Che la teoria più convincente sul comportamento di KIC2 2606140804 “Caleidoscopio” sia stata pubblicata il primo di aprile (arXiv:3804.00098) la dice lunga sull’intento ironico dei suoi autori – ed è un’ironia al quadrato che da allora nessun altro abbia proposto una spiegazione alternativa capace di dar conto di tutti i dati osservativi. Vien quasi da chiedersi se Custard, Malcolm e Balthusian non volessero in realtà proporre un’interpretazione seria e si siano serviti di un’escamotage per ottenere in qualche modo attenzione dalla comunità scientifica; se così fosse, la maggior parte di quelli che hanno riso leggendo l’articolo avrebbero riso di sé stessi. È un’illazione – come vedremo – non priva di fondamento.
La particolarità di Caleidoscopio1 non è certo il suo doppio spettro; un’altra dozzina di stelle, ad oggi, mostrano la stessa peculiarità. Nel caso in questione lo spettro aggiuntivo, apparso all’improvviso quattro anni fa in sovrapposizione a quello della stella in quiescenza, è chiaramente identificabile come uno spettro di supernova Ia, compatibile con una distanza di luminosità fra gli 11 e i 13 megaparsec. Come negli altri casi si è pensato a un allineamento fortuito fra due oggetti, discernibile solo grazie alla sensibilità dei moderni telescopi di classe ELT. Peccato solo che la traccia supernova in questione, anziché svanire in breve tempo sotto la soglia di rilevabilità, abbia continuato ad esplodere e riesplodere di tre mesi in tre mesi, sempre con la stessa magnitudine e la stessa curva di luce; un comportamento che diversi autori oltre a C, M & B, hanno descritto come «sconcertante» e improntato a una «sospetta intenzionalità».
I nostri ovviamente supportano con entusiasmo l’idea che il secondo spettro di Caleidoscopio sia artificiale. «Se possiamo credere all’esistenza di mega-strutture (sfere di Dyson e roba simile) in grado di schermare a piacimento l’emissione di una stella, come nel caso poi altrimenti chiarito di KIC 8462852, non c’è motivo di accettare che tali strutture possano anche trasmettere segnali luminosi»: una specie di faro interstellare, insomma, che rimanda a intervalli fissi lo spettro di un altro oggetto – un “filmato” della supernova in esplosione (che a questo punto potrebbe trovarsi da qualsiasi parte del cielo) a beneficio di chiunque voglia bearsene. È qui che C, M & B azzardano la prima stravaganza: il messaggio, se è veramente tale, argomentano, può essere diretto soltanto a noi: al pianeta Terra, al genere umano. Una civiltà in grado di trasmetterlo, per quanto avanzata, non avrebbe interesse a sprecare quantità inimmaginabili di energia diffondendola su 4π steradianti – deve per forza aver scelto una o più direzioni privilegiate, collimando bene il fascio. Il fatto che siamo in grado di vedere la supernova è dunque una prova che per qualche motivo dobbiamo vederla; prova debole, forse, ma suggestiva. La prova più forte è ovviamente il periodo. Il filmato dura esattamente un quarto dell’anno terrestre (la misura ha un’accuratezza preoccupante); di certo non è un caso. Questo esclude automaticamente un altro destinatario: «Chi ha inviato il segnale ci conosce molto bene e ha calcolato a perfezione tempi e modi della trasmissione perché potessimo decifrarne il carattere volontario». Caleidoscopio si trova a 324 ± 2 parsec dal sole (1056 ± 7 anni-luce); se il filmato è reale e non “girato in studio”, i “Caleidoscopici” non possono aver osservato la supernova più tardi di 10 o 11 secoli fa, ed è probabile che nel frattempo la luce dell’astro sia giunta fino a noi indipendentemente – in un’epoca in cui ovviamente non avevamo i mezzi per osservarla.
I lettori più informati avranno già capito dove i nostri vogliono andare a parare. Un controverso articolo di Bacon dello scorso anno afferma che lo spettro di Caleidoscopio non sarebbe in realtà doppio ma triplo (tale aspetto continuamente cangiante giustificherebbe, in qualche modo, il soprannome della stella). Dati raccolti da EELT CAESAR nell’arco di otto mesi mostrerebbero che la “supernova ciclica”, già di per sé piuttosto pallida, contiene nel suo spettro la traccia di un altro segnale – si direbbe filtrata, in una particolare fase del suo periodo, attraverso un’atmosfera planetaria. Manco a dirlo, l’atmosfera in questione apparirebbe ricca di vapore acqueo e in tutto simile a quella della Terra. Ancora una volta C, M & B accettano senza batter ciglio la spiegazione più estrema: l’atmosfera è quella della Terra; la supernova sarebbe esplosa alle nostre spalle, non alle spalle di Caleidoscopio, e i Caleidoscopici avrebbero avuto la fortuna di osservarne la curva di luce esattamente in corrispondenza di un transito terrestre. Il filmato è girato puntano la telecamera verso di noi. Per suffragare l’azzardo, C, M & B chiamano in aiuto il Rev. Bayes: date le nostre conoscenze di evoluzione stellare e planetaria, l’ipotesi del transito appare, ad una rozza analisi, ben più probabile di quella del pianeta gemello. Nondimeno, riconoscono che «un insieme così intricato di combinazioni appare – se ci perdonate il facile calembour – un segno del cielo». Del cielo o della loro proclività alle spiegazioni fantasiose, si potrebbe aggiungere.
Ed ecco infatti il coup de théâtre: come armonizzare le magnitudini osservate della supernova e dell’atmosfera terrestre? Se si ipotizza che il punto di osservazione sia Caleidoscopio, i conti non tornano. In una configurazione di questo tipo

