Il concorso

C’è un nuovo concorso per essere assunti all’INAF. Lo scritto si svolge in un salone della casa dello studente di Trieste; la consegna dello scritto è sviluppare due racconti brevi su un tema prestabilito e rispondere a una domanda aperta.
Mi frego le mani dalla soddisfazione. Questa volta vinco io.
Perdo una buona mezz’oretta a pensare ai racconti. Sviluppo quella che mi pare una buona idea per il primo, che comincia così: «La prima parola pronunciata da mia figlia fu un numero primo di ventun cifre». Mi rallegro della ripetizione della parola “primo”: è una gran trovata. Anche per il secondo racconto ho un’idea passabile. Comincio a scrivere. Ma mi impunto su ogni singola parola, fatico ad andare oltre le prime frasi.
A un tratto mi si avvicina il presidente di commissione; vuole parlarmi in una stanza separata; mi accusa di grave irregolarità nei confronti dell’INAF e minaccia di estromettermi dal concorso. La ragione dell’accusa mi è ignota. Rispondo insultandolo; lui, offeso, se ne va. Improvvisamente mi pento della mia maleducazione.
A poco a poco, attraverso voci di corridoio che mi raggiungono mentre ancora lavoro allo scritto con scarso successo, apprendo i termini dell’accusa: devo aver manomesso un distributore di merendine dell’osservatorio, nel tentativo di averne una senza pagare. Ad accusarmi è un’altra concorrente dell’esame, che si dice mia complice (pentita). Scatto, inveisco: non ho mai fatto nulla di simile. Ne sono davvero convinto, all’inizio, e mi trincero con sdegno nella mia buona fede. Pian piano sorge in me un ricordo confuso di ciò che è accaduto; forse non sono poi del tutto innocente; forse qualcosa di simile è effettivamente successo.
Continuo a lavorare ai racconti, ma il foglio di carta dove scrivo si è trasformato in una teglia piena di carote e zucchine. Devo comporre le parole con pezzetti di verdura. Il lavoro è sempre più difficile. E il tempo passa.
Infine, il culmine: la concorrente che mi accusa pretende un confronto aperto di fronte alla commissione. Devo giurare davanti a tutti la mia innocenza, o ammettere la colpa. Sono confuso, perché ormai sono certo di aver rubato la merendina, anche se prima me n’ero dimenticato – non ho mentito intenzionalmente, e ci tengo che si sappia. Ma la tensione nervosa mi ha logorato del tutto. Scoppio a piangere di fronte al presidente e agli altri. Il concorso che avrei potuto vincere è irrimediabilmente perduto.
Arriva la mamma e mi consola. Poi Ele si gira nel letto e spegne la sveglia.

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