolo con entrambe le mani. Di lì si era facilmente passati a valutare altri possibili configurazioni spaziali nell’interazione fra la fotocopiatrice e la neo-assunta Mizuki-san, configurazioni ben più interessanti visto che in questo caso, l’opinione era unanime, fronte e retro avrebbero dato risultati ugualmente apprezzabili. Sakaguchi aveva battuto la mano aperta sul tavolo implorando pietà. Solo quando aveva smesso, finalmente ricomponendosi, e il battito di un corpo duro sul legno non era tuttavia cessato, tutti si erano voltati verso Yamashita a cui nessuno aveva badato fino a quel momento.
Yamashita aveva accuratamente impilato le foto e prima spingendo con i palmi, poi colpendole ripetutamente con l’unico strumento sufficientemente duro a disposizione – la propria fronte, aveva cercato di conficcarle nel tavolo martellando il chiodo in esse raffigurato. Un vasto e pulsante ematoma sottocutaneo confermava la serietà del tentativo. Yamano si era coperto la fronte con le mani.
Più tardi si erano detti che Yamashita doveva essere già ubriaco fradicio dopo appena un litro di birra, spiegazione che avevano addotto come scusa quando avevano dovuto portarlo fuori dal Knight sorreggendolo dai due lati, e tenendogli ferma la testa, soprattutto, che smettesse di sbatacchiarla per l’amor del cielo.

viii

La velocità con cui Yamano ha sceso le scale, di poco inferiore, soggettivamente, a quella con cui sarebbe planato dal terrazzino direttamente sul selciato sottostante; il passo di struzzo con cui ha scavalcato rottami di ringhiera e blocchi di cemento e ciuffi d’erba e tondini puntati al cielo come dita ritorte, inciampando più volte; il fiatone che l’ha costretto a fermarsi (a fermare il vento che gli fluiva attorno) incerto sul da farsi, nessun altro rumore oltre al rimbombo del sangue nelle orecchie – due aloni scuri in espansione nei cavi ascellari della maglietta – cercando di triangolare il punto esatto del muraglione dove si era mostrata la figura, Giano orribile che era in realtà l’esatto complementare di un Giano e per questo doppiamente orribile (ben sapendo che anche muovendosi alla velocità del suono non sarebbe giusto sul posto in tempo per trovarvi qualcosa) – questo rapido procedere per approssimazioni che gli ha infine permesso di arrivare al muraglione e di confermare che la figura si era effettivamente dileguata, e ripartire, diretto in nessun luogo: tutto l’insieme di ansia e urgenza motoria è stato in effetti un mero preludio di quello che il tramonto e la sera e la notte di Gunkanjima ora vanno esprimendo al meglio, usando la mente e il corpo di Yamano come materia plastica da deformare, nella ricerca stremata del terzo uomo. Finalmente Yamano ne ha capito l’urgenza. È bastata una doppia nuca a convincerlo.
Nell’ipotesi, beninteso, che il terzo uomo non sia lo stesso Yamashita. Yamano non può ancora escludere un elaborato scherzo basato sulla suggestione, sulla disponibilità di nascondigli e sull’impiego di microfoni opportunamente posizionati e di una parrucca bifronte disegnata all’uopo. Se ci pensa, questa è la migliore delle ipotesi: che sia tutto un trucco per produrre in Yamano la risposta emotiva necessaria a scrivere dell’isola come nessuno ne aveva scritto prima (superando, quindi, il senso di distacco provato fino a un attimo prima di scorgere la barca dall’alto della finestra, e la figura subito dopo). La paura come miccia per accendere la creatività. – Cazzate. Neanche Yamashita avrebbe potuto pensare, non dico organizzare, uno stratagemma simile. E in ogni caso non ha funzionato: Yamano è uscito dal blocco, certo, ma non si è più fermato se non per massaggiarsi le reni e sputare fra le rocce e constatare che il sole aveva toccato prima il cornicione dell’ospedale e poi lo spigolo delle scuole e il culmine del muraglione e infine l’orizzonte: che l’aveva ingoiato definitivamente. Non si è fermato se non per respirare. Ovvero: non ha scritto neanche una parola. Ha visitato qualsiasi anfratto dell’isola cercando alternativamente Yamashita o il terzo uomo o anche solo una traccia della voce che l’aveva inizialmente accompagnato. Sembra alle volte che anche il tempo atmosferico si blocchi e che debba comparire da un momento all’altro nel cielo una clessidra o una rotellina e una scritta buffering. Su Gunkanjima non è passata neanche una nuvola dalle cinque alle otto e Yamano ha avuto ben poco a cui aggrapparsi per contrastare la coazione a cambiare di posto. Come se ci fosse effettivamente un angolo dell’isola in cui la notte potesse non sorprenderlo.
E con il buio è scesa su di lui la cognizione che l’isola in effetti esista da sempre e sia destinata ad esistere per sempre: il che equivale (in assenza di passato) a non esistere, come tutto sommato anche un viso equivale a una nuca. Era stato Yamashita a raccontargli di quando era rimasto intrappolato in mezzo a un gregge di turisti distratti nel corridoio sotterraneo dello Zenko-ji, a Nagano? Sarà un effetto della corsa protratta (ora, nella notte senza luna, sotto un cielo stranamente vuoto di stelle, Yamano è costretto a camminare con circospezione) ma il cuore continua a pulsagli nelle orecchie a una frequenza di due Hertz, due Hertz e mezzo (e ciononostante ogni passo è un tentativo nell’ignoto che può incontrare con la stessa probabilità un supporto solido o una forma scomposta e irta, e portarlo alternativamente in una buca o contro un muro) (la luce del cellulare si è scaricata anzitempo) e questo incessante battito otocardiaco, su cui Yamano può scandire mentalmente le sillabe “YA-ma-A-shi-ta” in ritmo di cinque quarti, si propaga in prospettiva nel passato e nel futuro: nel futuro tamburellare della penna del caporedattore sul bordo della scrivania, quando Yamano tornerà in ufficio avendo portato dall’isola un totale di zero cartelle pubblicabili (ruzzola su uno scalino a cui segue un secondo scalino e un terzo e un quarto, fino a quello che ora è solo il contorno di un portone), e nel passato rimbombo dei forzati dell’isola al lavoro: una percussione sotterranea, rituale nella sua continuità.
Il varco del portone conduce ad una sala dove si apre a ventaglio una platea di poltrone di legno, con la seduta a ribalta, variamente fiorite e gonfiate e sfogliatesi per effetto dell’umidità. Yamano pospone la domanda su come riesca a vederle anche nel buio. Il suono di tamburi proveniva da qui: da quest’ipogeo a metà tra il teatro sventrato e la cripta.
“Ti ho trovato, finalmente.”
È il sipario a parlare. Il resto ulcerato della tenda che un tempo doveva essere libera di stendersi fino all’impiantito del proscenio, e che ora è impigliata alle corde e si alza e si abbassa, secondo il respiro che esce dal fondo.
«Yamashita.»
Yamano sale la scala del palcoscenico. Si sente al termine di un brutto racconto e barcolla dal sonno. È piegato sotto il peso dello zaino. Il borsello oscilla all’altezza delle sue ginocchia.
«Mi stavi cercando?» dice.
“È tutto il giorno che ti cerco. Da quando hai scavalcato il muraglione.”
«…»
“…”
«Pensavo fossi io a cercare te.»
“Ti sbagliavi, evidentemente.”
Se si intuiscono le forme degli oggetti è solo per la fosforescenza che trapela fra le assi del palcoscenico e che rende la visione indistinguibile da una mera persistenza retinica. Yamano va incontro alla fosforescenza. Dove le assi del pavimento si aprono, intravede una lenta processione di luci verdi, sotto il palcoscenico, dirette verso un punto alla sua destra. Le luci sono grandi come il palmo di una mano e non sfarfallano. Forse dieci o venti, tutte in fila, intente a raggiungere la chiave del paradiso oltre il bordo del campo visivo.
Yamano è stranamente partecipe di ciò che ignora stia per accadere.

ix

L’indomani alle dieci il capitano della barca lo trova al luogo convenuto, sul molo del Delfino, ritto sulle sue gambe, la borsa con gli obiettivi ben bilanciata sulle spalle, la tenda ripiegata in cima, il borsello lungo il fianco sinistro. Ha appena un filo di barba. Si direbbe abbia dormito splendidamente.
«Tutto bene?» gli chiede.
«A parte il freddo, direi di sì.»
«Dove ha montato la tenda?»
«Nel campo di basket. Il più lontano possibile dagli edifici.»
Il capitano si gratta la testa.
«È un’isola inquietante, vero?»
«Basta non farsi coinvolgere nella decomposizione. Temevo soprattutto i cornicioni, i serramenti. Ma non si è mosso nulla.»
«Meglio così.»
Il reportage che alla fine viene pubblicato consiste in sole tre foto: un viso di donna deformato dall’orrore, inquadrato con un 500 mm dietro il parapetto di una barca, leggermente mosso; quella che sembra essere l’uscita rotonda dal cunicolo di un lombrico, sfuocata ai bordi, da cui si intravede un architrave di cemento contro l’azzurro feroce del cielo; e un chiodo, un semplice chiodo piantato in una parete. Il testo che commenta le immagini recita Martellare ritmicamente con la propria fronte fino al completo annullamento di qualsiasi significato. La firma sotto testo e foto è quella ricercata e apprezzata e temuta di Jun’ichiro Yamanoshita.

