Il primo discorso

L’uomo si aprì un varco nel boato della folla e ad ampie falcate raggiunse il podio. Saggiò il microfono col palmo, spalancò le braccia e sorrise alle telecamere. «Grazie!» disse. La folla rispose con violenza tellurica.
«Grazie mille, a tutti. Scusate l’attesa. È stata un cosa complicata. Grazie mille. Ho appena ricevuto una telefonata dal segretario di stato. Si è congratulata per la vittoria e io ho fatto le mie congratulazioni a lei e alla sua famiglia per la campagna elettorale combattuta molto duramente».
Qui si interruppe. Si appoggiò al podio con entrambe le mani e squadrò lentamente la folla da un lato all’altro.
«Ho vinto» disse infine. «Ho vinto. Ed è tutto merito vostro. Sapete già che cosa dovrei dire a questo punto: che è tempo di unirsi come un solo popolo, che sarò il presidente di tutti, che dovremo lavorare insieme per ricostruire la nostra nazione e rinnovare il sogno dei nostri padri. Ma sapete anche che la correttezza politica non è il mio forte».
Il boato si spense in un mormorio di trepidante delizia.
«La correttezza politica è una tale perdita di tempo, giusto?» Nuovo possente boato. «E noi non abbiamo tempo da perdere. Perciò, permettetemi».
L’uomo infilò una mano nella tasca della giacca.
Le guardie del corpo alle spalle dell’uomo strabuzzarono gli occhi. Almeno tre persone urlarono, quasi all’unisono. L’uomo estrasse un pettine e lo mostrò alla folla. «Paura, eh?» disse.
Non volava una mosca.
Lentamente, guardando in camera come di fronte a uno specchio, l’uomo disfò la banana di capelli che aveva sulla fronte. Tracciò una riga e ripartì le ciocche sui due lati. La chioma che prima era bionda diventava più bianca ad ogni passaggio del pettine. Sfilò quindi un fazzoletto dal taschino e si tolse il rossetto dalle labbra. Infine si pizzicò un punto sotto il mento e tirò. Una pellicola arancione cominciò a staccarglisi dalla faccia, rivelando la pelle di sotto, pallida e rugosa.
«Ecco fatto», disse l’uomo dopo aver completato il lavoro. La maschera arancione gli penzolava da una mano come uno stencil fosforescente, i buchi per gli occhi e la bocca grottescamente deformati.
L’uomo era un vecchio. Un vecchio del tutto ordinario, non fosse per la chioma ancora folta (ma canuta). Dimostrava ben più dei suoi settant’anni. Qualcuno credette a torto di riconoscere in quella topografia di rughe la faccia di Clint Eastwood.
La folla fissava inebetita. Qualcuno urlò «bravo» e si mise ad applaudire, cercando un seguito, ma il tentativo morì nel silenzio.
«Posso buttarla via, che ne dite?» disse l’uomo sventolando la maschera. «Ora mi avete eletto. Non mi serve più». E assunse il tono vagamente annoiato di un buon padre di famiglia. «Era un esperimento rischioso, lo riconosco. Rischioso e lungo. Lo sapevo fin dall’inizio. Solo un pazzo poteva tener duro per quarant’anni, con un unico obiettivo in mente: questo giorno, questa folla, questo palco. E ora eccomi qua. Non riesco a crederci neanch’io».
Si schiarì la voce. «Le mie intenzioni sono ottime, non temete. Ho a cuore questo paese e so quanto abbia bisogno di una guida capace. Ma non era con queste idee che avrei vinto. Non con questa faccia insulsa che mi ritrovo. Se mi fossi mostrato per quel che sono non sarei diventato neppure amministratore di condominio – neanche di un mio condominio», rise. «Perciò ho mentito».
Un brusio cominciò ad alzarsi dalle migliaia di teste assiepate. «Sì, ho mentito. A fin di bene. La campagna elettorale è stata solo l’ultima fase dell’inganno, quella in cui tutte le premesse dovevano trovare un folgorante compimento». E dopo un attimo di silenzio: «Un muro di duemila miglia? Ma avete idea di quanto cazzo sono, duemila miglia
La folla rumoreggiava. «E l’espulsione di milioni di cittadini? A un certo punto ho temuto non bastasse. Vi stavate abituando. Tutti quanti: sia voi che fino a un attimo fa applaudivate, sia gli altri, quelli che adesso stanno piangendo in un cuscino – sempre che non siano di fronte alla televisione: mi sembra quasi di sentirle, le mandibole che cascano sul pavimento. Ero arrivato troppo presto al limite di saturazione: rigetto ed esaltazione cedevano il posto agli sbadigli. I sondaggi mi davano in crescita. Perciò ho divulgato il video». Boato. «Sì, sono stato io a mandarlo ai giornali. Che credevate? Il video sulla figa. Avete notato che nel video mi si sente parlare anche quando sono fuori scena? sono stato io a chiedere di accendere il microfono. Era tutto calcolato. Una parte di me temeva che non ci sareste cascati, e invece». Infilò un dito in un buco della maschera e la fece piroettare in aria. «Pubblico oltraggio. Crollo dei sondaggi. Sapevo che in un modo o nell’altro avreste reagito. E infatti eccomi qui».
La folla era nel caos. Alcuni erano rimasti immobili, come pietrificati, ma altri, i più, urlavano e fischiavano e inneggiavano senza il minimo residuo di coesione. Solo il magnetismo dell’uomo sul podio impediva a ciascuno di saltare addosso ai vicini per sbranarli. Tutte le facce erano ancora rivolte verso quell’unico punto.
«Vi prego, vi prego, non ho ancora finito» disse l’uomo, facendo cenno a tutti di calmarsi. «Il punto è questo: che cosa dovrei fare ora? Mettere in atto i saggi propositi per cui ho tanto cercato questa carica? Anche se mi avete votato per tutt’altro motivo? Dovrei diventare un tiranno illuminato?»
La folla esplose contemporaneamente in un “sì” e un “no” che fecero tremare il palco. «Non ho capito» disse l’uomo sghignazzando. Si aggiustò la cravatta. «Ma non importa. Io credo nella buona fede degli elettori». Boato di giubilo. «Credo anche che una cura non sia efficace se non fa male. Ci ho riflettuto a lungo. Penso che sia giusto darvi quel che chiedete. Rispetterò il programma, punto per punto, per quanto insulso possa essere. Sarà divertente. E istruttivo, mi auguro».
Il rombo si smorzò di colpo mentre migliaia di bocche si spalancavano.
«Mi avete capito?» Silenzio. «Sarò il presidente che volevate che fossi!»
L’uomo prese il pettine e cercò di rifarsi la banana alla bell’e meglio. Si mise la maschera davanti alla faccia. «Contenti?»
Dopo un’istante di esitazione, qualcuno cominciò ad applaudire. Forse lo stesso di prima. Applaudiva a tempo, scandendo il nome dell’uomo sul podio. Altri gli si unirono. In breve tutta la folla inneggiava all’unisono ripetendo quel nome, un monosillabo, una serie infinita di granate che esplodevano a tempo nella notte.

Immagine: Gage Skidmore (particolare)

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