caleidoscopio_1.jpg

bisogna assumere che entrambi i segnali siano stati amplificati, altrimenti l’atmosfera non sarebbe visibile in emissione (data la distanza di Caleidoscopio). Ma allora la supernova dovrebbe essere molto più distante, tra i 16 e i 18 megaparsec, e dovrebbe con tutta probabilità mostrare uno spettro spostato verso il rosso, cosa che in effetti non si osserva (lo spettro è piuttosto spostato verso il blu ed è compatibile con una velocità di avvicinamento di circa 400 km/s). Secondo C, M & B è molto più ragionevole che i segnali siano stati ridotti anziché amplificati, e che la supernova sia esplosa molto più nei paraggi, «probabilmente nella Galassia di Andromeda»2. Bisogna in tal caso spostare il punto di osservazione. «Chiaramente, il segnale che riceviamo da KIC2 2606140804 non è stato raccolto su KIC2 2606140804, ma in un altro luogo». La configurazione che propongono è la seguente (non in scala):

caleidoscopio_2

I Caleidoscopici non sarebbero dunque tali ma abiterebbero molto più vicini a noi, in corrispondenza del doppio punto di domanda; la stella fungerebbe unicamente da “proiettore”. La geometria del sistema è così completamente determinata. Non solo: se la supernova è esplosa a così breve distanza, è ragionevole pensare che tempo fa sia stata visibile dalla Terra a occhio nudo, come una stella di seconda o terza grandezza.
Quanto tempo fa? «Un semplice calcolo trigonometrico basato sulle assunzioni fin qui discusse3 mostra che il punto ⁇ si trova a 296 ± 9 parsec (965 ± 30 anni luce) da Caleidoscopio e a 6 ± 2 parsec (20 ± 6 anni luce) dalla Terra» – praticamente dietro casa. La luce impiegherebbe in tutto 2041 ± 42 anni a compiere il percorso tratteggiato in figura (immaginando che venga ritrasmessa da ⁇ verso Caleidoscopio subito dopo essere stata osservata, cosa che i nostri non si sognano di discutere). La luce della supernova sarebbe insomma giunta sulla Terra tra il 45 a.C. e il 40 d.C., con il 3 a.C. come data più probabile.
L’implicazione è evidente. Custard, Malcolm e Balthusian non la esplicitano, perché non occorre. È la stessa procedura a sconfessarla (a dispetto della barra d’errore): le molteplici discutibili assunzioni, il desiderio di far quadrare il modello a tutti i costi usando il risultato come chiave di volta dell’argomentazione – l’intero approccio non è scientifico ma scopertamente fideistico. Più di qualcuno ha notato, fra le parole-chiave poste in incipit all’articolo, la clausola “Religione: Studi Evangelici”. Sembrerebbe il solito pesce d’aprile. Eppure c’è qualcosa che stona, nel paragrafo conclusivo, per stile e contenuto. «Comunque la si metta, l’idea che esista una civiltà in grado di stabilire un avamposto a così breve distanza dal Sistema Solare e di rimanervi celata fino ad oggi – che tale civiltà sia abbastanza avanzata da orchestrare, nell’arco di due millenni, un ingegnoso sistema di comunicazione al solo scopo di farci