L’isola di Hiro

Sono passati più di sette anni da quando ho scritto questo pezzo, in cui cominciavo a pensare a un romanzo onesto. A leggerlo oggi mi vergogno un po’, segno che mi ci riconosco. Quant’ero ingenuo!, mi dico, facendo finta di credere che adesso non lo sono più. Riesco a capire il me stesso di allora? E lui riuscirebbe a capire me? Una cosa soltanto gli piacerebbe sapere, credo, e cioè che il romanzo onesto lo sto finalmente scrivendo.
Sì, credo che questo lo manderebbe in brodo di giuggiole. Nel tempo che ha impiegato a diventare me, oggi, il ragazzo di allora non ha smesso di coltivare il suo sogno ridicolo. Ad ogni nuovo capodanno si è chiesto: sarà la volta buona? Per sei volte la risposta è stata no. Nel 2017, il sogno si sta finalmente avverando. Posso dirglielo con una certa tranquillità, ora che ho superato pagina cento; due terzi del lavoro sono ancora da scrivere, ma ho superato una cunetta importante e ora sento che la gravità tira la penna e mi spinge ad andare avanti, non certo senza intoppi ma almeno con costanza. Non dico sia già il momento festeggiare, ma ecco.
Come il ragazzo di cui sopra aveva indovinato, un romanzo onesto chiede personaggi onesti. Li ho trovati; loro hanno trovato me. Il protagonista mi è venuto incontro da una pagina del blog del poeta Sergio Pasquandrea (grazie di cuore), che per primo l’aveva intravisto nei suoi tratti principali. Avvicinandomisi, si è rivelato simile (ma non uguale) a quel Jim Potato su cui avevo cominciato a ragionare sette anni fa, e con cui negli anni avevo cominciato a parlare. Si chiama Uesaka Hiro, ha quarantadue anni e insegna matematica e fisica a Hiroshima. Ha una moglie e una figlia. Non ha la coscienza pulita, o si comporta come se non l’avesse. Tutto il resto lo sto conoscendo anch’io pian piano, pagina per pagina. È un’esperienza trasformativa, perfino più esaltante di come quel ragazzo l’aveva immaginata.

Hiroshima-Photo

Che cosa sto imparando? Primo, che un romanzo va pensato prima che scritto. Abituato alle poesie e ai brevi racconti, avevo liquidato questo dettaglio come secondario: grave errore. Ho perso un sacco di tempo cercando di far crescere piantine in vasi troppo piccoli, ansioso com’ero di vederle sbocciare. Questa volta invece ho preso un vaso grande, perfino troppo grande, e l’ho riempito lentamente di pensieri, fino a farne un letto confortevole. Ho aspettato un mese intero. Solo quando il vaso era pronto vi ho deposto qualche parola.
Scrivere, a ben vedere, è il meno. Ora so che non devo cominciare neppure una singola scena senza sapere in anticipo come finirla. Può darsi che altri ci riescano: io no. Questo conoscere in anticipo lo sviluppo non è ovviamente restrittivo: tante scene finiscono diversamente da come le avevo pensate, ed è uno degli aspetti più divertenti del tutto. Ma avere sempre presente dove si vuole andare a parare è rassicurante. L’ispirazione è una dea capricciosa, che risponde tanto più spesso quanto meno la si prega. Non ama la responsabilità. La pianificazione, di contro, ha le spalle solide e accetta senza frignare anche il peso del fallimento. Tutti i principali snodi della trama sono stata decisi lo scorso febbraio da un Guido ormai passato: se qualcosa non funziona la colpa è sua. Il Guido presente può limitarsi a scrivere.
Secondo, ho imparato che va pure bene scrivere a singhiozzo, come faccio, rivedendo ciascuna frase o capoverso prima di passare ai successivi – purché il bilancio di parole della giornata (o al più della settimana) resti in attivo. Non mi do degli obiettivi troppo stretti perché non voglio demoralizzarmi se non riesco a raggiungerli e superarli (ho questa tendenza); l’impegno implicito è di aggiungere qualcosa al mio gruzzoletto di pagine ogni volta che posso, e di togliere solo se è assolutamente necessario. Finora mi è capitato di togliere solo una volta, dopo una falsa partenza: giunto a metà del primo capitolo ho sentito che dovevo ricominciare daccapo o non sarei arrivato da nessuna parte. È stata una decisione dolorosa. Nei miei cassetti ho almeno cinquanta metà di primi capitoli. Aggiungerne un’altra, dopo tutta la preparazione e l’aspettativa, era quasi come ammettere di non essere capace a gestire la cosa. Ricordo lo sconforto. È stata l’unica volta che mi sono incaponito a scrivere a tarda sera, dopo aver messo a letto Emma, dicendomi o la va o la spacca: e ho finito per buttar giù millecinquecento parole in un’ora o poco più, un record personale. Da lì ho potuto proseguire con più costanza, al ritmo di quattro-cinquecento parole al giorno. (Sabati e domeniche esclusi.)
