i

Che Yamashita non fosse al cento per cento in bolla Yamano l’ha capito circa un mese fa, al Knight, contemplando quello che Egawa e Sakaguchi avevano poi ribattezzato, in una serie di battute di fronte alla macchinetta del caffè, “l’album del chiodo”. Non per questo si è preoccupato quando il caporedattore l’ha convocato nel suo ufficio per proporgli di collaborare proprio con Yamashita al pezzo forte del numero di ottobre, un reportage dall’isola disabitata di Hashima. Si trattava, banalmente, di affiancare un testo alle immagini: testo da comporre in loco, nelle intenzioni del caporedattore, con la stessa immediatezza degli scatti fotografici. Yamano era rabbrividito alle parole “sinergia” e “polifonia”, ma aveva chinato il capo con deferenza. Era chiaro che il testo era pensato in funzione la versione telematica della rivista, per portare l’occhio dei visitatori oltre il bordo di immagini altrimenti troppo accattivanti (da almeno un anno Yamashita è il fotografo di punta del sito) e farli così ruzzolare, gli occhi, su uno dei molti riquadri pubblicitari che avrebbero contornato l’articolo. Un lavoro senza complicazioni.
Ed eccolo qui ora sul molo del delfino, al di qua del muraglione che contorna l’isola a mo’ di scafo (isola nave da guerra, come vuole il nomignolo), l’autorizzazione del magistrato marittimo di Nagasaki accuratamente ripiegata nel borsello, a guardare assieme al suo compagno il culo della barca impegnata nella manovra di inversione. Per le prossime diciotto ore saranno lui e Yamashita gli unici abitanti di questo rettangolo di tre ettari quasi interamente ricoperto di cemento. Yamano (che ha l’incarico di portare e montare la tenda) ha studiato un percorso per ottimizzare i tempi, considerando le diverse condizioni di luce e la conseguente praticabilità degli edifici. Sono le quattro del pomeriggio. Soffia un tiepido vento di sudovest. Yamashita ha finito di controllare l’alloggiamento degli obiettivi e scrolla la schiena con energia per saggiare la tensione delle cinghie. Non indossa occhiali da sole per non falsare la propria percezione della luce. Alza gli occhi verso il mare.
«C’è qualcun altro sull’isola,» dice.

ii

Yamano lo guarda stranito. «Come dici?»
«Non siamo soli.»
«E come fai a saperlo?»
«…»
«Hai notato qualcuno mentre stavamo arrivando?»
«Nessun’isola è davvero deserta.»
Uno scherzo. Dev’essere uno scherzo. L’ombra sul viso di Yamashita si potrebbe effettivamente interpretare come un sorriso.
Il molo è collegato al corpo dell’isola da una stretta passerella metallica. Da qui parte anche il percorso solitamente riservato ai turisti, che secondo il programma di Yamano dovrebbe costituire la prima tappa della loro esplorazione.
Yamashita ispeziona il muraglione davanti a sé. «Andiamo a cercarlo?»
«A cercare chi?»
«L’intruso. Il terzo uomo.»
«Sbaglio o siamo qui per lavorare?»
«Una cosa non esclude l’altra.»
C’è qualcosa di allarmante nel modo in cui Yamashita piega alternativamente l’una e l’altra gamba, allunga le braccia davanti al viso e scrocchia rumorosamente le dita.
«L’ordine è di restare uniti,» dice Yamano.
«…»
«E sentiamo, dove sarebbe questo terzo uomo?»
Senza rispondere, Yamashita è balzato in cima al muraglione.
«Ehi! Dove vai?»
«Dobbiamo pigliarlo prima che faccia buio.»
Sorridendo, si lascia cadere dall’altra parte. Un tonfo. Sbatacchiare di accessori fotografici. Il salto dev’essere più alto del previsto.
«Yamashita! Mi senti?»
Silenzio.
«Brutto coglione! Si può sapere che ti è preso?»
Imprecando, Yamano si arrampica a fatica sul muraglione. Riesce appena a mettere la testa al di là alzandosi in punta di piedi su un moncherino di ferro. Sopra il cumulo di macerie che si stende dall’altra parte non c’è nessuno. Poco lontano, i resti delle costruzioni sono immobilizzati in forme mesozoiche; gli elementi ne hanno cancellato uso e cause. Pare impossibile muoversi sui calcinacci senza lasciare una traccia almeno uditiva. E invece nulla: Yamashita è scomparso.