Immagine: Gakuranman

In a parallel universe

Listen to me, son: God actually cares for us. There’s a parallel universe where Adolf Hitler was accepted by the Academy of Fine Arts in Vienna and Egon Schiele was rejected: it was him who became a frustrated, sex-obsessed bloody old world tyrant. And believe me, that universe is far worse than ours. – James A. Potato, Awestruck by your socks (Latrodectus Mactans Press 2018)

La curvatura dell’io

Con questo divertissement comincia la mia collaborazione con Perìgeion – semplicemente, la rivista online con la più bella redazione al mondo (nonostante abbia deciso di accettare fra i suoi membri una mina vagante come il sottoscritto).

perìgeion

di relatività generale, poesia e strani anelli

 1. Il 25 novembre dello scorso anno ricorreva il centenario della pubblicazione della famosa equazione di campo di Einstein1:

$latex R_{im}=sum_{l}frac{partialGamma_{im}^l}{partial x_l}+sum_{irho}Gamma_{irho}^lGamma_{ml}^rho=-kappaleft(T_{im}-frac{1}{2}g_{im}Tright)&bg=E0E0E0$

di cui un’ottima parafrasi in lingua corrente è certo quella di John Archibald Wheeler2:

Lo spazio-tempo dice alla materia come muoversi; la materia dice allo spazio-tempo come piegarsi.

Anche se poco noto fra i non addetti ai lavori, almeno nella sua forma originale, l’equazione di Einstein è una di quelle sintesi potenti che alle volte occorrono nella storia del pensiero e dell’esperienza umana, e per le quali il termine arte non è sprecato; e poiché si tratta di un’arte scritta, credo di poterla definire a buon diritto poesia. Il “verso” di Einstein non è isolato, come non lo è il verso di Dante3

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

che tuttavia, per la sua…

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Sostiene Potato

Poetry must not tell me the thing; poetry must be the thing.

La poesia non deve dirmi la cosa; la poesia dev’essere la cosa.

J. A. Potato, da Le felicità, ovvero un libro divertente che non leggerò mai più

Il concorso

C’è un nuovo concorso per essere assunti all’INAF. Lo scritto si svolge in un salone della casa dello studente di Trieste; la consegna dello scritto è sviluppare due racconti brevi su un tema prestabilito e rispondere a una domanda aperta.
Mi frego le mani dalla soddisfazione. Questa volta vinco io.
Perdo una buona mezz’oretta a pensare ai racconti. Sviluppo quella che mi pare una buona idea per il primo, che comincia così: «La prima parola pronunciata da mia figlia fu un numero primo di ventun cifre». Mi rallegro della ripetizione della parola “primo”: è una gran trovata. Anche per il secondo racconto ho un’idea passabile. Comincio a scrivere. Ma mi impunto su ogni singola parola, fatico ad andare oltre le prime frasi.
A un tratto mi si avvicina il presidente di commissione; vuole parlarmi in una stanza separata; mi accusa di grave irregolarità nei confronti dell’INAF e minaccia di estromettermi dal concorso. La ragione dell’accusa mi è ignota. Rispondo insultandolo; lui, offeso, se ne va. Improvvisamente mi pento della mia maleducazione.
A poco a poco, attraverso voci di corridoio che mi raggiungono mentre ancora lavoro allo scritto con scarso successo, apprendo i termini dell’accusa: devo aver manomesso un distributore di merendine dell’osservatorio, nel tentativo di averne una senza pagare. Ad accusarmi è un’altra concorrente dell’esame, che si dice mia complice (pentita). Scatto, inveisco: non ho mai fatto nulla di simile. Ne sono davvero convinto, all’inizio, e mi trincero con sdegno nella mia buona fede. Pian piano sorge in me un ricordo confuso di ciò che è accaduto; forse non sono poi del tutto innocente; forse qualcosa di simile è effettivamente successo.
Continuo a lavorare ai racconti, ma il foglio di carta dove scrivo si è trasformato in una teglia piena di carote e zucchine. Devo comporre le parole con pezzetti di verdura. Il lavoro è sempre più difficile. E il tempo passa.
Infine, il culmine: la concorrente che mi accusa pretende un confronto aperto di fronte alla commissione. Devo giurare davanti a tutti la mia innocenza, o ammettere la colpa. Sono confuso, perché ormai sono certo di aver rubato la merendina, anche se prima me n’ero dimenticato – non ho mentito intenzionalmente, e ci tengo che si sappia. Ma la tensione nervosa mi ha logorato del tutto. Scoppio a piangere di fronte al presidente e agli altri. Il concorso che avrei potuto vincere è irrimediabilmente perduto.
Arriva la mamma e mi consola. Poi Ele si gira nel letto e spegne la sveglia.

Hai voluto la bicicletta

Ieri la mia amica Giulia ha attirato la mia attenzione su un delizioso brano di prosa argomentativa. È un dialogo fra un ciclista e un uomo comune sulla possibilità che le biciclette vadano in autostrada. Il ciclista si lamenta perché vorrebbe andarci; l’uomo comune gli fa presente con garbo che l’autostrada è pensata per le macchine; il ciclista allora si inalbera e comincia a dire che andare in bicicletta in autostrada è un suo diritto, che in molte nazioni europee già si fa (!), che l’uomo comune è razzista e la sua è solo una battaglia di retroguardia, ecc. L’altro prova a spiegare le sue ragioni, a dire che non ha niente contro i ciclisti ma che è l’autostrada a esser fatta così, ma quello non vuol sentire. Il dialogo si chiude con uno slogan accattivante: «BIKE = CAR! STOP CICLOFOBIA!».

Sulle prime sono rimasto perplesso. Mi è sembrato strano che un blog di bioetica (argomento sul quale sono io stesso sono piuttosto sensibile) si occupasse di beghe di traffico veicolare. Poi ho riletto il titolo e tutto mi si è chiarito.

Il dialogo utilizza il raffinato strumento dell’analogia. Stupido io a non accorgermene.

L’analogia è del resto incredibilmente sottile. Confesso che l’interpretazione non mi è del tutto chiara. Dopo averci riflettuto, l’ipotesi più plausibile è questa:

bicicletta = pregiudizio
automobile = cervello
autostrada = dibattito civile

Tutto torna, giusto? Il ciclista vorrebbe partecipare al dibattito civile in sella al proprio pregiudizio, mentre l’uomo comune gli fa notare che dovrebbe piuttosto scendere e avviare il cervello. Sono le circostanze a richiederlo, e non ha molto senso accusare di intolleranza chi non accetta il pregiudizio. Mi sembra una tesi assolutamente condivisibile. Per chi fosse arrivato or ora dalla Luna, ricordo che in queste settimane in Italia è in corso un importante dibattito sulle unioni civili, dai toni non sempre moderati. L’articolista invita tutti a una presa di coscienza collettiva: smettiamola di adagiarci nei luoghi comuni; ragioniamo assieme con le cellule grigie che la natura ci ha dato. Sì, dev’essere proprio così.

Ad essere sinceri, forse per foga dialettica le affermazioni del ciclista sono rese ridicole fino al grottesco, il che indebolisce un po’ l’argomentazione: «c’è gente che con la bici ha fatto il giro del mondo e lei mi vuole dire che non posso entrare in autostrada», «in determinate circostanze il mezzo più veloce per spostarsi è la bicicletta», «quelli che vanno in bicicletta hanno il tasso di mortalità più basso», e via dicendo. Tipico raglio di chi non vuol capire. E il bello è che il ciclista ha ragione: il pregiudizio effettivamente contagia tutto il mondo, fa arrivare a conclusioni certe con rapidità ineguagliabile, fa vivere a lungo e dormire sonni tranquilli. Ma non ho mai conosciuto nessuno, neanche fra i reazionari più convinti, che se ne vantasse fino a questo punto. Del resto non è escluso che prima o poi qualcuno lo faccia, come paventa l’autore. E allora anche un po’ di eccesso polemico può servire.

Anche a me preoccupa, lo dico sinceramente, che l’umanità possa farsi del male, molto male, seguendo un pregiudizio o un’ideologia. È già successo e può tornare a succedere in qualsiasi momento. Dobbiamo stare all’erta. Un’ideologia che credevo morente e che invece è ben viva è sostenuta nientemeno che da Umberto Galimberti in questo video (03:32ss, 06:06ss): l’idea che la tecnica sia superiore non solo all’etica (che il filosofo chiama pat-etica, con sfavillante calembour) ma all’uomo stesso. Davvero mi chiedo come un filosofo possa mettere sullo stesso piano con disinvoltura il Dasein dell’uomo con l’essere-in-sé della tecnica, e subordinare il primo al secondo; ma forse sono io ad essere poco aggiornato: ho seguito la mia ultima lezione di filosofia quasi sedici anni fa.

D’altra parte, nello stesso video (00:57ss, 07:55ss) Galimberti sostiene con fermezza cristallina le ragioni spirituali della famiglia contro il materialismo che vorrebbe ridurla a mero veicolo della procreazione; e qui dimostra un’intelligenza che l’autore del dialogo di cui sopra sicuramente apprezzerebbe. (Se poi il veicolo della procreazione sia un’automobile o una bicicletta, Galimberti non lo dice.)

Ma torniamo a bomba: c’è qualcosa del dialogo che ancora mi sfugge, ed è lo slogan conclusivo. Che cosa significa STOP CICLOFOBIA? Seguendo l’analogia, se la bici è il pregiudizio, la ciclofobia dovrebbe essere paura del pregiudizio. Questo punto stona, lo ammetto. Non mi sembra che nessuno al momento, in Italia, abbia paura del pregiudizio; è vero semmai il contrario. E perché l’articolo affianca esplicitamente omofobia e ciclofobia?

