Tutto compreso

Jim Potato si è impegnato anche quest’anno. Ha mandato il racconto in calce al concorso di A4 («così se non vinco puoi far finta di averlo scritto tu»). Non ha vinto – il premio è andato meritatamente a un pezzo di Enrico Piscitelli – e se pensa di sbolognarmelo si sbaglia di grosso. È un racconto un po’ triste, e a Natale non si dovrebbe far questo ai lettori. Ma voglio bene a Jim e per questo lo pubblico lo stesso. Mi perdonerete. Anche lui mi perdonerà.

Buon Natale a tutti.


«E così un bel giorno Maria e Giuseppe si sono messi in viaggio».

«Perché?»

«Avevano trovato un’offerta vantaggiosa. Un pacchetto tutto compreso».

«Che cos’è un pacchetto tutto compreso?»

«È quando prenoti tutto in una volta: voli, alberghi, visite guidate, eccetera».

«Visite guidate?»

«In realtà, in questo caso si trattava di battute di caccia. Gruppi di persone che vanno a caccia tutte assieme, nei boschi o nella steppa. Era una vacanza sportiva. La caccia è uno sport, dopo tutto. Non proprio un bello sport, secondo me, ma ad alcuni piace».

«Maria e Giuseppe erano cacciatori?»

«No».

«E allora perché avevano scelto quel pacchetto? Non capisco».

«È complicato».

«Spiegami».

«La caccia era solo una scusa. Quello che a loro interessava davvero era fuggire da dove si trovavano».

«Perché?»

«Non erano tranquilli. Il paese dove vivevano era in subbuglio, diciamo così. Non c’era la guerra, ma poteva scoppiare da un momento all’altro. Era già successo in passato. E loro non volevano crescere un figlio in un posto così».

«Maria sapeva già di aspettare un bambino?»

«No. Altrimenti avrebbe chiesto a Giuseppe di rimandare».

«Ma se rimandava il suo bambino sarebbe nato in mezzo alla guerra».

«Anche il viaggio aveva i suoi pericoli. Te l’ho detto, era una vacanza solo per modo di dire. La caccia era solo una scusa. Quello che c’era scritto sui foglietti pubblicitari probabilmente era tutto inventato. Ma bisognava provare. Era un’occasione irripetibile. Costava parecchio, ma non di più di altre soluzioni».

«Dovevano pagare?»

«Certo. Figurati se quelli gli regalavano il viaggio».

«Quelli chi?»

«…Ma almeno erano sicuri di arrivare, con questo sistema».

«Quelli chi

«I funzionari di Erode».

«Erano loro a preparare i pacchetti tutti compresi?»

«Erano loro a organizzare i trasferimenti, sì. Sapevano che c’era molta gente interessata a muoversi. A scappare: diciamo le cose col loro nome. Non solo Maria e Giuseppe: migliaia e migliaia di persone. Sai che cosa vuol dire migliaia?»

«Tantissime».

«Come tutti gli abitanti di questa città».

«Caspita».

«Tutte persone che cercavano un futuro migliore. Che guardavano all’Impero come all’unica possibilità di salvezza».

«L’Impero?»

«Dove abitiamo anche noi».

«E Erode?»

«Erode no. Erode ce l’aveva a morte con l’Impero».

«Non ci capisco più niente».

«Ti ho detto che è una storia complicata. Forse è meglio lasciar perdere».

«No, mi interessa. Perché Erode ce l’aveva a morte con l’Impero?»

«Perché i cittadini dell’Impero erano più felici dei suoi sudditi. O almeno così davano a vedere nei film e nelle pubblicità che trapelavano fino al suo regno. Il regno di Erode si trovava proprio al confine dell’Impero. Non era impossibile che i sudditi di Erode, vedendo quanto erano felici (o sembravano essere felici) i cittadini dell’Impero, decidessero di ribellarsi al suo potere. Ci avevano già provato, senza successo. Ma Erode non amava rischiare. E poi…»

«E poi?»

«C’era anche un altro motivo. Anche l’Impero non vedeva Erode di buon occhio. Erode era un tiranno, questo lo sapevano tutti, e all’Impero questo non andava bene. Finché si limitava a truccare le elezioni si poteva anche chiudere un occhio, ma quando Erode decideva (ad esempio) di dirottare un aereo per catturare un oppositore, un aereo con a bordo molti cittadini dell’Impero, ecco, in questi casi l’Impero era costretto a fare la voce grossa».

«Che cos’è un oppositore?»

«Una persona che si oppone. Che protesta contro l’ingiustizia».

«E chi faceva la voce grossa? Chi comandava l’Impero?»

«Questo non si è mai capito esattamente».