iii

Era accaduto dopo il secondo giro di Suntory. Yamashita aveva chiesto ai presenti di fare spazio e di stare attenti a non sgocciolare sulle foto. Il bottino era succulento, aveva dichiarato estraendo dallo zaino una cartellina gialla smangiata sugli orli, tanto succulento da spingerlo a rispolverare la vecchia Yashica TLR e a montare, udite udite, una preziosissima Kodak 120 ripescata per miracolo da un frigorifero in cantina. Sospiro di Egawa. La cartellina conteneva in tutto cinque foto: cinque rettangoli praticamente bianchi, se non per un accenno di vignettatura, e con un identico puntolino nero al centro, più o meno nella stessa posizione.
Le avevano fissate tutti in silenzio per due minuti buoni.
«È un chiodo,» aveva detto infine Sakaguchi.
Yamashita aveva battuto due volte le mani, deliziato. Era proprio un chiodo, un vecchio chiodo di ferro che lui stesso si era premurato di conficcare nel muro della cucina. L’aveva immortalato almeno trenta volte; quella che vedevano era la crème de la crème, definita dalla totale assenza di ombre e dal fatto che il gambo del chiodo scomparisse perfettamente dietro la capocchia.
«Monsieur, chapeau,» aveva detto Egawa.
«Il punto non è il chiodo.»
«Ah, no?»
Sul chiodo, come vedevano, non era appeso nulla al di fuori dei loro sguardi. Scherzi a parte, il vero soggetto era il rettangolo di muro circostante, le cui dimensioni cartacee erano state determinate con precisione (righello, goniometro) in modo da corrispondere al riquadro che le foto stesse avrebbero nascosto, se per caso fossero state incorniciate e appese al chiodo.
«Capite?»
A quanto pareva, dopo lunghe considerazioni Yamashita aveva stabilito che quello era il modo taosticamente più rigoroso di rappresentare la coincidentia oppositorum tra essere appesi e non essere appesi, nascondere e non nascondere, eccetera. Egawa si era schiarito la gola. «E la cosa più geniale,» aveva aggiunto sghignazzando, «è che non sono neanche diritte. Ho inclinato di proposito la macchina di cinque gradi verso sinistra.» Come se una scossa di terremoto fosse passata per la stanza, a riorientare tutte le cornici alle pareti, quelle reali e quelle puramente concettuali. Ci provasse, un ipotetico osservatore ossessivo/compulsivo, a raddrizzarle.