Forse mi sono sbagliato? Proviamo diversamente:

bicicletta = omosessualità
automobile = eterosessualità
autostrada = riproduzione

Forse il dialogo sta dicendomi che il rapporto eterosessuale è disegnato per la riproduzione, mentre il rapporto omosessuale non lo è?

Ohibò… ma serve dirlo? È biologicamente tautologico! Nessun omosessuale, del resto, penserebbe mai di battersi per rendere fertile il rapporto col proprio partner. Ciò di cui si discute in parlamento sono le unioni civili tra due individui di qualsiasi genere, e la possibile adozione dei figli del partner. Aspettate, adesso che ci penso… forse all’articolista sta a cuore il problema etico della fecondazione eterologa? Questa è senz’altro una questione importante. E mi preoccupa, certo, come mi preoccupa la crisi dei migranti e il nichilismo edonista post-postmoderno del mondo occidentale. Ma sono problemi diversi: non c’entrano niente con l’omofobia e le unioni civili. Farei un torto all’intelligenza dell’autore se pensassi che è qui che vuole andare a parare. L’interpretazione

autostrada = matrimonio

è giustificata soltanto se

matrimonio = riproduzione

il che implicherebbe no alle coppie sterili, obbligo di prole per tutti i coniugi, e chissenefrega del significato profondo dell’unione (dedizione, fedeltà, progettualità, amore). L’importante è figliare, il resto non conta.

No, non sta proprio in piedi. Non può essere questo il messaggio: è troppo assurdo. O sbaglio?

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E costui, dove crede di andare?

Grazie Griffin

perìgeion


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Il primo febbraio del 2015 nasceva Perigeion. Nacque da un’intuizione di un uomo fuori dall’ordinario che, basandosi solo sul suo istinto, mise in relazione un gruppo di persone attorno a un progetto nel quale riversare il suo amore e la sua passione. Come il più generoso degli amici, una volta indicata la rotta, decise di farsi da parte e concedere fiducia totale a quel gruppo; di guardarlo crescere a distanza con la certezza che, pure se “da fuori”, si sarebbe sempre sentito a casa lì dentro. Allo stesso modo il gruppo comprese che poteva e doveva portare avanti il progetto e che l’eredità più grande lasciata dal fondatore era, accanto al rigore, alla cura e all’amore: l’istinto.

Come ogni cosa autenticamente e felicemente viva, per fare in modo che quella vita sia feconda e non ripieghi su se stessa è necessaria la massima onestà e una continua e attentissima manutenzione…

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Tempi in cui è dura dirsi cristiano

Tempi in cui è dura dirsi cristiano

↖︎ e non cristiano soltanto, ma cristiano cattolico apostolico romano

tempi in cui la tua Chiesa, che ami se non altro per averti accolto e cresciuto, e continua a farlo,

↖︎ Chiesa che sei abituato a considerare nella doppia natura di comunità di fratelli e di madre apprensiva, che sorveglia dall’alto, e comanda e redarguisce

↘︎ e che accetti per tale, come accetti i fotoni nella doppia natura di onde e di particelle

tempi, dicevo, in cui la Chiesa ti chiede, per continuare a esserne parte ❯ cosa che cerchi e desideri ❮ non più di amare Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, e di amare il prossimo tuo come te stesso, non più la fede in Gesù Cristo e l’impegno a prendere in spalla la croce e seguirlo

↖︎ impegno pur sempre frustrato dai tuoi propri limiti

non più la speranza in un senso ulteriore che spieghi ciò che ancora è oscuro, e che infine raccolga ogni anima proprio nel momento in cui sembrerebbe spegnersi nel nulla

↘︎ non questo: ti chiede per bocca di alcuni dei suoi ❯ dei tuoi ❮

↖︎ non tutti, senz’altro, e neppure la maggior parte, ma di certo la parte che si fa sentire di più, con il tacito assenso ❯ o l’esplicito appoggio, a seconda ❮ dei vertici intenti a incarnare il ruolo di madre apprensiva e, diciamolo, superciliosa

↖︎ il che ti confonde le idee sul ruolo che dovrebbe avere una madre

tempi, insomma, in cui la tua Chiesa comanda di

essere contro

a chi finalmente pretende che sia tutelato il proprio diritto a fare famiglia, non potendolo ancora, e lo chiede nella forma minima di un contratto civile

↖︎ diritto che non ha un mero valore accademico ma profonde ricadute concrete che tengono in bilico la qualità della vita di molti, anche molti bambini, e persone in punto di morte

↘︎ dei quali la Chiesa comanda di ritenere che siano fondamentalmente sviati, che rivendichino un tale diritto per un secondo fine ❯ bieco, va da sé ❮, che non abbiano insomma ❯ cristiani o non cristiani che siano ❮ una propria coscienza

↖︎ non ce l’abbiano in blocco, come categoria

e che quindi sia giusto combatterli o al massimo delimitarne lo spazio di movimento perché con lo scandalo di non fare del male a nessuno ❯ pur essendo in formale contrasto con un sistema di regole di cui si riafferma sempre più la lettera e sempre meno l’essenza ❮ non abbiano modo di scalfire le certezze granitiche dei buoni osservanti

↖︎ tenerli alla larga, insomma, come i lebbrosi di un tempo, o come quell’uomo derubato di tutto e pestato e lasciato marcire su un ciglio di strada fra Gerico e Gerusalemme

•                                        •                                        •

Tempi in cui ciò ti si chiede come prova che ami e sostieni e hai a cuore la cosiddetta Famiglia

↖︎ questa volta con la maiuscola

che non sei un cristiano tiepido, un fedele fai da te o ❯ Dio ne scampi ❮ un ateo di ritorno

↖︎ e ti chiedi da quando il punto è passato dall’essere grano di lievito, sale del mondo

↘︎ di aprire le orecchie alla Parola e cercare ❯ con buona volontà ❮ di metterla in pratica, e portarla a chi non la conosce, e costruire su essa la tua vita di figlia, fratello, genitore, collega, cittadina

il punto è passato a giudicare il mondo dall’alto anche se vi siamo tutti quanti immersi fino al collo

↖︎ leggasi, a parlare di Famiglia secondo il volere di Dio pur avendo tre o quattro famiglie sfasciate nel proprio curriculum

nell’intento di proteggere qualcosa da qualcosa, senza aver ben presente né l’uno né l’altro

↖︎ come se accettare l’esistenza di altre fedi o di altre famiglie distrugga per sempre la nostra fede e la nostra famiglia

↖︎ per ignoranza e paura

•                                        •                                        •

Tempi in cui chiedersi ❯ in totale onestà nel silenzio della propria stanza ❮ se sia lecito obbligare a non peccare anche ammettendo di sapere senza possibilità d’errore che cosa è peccato e che cosa non lo è

↖︎ cosa che neppure Cristo in persona scelse di fare preferendo piuttosto sussurrare «Padre, perdona loro»

↘︎ e senti che sarebbe un esperimento interessante rileggere un capitolo a caso di Luca sostituendo ad alcune parole ❯ farisei, per esempio ❮ un sinonimo odierno, e vedere l’effetto che fa

tempi in cui il dilemma ti spacca la testa, fra il precetto e il buon senso

↘︎ se quest’ultimo sia retta coscienza o soltanto un cedere alle seduzioni del mondo ❯ se significhi salvezza o dannazione ❮

tempi in cui vorresti spiegare perché tuttavia sei cristiano a chi non lo è, a chi conosce la Chiesa soltanto dai titoli che rimpallano in rete, ed esige giustamente una presa di posizione, un’abiura che separi dal marcio ❯ mentre tu vorresti piuttosto ricomporre, riunire, rimarginare ❮

e ci provi e nel farlo prevedi che forse fra trecento anni un qualche Francesco Secondo o Giovanni Paolo Terzo chiederà scusa di tutto ciò in una solenne cerimonia a nome di un popolo ancora pellegrino a tentoni nella storia

↖︎ ma le parole non vengono, non sai cosa dire

•                                        •                                        •

Tempi in cui preghi con ostinazione

↖︎ e non sai neanche tu quale Dio

Immagine: S. Dalí, Reminiscenza archeologica dell’Angelus di Millet, 1935

Dieci motivi per cui vogliamo più Masha e meno Peppa

Dieci motivi per cui vogliamo più Masha e meno Peppa

(Nota: questa è una recensione per addetti ai lavori. Chiedo scusa a tutti quelli che non sanno di che cosa si stia parlando.)

