Trieste, lasciami

Questa poesia (qui ridotta in corpo 14 per esigenze di impaginazione) è apparsa sul numero di maggio 2016 di Fare voci – Giornale di scrittura.

Trieste     ancora tu e il tuo vizio di non passare
come mi resti addosso anche nel vento degli anni     sempre accalcata sul tuo orlo
neanche aspettassi la folata buona che ti cancelli     (ci cascherei se non ti conoscessi)
e mostri infine i colli bruni nel disarmo del cielo e dica senza dire     «qui una città non c’è mai stata»
Trieste
è tempo che parliamo     è tempo che smettiamo di parlare

∙ ∙ ∙

Allora era più facile credere in Dio     nella pelle di pesca della primavera quando si sfilava la maglia
muovendosi nei fianchi la scoperta repentina della sera     tracciare a mano libera occhi e bocca
sul viso in bianco del mare     (potessi smettere di ricordarlo)     e già credere di essere
mentre tu
concava acquattata ti lasciavi abitare in spazi di cautela
le piazzette rosa promessa in città vecchia     caffè gelato voci     l’eco dei lampioni passeggiata senza posa
appena mostrandoti     e sempre senza darti

Credevo di saperti nella sete del meriggio spezzato in bianconero
fra i sommacchi     le dispense di fisica dei quanti sottobraccio
nel verde che ogni volta di nuovo si imparava     (molteplicità lungo ogni bordo di foglia frattale
che a sua volta mi sapeva come fibra intenta a sentire
prima di capire)     finché sbocciava la pioggia a ripigliarmi     come bevevo

Senza presentire che girandomi     (quasi qualcuno mi chiamasse
e avrei dovuto riconoscere la voce)     mi sarei visto dodici stagioni alle spalle di me stesso
nel futuro     e avrei rivisto te lontana rimanendo ferma     che è il tuo modo di non aspettare

∙ ∙ ∙

Perché se sei ancora quel che eri     come sei
so che ancora mi conservi come più non sono     con cura filatelica nella conta dei tuoi passati
che riluttante continui     (ne è indizio il tuo resistere fra schiuma franta e schiaffo
boreale che sempre la percuote     o mitemente la polvere d’ottocento sotto i tappeti non sbattuti)
il mio ieri
fra i tuoi ieri     nella tridimensionale presenza di un biglietto scovato in un cappotto del 2004
per la diciassette barrata     ancora non timbrato

∙ ∙ ∙

Quanto  si è soli quando si è con te

∙ ∙ ∙

E non chiedermi allora     come quotidianamente ripeti dai marciapiedi che calpesto avanti e indietro
(fazzoletto che sciorina il mattino per raccogliere frutti
e la sera ripiega e ficca in tasca)     tu immutata se non per qualche faccia perplessa sbiancata di palazzo
la fessura trasversale dalla fontana al mare     che sempre s’apre e mai fiorisce
Trieste non chiedermi
mentre versi un altro giro di crepuscolo nei bicchieri dell’aperitivo
(un brindisi alle statue di bronzo sul punto di non saltare dalla sponda)       e io passo e decido
finalmente di non capirti
Trieste
lasciami     non chiedermi di lasciarti

Immagine di Johann Jaritz (capovolta da me).

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