iv

«YamA-A-Ashita!»
Gunkanjima è una brutta faccenda, ora. Seguendo un’impressione a cui lui stesso si rifiuta di concedere un cento per cento di attenzione, Yamano ha imboccato il tunnel di servizio che al di là del muraglione offre una scorciatoia per la zona meglio conservata dell’isola. La sensazione è di aver sentito una voce provenire proprio dal tunnel, una voce che Yamano non si sogna neppure di attribuire a Yamashita (era sicuramente il verso di un gabbiano distorto dal vento) ma che fornisce ugualmente un appiglio per razionalizzare la decisione impulsiva a cacciarsi in quel budello: è in effetti probabile che Yamashita abbia fatto lo stesso, considerata la velocità con cui è si è sottratto alla vista; perché l’abbia fatto è un’altra questione che Yamano ha paura di affrontare. Il tunnel è prevedibilmente freddo e gocciolante. I detriti accumulatisi negli anni hanno preso l’aspetto inquietante di ateromi, e rendono il passaggio problematico; Yamano si appoggia con la mano destra alla parete mentre con la sinistra tiene sollevato il cellulare a illuminare i successivi metri di condotto.
“Yamashita,” pensa.
“Dimmi,” risponde la voce.
“Questo tunnel sbuca da qualche parte, vero?”
“Sì.”
“Perché sei scappato?”
“Non sono scappato. Sei tu che ti sei fermato.”
“Yamashita, avevamo un programma.”
“…”
“Che cosa significa tutto questo?”
È anche troppo facile capire perché a Yamano torni in mente, in questa circostanza, una visita allo Zenko-ji di almeno venti anni prima. Era in gita a Nagano con i suoi genitori e proprio nella sala principale del tempio li aveva persi di vista. Nell’ansia di ritrovarli, era rimasto intruppato in un gruppo di turisti/pellegrini intenzionati a visitare il corridoio sotterraneo in cui, stando alla leggenda, da qualche parte nel buio più assoluto è nascosta la chiave del paradiso. Yamano aveva provato a fare dietrofront, ma la ressa lo aveva sospinto avanti contro la sua volontà. L’oscurità del corridoio era raggelante. Aveva un peso e un gonfiore che nessun buio di camera da letto aveva mai avuto. Più del buio, era insostenibile la consapevolezza del buio: essere condannati a fluttuare per sempre in quell’assenza di forma, e al tempo stesso saperlo. Yamano era rimasto aggrappato al corrimano in preda al terrore più puro che avesse mai conosciuto. E gli altri visitatori, orrendamente, chiacchieravano. Qualcuno l’aveva spinto. Yamano aveva perso la presa. Annaspando nel buio si era aggrappato a un pomello ruvido appeso alla parete. Chi l’aveva sentito urlare, prima di sollevarlo di peso e portarlo fuori da quel pertugio, aveva parlato di mille gessi che scricchiolano contemporaneamente su una lavagna.
Nel tubo digerente di Gunkanjima non è un pomello ma uno scalino invisibile a far saltare il sistema nervoso di Yamano. Nell’urto il cellulare gli casca di mano e si spegne. Yamano inciampa su un cumulo di calcinacci che ostruisce il passaggio.
“Yamashita! Aiuto!”
Anche disteso, abbastanza lucido per pensare all’ovvio correlativo di questo venir tirato a forza dall’altra parte del pertugio da braccia sconosciute; quanto basta per chiedersi se tale correlativo possa essere il riflesso di un ricordo ancestrale. Le braccia spariscono appena viene meno il loro compito. Yamano ruzzola a faccia in giù sul nudo cemento. Venti o trenta passi più avanti un bagliore segnala l’uscita del condotto.