  1. Masha è una bambina vera. Peppa è una specie di marionetta attraverso cui gli adulti cercano di spiegare ai bambini con parole semplici che cos’è l’infanzia.
  2. Masha non sta ferma un secondo, gioca con qualsiasi cosa, riesce a devastare una stanza in pochi secondi, strilla, ride, ha fame, ha sonno. Quando è in vena, farebbe incazzare persino il Buddha, ma le basta un sorriso per farsi perdonare. Si capisce che chi inventa le storie di Masha in realtà non inventa nulla, ma copia dall’esperienza. Peppa, al contrario, segue una sceneggiatura fastidiosamente didascalica. Recita la parte della bimba tipica: è un po’ petulante, un po’ dolce, un po’ giocherellona, in dosi accuratamente calibrate come da ricetta psicopedagogica.
  3. Orso è una figura genitoriale credibile: per buona parte del tempo improvvisa. Vuole un gran bene a Masha, ma ciò non toglie che sia sempre sul punto di perdere le staffe. E si trattiene. Ripara i danni. Fa le pulizie continuamente. Spesso impara lezioni preziose dalla piccola peste che si ritrova per casa. Mamma Pig, invece, è la mamma perfetta™ delle pubblicità dei pannolini: sorride sempre, non si arrabbia mai, passa il tempo a spiegare ai suoi figli cose elementari, non fa un cazzo dalla mattina alla sera.
  4. Papà Pig merita un discorso a parte. Nonostante il mondo di Peppa sia ricoperto da un palmo di glassa politically correct che neanche le torte di Buddy Valastro, è contemplata l’esistenza di una categoria sociologica da tartassare a piacere: quella dei papà, appunto. Papà Pig è un minchione imbranato che si bulla, tenta di fare cose che non sa fare, fallisce miseramente e viene scherzato da tutti, anche dal figlioletto di due anni che sa dire solo “dinosauo”. Sua figlia non fa altro che ripetergli «papà sciocchino» e «papà tontolone», mentre la mamma ride. Ride! Grazie di cuore: questo è proprio quello che ci serve, a noi padri, in un’epoca in cui definire il nostro ruolo è sempre più difficile.
  5. I disegni. No, cari animatori, quella sul naso di George non è una rana.
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    Forse avete pensato che siccome i bambini piccoli non possiedono una tecnica grafica raffinata, bisogna che il cartone sia altrettanto grossolano. Il ragionamento è offensivo. Quello che state dicendo è: «bambini, eccovi un cartone disegnato alla cazzo di cane, come piace a voi, siete contenti?». Osservate piuttosto la cura certosina dello studio Animaccord nel realizzare ogni dettaglio delle scene e dei personaggi (la pelliccia di Orso, la texture del legno e della stoffa, i riflessi opachi sul samovar). E imparate.
  6. I movimenti dei personaggi. Solo un esempio: qui (04:45–05:09). Le dita di Orsa che pescano in aria cercando il lampone dove non c’è sono puro virtuosismo. Nel villaggio di Peppa, di contro, il massimo della caratterizzazione motoria è questo.
  7. La musica, mannaggia, la musica. Sia il tema di Peppa, sia la colonna sonora delle puntate sono costruiti su un giro di due accordi (I-V e I-IV rispettivamente). Due. Perfino la Canzone del sole, al confronto, offre panorami armonici di inaudita profondità. Ci dev’essere dietro lo stesso ragionamento dei disegni: keep it simple. Ma è un ragionamento imbecille. Ai bambini piacciono le cose complicate. E spesso anche agli adulti. A me, per dire, piacciono i concerti per violino proprio perché non sono in grado di comporne uno (ma so distinguere tra un concerto vero e un potaccio indefinibile spacciato come tale). E infatti le melodie di Masha sono riccamente arrangiate e hanno sempre un guizzo inatteso. Spesso rimandano ai classici. Ascoltate Quando io sarò grande: l’alternanza I-iv6c ha un sapore malinconico che mi ricorda certi preludi di Rachmaninov.
  8. I dialoghi. Le storie di Peppa sono commentate da Captain obvious (il povero Gianni Bersanetti, un indimenticato Dr Greene in E.R., che ora dà l’impressione di volersi tagliare le vene ad ogni battuta). I casi sono due: o il piccolo spettatore non sa parlare, e allora spiegargli a parole quel che succede sullo schermo è inutile, oppure sa parlare, e allora è stucchevole. Le storie di Masha, al contrario, non sono raccontate ma mostrate. Questo è di grande aiuto ai genitori che desiderino riguardare la stessa puntata venti volte (perché così accade) senza spararsi in mezzo agli occhi.
  9. Il punto centrale è questo: l’idea che sottende Peppa è che i bambini siano decerebrati e non capiscano niente se non vengono letteralmente imboccati di spiegazioni. Il punto di Masha è invece che non si è mai troppo giovani per apprezzare l’arte, e che perciò vale la pena di impegnarsi a creare un’opera che, pur tarata all’età, sia complessa e stimolante. Se come adulti pretendiamo un intrattenimento di qualità, perché diamo pappetta ai nostri figli, che hanno un cervello molto più sveglio del nostro? E non ditemi che Peppa è per bambini piccoli: Peppa è per bambini scemi. Masha invece è arte in ogni senso ragionevole del termine. Come tale, non insegna nulla: si limita a rappresentare sé stessa. E il risultato si vede: Emma guarda Masha in religioso silenzio; puoi quasi sentire le rotelline che girano nella sua testa, per far fronte alla sfida di ciò che ancora non è in grado di capire. Quando inizia Peppa, invece, comincia ad agitarsi e va in cerca di qualcosa di più interessante da fare. Non ha neanche imparato a dirlo, Peppa, mentre con Masha ci prova, nonostante la sh.
  10. Quasi dimenticavo: le pozzanghere di fango. LE FOTTUTE POZZANGHERE DI FANGO. Trattenetemi.

Errata corrige: I primi accordi di Quando io sarò grande sono Ic-iv6b piuttosto che I-iv6c. La tonalità è si maggiore.

Bilancio del 2015

Nel 2015 ho letto quarantotto libri. Ho anche finito di leggere due libri iniziati nel 2014 (la Bibbia e Guerra e pace) e ne ho cominciati due che devo ancora finire (le Poesie di Patrizia Cavalli e Il Milione). In tutto cinquantadue titoli. Ho circa rispettato l’obiettivo di leggere un libro alla settimana.

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Il simbolo ✍ prima del nome indica che il libro fa parte della mia personale lista di classici irrinunciabili da leggere prima di morire.

Studiando il grafico, si notano alcune cose interessanti: innanzitutto, non leggo quasi mai un libro alla volta, se non per brevi periodi; quando accade si tratta spesso di un libro importante, che mi ha preso mesi, che ha sovrastato tutti i libri letti nel frattempo, e che è dunque necessario concludere in solitaria (Libera nos a malo, Segreto Tibet, Racconti di un pellegrino russo). Mi è successo di leggere fino a cinque libri in contemporanea. Più di una volta ho finito un libro in un solo giorno: ma si è trattato sempre di libri di poesia, in cui lo spazio bianco supera nettamente lo spazio scritto.

La lista sarebbe molto più breve se ogni giorno non percorressi quattro chilometri a piedi (due più due) dalla stazione all’Osservatorio e ritorno, dal lunedì al venerdì. Coloro che hanno avuto l’occasione di incrociarmi, in via Carducci o in piazza Goldoni attorno alle otto e mezza di mattina, o sulle rive attorno alle sei di sera, hanno potuto assistere al fenomeno abbastanza ridicolo di me che leggo camminando. Non è una cosa così difficile: si impara presto a schivare vecchiette, pali e cacche di cane; e se è possibile camminare mentre si guarda uno smartphone (come fa circa il 20% della gente che gira per strada), non vedo perché non si dovrebbe poterlo fare tenendo in mano un libro o un Kindle.

Facendo eco alle parole del maestro, posso anch’io ritenere, ben più a ragione, che «quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto». I libri della lista a cui sono particolarmente grato sono nove in tutto; ho deciso di istituire per ciascuno un premio speciale, con relativa motivazione. Eccoli, in rigoroso ordine di lettura:

  • Premio Walter Bonatti 2015 per la cima espugnata: Lev Tolstoj, Guerra e pace (Garzanti 2011, edizione digitale, traduzione di Pietro Zveretemich, edizione digitale). Il premio è più al lettore che al libro; scherzi a parte: Guerra e pace è una meraviglia, nel senso che stupisce per la sua leggerezza: capitoli brevi, tono pacato, dolcezza dell’ironia, ingenuità. Mi sono piaciuti anche i polpettoni di teoria della storia, proprio per questo: sono ingenui, e quindi meritano rispetto. Solo un genio assoluto può maneggiare una materia così vasta e stratificata uscendone vivo; non solo, ma rilassato (si pensi al decrescendo del finale). L’umanità è capace di simili sintesi che armonizzano le tensioni senza annullarle; prima o poi ci arriveremo di nuovo, e sarà qualcosa che ora non possiamo immaginare.
  • Premio Wisława Szymborska 2015 per la poesia: Ivano Ferrari, Macello (Einaudi 2004, edizione digitale). Sembrerà strano, ma mi capita di rado di leggere un libro di poesia proprio bello, di quelli che dici ecco, questo è qualcosa. Sarà che ne leggo troppi, e troppo di fretta. O sarà che è difficile giudicarli, che spesso sono addirittura impermeabili ai giudizi (per giudicare serve un metro condiviso, e questo è proprio quel che manca alla poesia d’oggi). Ferrari supera con un agile pallonetto tutte queste manfrine. Le parole d’ordine sono 1. coerenza dell’ispirazione, 2. assenza di esibizionismo, 3. originalità, 4. affilatura perfetta del lessico e delle immagini. Finalmente la poesia torna ad essere un mezzo e non un fine; e proprio per questo raggiunge un’efficacia che la prosa si sogna. Libri come questo salvano la “bianca” di Einaudi, dopo tutto.
  • Premio Giulio Cesare 2015 per il bello stile: Sōseki Natsume, Il cuore delle cose (Neri Pozza 2014, edizione digitale, traduzione di Nicoletta Spadavecchia). Che in giapponese è semplicemente こゝろ kokoro e vuol dire “cuore”, ma con un’intraducibile densità di rimandi semantici (anima, centro, sostanza, ecc.). Cominciare a leggere questo strano romanzo nella luce tenue di una domenica pomeriggio, seguendo i primi incontri fra il maestro e lo studente in una Tokyo silenziosa e privata, è stata una delle esperienze di lettura più gratificanti di tutto l’anno. L’economia nella scelta delle parole mi ha ricordato Kawabata: quella capacità di descrivere e riprodurre sentimenti complessi per epifanie, senza ucciderli con la letteratura. La scena del diploma di laurea messo in bella vista dai genitori, che subito si accartoccia perché lo studente distratto l’ha spiegazzato nel viaggio, mi ha commosso fino alle lacrime.
  • Premio Niccolò Copernico 2015 per il libro più rivoluzionario: C. S. Lewis, Mere Christianity (Harper Collins 2009, edizione digitale). “Rivoluzionario” nel senso di Thomas Kuhn; e applicato a un’anima anziché una cultura. Qui andiamo sul personale: dopo anni di “cristianesimo normale” (se mai l’espressione significa qualcosa), tiepido e vagamente agnostico, finalmente un cambio di paradigma, forse non passeggero. Erano almeno cinque anni che non leggevo un libro con una tale consapevolezza di quanto mi stava cambiando – azzardo – a livello addirittura neuronale. L’idea che la fede religiosa, e la fede cristiana in particolare, sia una cosa da bambini, indegna di un intelletto maturo, dovrebbe essere quantomeno sospetta a chiunque allarghi la propria prospettiva storica oltre gli ultimi due secoli; eppure è un meme talmente diffuso che è difficile trovare argomenti per attaccarlo. Lewis, nel solco di una tradizione empirista che risale fino a Bacone, lo fa con perizia da scacchista, e lascia di stucco. Un’esperienza che ho replicato in parte, qualche mese dopo, con la lettura di Polkinghorne (Questions of Truth), che è non solo un filosofo ma anche un fisico teorico. Consigliato a tutti, credenti e non.
  • Premio Giacomo Leopardi 2015 per la miglior opera in lingua italiana: Luigi Meneghello, Libera nos a malo (Rizzoli 2006). Grazie, Giulia. Passare i trent’anni senza conoscere Meneghello è stato un delitto, ora me ne avvedo; ma ho ancora tempo per riparare. È curioso che l’opera scritta nel miglior italiano sia anche quella con il maggior numero di inserti in altre lingue: il dialetto di Malo, ovviamente (con tutte le digressioni filologiche che anche una semplice variante rionale può generare) ma anche la lingua inglese; tutto mescolato insieme, impastato e cotto in una ricetta coerente. A dimostrare che il senso di una storia non è tanto nel significato delle parole, ma nell’indefinibile punto triplo tra segno, suono e simbolo. Una storia? Mille storie: che sulla pagina sembrano incontrarsi quasi solo di passaggio, per continuare altrove.
  • Premio Alfred Nobel 2015 (mi sa che questo titolo è già stato usato) per l’umanesimo: Fosco Maraini, Segreto Tibet (Corbaccio 2014, edizione digitale). Non è proprio come Ore giapponesi (insuperabile), ma ci siamo quasi. Un nuovo viaggio fra eso- ed endo-cosmo, questa volta al seguito del coltissimo, intollerabile Giuseppe Tucci: su e giù tra il SIkkim e Gyantse, in epoche diverse rievocate senza un ordine prestabilito, e con la consueta profusione di digressioni: e alla fine non si arriva neppure a Lhasa! Ma come? Non importa: impariamo che il Tibet non è terra di asceti e metafisici, ma di mercanti e uomini di mondo, con una religione di mostri e sangue, di tassonomie divine inesauribili e dall’inesauribile fascino. Terra che non esiste più, né in senso politico né soprattutto in senso antropologico. Tragedia.
  • Premio Taniguchi Jirō 2015 per la miglior opera a fumetti: Zerocalcare, La profezia dell’armadillo e Un polpo alla gola, ex aequo (Bao 2012, edizione digitale). Tentare di trattenere le risate alle tre di notte per non svegliare moglie e figlia, e non riuscirci. Non credo di dover spiegare a nessuno il fenomeno Zerocalcare. Quando penso che quest’uomo ha quasi tre anni e mezzo meno di me mi viene da piangere, lo ammetto. Se c’è qualcuno in grado di raccontare la nostra generazione in questo modo, con quest’immediatezza, facendoti piegare in due e trafiggendoti sul più bello con una consapevolezza inattesa, tanto vale deporre ogni velleità creativa e godersi semplicemente lo spettacolo. Del resto, la prefazione di Makkox dice tutto.
  • Premio David Foster Wallace 2015 per la scrittura avvincente: Alexandre Dumas padre, Il conte di Montecristo (Garzanti, edizione digitale, traduzione di Lanfranco Binni). Ricorderò sempre di aver letto stralci di questo libro di notte, sui marciapiedi di Sydney, di ritorno dalle cene coi colleghi dell’ADASS, e sull’autobus per Bondi Beach. Il che non c’entra nulla con l’opera in sé; ma è una nota che si può perdonare in una recensione sentimentale, e conferma se non altro il potere infettivo della narrazione di Dumas. La storia la conosciamo – credo – tutti; il godimento nel seguirne lo sviluppo è tale da confermare appieno la tesi (scientificamente suffragata, a quanto pare) secondo cui una buona opera è impermeabile agli spoiler. Per molti autori, anche grandi, scrivere è uno sforzo erculeo, e si vede: la costruzione delle scene, l’approfondimento dei personaggi trasudano consapevolezza e sfoggio di tecnica. Per Dumas è tutto uno schiocco di dita. La sinfonia sembra scriversi e suonarsi da sé: e poco importa che sia artificiale fino all’ultima nota. Finalmente leggere ritorna al 100% un piacere: era ora.

Vocabolario completo di Emma a 18 mesi e quattro giorni

Vocabolario completo di Emma a 18 mesi e quattro giorni

In disordine alfabetico.

mamma s.f. – 1. Mamma. 2. (estens.) Chiunque svolga in vece della mamma i compiti di accudimento primario (papà, nonni, ecc.)

papà s.m. – 1. Papà. 2. Giancarlo Giannini (com’era negli anni ’70).

nonno, nunnu s.m. (f. -a, pl. -i, a volte invar.) – 1. Nonno. 2. Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910). 3. (estens.) Chiunque sfoggi una barba bianca e importante.

tata s.f. (m. -o) – 1. Io, me stessa. 2. Bambina. 3. Persona di qualsiasi età, purché non nonno. 4. Qualsiasi cosa rassomigli un viso (p.es. un fiorellino sulla scatola dei biscotti).

mami s.f. – 1. La mamma del libro I love my mommy, uno dei suoi preferiti. 2. (est.) Il libro stesso.

nanna v. (invar.) – Dormire. 

pappa s.f. – Il cibo in ogni sua forma. O meglio, tutto ciò che anche lontanamente può ricordare il cibo (e che quindi va messo in bocca).

pipì s.f. – Un contenuto del pannolino.

cacca s.f. – 1. Un altro contenuto del pannolino. 2. (estens.) Una cosa sporca o da buttare, che i genitori si ostinano invano a chiamare schifo. 3. Uno specifico nodo nel legno in una delle travi del bagno di casa. • inter. – Un modo semplice di attirare l’attenzione.

caccu inter. – Cucù [per provocare sorpresa o spavento].

Pupù s.m. – Lo stato del Perù: La barchetta in mezzo al mare / sta arrivando a Santa Fe / dove va per caricare / mezzo chilo di caffè. // La comanda un capitano / con la barba rossa e blu; / fuma un sigaro toscano / che proviene dal…? (Emma:) Pupù!

lalla s.f., spesso usato come inter. (urlata a squarciagola) – 1. (onomat.) La musica. 2. (estens.) L’edificio che sprigiona musica, ossia il campanile: una delle invenzioni più entusiasmanti e degne di lode del genere umano.

cotti s.m. (sing. -o, a volte invar.) – 1. Biscotti. 2. Oggetti piatti e tondeggianti (p.es. le formine con gli animali disegnati).

cucco s.m. – Succo (di frutta).

tonno inter. – Significato incerto; probab. non correlato con il noto pesce in scatola.

pulo, (rar.) polu s.m. – Lupo; protagonista del libro Una fame da lupo, uno dei suoi preferiti.

tallo s.m. – Albero.

talla s.f. – Tovaglia.

avv. – 1. Finito, terminato (cf. tutto): Hai mangiato tutti i biscotti, Emma! (Emma:) Pù! 2. Non più visibile, andato via: Dov’è la mamma? (Emma:) Pù!

avv. – Un luogo generico, designato con l’intima contentezza di poter rispondere a una domanda in modo compiuto: Dov’è la zia? (Emma, felicissima:) Lì!

avv., inter. – «[Portami] là». Ai genitori, intesi come mezzo di trasporto.

la art. – Il, lo, la, i, gli, le: la cacca, la papà.

tutto avv. – Finito, terminato.

cololi, cocoli [-lò-, -cò-]s.m. (invar.) – Colori, in senso concreto (pennarelli, pastelli a cera, ecc.) e astratto.

bubù inter. – L’abbaiare del cane.

muu inter. – Il verso della mucca.

s.m. (invar.) – Zio, zia, zii. • avv. – Sì.

no avv. – 1. No. 2. Sì: Vuoi un po’ di succo? (Emma, allungando le mani:) No!

noo inter. (urlata a squarciagola) – Rivolta ai genitori: «Ho capito che non posso salire sulla scala/lanciare pezzi di cibo dal seggiolone/scaraventare DVD dal ripiano della libreria. Ci tengo a farvi sapere che ho recepito la regola; poi comunque lo faccio lo stesso.»

tu, du avv. – 1. Su (v. ap). 2. Giù.

ap, appu avv. – Su: Dov’è volato il palloncino? (Emma) Ap! • Etimo incerto; forse dall’inglese up.

palla s.f. – 1. Palla. 2. (estens.) Oggetto di forma grossomodo sferica di qualsiasi dimensione, dal granello di polvere alla luna.

pape s.f. – Scarpe.

patte s.f. – Ciabatte.

potto s.m. – Giubbotto. 

calla, calda agg. (m. -o, spesso invar.) – Caldo, detto di oggetto (termosifone) o cibo (latte, minestra) che superi anche di mezzo grado la temperatura ambientale.

polola [-lòl-] s.f. – 1. Paura. 2. (estens.) Qualsiasi sentimento negativo: tristezza, dolore, disagio: (Emma, in lacrime mentre viene cambiata:) Polola! Polola!

tutù s.m. – 1. Il treno. 2. (estens.) Il luogo dove si reca il papà ogni giorno dalle sette di mattina alle sette di sera: Dov’è andato il papà, Emma? (Emma:) Tutù! 3. (estens.) Qualsiasi mezzo di trasporto, esclusi i genitori. • Onomat., da ciuf ciuf.

toh v. (solo imper.) – 1. Tieni. 2. Dammi.

bata avv. – Basta [per rifiutare un’offerta di cibo; è necessario scuotere entrambe le mani mentre lo si dice].

