Bilancio del 2015

Nel 2015 ho letto quarantotto libri. Ho anche finito di leggere due libri iniziati nel 2014 (la Bibbia e Guerra e pace) e ne ho cominciati due che devo ancora finire (le Poesie di Patrizia Cavalli e Il Milione). In tutto cinquantadue titoli. Ho circa rispettato l’obiettivo di leggere un libro alla settimana.

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Il simbolo ✍ prima del nome indica che il libro fa parte della mia personale lista di classici irrinunciabili da leggere prima di morire.

Studiando il grafico, si notano alcune cose interessanti: innanzitutto, non leggo quasi mai un libro alla volta, se non per brevi periodi; quando accade si tratta spesso di un libro importante, che mi ha preso mesi, che ha sovrastato tutti i libri letti nel frattempo, e che è dunque necessario concludere in solitaria (Libera nos a malo, Segreto Tibet, Racconti di un pellegrino russo). Mi è successo di leggere fino a cinque libri in contemporanea. Più di una volta ho finito un libro in un solo giorno: ma si è trattato sempre di libri di poesia, in cui lo spazio bianco supera nettamente lo spazio scritto.

La lista sarebbe molto più breve se ogni giorno non percorressi quattro chilometri a piedi (due più due) dalla stazione all’Osservatorio e ritorno, dal lunedì al venerdì. Coloro che hanno avuto l’occasione di incrociarmi, in via Carducci o in piazza Goldoni attorno alle otto e mezza di mattina, o sulle rive attorno alle sei di sera, hanno potuto assistere al fenomeno abbastanza ridicolo di me che leggo camminando. Non è una cosa così difficile: si impara presto a schivare vecchiette, pali e cacche di cane; e se è possibile camminare mentre si guarda uno smartphone (come fa circa il 20% della gente che gira per strada), non vedo perché non si dovrebbe poterlo fare tenendo in mano un libro o un Kindle.

Facendo eco alle parole del maestro, posso anch’io ritenere, ben più a ragione, che «quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto». I libri della lista a cui sono particolarmente grato sono nove in tutto; ho deciso di istituire per ciascuno un premio speciale, con relativa motivazione. Eccoli, in rigoroso ordine di lettura:

  • Premio Walter Bonatti 2015 per la cima espugnata: Lev Tolstoj, Guerra e pace (Garzanti 2011, edizione digitale, traduzione di Pietro Zveretemich, edizione digitale). Il premio è più al lettore che al libro; scherzi a parte: Guerra e pace è una meraviglia, nel senso che stupisce per la sua leggerezza: capitoli brevi, tono pacato, dolcezza dell’ironia, ingenuità. Mi sono piaciuti anche i polpettoni di teoria della storia, proprio per questo: sono ingenui, e quindi meritano rispetto. Solo un genio assoluto può maneggiare una materia così vasta e stratificata uscendone vivo; non solo, ma rilassato (si pensi al decrescendo del finale). L’umanità è capace di simili sintesi che armonizzano le tensioni senza annullarle; prima o poi ci arriveremo di nuovo, e sarà qualcosa che ora non possiamo immaginare.
  • Premio Wisława Szymborska 2015 per la poesia: Ivano Ferrari, Macello (Einaudi 2004, edizione digitale). Sembrerà strano, ma mi capita di rado di leggere un libro di poesia proprio bello, di quelli che dici ecco, questo è qualcosa. Sarà che ne leggo troppi, e troppo di fretta. O sarà che è difficile giudicarli, che spesso sono addirittura impermeabili ai giudizi (per giudicare serve un metro condiviso, e questo è proprio quel che manca alla poesia d’oggi). Ferrari supera con un agile pallonetto tutte queste manfrine. Le parole d’ordine sono 1. coerenza dell’ispirazione, 2. assenza di esibizionismo, 3. originalità, 4. affilatura perfetta del lessico e delle immagini. Finalmente la poesia torna ad essere un mezzo e non un fine; e proprio per questo raggiunge un’efficacia che la prosa si sogna. Libri come questo salvano la “bianca” di Einaudi, dopo tutto.
  • Premio Giulio Cesare 2015 per il bello stile: Sōseki Natsume, Il cuore delle cose (Neri Pozza 2014, edizione digitale, traduzione di Nicoletta Spadavecchia). Che in giapponese è semplicemente こゝろ kokoro e vuol dire “cuore”, ma con un’intraducibile densità di rimandi semantici (anima, centro, sostanza, ecc.). Cominciare a leggere questo strano romanzo nella luce tenue di una domenica pomeriggio, seguendo i primi incontri fra il maestro e lo studente in una Tokyo silenziosa e privata, è stata una delle esperienze di lettura più gratificanti di tutto l’anno. L’economia nella scelta delle parole mi ha ricordato Kawabata: quella capacità di descrivere e riprodurre sentimenti complessi per epifanie, senza ucciderli con la letteratura. La scena del diploma di laurea messo in bella vista dai genitori, che subito si accartoccia perché lo studente distratto l’ha spiegazzato nel viaggio, mi ha commosso fino alle lacrime.
  • Premio Niccolò Copernico 2015 per il libro più rivoluzionario: C. S. Lewis, Mere Christianity (Harper Collins 2009, edizione digitale). “Rivoluzionario” nel senso di Thomas Kuhn; e applicato a un’anima anziché una cultura. Qui andiamo sul personale: dopo anni di “cristianesimo normale” (se mai l’espressione significa qualcosa), tiepido e vagamente agnostico, finalmente un cambio di paradigma, forse non passeggero. Erano almeno cinque anni che non leggevo un libro con una tale consapevolezza di quanto mi stava cambiando – azzardo – a livello addirittura neuronale. L’idea che la fede religiosa, e la fede cristiana in particolare, sia una cosa da bambini, indegna di un intelletto maturo, dovrebbe essere quantomeno sospetta a chiunque allarghi la propria prospettiva storica oltre gli ultimi due secoli; eppure è un meme talmente diffuso che è difficile trovare argomenti per attaccarlo. Lewis, nel solco di una tradizione empirista che risale fino a Bacone, lo fa con perizia da scacchista, e lascia di stucco. Un’esperienza che ho replicato in parte, qualche mese dopo, con la lettura di Polkinghorne (Questions of Truth), che è non solo un filosofo ma anche un fisico teorico. Consigliato a tutti, credenti e non.
  • Premio Giacomo Leopardi 2015 per la miglior opera in lingua italiana: Luigi Meneghello, Libera nos a malo (Rizzoli 2006). Grazie, Giulia. Passare i trent’anni senza conoscere Meneghello è stato un delitto, ora me ne avvedo; ma ho ancora tempo per riparare. È curioso che l’opera scritta nel miglior italiano sia anche quella con il maggior numero di inserti in altre lingue: il dialetto di Malo, ovviamente (con tutte le digressioni filologiche che anche una semplice variante rionale può generare) ma anche la lingua inglese; tutto mescolato insieme, impastato e cotto in una ricetta coerente. A dimostrare che il senso di una storia non è tanto nel significato delle parole, ma nell’indefinibile punto triplo tra segno, suono e simbolo. Una storia? Mille storie: che sulla pagina sembrano incontrarsi quasi solo di passaggio, per continuare altrove.
  • Premio Alfred Nobel 2015 (mi sa che questo titolo è già stato usato) per l’umanesimo: Fosco Maraini, Segreto Tibet (Corbaccio 2014, edizione digitale). Non è proprio come Ore giapponesi (insuperabile), ma ci siamo quasi. Un nuovo viaggio fra eso- ed endo-cosmo, questa volta al seguito del coltissimo, intollerabile Giuseppe Tucci: su e giù tra il SIkkim e Gyantse, in epoche diverse rievocate senza un ordine prestabilito, e con la consueta profusione di digressioni: e alla fine non si arriva neppure a Lhasa! Ma come? Non importa: impariamo che il Tibet non è terra di asceti e metafisici, ma di mercanti e uomini di mondo, con una religione di mostri e sangue, di tassonomie divine inesauribili e dall’inesauribile fascino. Terra che non esiste più, né in senso politico né soprattutto in senso antropologico. Tragedia.
  • Premio Taniguchi Jirō 2015 per la miglior opera a fumetti: Zerocalcare, La profezia dell’armadillo e Un polpo alla gola, ex aequo (Bao 2012, edizione digitale). Tentare di trattenere le risate alle tre di notte per non svegliare moglie e figlia, e non riuscirci. Non credo di dover spiegare a nessuno il fenomeno Zerocalcare. Quando penso che quest’uomo ha quasi tre anni e mezzo meno di me mi viene da piangere, lo ammetto. Se c’è qualcuno in grado di raccontare la nostra generazione in questo modo, con quest’immediatezza, facendoti piegare in due e trafiggendoti sul più bello con una consapevolezza inattesa, tanto vale deporre ogni velleità creativa e godersi semplicemente lo spettacolo. Del resto, la prefazione di Makkox dice tutto.
  • Premio David Foster Wallace 2015 per la scrittura avvincente: Alexandre Dumas padre, Il conte di Montecristo (Garzanti, edizione digitale, traduzione di Lanfranco Binni). Ricorderò sempre di aver letto stralci di questo libro di notte, sui marciapiedi di Sydney, di ritorno dalle cene coi colleghi dell’ADASS, e sull’autobus per Bondi Beach. Il che non c’entra nulla con l’opera in sé; ma è una nota che si può perdonare in una recensione sentimentale, e conferma se non altro il potere infettivo della narrazione di Dumas. La storia la conosciamo – credo – tutti; il godimento nel seguirne lo sviluppo è tale da confermare appieno la tesi (scientificamente suffragata, a quanto pare) secondo cui una buona opera è impermeabile agli spoiler. Per molti autori, anche grandi, scrivere è uno sforzo erculeo, e si vede: la costruzione delle scene, l’approfondimento dei personaggi trasudano consapevolezza e sfoggio di tecnica. Per Dumas è tutto uno schiocco di dita. La sinfonia sembra scriversi e suonarsi da sé: e poco importa che sia artificiale fino all’ultima nota. Finalmente leggere ritorna al 100% un piacere: era ora.
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