v

Che migliaia persone possano aver lavorato e vissuto per decenni a stretto contatto di gomito ed espresso in forma compatta tutto l’abituale campionario di emozioni umane solo per andarsene non appena il costo di estrazione del carbone aveva superato i ricavi, abbandonando case e uffici e stabilimenti e perfino (individualmente) sedie e strofinacci e televisori e cavatappi e fornelli e calzascarpe e lampadari e pacchi di riviste nella fretta della fuga – che ciò sia avvenuto e che ora un immenso frattale di significati lentamente concrezionati sia lasciato a decomporsi come un castello di sabbia sotto la violenza ciclica dei tifoni è una prova della direzionalità del tempo, n.b. una direzionalità non teleologica, che mentre pare incoraggiare gli scopi umani nel senso di una locale diminuzione dell’entropia ha l’unico effetto di confermarne il globale e ineluttabile aumento, dell’entropia: come un atollo conferma e legittima l’oceano che lo circonda ed è destinato a subissarlo. È ironico che Yamano abbia studiato, prima di partire, i possibili modi di commentare le foto di Yamashita attraverso frasi interrotte di proposito e lasciate a pendere sulla pagina come uno scheletro di potenzialità inespresse; è ironico perché ora, nel centro esatto della più grande frase interrotta in cui gli sia mai capitato di imbattersi (una frase di ferro e cemento, di spazio e gravità) non riesce a concludere un solo pensiero senza incespicare. Se chiama ancora il nome del compagno, è solo per produrre un calco ecoico degli ambienti che attraversa: una sequenza apparentemente infinita di cortili, anfratti, ballatoi, bacini di raccolta, selciati trasformati in canali di scolo, lastre di cemento dissestate dalla pressione lievissima ma incessante della gramigna. Ha salito scale, sceso rampe, varcato porte prive di serramenti, infilato la testa nel cavo di finestre inspiegabilmente aperte fra stanze interne altrimenti non comunicanti; si è sporto da parapetti sbrindellati e da assenze di parapetti; ha calciato ciottoli, smanacciato assi, resti di serramenti, grondaie cigolanti, per assicurarsi della propria presenza attraverso lo scompiglio.
“Yamashita, YamA-Ashita.”
L’isola si è limitata ad ignorarlo.
Ed è ironico che i sentimenti che prima di partire si era allenato a provare per non trovarsi impreparato sul più bello – un complicato miscuglio di sgomento di fronte allo squallore dei ruderi e di compassione per l’enigmatica sorte degli abitanti, così simbolicamente rappresentata da una sola sedia che qualcuno anni fa ha portato a marcire in mezzo a un cortile d’erba (sedia contemplata in foto e ritrovata in forma simultaneamente reale e simbolica nel punto esatto dov’era stata fotografata) – tutti i sentimenti terricoli sono svaniti non appena ha messo piede sull’isola, ancor prima della sparizione di Yamashita. Gunkanjima è ormai solo uno scenario che corre attorno a lui e sotto di lui, renderizzato fino all’iperrealismo ma fondamentalmente vuoto, impermeabile all’empatia. Se si eccettua un dolore congiunto ai piedi e alla testa, in questo momento Yamano non prova assolutamente nulla. Perciò si limita a sorridere quando, ispezionando l’ennesima stanza con passo sonnambolico – una cucina, a quanto pare, e meglio conservata di altre, con ampie porzioni di piastrellatura ancora intatta e un’evidente traccia di fumo aperta a ventaglio sulla parete dove doveva essere posizionata la cappa di aspirazione – nota un piccolo chiodo piantato nel muro ad altezza d’occhi.
«È opera tua, vero?» chiede ad alta voce.
Neanche il chiodo e il riquadro di muro leggermente più chiaro attorno ad esso bastano a commuoverlo.
«E la foto, dov’è? L’hai portata via tu?»
“Il punto non è la foto.”
“Lo so, me l’hai già spiegato.”
“…”
«Comunque è seccante che continui a rispondermi senza farti vedere.»
“Vieni avanti tu.”
Yamano si gira di scatto. Un’ombra è passata per il corridoio. Non sa dire quale dei due eventi abbia preceduto l’altro in un rapporto di causa-effetto: forse non era un’ombra ma una ciocca dei suoi stessi capelli che ha colto con la coda dell’occhio mentre si voltava.
Nel rettangolo di mare che si intravede in fondo al corridoio sta passando una barca.

vi

Dalla barca venti o trenta paia d’occhi lo guardano sgomenti. L’aria immobile del tardo pomeriggio permette di individuare i lineamenti del volto anche a cento, centocinquanta metri di distanza con una chiarezza ineccepibile. Una donna in particolare ha la facies di chi stia urlando o abbia urlato quotidianamente per diverse ore negli ultimi quindici anni.
La scena avviene al rallentatore. La barca impiega un lunghissimo minuto per attraversare l’intercapedine tra le due ali del condominio da cui Yamano è affacciato, duplicando la striscia di nubi basse sull’orizzonte con una seconda striscia di schiuma, appena sopra l’orlo del muraglione affacciato sul mare. Non si ode altro suono che il rombo del motore. Yamano è convinto che allungando la mano attraverso l’aria dolorosamente nitida potrebbe raggiungere quelle facce giocattolo e cancellarne l’espressione allucinata con una leggera pressione del pollice. Tende le braccia nel tentativo.
Ed è necessario che i turisti passino prima che Yamano si accorga di quello che aveva scambiato per un resto di pilastro malamente eretto sul muraglione, lungo la traiettoria che congiunge i suoi occhi con il percorso tracciato dalla barca. Era quello che i passeggeri guardavano, non lui, Yamano. E non è un pilastro ma un uomo.
Un uomo è seduto sul muraglione, rivolto al mare. È vestito di bianco e gli volge la nuca.
“Il terzo uomo,” pensa Yamano.
Ha ancora le braccia tese di fronte a sé. Deve trattenere l’impulso a buttarsi di sotto dal terrazzo privo di parapetto, pur di raggiungerlo.
«E-E-Ehi!» urla.
L’uomo si volta. Dall’altro lato della testa, dove dovrebbe avere la faccia, ha soltanto una seconda nuca.