«Ma insomma, il piano di Erode qual era?»

«Fare in modo che l’Impero non gli rompesse più le scatole. Voleva dire all’Impero: se continui a rompermi le scatole, io ti mando tutti i poveretti che vorrebbero abitare nell’Impero e che tu non vuoi ricevere. Invece di bloccarli, li faccio passare. Anzi, li invito a venire qui da me, così gli basta fare un altro passo per arrivare a destinazione».

«Poveretti come Maria e Giuseppe?»

«Esattamente. Io so bene, diceva Erode, che tu Impero non vuoi saperne di loro. E io te li faccio arrivare in casa, e a quel punto sono cavoli tuoi. Così la smetti di rompere le scatole a me».

«Questa storia comincia a non piacermi più tanto».

«È complicata».

«Non è per quello. Non mi piace come Erode trattava quelle persone».

«I tiranni non si fanno molti scrupoli».

«Ma anche l’Impero…»

«Anche l’Impero cosa?»

«Non poteva semplicemente dire a Erode: va bene, mandameli pure se vogliono venire, a me non dà nessun fastidio?»

«Alcuni cittadini dell’Impero suggerivano di fare proprio così».

«E l’hanno fatto, allora?»

«No. Altri non erano d’accordo. Dicevano che nell’Impero c’era già troppa gente, che se si aprivano le porte poi tutti avrebbero voluto entrare, e non ci sarebbe stato più spazio, più lavoro e cibo e bei vestiti per tutti. Non solo: dicevano che quelli fuori dall’Impero erano gente diversa da loro, e che non si sarebbero mai adattati a vivere secondo le regole dell’Impero. Che era meglio che ciascuno rimanesse a casa sua. Dicevano: quelli fuori dall’Impero non festeggiano neppure il Natale. Se li facciamo venire, porteranno con sé le loro feste e le loro usanze, e quando diventeranno più numerosi di noi ci impediranno di festeggiare il nostro Natale. Così dicevano».

«Ma non è vero».

«Non serve che una cosa sia vera per fare paura. E molta gente aveva paura. Il trucchetto di Erode era abbastanza furbo da funzionare».

«E quindi cos’è successo? Che cos’hanno fatto Maria e Giuseppe?»

«Hanno racimolato tutti i soldi che avevano e hanno pagato il pacchetto tutto compreso. Per fare una “partita di caccia”. Poi hanno aspettato. Non era ancora arrivato il loro momento. Quando è arrivato, hanno seguito le istruzioni che avevano ricevuto via mail: hanno raccolto le loro cose e si sono presentati in aeroporto. Un volo li ha portati in un batter d’occhio nella città di Erode. All’arrivo, hanno trovato ad accoglierli una dozzina di omaccioni in abiti dimessi. Gli omaccioni li hanno portati in una saletta riservata e gli hanno detto di aspettare finché non fossero arrivati tutti quanti. Non erano gli unici ad aver acquistato il pacchetto, a quanto pareva: solo quel giorno c’erano almeno altre cento persone nella stessa situazione. Dopo averli raccolti tutti, i soldati (perché questo erano gli omaccioni: soldati vestiti da persone comuni) li hanno fatti salire su una corriera e li hanno portati in una caserma in mezzo ai boschi».

«Niente albergo?»

«Niente albergo. Ma Maria e Giuseppe se l’aspettavano. Sapevano benissimo, come gli altri assieme a loro, a che cosa andavano incontro. Non era questo a preoccuparli. C’era un altro problema: mentre aspettavano che venisse il loro momento, dopo aver comprato il pacchetto, era successo qualcosa».

«Che cosa?»

«Non lo immagini?»

«Era arrivato un bambino nella pancia di Maria».

«Brava, proprio così. Maria era rimasta incinta. Era successo in modo del tutto imprevisto. Quando l’aveva scoperto, aveva pregato in cuor suo che il momento di partire non arrivasse mai. Un evento che altrimenti l’avrebbe riempita di gioia e di speranza, diventare mamma, ora la faceva tremare di paura. Purtroppo la preghiera non era stata esaudita, ed era arrivata la fatidica chiamata. Non potevano tirarsi indietro, con tutti i soldi che avevano pagato. Non poteva fare altro portare con sé anche quel fardello, con tutta la strada che dovevano fare, il freddo, la neve, il poco cibo che ricevevano dai soldati e le loro brutte maniere. Li trattavano come fossero sacchi di patate, non persone».

«Terribile».