Di questo passo, mi ci vorranno ancora più di venti settimane a concludere la storia di Hiro. (L’ho detto, è tutto pianificato: sedici capitoli per ottantamila parole – un malloppo che abbia indiscutibilmente la massa di un romanzo). Per chi vuole, qui di seguito c’è un assaggio. Non ne sono soddisfatto come di certe poesie, o di certe serate perfette: c’è molto da limare, da sfrondare, da ripensare. Io stesso vedo che sto solo imparando. Ma è una cosa, e già non mi appartiene del tutto: rinunciare a portarla a compimento per eccesso di zelo sarebbe un’arroganza imperdonabile.
Ovviamente, sto già pensando al prossimo. Quello che sarà un grande romanzo…


Meno quattordici

Hiro fu congedato dal lavoro l’ultimo mercoledì di ottobre. Il preside aveva usato proprio questo termine, congedato, al posto del più naturale sospeso, quando l’aveva convocato nel suo ufficio durante la pausa pranzo. Per tutta la mattina Hiro aveva presentito che sarebbe successo qualcosa. Il dialogo era stato breve e stranamente formale, considerata la lunga amicizia tra i due. «È solo una soluzione temporanea», aveva detto il preside. Una copia del Giornale del Chugoku era aperta sulla scrivania a pagina dodici. Hiro aveva chinato il capo e aveva detto che capiva. Nell’andarsene, era stato attento a non sbattere la porta.
In sala insegnanti erano rimasti dopo il pranzo solo Sakaguchi e Yamano, che parlottavano sottovoce fra loro. Hiro aveva preso una scatola vuota vicino alla fotocopiatrice e aveva cominciato a raccogliere le proprie cose. I colleghi non avevano fatto caso a lui; si erano limitati ad abbassare ulteriormente il tono della voce. Le cose che Hiro teneva a scuola entravano tutte in un cassetto: qualche annuario degli anni passati, con le firme degli studenti; due o tre foto in cornice; vecchi libri di testo, buste di plastica, quaderni di appunti. Aveva anche una tovaglietta di vimini, una scodella e un paio di bacchette nella loro custodia: le sciacquò velocemente sotto l’acqua e infilò tutto alla rinfusa nella scatola. Nell’armadio comune ritrovò il camice per le esercitazioni di fisica che aveva comprato un mese dopo essere stato assunto e aveva usato in tutto tre volte. Il resto ce l’aveva nella borsa: l’astuccio, il libro di esercizi, l’ombrellino pieghevole.
Guardò la parte vuota della scrivania che aveva condiviso con Mezaki e pensò alle parole “soluzione temporanea”. Un righello era messo di traverso, come a marcare il confine fra le due metà del tavolo. Era un righello da disegno di metallo, lungo un metro. Hiro l’aveva usato qualche volta alla lavagna per le dimostrazioni di trigonometria. Era convinto dell’importanza del disegno per capire le quantità in gioco in un problema e il modo di manipolarle. Non avrebbe saputo dire se il righello fosse di Mezaki o della scuola, ma lo raccolse comunque e lo infilò nella scatola di traverso, lasciandolo uscire dal coperchio. Fece un cenno di saluto ai due colleghi. Yamano era come sempre troppo impegnato a seguire il filo del suo discorso; soltanto Sakaguchi diede segno di averlo visto e sorrise appena, ma si corresse subito e finse di guardare qualcosa alle sue spalle.