vii

E non era accaduto niente: le facce si erano consultate, le sopracciglia di Sakaguchi e quelle di Egawa si erano sollevate quasi in sincronia come rispondendo a un’onda che passasse in mezzo al gruppo, e ciascuno era ritornato pensoso al proprio boccale. Il viso di Yamashita era rimasto per qualche minuto in condizione bi-stabile, come un vaso di Rubin, tra un’espressione di apparente consapevolezza della topica e la sensazione di aver fatto una battuta geniale che nessuno oltre a lui aveva capito. Appagato, era tornato a chinarsi sulle foto. Si era percepito un punto e a capo nella conversazione.
Poi Egawa si era messo a raccontare che in mattinata aveva trovato una mazzetta di fogli bianchi nel cassetto di uscita della fotocopiatrice – non perfettamente bianchi, a dire il vero, ma con due lati su quattro bordati di nero – e che dopo un breve consulto con Mizuki-san aveva appurato che era stata lei a dimenticarseli, Mizuki-san, la quale alla domanda sul perché avesse fotocopiato un pacco di fogli su cui non era scritto niente aveva risposto “come, niente?” e si era passata la mano sinistra alternativamente sulla fronte e sulla guancia (gesti che Egawa aveva replicato con convincente femminilità, Sakaguchi già in ebollizione) e messa a confronto con l’evidenza aveva infine ammesso con candore che pensava che l’indicazione “originali faccia in su” stampigliata nel vassoio d’ingresso sul coperchio della fotocopiatrice valesse anche quando si appoggiano gli originali direttamente sul vetro, per la copia, e che insomma Mizuki-san aveva diligentemente fotocopiato il retro di ventidue autorizzazioni alla pubblicazione, avendo cura di lasciare un bel po’ di bordo nero attorno, visto che aveva premuto il tasto verde con il coperchio aperto. E che evidentemente non si era posta il problema neppure quando la lampada le era brillata negli occhi, mentre guardava a faccia in giù quei documenti a faccia in su. Sakaguchi era scoppiato. Yamano si era sorretto al tavolo con entrambe le mani. Di lì si era facilmente passati a valutare altri possibili configurazioni spaziali nell’interazione fra la fotocopiatrice e la neo-assunta Mizuki-san, configurazioni ben più interessanti visto che in questo caso, l’opinione era unanime, fronte e retro avrebbero dato risultati ugualmente apprezzabili. Sakaguchi aveva battuto la mano aperta sul tavolo implorando pietà. Solo quando aveva smesso, finalmente ricomponendosi, e il battito di un corpo duro sul legno non era tuttavia cessato, tutti si erano voltati verso Yamashita a cui nessuno aveva badato fino a quel momento.
Yamashita aveva accuratamente impilato le foto e prima spingendo con i palmi, poi colpendole ripetutamente con l’unico strumento sufficientemente duro a disposizione – la propria fronte, aveva cercato di conficcarle nel tavolo martellando il chiodo in esse raffigurato. Un vasto e pulsante ematoma sottocutaneo confermava la serietà del tentativo. Yamano si era coperto la fronte con le mani.
Più tardi si erano detti che Yamashita doveva essere già ubriaco fradicio dopo appena un litro di birra, spiegazione che avevano addotto come scusa quando avevano dovuto portarlo fuori dal Knight sorreggendolo dai due lati, e tenendogli ferma la testa, soprattutto, che smettesse di sbatacchiarla per l’amor del cielo.

