Per un tratto insieme

Roberto Cogo, haiku e Zen garden

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L’haiku è un genere di poesia giapponese che dal dopoguerra in poi ha ottenuto un crescente riscontro anche in Occidente. Le regole di composizione sono apparentemente semplici: tre versi di cinque, sette, e cinque sillabe – uno schema particolarmente adatto alla lingua giapponese, in cui le sillabe sono piuttosto “morae” (unità di tempo prosodico) e i tre versi sono generalmente composti in un’unica riga. È difficile immaginare forme più contenute. Eppure, all’interno di un universo così limitato, una grande tradizione estetica ed etica (che parte dai maestri giapponesi del settecento per arrivare allo sperimentalismo contemporaneo, fertile soprattutto in America) ha prodotto risultati che rientrano a buon diritto in ogni ipotetica antologia della letteratura universale.
Anche in Italia l’interesse per l’haiku ha raggiunto ormai una piena maturità, oltre il mero esotismo degli inizi, e la forma poetica è diventata un veicolo di espressione importante, se non privilegiato, per una crescente comunità di haijin (autori di haiku, secondo la definizione originale). Ne ho parlato con Roberto Cogo, prendendo lo spunto dal suo volume Zen Garden, il cui valore, come vedremo, non è soltanto letterario.

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