Hiro lasciò la sua scuola mentre suonava il campanello della quinta ora. Era una bella giornata di sole, piuttosto calda per la stagione. Incrociò un paio di studenti ritardatari di ritorno dal pranzo in uno dei fast food della zona. Doveva avere lezione in una prima, quel pomeriggio. Si chiedeva chi avrebbe preso il suo posto. Il preside non gli aveva parlato di un sostituto, e del resto era improbabile che potesse averlo trovato in così breve tempo. Era successo tutto nell’arco di una mattinata: non più di cinque ore prima, arrivando, Hiro aveva visto Mezaki bisbigliare qualcosa a uno degli insegnanti nuovi di cui Hiro non ricordava ancora il nome, e zittirsi non appena Hiro era giunto a portata d’orecchi; la stessa scena si era poi ripetuta fra Miwa e Fukuyama durante un cambio d’ora. Non ci voleva un genio a capire che il conto alla rovescia era iniziato. Quel che Hiro non capiva era che cosa l’avesse fatto partire: solo a mezzogiorno, durante l’ora buca, gli era capitato sotto gli occhi il Chugoku e tutto gli si era chiarito in un attimo. Prima ancora che potesse preoccuparsi o ragionare sul da farsi che il preside l’aveva convocato d’urgenza nel suo ufficio.
La congiura del silenzio era scattata con efficacia allarmante.
La voce doveva aver preceduto di qualche giorno la pubblicazione dell’articolo. Hiro non credeva che il preside avesse lasciato trapelare la notizia intenzionalmente: aveva già le sue preoccupazioni, non ultima la ricerca di un sostituto, appunto. Non si potevano certo rimandare gli studenti a casa senza una spiegazione, e qualsiasi spiegazione esplicita rischiava di compromettere la reputazione della scuola più ancora dell’articolo stesso. No, Shindo doveva essersi accordato con qualcuno degli interni perché si prendesse carico delle classi di Hiro, almeno per la settimana in corso, finché non si fosse capito che piega che avrebbero preso le cose. Di qui bastava un attimo perché tutti, perfino i bidelli, venissero a saperlo.
Non si poteva neppure escludere che il giornalista che aveva scritto il pezzo avesse un contatto all’interno della scuola. L’articolo era forzosamente laconico (tutti i nomi erano omessi, per ovvie ragioni) ma lasciava intendere una fonte ben informata sui fatti, più di quanto si volesse rivelare. Il meglio, si intuiva, doveva ancora venire. Se le cose stavano così, non era difficile prevedere che politica avrebbe tenuto la scuola: liquidare a tutti i costi la mela marcia per evitare lo scandalo. Mentre andava a prendere il tram, Hiro pensava alla faccia del preside, la buona faccia rotonda che conosceva dai tempi dell’università. Erano passati pochi minuti e già non riusciva a ricostruire che espressione avesse nel momento in cui l’aveva congedato.
Come ogni giorno fece a piedi la strada fino alla fermata di Chuden-mae, la scatola stretta al petto, il righello dritto come una bandiera. La scuola rimpiccioliva alle sue spalle e con essa il caos della mattinata, sommerso e annullato dal traffico. Quel pacco esibito come un trofeo attirava l’attenzione dei passanti, ma a Hiro non importava. Alla fermata dovette attendere solo un paio di minuti. A quest’ora la linea era molto meno frequentata e Hiro riuscì pure a sedersi. Appoggiò la borsa sulle ginocchia e la scatola sopra la borsa e si lasciò andare al moto che accomunava passeggeri e oggetti ad ogni scarto del vagone, come boe sul pelo dell’acqua.
A Hondori Hiro scese dalla linea blu e prese il tram della nuova viabilità. Anche qui la carrozza era semivuota. Due studentesse in uniforme guardavano assieme lo schermo di uno stesso telefono e ogni tanto scoppiavano a ridere fragorosamente. Hiro chiuse gli occhi. Per la prima volta si chiese che cosa si aspettasse da lui la scuola, il preside e gli altri insegnanti. Non esistevano molti modi per cavarsi d’impaccio, e tra questi solo uno poteva dirsi davvero elegante. Ricacciò l’idea e decise di pensarci con calma quando fosse arrivato a casa. Salirono due impiegati e le porte si chiusero. Hiro aprì gli occhi. Fu allora che notò la vecchia.
Era seduta dall’altro lato del corridoio. Era piccola e tutta rannicchiata su sé stessa, lo sguardo fisso davanti a sé, e – cosa particolarmente rilevante – non aveva neppure un capello in testa. Il suo riflesso era appena visibile sul finestrino alla destra di Hiro. Quando il tram si mise in moto, il riflesso si sovrappose all’immagine di una ragazza che camminava a passo svelto sulla banchina. Per un attimo i capelli della ragazza si ritrovarono sulla testa della vecchia: erano lunghi e colorati artificialmente di un rosso troppo intenso. Quando il tram prese velocità e i due visi si separarono, fu un sollievo che i capelli restassero sul capo della ragazza e non seguissero la vecchia. La sua calvizie non aveva bisogno di correzioni.