Anna s.f. – 1. Un’amica dei nonni. 2. Una bambola (sovente maltrattata).

Nanni s.m. – Lo zio Giovanni.

Callia s.m. – La zia Claudia.

Oli [ò-] s.m. – Holly, la cagnetta dei vicini dei nonni.

Totolo [-òl-] s.m.; Ponyo, Pogno s.f. – Personaggi di due noti film di Miyazaki.

coccopà, cuccupà, nonnopà, nonnobà, tuttopà e varianti. – «Queste non so neanch’io cosa significhino, ma suonano così bene!»

Calendario d’avvento

Calendario d’avvento

Quest’anno Jim mi ha mandato un solo racconto, questo. (Mi ha chiesto di firmarlo Yehuda Ben Yeshu, cosa che mi guardo bene dal fare.) Se volete farlo contento, ditegli che è più bello dei miei – una bugietta non ha mai fatto male a nessuno.

Arrivarono gli elfi, simili a boy scout: piccoli, petulanti, pustolosi. Dio sa come avessero fatto a superare le porte del reparto di cardiologia senza essere acciuffati da un qualche infermiere. Ed ecco le tre facce allineate sulla sbarra di acciaio del letto ai piedi della signora Morgen.
– Calendario d’avvento – disse l’elfo più a sinistra.
– Cioccolatino? – chiese la signora Morgen
– Siamo venuti a prendere, non a dare – disse l’elfo più a destra.
E quello in mezzo sorrideva come un ebete.
– Andate via – disse la signora Morgen.
Elfi a Shaare Zedek: Il mondo non è proprio più quello di una volta.
– Torneremo domani.
E così fecero. Puntuali puntuali, alle cinque e mezza, prima della mesta carovana della cena. La penombra della stanza precipitava la parete di fronte di trenta o quarant’anni nel passato, e da lì ritornava portando un’antica vetrinetta e un servizio di tazze rosse che la signora aveva completamente dimenticato: tre tazze grandi ciascuna come una teiera, e con un beffardo sorriso da elfo spalancato sopra.
Morgen per poco non cacciò un urlo.
– Tutto bene, signora? – domandò Shimeon, che passando in corridoio l’aveva udita ansimare. La signora non rispose. Shimeon le rassettò il cuscino e fece per andarsene.
– Aspetti – disse Morgen.
– Mi dica.
– Vede qualcosa?
Shimon la guardò perplesso.
– Lasci perdere, venga qui. Apra il primo cassetto.
Non c’era che un foglio di carta, e un paio di calze ancora nella confezione.
– Così va bene?
– Lo lasci aperto.
Volle chiedergli pure di accendere la luce, ma si trattenne. Per tutto il tempo gli elfi contemplarono le mosse del ragazzo senza dire una parola. Shimeon uscì.
– Soddisfatti? – chiese la signora.
– Sì – disse l’elfo al centro.
Presero dal cassetto il corrispettivo dovuto e se ne andarono.
Così anche la sera dopo e le successive. Impararono presto a tirare da soli il cassetto delle colpe e a prelevare quello che spettava loro: senza rimostranze. La signora soffriva e non sapeva perché. Non era mai stata religiosa, ma aveva risparmiato a Dio quello sprezzo plateale che lo fa esistere più delle preghiere; e si considerava a posto. Che cosa prendessero dal cassetto quelle bestiacce non ne aveva idea.
A sera il telegiornale parlò di una vecchia accoltellata da un fanatico a Rishon Lezion.
– Animale – inveì la signora Gilad.
Morgen aveva girato la sua poltrona verso la vetrata che dava sul cortile: dal decimo piano poteva sorvegliare tutto il grigio casellario delle finestre del padiglione di fronte, un rettangolo quattro per sette, molto ordinato.
– Spero che l’abbiano ammazzato di botte.
– E la vecchia? – chiese Morgen.
Decidere se inseguire il fanatico e saltargli al collo, o fermarsi a tamponare la ferita: ecco un bel dilemma, almeno secondo la giornalista che dallo schermo faceva sfoggio di bella coscienza. Decidere piuttosto di lasciar perdere e voltarsi dall’altra parte, tanto nulla cambierà mai. La signora Morgen alzò il dito e per spegnere le finestre illuminate che vedeva attraverso la vetrata.
Più tardi, a un’ora che la signora Morgen non poté leggere sul vasto quadrante senza lancette che la sua mente proiettava di fronte al letto, qualcuno entrò zampettando nella stanza e si arrampicò quatto sul comodino.
– Anche di notte, adesso? – chiese, dopo averli lasciati armeggiare per un pezzo.
– Prelievo eccezionale – disse quello col sorriso da ebete.
Estraeva dal cassetto un tubo di cemento di almeno mezzo metro di diametro, che passava con immensa fatica, deformandosi. E in quel tubo potevano starci anni, forse decenni, di paesaggi e persone, ovvero doveri e mancanze.
– Basta – implorò la signora.
– È subito finito – mentì l’elfo.
La mattina dopo Shimeon la trovò un po’ sbattuta. Dopo l’abituale lavaggio, la signora chiese che il cuscino le fosse abbassato.
– Di più – insisté. – Seduta non riesco a dormire.
Secondo su secondo, le giornate continuavano a farsi e disfarsi. Seppe che la signora Gilad aveva avuto una crisi ed era stata trasferita in terapia intensiva. In saletta tv il suo posto era stato preso da uno sparuto alberello addobbato con palle di polistirolo.
– Le piace il Natale, signora Morgen? – chiese Shimeon.
Nel casellario di fronte le luci andavano davvero spegnendosi ad una a una. La signora aveva paura di rispondere.
– Che giorno è oggi?
– Il quattordici – disse Shimeon.
Povero ragazzo.
Ma il cuscino non sapeva sistemarlo. Dopo un giorno di pausa gli elfi ritornarono, e la signora che pur teneva gli occhi caparbiamente rivolti al soffitto non poté fare a meno di vederli, allineati sulla solita sbarra di ferro.
– Oggi sconto di pena.
Il bottino era un granuzzo minuscolo come un calcolo renale. L’elfo di destra lo intascò con grande soddisfazione.
– Cos’hai fatto all’occhio? – chiese Morgen.
– È stato un cecchino – sghignazzò l’elfo di sinistra.
Se ne andarono a braccetto, canticchiando. Benché staccato dal nervo, il globo oculare che era rimasto sul comodino continuava ad avere un’espressione da ebete.
Quella notte la signora dovette essere sedata; allora anche il gigantesco foglio di calendario che vedeva campeggiare sul soffitto, con le sue croci rosse vergate da mano invisibile, sparì lentamente in una nebbia nera e calda in cui continuarono a fluttuare per un po’ le parole di Shimeon: – È per il suo bene, signora.
– Manca poco.
– Manca poco a cosa? – chiese lei. Ma aveva un gomitolo affondato in gola e nessuno rispose.
La speranza di aver finalmente espiato i peccati di una vita le bastò per qualche istante. Poi riconobbe la voce dei tre mostri e rabbrividì fino alla punta dei capelli.
– Manca poco, manca poco, manca poco.
Tenevano ciascuno una gamba del letto: due dalla parte dei piedi, uno dalla parte della testa (ed era il guercio, il più malevolo), cosicché il catafalco pendeva da un lato. E anche il corridoio era in pendenza: uno scivolo innevato, fino alle viscere della terra.
– Bella slitta, bella slitta.
– Fermatevi – urlò la signora Morgen.
– Bisogna completare il lavoro.
– Stia tranquilla, è solo un sogno – disse il guercio.
– Solo un sogno, solo un sogno.
Si svegliò di soprassalto con un dolore lancinante e ramificato al braccio sinistro. Fece in tempo a premere il pulsante.
– Non ancora, non ancora, non ancora.
Quando si svegliò nuovamente era passato un giorno e una seconda notte.
– Dov’è la signora Gilad? – chiese.
E si trovava in una stanza tutta diversa. Non c’erano teste su questa spalliera: non ancora.
Al cambio turno Shimeon venne a trovarla.
– Torno a casa – disse. – Ci vediamo dopo le feste.
Morgen si mise a piangere.
– Su, su – disse lui accarezzandole la spalla.
– Stia attento – rispose Morgen.
– Ci sono stati momenti peggiori.
La signora si ricompose.
– Finirà questa guerra? – disse infine.
– Sì – disse Shimeon – prima o poi.
– E chi vincerà?
Il ragazzo sorrise: – Nessuno, ovviamente.
Una voce di perdono pareva ancora possibile, anche per interposta persona, benché il cielo fosse vuoto e ben altre stelle fossero pronte a brillare come mine da un momento all’altro. Shimeon uscì. La signora lasciò cadere la testa di lato, verso la finestra.
Sulla parete dirimpetto, contò otto luci accese.

