Solo quando il paraurti anteriore della sua Toyota RAV4 2.0 AWD toccò il paraurti posteriore della Peugeot 508 che la precedeva Giancarlo C notò i tre palloncini sopra il tettuccio dell’auto, gonfi e ballonzolanti: simili a palloni pubblicitari, un metro di diametro ciascuno, ma opachi, grigio sporco nella luce annebbiata dei lampioni. Attraverso il lunotto vide una donna anziana sul sedile posteriore, voltata di tre quarti, un occhio bloccato nell’espressione che precede lo spavento e rivolto a lui, Giancarlo C. La sua mente risentì della decelerazione in anticipo sul corpo e fu catapultata nell’abitacolo della Peugeot in tempo per immaginare i discorsi dei suoi occupanti al momento del contatto: marito, moglie e suocera, probabilmente; persone qualsiasi, non particolarmente intelligenti o ricche o felici, sgradevolmente sconosciute; le solite discussioni sulle commissioni prenatalizie ancora da sbrigare; un arbre magique verde e rosso dall’odore indescrivibile appeso allo specchietto retrovisore e ancora immobile; una moneta da cinquanta centesimi nel portaoggetti vicino alla leva del cambio; borse della spesa ripiegate sotto il sedile del passeggero. All’idea di entrare di soprassalto nella sfera privata di queste vite Giancarlo C ebbe un conato di vomito.
In un millesimo di secondo, ricordò di aver già visto i palloncini in almeno due occasioni, nel corso dell’ultima settimana. Lunedì mattina aveva incrociato uno studente sulla scala di Santa Maria Maggiore accovacciato ad allacciarsi una scarpa senza togliersi i guanti: non ci aveva fatto caso se non per dirsi a livello preconscio che era piuttosto strano per uno studente andare in giro con un palloncino legato allo zaino. Lo studente aveva bestemmiato ad alta voce e si era strappato un guanto coi denti e l’aveva gettato lontano; proprio allora il palloncino grigio che veleggiava sopra la sua testa si era staccato dal filo ed era sfuggito verso l’alto, scomparendo alla vista. Il secondo episodio si era verificato due giorni dopo in Via Carducci. Un africano con la sciarpa e il berretto rossi e un fascio di libri e calendari sottobraccio aveva abbordato una passante, una trentenne minuta in cappotto lungo e tacchi alti (Giancarlo C la vedeva di spalle, a un passo di distanza): l’africano aveva allungato un libro con la mano libera, senza aprir bocca, e la donna aveva bruscamente scartato a sinistra incrociando i piedi, rigida come un meccanismo caricato a molla, tracciando un semicerchio nel percorso altrimenti diritto – un movimento che lo stesso Giancarlo C si era visto costretto ad imitare per non andare a sbattere contro la donna. Entrambi, la passante e il venditore, avevano un palloncino grigio legato al polso. Nel momento di interazione-non interazione i palloncini si erano sfilati ed erano volati via.
La prima reazione di Giancarlo C fu di semplice stupore: stava accadendo qualcosa che non aveva previsto, qualcosa che solo un istante prima non esisteva se non come possibilità e che adesso non aveva modo di fermare. Il paraurti della Peugeot si insaccò sotto la spinta e l’auto sollevò coda, mentre la Toyota rispose all’arresto sobbalzando e deformandosi. Giancarlo C udì il lamento rallentato del metallo in contorsione. Si vide proseguire lungo la traiettoria inerziale, le braccia e mollemente liberate dal vincolo della gravità (era come se la sorgente della gravità si fosse spostata in avanti rispetto alla verticale e ora lo attraesse da una direzione parallela a quella del piantone dello sterzo), il telefono da cui aveva appena sollevato gli occhi anch’esso improvvisamente libero di volare chissà dove. I palloncini sospesi sopra la Peugeot erano impassibili al moto come solo gli oggetti goffi ed ingombranti sanno essere, fermi a mezz’aria mentre il tettuccio dell’auto andava loro incontro, i fili non più in tensione e sul punto di slegarsi. Prima di chinare lo sguardo, Giancarlo C vide l’occhio della donna anziana sul sedile posteriore della Peugeot dilatarsi in un implicito “non può essere vero” o meglio ancora “TROPPO TARDI” sgranato in tutte maiuscole. Troppo tardi, sì, per decidere di aspettare la prossima sosta prima di controllare i messaggi in arrivo; troppo tardi soprattutto per allacciare la cintura.