Le studentesse non avevano smesso di ridere e anzi ora parlavano apertamente ad alta voce. Hiro aggrottò le sopracciglia. Dovette attendere che il tram scivolasse sotto terra per riprendere lo studio della vecchia. Nel buio della galleria il riflesso di lei spiccava nettissimo, praticamente di fronte a Hiro. Doveva avere almeno ottant’anni. Indossava una camicetta da bambina sotto un cardigan blu ben abbottonato. Anche i pantaloni erano blu. Le ginocchia erano strette l’una all’altra e istintivamente contratte verso il petto, di modo che i piedi non arrivavano neppure al pavimento. Stringeva qualcosa in grembo; una borsetta o un fazzoletto arrotolato, Hiro non era in grado di dirlo. Il moto del tram la faceva ondeggiare avanti e indietro attorno all’unico punto di appoggio, ma gli occhi rimanevano fissi e concentrati. La vecchia pareva oscillare attorno al perno di quello sguardo. Le rughe del viso si spianavano di colpo in cima alla fronte, lasciando il posto a una calotta perfettamente liscia, appena punteggiata di macchioline marroni. Due emisferi dalla storia geologica opposta.
Che cosa aveva prodotto quella calvizie così sublime? Hiro non sapeva dirlo. Se fosse stata l’effetto di una chemioterapia avrebbe dovuto coinvolgere anche le sopracciglia, che invece erano bianche e cespugliose, volgari al confronto. Protetto dall’interfaccia del vetro, Hiro si lasciò assorbire nella contemplazione del mistero. Si chiese dove avesse già visto una donna così perfettamente priva di capelli. Ebbe un moto di fastidio quando uno degli impiegati si alzò in piedi per togliersi la giacca e prese a ciondolare avanti e indietro per il corridoio, bloccando in parte la visuale. Si chiedeva che cosa rendesse i capelli così necessari all’aspetto di una persona. Ma lo erano veramente? Che qualità doveva avere una testa per poterne fare a meno? Non avrebbe saputo dirlo. I neonati possedevano la giusta qualità, e anche le persone molto anziane, ma era difficile estrarre un senso da questa coincidenza.
A quarantadue anni Hiro aveva ancora tutti i capelli in testa e ne andava fiero, benché li tenesse molto corti. Almeno una volta alla settimana orientava il doppio specchio appeso al mobiletto del bagno in modo da riuscire a vedersi la nuca, per escludere qualsiasi principio di caduta. Miwa, che aveva un anno meno di lui, era completamente pelato. Hiro non aveva mai visto un capello su quella testa da quando si erano conosciuti. Si poteva intuire che qualche pelo gli era rimasto sopra le orecchie, ma per Miwa era evidentemente un punto d’onore riuscire a cancellare del tutto anche quella traccia. Ad ogni modo, la calvizie degli adulti era tutt’un altro discorso rispetto a quella dei vecchi e dei bambini. Anche quand’era del tutto spontanea, Hiro non poteva fare a meno di considerarla come l’effetto di una scelta, consapevole o meno. Essere adulti significa avere pieno controllo della propria vita; non si poteva escludere che lo sforzo per ottenere questo controllo arrivasse ad influenzare inconsciamente anche i processi metabolici e fisiologici. Hiro non aveva mai considerato la questione prima d’allora, né aveva le conoscenze per farlo, ma la teoria lo convinceva. Al contrario, la calvizie dei vegliardi e dei poppanti era l’esatto opposto di una scelta. Solo per questo era coerente e giustificata in sé stessa.
Ora Hiro si sentiva stranamente in pace. Fisicamente stava benissimo: il dolore al nervo sciatico che l’aveva accompagnato per tutto l’ultimo mese era sparito. Il suo corpo funzionava ancora alla perfezione. Non aveva mai avuto bisogno degli occhiali. La sua forza d’animo era evidente maggiore di quanto lui stesso avesse sospettato. Purtroppo non era in grado di sottrarsi alla legge d’inerzia, e perciò quando inclinava il busto per guardare meglio il riflesso sul vetro si ritrovava ad oscillare come tutti, a sbalzi e contraccolpi. Anche alle fermate il movimento continuava, probabilmente trasmesso per via sotterranea dagli altri mezzi in moto sullo stesso binario: una vibrazione incessante, appena percettibile, che saliva dal profondo.
