Angelo Gabrieli annuiva.
Maria Nazzari spiegava che per una questione di correttezza, essendo ormai arrivata alla dodicesima settimana, aveva pensato di– e che comunque non sarebbe venuta meno ai suoi impegni, che avrebbe potuto continuare a lavorare fino alla fine, cioè, dopotutto stava bene, non aveva neanche avuto le nausee, e il lavoro le piaceva, non era troppo faticoso.
Gabrieli annuiva ancora, i gomiti appoggiati sui braccioli della sedia, le dita intrecciate di fronte al viso.
Maria lucidava con gli occhi lo spigolo della scrivania di mogano di Gabrieli.
E quando scadeva il suo contratto?
Anche di questo voleva parlargli, visto che mancava ancora una settimana e non aveva ancora avuto notizie riguardo al rinnovo che le era stato promes–
Gabrieli diceva che in verità la sua collaborazione con la Ridol SpA era stata concepita fin dall’inizio come temporanea, questo lo sapeva anche lei.
Maria diceva che veramente.
Un accordo tra galantuomini, erano sempre stati chiari su questo punto.
Che però, diceva Maria, andava inteso come periodo di prova in vista di una probabile assunzione, così le sembrava di ricordare, visto che comunque la ditta aveva bisogno di una persona nella sua posizione e che l’ufficio personale era sempre sommerso di lavo–
Gabrieli scioglieva le mani e alzava un indice a mezz’aria, non proprio di fronte alle labbra ma quasi.
Maria abbassava gli occhi.
Gabrieli diceva che aveva anche lui due figli e sapeva che cosa voleva dire, i bambini richiedono molte energie, soprattutto da piccoli, e quando crescono poi chiedono il conto, sapeva?, bisogna dedicarsi al cento per cento, altrimenti.
Maria taceva.
E la donna voglia o no ha sempre il carico di lavoro maggiore, non per essere sessisti ma è così. Che non credesse– a lui, Gabrieli, era capitato più di una volta di trovarsi in questa precisa situazione, e proprio per il bene della donna, preferiva– Sì, è vero che la donna in questione assicurava, lavorerò, ce la farò, ci mancherebbe, ho mia madre che mi aiuta, ma tutti e due sapevano che in realtà– Ed era la scelta migliore per entrambi, davvero.
Maria taceva ancora.
E comunque, quando doveva nascere il bambino?
Verso Natale, rispondeva Maria.
Verso Natale.
Potenza ipnotica dello spigolo del tavolo.
C’è sempre la maternità dell’INPS, diceva Gabrieli.
Maria rispondeva che veramente per fare domanda bisognava che avesse lavorato almeno fino a sessanta giorni prima della data di inizio del congedo, si era già informata.
Gabrieli diceva che mh.
Maria diceva che sì, aveva cercato sul sito, aveva anche parlato al telefono con l’impiegata, il congedo è garantito soltanto alle lavoratrici dipendenti o apprendiste o impiegate eccetera, e alle donne in mobilità o in cassa integrazione, mentre invece se la donna è disoccupata deve dimostrare di aver lavorato fino a sessanta giorni prima del congedo, a meno che non abbia versato all’INPS ventisei contributi settimanali negli ultimi due anni, che non era il suo caso, purtroppo, e anche così il limite si estende a centottanta giorni, comunque non abbastanza.
Gabrieli si grattava il pizzetto.
Maria diceva che quindi.
In ogni caso suo marito lavorava, vero?
Non era sposata.
Ah.
Comunque sì, il suo ragazzo lavorava in un mobilificio, anzi, avevano aperto un nuovo stabilimento, c’era la possibilità che lo trasferissero entro fine anno.
Gabrieli annuiva.
Dovevano sposarsi a settembre.
Gabrieli diceva che be’, allora cominciava una nuova vita, no, e intanto tendeva la mano destra sopra la scrivania.
Maria rimaneva seduta.
Perché in queste cose bisogna essere un po’ fatalisti, può darsi fosse un segno del cielo, o del destino se preferiva, non era il caso di scoraggiarsi, tutto il contrario.
Maria si alzava in piedi.
Che il periodo era difficile, certo, ma le cose sarebbero migliorate prima o poi, e per fortuna, per fortuna c’erano donne come lei che ancora si mostravano accoglienti verso il dono della maternità, perché è un dono, sapeva, i bambini sono il nostro futuro, ogni bambino è speciale.
Maria allungava la mano.
Gabriele diceva che nessun rancore, eh.
Maria diceva che no, nessun rancore.
E ora mi scusi, ma.
Certamente.
Gabrieli alzava il telefono all’orecchio.
Maria usciva e chiudeva la porta.

Chiedo perdono a Leonardo da Vinci.

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