Il mistero non era tanto perché i palloncini sfuggissero, ma perché entrambe le parti in gioco nell’urto subissero lo stesso effetto. Sia la passante che il venditore avevano perso il proprio. Secondo ogni plausibile concetto di giustizia, solo il colpevole avrebbe dovuto subire la punizione: e invece anche ora i palloncini della Peugeot tamponata stavano per prendere il volo. Per non parlare del ragazzo: in quel caso, chi era la vittima? Giancarlo C ripensò il sermone evangelico delle pecore e dei capri – avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere – oppure, simmetricamente, non mi avete dato nulla; bianco o nero; destra o sinistra; letizia o stridor di denti. E la gente di mezzo? Gli incroci, i non-proprio-pecore-ma-non-del-tutto-capri che nell’immaginazione di Giancarlo C popolavano il largo spazio fra le braccia spalancate di Cristo – di qua o di là: quelli che fine avrebbero fatto? Coloro che almeno di tanto in tanto si sono rifiutati di offrire da mangiare o da bere, o di curare l’ammalato, vestire l’ignudo eccetera; coloro che magari non sempre ma abbastanza spesso hanno imprecato contro la riottosità degli oggetti o scansato un problema etico o scansato coloro che scansavano un problema etico o risposto a un messaggio mentre erano alla guida: sarebbero rimasti eternamente in attesa di un destino? La domanda lo colse nei due millisecondi in cui l’airbag avrebbe dovuto apriglisi in faccia e non lo fece. Lo scenario di una decelerazione improvvisa si poteva curiosamente leggere come il caso più estremo di riottosità degli oggetti o come una totale liberazione da quest’ultima. La testa di Giancarlo C entrò nel fascio di luce che spioveva quasi verticale dal lampione in mezzo alla rotatoria di ingresso al centro commerciale attraverso il parabrezza ancora intatto. La Peugeot aveva raggiunto il massimo di elevazione cinquanta centimetri sopra la posizione di riposo e si apprestava a ridiscendere sul cofano già in parte accartocciato della Toyota. Non c’era più traccia della signora anziana nel riquadro visibile di lunotto.
Fu in quella posizione che Giancarlo C pregò. Ripeté mentalmente le tre parole liberaci dal Male che da almeno vent’anni non pronunciava né ad alta né a bassa voce. Il Male era il senso di nausea provato all’idea di dover collidere con tre vite banali quanto la sua, i fastidi che ne sarebbero derivati per tutti a pochi giorni da Natale e il senso di colpa per aver pensato innanzitutto al proprio, di fastidio; era l’abbandono al piacere della decelerazione; era la domanda sul perché la Peugeot non fosse entrata nella rotatoria e fosse rimasta invece piantata in mezzo alla strada, come se l’urto fosse dovuto a questo e non ai novanta chilometri orari della Toyota dove c’era il limite dei cinquanta e alla non assoluta attenzione alla guida di Giancarlo C, diciamo così. Una possibile formulazione alternativa della preghiera era liberaci dall’ambiguità morale che non spetta a noi risolvere, almeno per un giorno: quella forma di gravità al contrario che strappava la colpa di mano e la portava in alto, verso il cielo, dove diventava irredimibile. Fu allora che attraverso il vetro Giancarlo C vide per la prima volta il proprio palloncino, in bilico sopra il tettuccio della Toyota, lo stesso palloncino che a sua insaputa gli era sfuggito già due volte nell’ultima settimana quando aveva incontrato il ragazzo e la passante e il venditore; palloncino che ora diventava sempre più grande e grigio a coprire il lampione e la girandola di luci natalizie in tutte le direzioni. Giancarlo C chiuse gli occhi di riflesso.
Era ancora in parte cosciente quando lo disincagliarono dalla sua nuova posizione fra volante e parabrezza, là dove la sua testa aveva aperto una ragnatela curiosamente regolare di fratture nel vetro. Nessuno fra i vigili del fuoco e i paramedici che si scambiavano concitate informazioni in codice sullo stato delle diverse persone coinvolte sembrava aver visto i palloncini ancora appesi alle due auto. Non erano volati via ed è per questo, forse, che il viso insanguinato di Giancarlo C ancora sorrideva.

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