La vecchia calva scese a Shin-Hakushima. Hiro avrebbe dovuto proseguire fino alla fermata successiva per arrivare a casa, ma come la vide muoversi si alzò anche lui e la seguì senza pensarci due volte.
Non voleva certo spaventarla. Quando vide che la vecchia puntava verso l’uscita seguendo accuratamente la linea tracciata sul pavimento si spostò dall’altro lato della banchina e la tenne d’occhio da lontano, tra una colonna e l’altra. La vecchia si muoveva a scatti, con piccoli gesti da criceto. Teneva le mani ancora strette a proteggere l’oggetto che portava con sé; Hiro, che la osservava di spalle, non riusciva a capire di che cosa si trattasse. La stazione era quasi deserta. Anche con la borsa a tracolla e la scatola in mano, Hiro non aveva problemi a starle dietro. Prevedendo che lei avrebbe preso l’ascensore scelse le scale e l’aspettò sul tramezzo che correva sopra i binari, appoggiato al parapetto, fingendo di guardare giù. Dopo un minuto la vecchia passò dietro di lui, sempre stringendo il suo fagotto segreto. Hiro le diede un po’ di vantaggio.
Si ritrovarono al binario della linea Sanyo. All’arrivo del treno Hiro salì sul vagone accanto a quello dove era salita la vecchia e rimase in piedi per poterla controllare attraverso le porte a vetri. Un uomo di mezz’età seduto a pochi centimetri da lui stava leggendo il Giornale del Chugoku. Hiro rabbrividì. Tornò a concentrarsi sulla vecchia, che da questa distanza poteva sembrare una bambina sfortunata. Nessuno faceva caso a lei, o forse tutti si sforzavano di non guardarla direttamente, pelata com’era. La vecchia scese alla stazione centrale. Hiro si gettò fra la folla che entrava nel vagone e riuscì a raggiungerla sulla scala mobile.
Ora la scatola che portava con sé gli era d’ingombro. La stazione centrale era affollata come ogni giorno e bisognava immettersi nelle giuste correnti, cosa che la vecchia riusciva a fare in modo istintivo. Nell’atrio principale Hiro andò a sbattere contro la schiena di un turista americano e per poco non rovesciò tutto il contenuto della scatola. Si scusò distrattamente, senza smettere di guardarsi attorno. Era bastato un attimo: la vecchia era scomparsa.
Pensò che fosse andata a nord, verso il terminal dell’alta velocità: era quella la direzione in cui l’aveva vista muoversi un attimo prima. Arrivò di buon passo all’altro capo della stazione. Niente. Sembrava essersi dissolta nel nulla. A pensarci bene, era palesemente assurdo che una donna di quell’età, sola e senza neppure una giacca addosso, decidesse di prendere un treno a lunga percorrenza. Hiro ritornò di corsa sui suoi passi, buttando l’occhio dentro i negozi e nei corridoi laterali. Gli oggetti rimbalzavano dentro la scatola, mentre il righello si era adagiato su un lato ed era sul punto di cadere. Hiro si fermò per riprendere fiato. Appoggiò la scatola per terra. Ormai c’era poco da fare.
Aspettò fermo nello stesso punto per cinque minuti, mentre i passanti gli scivolavano attorno, chiedendosi che cosa dovesse fare. I nomi delle destinazioni si avvicendavano sul tabellone luminoso senza che Hiro riuscisse a decifrarli. A un tratto si riscosse. Erano quasi le tre e dieci: a scuola stava per finire la sesta ora. Presto gli studenti sarebbero tornati a casa e avrebbero detto ai genitori che il professor Uesaka non si era presentato. I genitori che avevano letto il giornale avrebbero fatto due più due, e la notizia, finalmente corredata del particolare più importante – il nome del colpevole – avrebbe fatto il giro della città. Hiro credette di vedere la sua vecchia, in lontananza, ma capì in un attimo che si trattava di un uomo. Lesse qual era il primo treno in partenza: regionale per Kure, ore 15:08, in arrivo al binario 3. Fece il conto di quanto gli rimaneva sulla carta prepagata e subito sorrise del proprio automatismo. Scese al binario proprio mentre il treno stava arrivando. Salì, posò la scatola e la borsa sul sedile, si sedette contro il finestrino e chiuse gli occhi.

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