Peccato

Uno dei proseliti, dottorando alla Columbia University e pusher della piccola comunità degli studenti di biotecnologie, scoprì che un’elementare variazione di una comune molecola psicoattiva produceva gli effetti che il suo predicatore di riferimento avrebbe auspicato: rendere il peccato fisicamente insostenibile per colui che lo commetteva. Era, si disse, la molecola che Dio avrebbe dovuto sintetizzare e spolverare come zucchero a velo sopra il pianeta prima di popolarlo; una sostanza che rendeva evidenti tutte le conseguenze spiritualmente negative del peccato nel momento in cui l’aspirante peccatore, in preda alla tentazione, è naturalmente meno portato a considerarle; quando è anzi il peccato ad apparire come il mezzo più semplice e rapido per massimizzare il piacere momentaneo. Si realizzava finalmente il sogno di qualsiasi moralista: trasformare la scelta morale in coazione. Rinunciare al peccato come si rinuncia a premere il grilletto mentre si esamina una calibro 28 e la si punta per gioco alla propria testa; meglio ancora: come il cervello di chi si lecca le dita rinuncia ad obbedire a un eventuale ordine diretto agli incisivi a tranciare di netto le falangi con un unico morso ben assestato, non importa con quanta convinzione tale ordine sia volitivamente espresso; a patto, ovviamente, che il cervello non sia già interdetto al controllo da qualche altra sostanza psicoattiva.
Per ottenere gli effetti desiderati occorreva, va detto, una precedente personale definizione di peccato. La molecola, in sé, non aveva modo di riconoscere un’azione come peccaminosa; si limitava a prospettare sotto forma di intenso disgusto e voglia di uscire dalla propria anima oltre che dal proprio corpo lo stato immediatamente successivo al compimento di una tale azione, purché il peccatore in fieri già la concepisse come peccaminosa. Il supporto farmaceutico non poteva sostituire e di fatto non sostituiva una retta coscienza, di cui era semplicemente un complemento. Madri terrorizzate che avevano segretamente sciolto compresse di Culpalax1 nei bicchieri d’acqua di figli affetti da depressione clinica, nella speranza di scongiurare una volta per tutte un desiderio di autoannichilazione purtroppo approdato allo stadio di tentativo (e perciò già orrendamente connesso all’impiego di fiammiferi o corde o lamette o automobili di grossa cilindrata messe in moto all’interno di garage perfettamente sigillati) andarono incontro a delusioni brucianti, o asfissianti o cruente, a seconda dei casi. Amiche pro life che non riuscivano altrimenti a convincere altre amiche pro choice a portare a termine gravidanze indesiderate e che per questo si affidavano surrettiziamente alla chimica (senza pensare agli affetti della molecola sulla salute del nascituro) apprendevano dopo qualche settimana che la paventata interruzione era stata portata a termine senza scrupoli di coscienza. Contava solamente ciò che il soggetto, e non la sua famiglia o il suo gruppo di appartenenza o la società nel suo insieme, concepiva come peccato2. Tenuto conto di ciò, gli effetti della molecola erano favolosi. Esisteva, si scoprì3, un’attitudine naturale del cervello ad evitare il senso di colpa; attitudine che tanti cattolici masturbatori compulsivi ben conoscevano, e che tuttavia in condizioni abituali non era tale da prevenire il comportamento negativo. La molecola sfruttava proprio questa particolare predisposizione, attutendo al contempo il richiamo del piacere legato al peccato in questione. Tutti i programmi di dieta fai da te, dall’ormai datata dieta Dukan al metodo iperpaperico4 dichiararono un aumento del 200–300% del proprio tasso di successo. I reparti di caramelle e merendine nei supermercati si ridussero a singoli scaffali o addirittura a singole mensole. Il numero di omicidi per annum scese a un quarto del valore pre-molecola (purtroppo senza che diminuissero ugualmente i casi di esecuzione sommaria negli scontri a fuoco con la polizia). Le chiese, non solo quella Ipnologica, rigurgitavano di fedeli. A dispetto della definizione squisitamente personale di peccato si andarono delineando alcune tendenze globali rispetto a certi questioni della vita che si pensavano fortemente dipendenti dalla cultura di appartenenza (adulterio/poligamia, cura dei figli e dei genitori, comportamento sul luogo di lavoro, regolamentazione della pornografia, rispetto della proprietà privata, ecc.), questioni la cui risposta puntava verso una sempre maggior penetrazione della nuova molecola – disponibile come farmaco da banco generico oltre che sotto diverse denominazioni commerciali – e rivelava un’intenzione sempre più marcata dell’umanità nel suo insieme a ridurre la distanza fra volontà e attuazione. La maggioranza, evidentemente, preferiva non peccare per forza piuttosto che per scelta.
Lo stesso scopritore della molecola si vide costretto, dopo averla sperimentata su di sé, a un drammatico cambio di binario esistenziale, il cui primo atto fu appunto il rifiuto di apporre un brevetto sulla molecola nonostante i guadagni che ne sarebbero derivati. Il nuovo binario doveva avere un sistema di trazione a cremagliera perché in meno di due anni il proselito riuscì a scalare l’intera gerarchia della Chiesa Cristiana Ipnologica5 e ad assurgere (dopo aver abbandonato per evidente incompatibilità sia la professione di pusher sia la carriera di dottorando) al ruolo di Predicatore Onirico. Ironia della sorte, ciò non lo protesse da quello che un numero crescente di consumatori andava denunciando come un terribile effetto collaterale della sostanza: la sempre maggior difficoltà di assumerne nuove dosi dopo la prima. Nonostante la brama di continuare ad essere protetti dal peccato si manifestasse con violenza al progressivo svanire degli effetti del principio attivo, quel poco che ancora ne rimaneva in circolo per l’organismo continuava a prospettare ogni ulteriore utilizzo della molecola come spiritualmente distruttivo e fisicamente rivoltante e insomma al cento per cento corrispondente alla nuova definizione pratica di peccaminoso. Rinunciare forzatamente alla colpa era in sé una colpa, per universale consenso. L’organismo sembrava desensibilizzarsi rapidamente da tutte le forme di peccato fuorché da questa: il che paradossalmente rendeva il farmaco ancor più necessario. Bisognava letteralmente turarsi il naso e strabuzzare gli occhi e pensare con quanta più intensità possibile alla propria personale isola felice per trovare la forza di mandarlo giù. Cosa che tutti, scopritore in primis, continuavano a fare.

Immagine: Pieter Paul Rubens (figure umane) e Jan Brueghel il vecchio (paesaggio e animali), Il giardino dell’Eden e la caduta dell’uomo (circa 1615)


  1. © Boehringer-Ingelheim. ↩︎
  2. Si ricordino, a questo proposito, le azioni di alcuni neo-omofobi dei primi anni venti, tese ad instillare per via farmacologica un eterosessuale senso di colpa nei membri di coppie omogenitoriali; azioni che apparirebbero risibili se fosse possibile anche solo per un momento trascurare i metodi brutali con cui furono condotte. ↩︎
  3. Moses, Christie & Muhammad, Nature, 2023. ↩︎
  4. Ideato da Charles Attan nel 2022 e basato sull’idea che il corpo vada trattato a seconda delle ore come un diverso contenitore della raccolta differenziata: plastica al mattino, carta a mezzogiorno, umido alla sera, con un’insolita preminenza del pranzo sugli altri pasti. ↩︎
  5. L’unica delle denominazioni cristiane ancora esistenti, sia detto en passant, che fino alla fine si rifiutò di usare i termini errori o mancanze per definire quegli atti contrari alla coscienza che continuò invece stolidamente a chiamare peccati. ↩︎

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