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Dentro l’armadio

Dentro l’armadio

Primo pastore – L’otto dicembre è passato. Io dico che ci lasciano qui.

Secondo pastore – Non è possibile.

Terzo pastore – Sarebbe la prima volta.

Secondo pastore – Eppure rumoreggiano.

Pecorella – Perché rumoreggiano?

Altra pecorella – Già, perché?

Primo pastore – Non riesco a sentire.

Terzo pastore – Voialtri che siete più vicini, capite qualcosa?

Maniscalco – Più vicini… mica tanto.

Terzo pastore – Tu, ragazzina, che hai le orecchie buone.

Ragazzina con la brocca – Parlano di noi.

Pecorelle (in coro) – Sul se-e-erio?

Ragazzina – Riesco perfino a vederli. C’è un buco nella scatola, e l’armadio non è ben chiuso. È venuta un sacco di gente. Genitori, insegnanti, perfino il dirigente.

Maniscalco – Tutti qui per noi?

Ragazzina – Sembrerebbe di sì.

Secondo pastore – Evviva! Ve l’ho detto che ci tirano fuori.

Primo pastore – Al contrario. Se devono discuterne, significa che non sono d’accordo. E allora…

Secondo pastore – E perché non dovrebbero essere d’accordo?

Primo pastore – Che ne so io?

Maniscalco – Lasciate parlare la ragazza.

Ragazzina – Continuano a interrompersi a vicenda. Non si capisce niente.

Lavandaia (sottovoce) – Qualcuno ha detto “cultura”.

Terzo pastore – Chi ha parlato?

Lavandaia – …

Maniscalco – La lavandaia. È timida.

Primo pastore – Si potrebbe alzare la voce, per cortesia?

Lavandaia – …

Maniscalco – Ecco, l’hai spaventata. Adesso non apre più bocca.

Primo pastore (al secondo pastore) – Ma che problema ha?

Secondo pastore – Ehi, un po’ di rispetto.

Pecorelle (in coro) – Già, un po’ di rispe-e-etto.

Primo pastore – Quanti formalismi. Siamo tutti accatastati nella stessa scatola…

Secondo pastore (fra sé) – Proprio come ai bei tempi.

Terzo pastore – Insomma, state zitti. – (Alla lavandaia) – Signora, non abbiamo sentito quel che ha detto, potrebbe ripetere per cortesia?

Ragazzina – Dice che le pare di aver sentito la parola “cultura”.

Maniscalco – “Cultura”?

Ragazzina – Sì. E “integrazione”.

Pecorella – Che cosa vuol dire?

Altra pecorella – Già, che cosa vuol dire?

Terzo pastore – Integrazione vuol dire mettersi d’accordo.

Secondo pastore – Ecco, si mettono d’accordo!

Lavandaia – …

Ragazzina – Sì, è vero. Ora li sento anch’io. Parlano di rispetto delle tradizioni.

Maniscalco – E noi che cosa c’entriamo?

Terzo pastore – A rigore, siamo una tradizione.

Pecorelle (in coro) – Una be-e-ella tradizione.

Ragazzo col cappello di paglia – Per favore, c’è gente che cerca di dormire.

Lavandaia – …

Ragazzina – A quanto pare, non sono sicuri che questa tradizione li rappresenti ancora, e che non turbi le tradizioni di altra gente…

Maniscalco – Quale altra gente?

Terzo pastore – Perché dovremmo turbarli?

Primo pastore – Datemi retta, meglio farsene una ragione.

Secondo pastore – Mai!

Primo pastore – Che alternative proponi? La rivoluzione? Rovesciamo la scatola a spallate fuori dell’armadio?

Secondo pastore (sottovoce) – Chiediamo il parere dei saggi.

Primo pastore – I tre col cammello? Oh, giusto loro!

Terzo pastore (sottovoce) – Non urlare! Di solito la sanno lunga, no?

Primo pastore – Arrivano sempre dopo tutti gli altri, e pretendono di passare davanti…

Terzo pastore (schiarendosi la voce) – Signor Gaspare, eccellenza, una parola?

Gaspare – Chi mi chiama?

Terzo pastore – Sono io, Simone. Non so se ha seguito le nostre discussioni fin qui.

Gaspare – Sentivo un certo brusio.

Terzo pastore – Ci chiedevamo perché quest’anno siamo ancora nella scatola. È strano, non trova?

Gaspare – È tutto scritto nelle stelle.

Primo pastore – Nelle stelle? Intende le stelline disegnate sul fondale?

Secondo pastoreSst.

Primo pastore – Siamo in buone mani.

Terzo pastore – Ci chiedevamo se lei, o qualcuno dei suoi… ehm… colleghi, abbiate qualche consiglio da darci.

Gaspare – Un solo consiglio: non commettete lo stesso errore della gente là fuori.

Terzo pastore – Prego?

Pecorelle – Pre-e-ego?

Gaspare – Melchiorre, ti prego, illuminali tu.

Melchiorre – Quel che vuol dire Gaspare è molto semplice. Perché volete uscire a tutti i costi? Avete qualcosa da fare là fuori che non potete fare qui?

Tutti – …

Melchiorre – Pascolare le pecore? Ferrare i cavalli? Scendere al pozzo a riempire la brocca?

Ragazzina – No, non è questo.

Melchiorre – E che cosa allora?

Ragazzina – Attendere l’angelo e seguirlo alla mangiatoia.

Melchiorre – Hai detto bene. Attendere e seguire.

Ragazzina – Ma l’angelo dov’è? Non ha ancora aperto bocca. Dev’essere finito in un’altra scatola.

Maniscalco – Di solito lo ripongono assieme alla capanna, nel cassetto.

Ragazzina – Come possiamo seguirlo, stando qui?

Melchiorre – Ci sono molti modi di seguire un angelo. Non pensate alla sequela come a un atteggiamento esteriore.

Gaspare – Non commettete il loro stesso errore. Ci hanno trasformati in un simbolo.

Primo pastore – E non lo siamo, forse?

Gaspare – Ci usano per provare un punto. Quelli che non vogliono tirarci fuori lo fanno per mostrare quanto sono moderni e tolleranti. Quelli che vorrebbero tirarci fuori a tutti i costi in molti casi non ci conoscono neanche. Nessuno di loro è davvero impegnato nella sequela. Si combattono perché hanno paura.

Melchiorre – Mentre il punto è proprio l’opposto della lotta e della paura… pace e buona volontà, giusto?

Tutti – Giusto.

Primo pastore – Ma se non siamo un simbolo, che cosa siamo?

Gaspare – Un esempio.

Pecorelle – Un ese-e-empio?

Primo pastore – Quindi dovremmo rimanere qui? Bell’esempio.

Gaspare – Dovremmo sforzarci di attendere l’angelo. Anche da qui, se necessario.

Melchiorre – Pensateci: il disordine, l’affollamento… non sapere quel che sta per succedere… non è proprio come all’inizio?

Secondo pastore – Ho avuto la stessa impressione anch’io, poco fa. Qui dentro… anche se nessuno ci vede, mi ricorda i bei tempi. Le steppe di Giudea…

Ragazzina – La gente se ne va! Hanno spento la luce.

Maniscalco – E cos’hanno deciso?

Ragazzina – Non lo so.

Melchiorre – Non è importante.

Maniscalco – Rimaniamo tranquilli, allora?

Melchiorre – E fiduciosi.

Terzo pastore (dopo un attimo di silenzio) – Perdonate, eccellenze, ho una domanda.

Melchiorre – Di’ pure.

Terzo pastore – Come vedono la cosa… nelle alte sfere?

Melchiorre – Spiegati meglio.

Terzo pastore – Intendo… lui e lei. Nella capanna.

Pecorella – Come stanno?

Altra pecorella – Già, come stanno?

Melchiorre (alle pecore) – Credo se la passino bene. Sono incollati al pavimento, non possono muoversi. Al caldo, come ben sapete. E attendono il bambino.

Secondo pastore – Nonostante tutto?

Melchiorre – Nonostante tutto.

BaldassarreLei è il miglior esempio, in questo.

Gaspare – Oh, carissimo. Temevo ti fossi perso per strada.

BaldassarreLei osserva tutto quel che succede e lo medita nel proprio cuore, come ha sempre fatto.

Gaspare – E tu come lo sai?

Baldassarre – Dicono che il suo pensiero sia così profondo da spostare gli oggetti e varcare i limiti della capanna. A volte lei stessa scende fin quaggiù, sotto mentite spoglie. E io la sento.

Pecorelle (in coro) – Davve-e-ero?

Baldassarre – Basta fare silenzio.

Primo pastore – Non ci credo.

Baldassare – Oh, ma si ferma poco. Il tempo sciacquare due panni nel lavatoio, dire due parole, e ritorna da dove è venuta.

(2 di 4. Immagine: Design Mag)

 

A volte ritornano

A volte succede che un libro vecchio di quattro anni e mezzo si senta ancora nuovo e chieda all’autore di uscire un’altra volta. Succede pure che all’editore l’idea piaccia, per lo stesso motivo per cui piaceva quasi un secolo fa, e che si decida dunque di mettere insieme una seconda edizione riveduta e aggiornata. Ed eccola qui.