viii

La velocità con cui Yamano ha sceso le scale, di poco inferiore, soggettivamente, a quella con cui sarebbe planato dal terrazzino direttamente sul selciato sottostante; il passo di struzzo con cui ha scavalcato rottami di ringhiera e blocchi di cemento e ciuffi d’erba e tondini puntati al cielo come dita ritorte, inciampando più volte; il fiatone che l’ha costretto a fermarsi (a fermare il vento che gli fluiva attorno) incerto sul da farsi, nessun altro rumore oltre al rimbombo del sangue nelle orecchie – due aloni scuri in espansione nei cavi ascellari della maglietta – cercando di triangolare il punto esatto del muraglione dove si era mostrata la figura, Giano orribile che era in realtà l’esatto complementare di un Giano e per questo doppiamente orribile (ben sapendo che anche muovendosi alla velocità del suono non sarebbe giusto sul posto in tempo per trovarvi qualcosa) – questo rapido procedere per approssimazioni che gli ha infine permesso di arrivare al muraglione e di confermare che la figura si era effettivamente dileguata, e ripartire, diretto in nessun luogo: tutto l’insieme di ansia e urgenza motoria è stato in effetti un mero preludio di quello che il tramonto e la sera e la notte di Gunkanjima ora vanno esprimendo al meglio, usando la mente e il corpo di Yamano come materia plastica da deformare, nella ricerca stremata del terzo uomo. Finalmente Yamano ne ha capito l’urgenza. È bastata una doppia nuca a convincerlo.
Nell’ipotesi, beninteso, che il terzo uomo non sia lo stesso Yamashita. Yamano non può ancora escludere un elaborato scherzo basato sulla suggestione, sulla disponibilità di nascondigli e sull’impiego di microfoni opportunamente posizionati e di una parrucca bifronte disegnata all’uopo. Se ci pensa, questa è la migliore delle ipotesi: che sia tutto un trucco per produrre in Yamano la risposta emotiva necessaria a scrivere dell’isola come nessuno ne aveva scritto prima (superando, quindi, il senso di distacco provato fino a un attimo prima di scorgere la barca dall’alto della finestra, e la figura subito dopo). La paura come miccia per accendere la creatività. – Cazzate. Neanche Yamashita avrebbe potuto pensare, non dico organizzare, uno stratagemma simile. E in ogni caso non ha funzionato: Yamano è uscito dal blocco, certo, ma non si è più fermato se non per massaggiarsi le reni e sputare fra le rocce e constatare che il sole aveva toccato prima il cornicione dell’ospedale e poi lo spigolo delle scuole e il culmine del muraglione e infine l’orizzonte: che l’aveva ingoiato definitivamente. Non si è fermato se non per respirare. Ovvero: non ha scritto neanche una parola. Ha visitato qualsiasi anfratto dell’isola cercando alternativamente Yamashita o il terzo uomo o anche solo una traccia della voce che l’aveva inizialmente accompagnato. Sembra alle volte che anche il tempo atmosferico si blocchi e che debba comparire da un momento all’altro nel cielo una clessidra o una rotellina e una scritta buffering. Su Gunkanjima non è passata neanche una nuvola dalle cinque alle otto e Yamano ha avuto ben poco a cui aggrapparsi per contrastare la coazione a cambiare di posto. Come se ci fosse effettivamente un angolo dell’isola in cui la notte potesse non sorprenderlo.
E con il buio è scesa su di lui la cognizione che l’isola in effetti esista da sempre e sia destinata ad esistere per sempre: il che equivale (in assenza di passato) a non esistere, come tutto sommato anche un viso equivale a una nuca. Era stato Yamashita a raccontargli di quando era rimasto intrappolato in mezzo a un gregge di turisti distratti nel corridoio sotterraneo dello Zenko-ji, a Nagano? Sarà un effetto della corsa protratta (ora, nella notte senza luna, sotto un cielo stranamente vuoto di stelle, Yamano è costretto a camminare con circospezione) ma il cuore continua a pulsagli nelle orecchie a una frequenza di due Hertz, due Hertz e mezzo (e ciononostante ogni passo è un tentativo nell’ignoto che può incontrare con la stessa probabilità un supporto solido o una forma scomposta e irta, e portarlo alternativamente in una buca o contro un muro) (la luce del cellulare si è scaricata anzitempo) e questo incessante battito otocardiaco, su cui Yamano può scandire mentalmente le sillabe “YA-ma-A-shi-ta” in ritmo di cinque quarti, si propaga in prospettiva nel passato e nel futuro: nel futuro tamburellare della penna del caporedattore sul bordo della scrivania, quando Yamano tornerà in ufficio avendo portato dall’isola un totale di zero cartelle pubblicabili (ruzzola su uno scalino a cui segue un secondo scalino e un terzo e un quarto, fino a quello che ora è solo il contorno di un portone), e nel passato rimbombo dei forzati dell’isola al lavoro: una percussione sotterranea, rituale nella sua continuità.
Il varco del portone conduce ad una sala dove si apre a ventaglio una platea di poltrone di legno, con la seduta a ribalta, variamente fiorite e gonfiate e sfogliatesi per effetto dell’umidità. Yamano pospone la domanda su come riesca a vederle anche nel buio. Il suono di tamburi proveniva da qui: da quest’ipogeo a metà tra il teatro sventrato e la cripta.
“Ti ho trovato, finalmente.”
È il sipario a parlare. Il resto ulcerato della tenda che un tempo doveva essere libera di stendersi fino all’impiantito del proscenio, e che ora è impigliata alle corde e si alza e si abbassa, secondo il respiro che esce dal fondo.
«Yamashita.»
Yamano sale la scala del palcoscenico. Si sente al termine di un brutto racconto e barcolla dal sonno. È piegato sotto il peso dello zaino. Il borsello oscilla all’altezza delle sue ginocchia.
«Mi stavi cercando?» dice.
“È tutto il giorno che ti cerco. Da quando hai scavalcato il muraglione.”
«…»
“…”
«Pensavo fossi io a cercare te.»
“Ti sbagliavi, evidentemente.”
Se si intuiscono le forme degli oggetti è solo per la fosforescenza che trapela fra le assi del palcoscenico e che rende la visione indistinguibile da una mera persistenza retinica. Yamano va incontro alla fosforescenza. Dove le assi del pavimento si aprono, intravede una lenta processione di luci verdi, sotto il palcoscenico, dirette verso un punto alla sua destra. Le luci sono grandi come il palmo di una mano e non sfarfallano. Forse dieci o venti, tutte in fila, intente a raggiungere la chiave del paradiso oltre il bordo del campo visivo.
Yamano è stranamente partecipe di ciò che ignora stia per accadere.