riosservare un evento che la nostra scienza era troppo immatura per cogliere nella sua pienezza quand’era visibile – che abbia usato una stella lontana come antenna, pur di dilatare i tempi e darci modo di sviluppare le tecnologie necessarie a rilevare il fenomeno – che con assoluto tempismo tali tecnologie abbiano visto la luce giusto qualche anno prima dell’arrivo del segnale – che il segnale stesso riveli un’improbabile allineamento tra sorgente, latore e destinatario: tutto ciò conferisce all’evento un carattere di solennità e unicità che non si può facilmente liquidare come accidentale. Chiunque ci stia parlando è perfettamente conscio dell’importanza di quel che vuol dirci e non si vergogna di mostrare il proprio entusiasmo». È il tono nient’affatto scherzoso di qualcuno che crede a ciò che dice. «Ci siamo incamminati in quest’analisi senza sapere dove ci avrebbe condotto; ora ci rimettiamo alla comunità perché ci aiuti ad interpretare il segno, correggendo eventuali errori e sviluppando i dettagli ancora incerti».
Che la teoria spieghi tutte le osservazioni è innegabile. Il modo in cui le spiega è tuttavia risibile, a meno di non accettare un cambio radicale di paradigma. A otto mesi di distanza l’articolo non ha avuto risposta, né seria né faceta. L’esistenza di un intelligenza oltreumana è data a tutt’oggi come non provata. Natale si avvicina; il doppio spettro di Caleidoscopio ha quasi concluso il suo sedicesimo ciclo e si avvia a cominciarne un altro: irrisolto, forse inascoltato, imperterrito.

Scientific American, dicembre 2038

(3 di 4)


  1. Ringraziamo di cuore chi ha pensato di battezzare in modo simpatico (se non proprio calzante) una stella che altrimenti avremmo continuato a chiamare con un numero telefonico dello Zambia. ↩︎
  2. «Vista la preferenza della civiltà aliena per il numero quattro (4 cicli del filmato per ogni rivoluzione della Terra) appare suggestiva l’ipotesi che il fattore di riduzione del segnale sia 44 = 256: quanto basta per portare la distanza della supernova da 11-13 a 0,7-0,8 megaparsec» ↩︎
  3. Cioè: supernova nella galassia di Andromeda; fattore di riduzione del segnale 256. ↩︎
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4 pensieri su “20 * C+M+B * 38

  1. Non ho ancora deciso se sia un racconto natalizio o apocalittico, comunque la parte dei calcoli l’ho letta come se fosse una technobabble di Star Trek.
    Sono quasi sicuro che mi sfugga qualche gioco matematico o logico dietro ai numeri e alle lettere

    1. Il gioco matematico è tutto nella combinazione di indizi che permette di capire la direzione della supernova, la distanza della civiltà aliena da noi e di conseguenza l’epoca in cui la supernova doveva essere visibile dalla terra. Speravo che il technobabble non distraesse troppo da questo punto. E un racconto di Natale non è quasi per forza un racconto apocalittico? 😉

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