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Lo scopo principale di questa seconda edizione delle Felicità è permettere ai numerosi studenti attardatisi nella stesura delle loro tesi di laurea in letteratura italiana di aggiungere un testo alla bibliografia, e contestualmente dar modo alla Svenska Akademien di rimediare, il prossimo ottobre, al disappunto a cui ci ha abituato negli ultimi anni. Seriamente, il volumetto è interessante per i seguenti motivi:

  1. una nuova foto di copertina di polythenecam, che dai tempi della prima edizione si è sposata ed è diventata mamma di una splendida bimba;
  2. una prefazione di Francesco Tomada (uno che finirà nelle antologie scolastiche del XXII secolo, ci metto la firma), come sempre attentissimo, e capace di rilevare aspetti finora inespressi dell’opera;
  3. undici nuove “felicità”, di cui quattro assolutamente inedite;
  4. un profilo metrologico dell’autore di cui si sentiva la mancanza.

Ora, presto mi troverò ad avere in mano un certo numero di copie della nuova edizione; non tante, diciamo diciannove. Chi si accaparrerà una di queste copie entrerà a far parte di un circolo sceltissimo, che vanta predecessori illustri. Diventare uno dei diciannove lettori è semplice: basta scrivermi un messaggio, allegare il proprio indirizzo e aspettare che il volume arrivi, corredata da una copia manoscritta e autografata di una delle felicità a vostra scelta (in calce la lista completa) e dalla mia tacita dichiarazione di stima incondizionata. Prometto che sarò più tempestivo dell’altra volta negli invii.

Le felicità sono:

  • Autocoscienza
  • Terrestre
  • Le felicità
  • 28 giugno 1981, domenica
  • Poesia eventuale
  • Esempio
  • Cosmologia minima
  • La ragazza che chiede Dio
  • Ospedale
  • Marco 11,23
  • Liturgia
  • Colpo di fulmine?
  • Canzone dell’amore in prosa
  • Paesaggio con figura
  • Esodo 19,26ss
  • In lode della mia ombra
  • Etica dozzinale
  • Ordini di grandezza
  • Appunti per una scienza da inventare
  • In memoriam R.P.W.
  • Qualcosa di semplice sulla neve
  • La morte degli insetti
  • È un bosco simbolico
  • Mattutino grammaticale
  • Nuovo discorso da una montagna antica
  • Requiem
  • Quando tutto sarà chiaro
  • Critica letteraria
  • Inutilità della letteratura
  • Fantasia
  • Threnos (per altoparlante solo)
  • Preghiera condominiale
  • I giorni
  • Paradiso
  • La troppa sincerità

L’autore contumace

Questo sabato ci sono due (non uno, due) eventi che non posso perdere, e che purtroppo perderò.

zenit_poesia

Il primo, alle ore 14.00, presso la Casa delle arti–Spazio Alda Merini in via Magolfa 32 a Milano (nell’ambito del festival Bookcity), è la presentazione del volume Zenit Poesia. Progetto < 40, a cura di Stefano Guglielmin e Maurizio Mattiuzza, in cui sono stati inseriti otto miei testi assieme a quelli di Linda Ansalone, Riccardo Benzina, Gennaro De Falco, Carmine Di Falco, Alessandro Grippa, Sergio Pasquandrea e Anna Stella Poli. Il libro si può ovviamente comprare anche a distanza, qui.

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Il secondo, alle ore 16.00, presso la Sala Giorgi in via Mercato 13 a Sasso Marconi (Bologna) è la cerimonia di premiazione del Concorso Internazionale di poesia Renato Giorgi (organizzato dal circolo culturale Le voci della luna) in cui ho vinto il primo premio nella sezione “cantiere”, con le poesie Sonata per Gaza In paradiso arriveremo scalzi. Premio che purtroppo non ritirerò (ma lo ritirerà mia moglie). Sì, perché sabato pomeriggio (ossia la notte fra sabato e domenica, AEDT) io starò dormendo presso il Posh Hotel, 8 Broadway, a Chippendale, Sydney, Australia, in attesa di presentare il mio lavoro sul software di analisi di ESPRESSO alla XXV conferenza ADASS. Così va la vita. E non è che mi lamenti.

Le mani sui bambini (ovvero: una teoria di un altro genere)

Le mani sui bambini (ovvero: una teoria di un altro genere)

A partire dagli anni ’50-’60 del secolo scorso ha cominciato a diffondersi negli Stati Uniti una corrente di pensiero secondo cui ogni persona può scegliere in totale libertà la propria identità e il proprio orientamento personale, a prescindere dal dato biologico. Parlo ovviamente della teoria del manismo o handedness theory, che secondo molti neppure esisterebbe e sarebbe solo un’invenzione di gruppi ultra-conservatori o pro-calligraphy interessati a crearsi un nemico comune. In realtà le cose non stanno così.
La teoria del manismo afferma che non esiste una mano ben definita (la destra) con cui scrivere, portare il cibo alla bocca, alzare un bastone, ecc. Le due mani sarebbero equivalenti e tutti dovrebbero poter decidere, fin dalla più tenera età, quale usare. È evidente come ciò contraddica la biologia, secondo cui è la destra la mano più forte e responsabile, mentre la sinistra è debole ed equivoca, sinistra appunto. E infatti, da che mondo è mondo, in qualsiasi società e cultura, i mancini costituiscono una frazione trascurabile della popolazione.
Al posto delle definizioni tradizionali di “destrimano” e “mancino” si è introdotto un nuovo concetto fluido, quello di handedness. Non solo gli individui possono decidere di usare la sinistra, se vogliono, ma la stessa idea di “mano preferenziale” viene a cadere: io potrei, in linea di principio, scrivere con la destra o mangiare con la sinistra, o addirittura fare le due cose con una mano a mia scelta, a seconda della situazione e dell’umore. È facile capire dove può portare questa perversione. Il venir meno di una distinzione chiara tra le due metà del corpo è solo il preludio di ben più gravi forme di ambiguità: fra un po’ nessuno potrà più imporre, ad esempio, di tenere la destra quando si guida. Per non parlare delle ricadute sulla sfera sessuale, che non è il caso di discutere in questa sede (ma si veda ad esempio [1], [2], [3]).
Il problema è che quest’ideologia sta entrando nelle scuole. Sì, anche qui da noi. Con la scusa di combattere il bullismo contro i mancini, si insinua l’idea che sia lecito scrivere con qualsiasi mano, anzi, che solo attraverso una presa di coscienza della propria identità i bambini possano essere felici — possano, ad esempio, acquisire una grafia compiuta e armoniosa. Poco importa che tutti i principi della calligrafia, occidentale ed orientale, dicano il contrario (provate ad usare una stilografica con la sinistra!). Poco importa che la tradizionale rieducazione abbia dato da sempre risultati eccellenti, sventando sul nascere tanti casi di mancinismo incipiente.
Oggi il mantra è che mancini si nasce, non si diventa, e che ciascuno deve potersi esprimere “liberamente”. Sono le stesse maestre a stimolare i bambini all’uso di entrambe le mani, mediante appositi “giochi” (promossi da una direttiva UE) il cui unico scopo è generare confusione nelle giovani menti. I bambini devono indicare, in una lista di attività (lavarsi i denti, abbottonarsi la giacca, allacciarsi le scarpe, calciare un pallone, ecc.), per quali preferiscono usare la destra e per quali la sinistra, con l’esplicita precisazione che “non esiste una risposta giusta” (sic). In un altro gioco, i bambini si stringono la mano prima con la destra, poi con la sinistra, e sono invitati a toccarsi le mani a vicenda, per vedere che non c’è alcuna differenza tra le due, ma che l’una è la copia speculare dell’altra. Un libro illustrato dal titolo Cino, il mancino campioncino parla di un giovane tennista, deriso dai suoi compagni perché tiene la racchetta con la sinistra, il quale proprio grazie a questa peculiarità riesce a eccellere nel campionato provinciale. «Un giorno giocherò a Wimbledon», dice il piccolo protagonista nell’ultima pagina, «e mostrerò che non importa quale mano usiamo, tutti possiamo essere campioni».
È chiaro come l’obiettivo dell’ideologia handedness non sia il riconoscimento dei diritti dei mancini, che anzi mai come oggi risultano tutelati e propagandati. Esistono forbici per mancini, auto con il cambio sul volante e concerti per la mano sinistra: è il punto di vista destrimano, semmai, ad essere in minoranza. No, l’obiettivo occulto è un altro, e rientra nel più ampio panorama del “transumanesimo”: l’idea che l’essere umano possa evolvere al di là dei suoi limiti fisici e mentali, va da sé, attraverso la tecnologia. Che si debba tendere a un ibrido uomo-macchina, programmabile e controllabile, asservito al pensiero unico dell’uguaglianza e della produttività. È questo che vogliamo per i nostri figli? Molti di voi staranno leggendo queste parole sullo schermo di un computer: come vedete, la trasformazione è già in atto. Davanti allo schermo c’è senz’altro una tastiera, strumento illusorio di interazione e di controllo, in realtà pallido surrogato della buona vecchia carta e penna. Fateci caso: sulla tastiera si scrive con entrambe le mani.
Genitori, è il momento di agire. Non abbiate paura di fare domande. Parlate con le maestre e informatevi sulle loro posizioni in merito all’ideologia handedness. Abbiate il coraggio di negare il vostro consenso a qualsiasi attività che, con la scusa di “educare al rispetto”, mira in realtà a riprogrammare i vostri figli. Non fatevi abbindolare se la maestra si mostra perplessa e dice che l’ideologia handedness non esiste, che non ha mai sentito questa parola. È quello che vogliono farvi credere.