ix

L’indomani alle dieci il capitano della barca lo trova al luogo convenuto, sul molo del Delfino, ritto sulle sue gambe, la borsa con gli obiettivi ben bilanciata sulle spalle, la tenda ripiegata in cima, il borsello lungo il fianco sinistro. Ha appena un filo di barba. Si direbbe abbia dormito splendidamente.
«Tutto bene?» gli chiede.
«A parte il freddo, direi di sì.»
«Dove ha montato la tenda?»
«Nel campo di basket. Il più lontano possibile dagli edifici.»
Il capitano si gratta la testa.
«È un’isola inquietante, vero?»
«Basta non farsi coinvolgere nella decomposizione. Temevo soprattutto i cornicioni, i serramenti. Ma non si è mosso nulla.»
«Meglio così.»
Il reportage che alla fine viene pubblicato consiste in sole tre foto: un viso di donna deformato dall’orrore, inquadrato con un 500 mm dietro il parapetto di una barca, leggermente mosso; quella che sembra essere l’uscita rotonda dal cunicolo di un lombrico, sfuocata ai bordi, da cui si intravede un architrave di cemento contro l’azzurro feroce del cielo; e un chiodo, un semplice chiodo piantato in una parete. Il testo che commenta le immagini recita Martellare ritmicamente con la propria fronte fino al completo annullamento di qualsiasi significato. La firma sotto testo e foto è quella ricercata e apprezzata e temuta di Jun’ichiro Yamanoshita.

Immagine: Gakuranman

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