«I soldati si erano accorti della pancia di Maria, ovviamente, e si divertivano a stuzzicarla, bestie com’erano. Spostandosi da un campo all’altro, nelle ore di marcia, le andavano vicino e le chiedevano in inglese se aveva bisogno d’aiuto, se voleva che portassero loro il suo carico prezioso, ridendo sguaiatamente alle occhiatacce di lei. Giuseppe non diceva nulla. Sapeva che protestare avrebbe soltanto complicato le cose. Si prendeva sulle spalle anche lo zaino di Maria e la aiutava a mettere un passo davanti all’altro. C’erano altre famiglie, con loro, alcune con bambini piccoli, e non tutti riuscivano a tenere il ritmo della marcia. Maria e Giuseppe preferivano non chiedersi che cosa ne fosse di quelli che rimanevano indietro. Stringevano i denti e proseguivano, anche quando il cammino si faceva più accidentato. I soldati sceglievano strade poco battute, in mezzo ai campi e alle sterpaglie, e il nevischio persistente trasformava i viottoli in una mota viscida che attanagliava i piedi. Solo di notte il cielo si rischiarava, riempiendosi di stelle minute, lontanissime. La mota diventava ghiaccio e anche la tristezza si solidificava in un dolore compatto, luccicante».

«Dimmi com’è andata a finire. Non ce la faccio più ad aspettare».

«Sono arrivati al confine».

«Il confine dell’Impero?»

«Proprio quello. Una rete metallica coperta di filo spinato. E dietro c’era una fila di poliziotti in tenuta antisommossa, con tanto di mitra e camionette, a sbarrargli il passaggio».

«Oh no».

«“Andate, forza”, gli hanno intimato i soldati che li avevano portati fin lì. Li hanno spinti in avanti, nello spazio libero fra l’ultimo filare d’alberi e la rete, a centinaia quanti erano, e in un attimo, prima che quelli potessero accorgersene, hanno fatto dietro front e si sono dileguati attraverso il bosco, mollandoli lì».

«Anche Maria e Giuseppe?»

«Anche Maria e Giuseppe, sì».

«E dopo che cosa è successo?»

«Niente. Sono rimasti dov’erano, con tutti gli altri. Indietro non potevano tornare, esausti e privi di mezzi com’erano. Avanti non potevano andare: la polizia aveva l’ordine di non lasciarli passare. Per un po’ si è parlato di loro tutti i giorni, sulle pagine dei giornali e sulle bacheche virtuali dell’Impero. Poi l’attenzione si è spostata su altre questioni».

«Ma aspetta, non può essere».

«Che cosa?»

«Mi hai raccontato questa storia come se fosse successa molto tempo fa. Non può essere che Maria e Giuseppe siano ancora lì. Non può finire così: dev’esserci una conclusione. Il bambino è nato oppure no?»

«Purtroppo non ho una risposta. La storia è successa molte volte, mai esattamente allo stesso modo. Ed è comunque ancora in corso. Alcuni hanno avuto la tua stessa reazione e hanno provato a trovare una conclusione da soli. Forse hanno anche colto nel segno: non è detto che una conclusione inventata non possa essere vera».

«Mi racconti queste conclusioni?»

«Secondo alcuni, Maria e Giuseppe sono riusciti a passare il confine. Di notte, nel buio assoluto, assieme ad altri hanno scavato un cunicolo sotto la rete e hanno trovato soccorso poco più in là, nel primo villaggio dell’Impero oltre il confine, dove qualcuno aveva acceso una candela alla finestra di una casa per aiutarli ad orientarsi. Dicono che in quel villaggio la campana della chiesa abbia suonato la più bella mezzanotte di Natale a memoria d’uomo, in quell’occasione. Altri dicono invece che Maria a un certo punto non sia riuscita più ad aspettare: il bambino doveva nascere a tutti costi, ed è venuto alla luce lì, sul limitare del bosco, sotto la rete di filo spinato, in piena notte. È venuto alla luce, ma in realtà era lui stesso luminoso più di una fiamma: brillava dall’interno, come una creatura del cielo o degli abissi. E Maria, terrorizzata, ha dovuto subito nasconderlo. Rischiava di farsi scoprire dai poliziotti, con quel faro in grembo. In mancanza di meglio, si è scavata una tana nella terra e si è accoccolata lì con il suo fagottino, chiedendo a Giuseppe di ricoprirla di terra».

«…»

«…»

«Preferivo il primo finale».

«Non è detto che la verità sia quella che preferiamo».

«Dunque è così che è nato il Natale? In uno di questi due modi?»

«È così che potrebbe esser nato. È così che potrebbe nascere. La questione non è ancora decisa. Puoi pensare tu stessa a un’altra conclusione».

«Non so se ci riuscirò».

«Non adesso, in ogni caso. Sono già le undici, è ora di dormire».

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Immagine di Robert Couse-Baker.

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