Annunciazione

Alle sei di sera Maryām è vestita per uscire ma non sta bene. Telefona ad Alyassa. Alyassa non risponde. L’appuntamento è per le sei e mezza a République. C’è un tubetto di pastiglie sopra il tavolo, sempre le stesse. Maryām ne prende una e si distende sul divano senza togliersi la giacca.

Conta fino a dieci.

Conta fino a cento.

Arrivata a centotrenta si rialza di scatto. Gli occhi stavano per chiudersi da soli, ma il bambino le è sobbalzato in grembo. Chissà quanto passerà prima che Maryām possa uscire di nuovo la sera. Prova di nuovo a chiamare Alyassa, ma non c’è campo. Tanto vale farsi coraggio. Hanno prenotato da un pezzo, sarebbe un vero peccato. La pastiglia comincia a fare effetto.

Maryām si aggiusta il velo, esce di casa.

Temevo non venissi più, dice Alyassa. È truccata, ha già bevuto.

Non sto bene, dice Maryām.

Fra poco ti passa, dice Alyassa. Andiamo a mangiare un boccone?

Alle otto meno un quarto sono già in coda per entrare. Gente allineata lungo un marciapiede: borse a tracolla, barbe lunghe, tacchi, il censimento delle mode. Brividi di freddo. Maryām si stringe nel suo velo.

Quello è un giornalista? chiede.

Te l’ho detto che spaccano, risponde Alyassa.

Mezz’ora dopo passano le porte.

Dio è più grande!

Dio è più grande!

Sì, risponde a mente Maryām, per istinto.

Un’onda di folla si rovescia da destra. Maryām fa appena in tempo a vedere il batterista che lascia cadere le bacchette e si piega a terra. Il concerto che era cominciato così bene sfuma in un battito martellato privo di ritmo. Chi è che suona così? si chiede Maryām. Urla fuori tempo. Sensazione di peso.

Alyassa, chiama Maryām.

Alyassa è distesa sotto di lei e non si muove. Due braccia spingono Maryām in avanti.

Aiuto, grida lei, sono incinta.

Dio è più grande!

Come un animaletto, Maryām si raccoglie su sé stessa a proteggere il suo ventre. Ma le braccia che l’hanno presa si spalancano come ali, la sollevano in aria. Passa una frustata di proiettili.

Via! Via!

E Alyassa? grida Maryam.

Strisciando, ha raggiunto un’uscita di emergenza alla sinistra del palco. La gente è acqua che spinge in un tubo e gorgoglia. Maryām corre su qualcosa di orrendamente morbido. C’è una finestra in fondo: prima che possa raggiungerla, un uomo la agguanta per le gambe.

No, per favore, no, grida Maryām.

Si divincola scalciando. Perde una scarpa. Il crepitio degli spari echeggia da più direzioni.

E la finestra è troppo alta, la strada di sotto un abisso. Ma il fuoco dietro le spalle…

Come sospesa in una bolla prenatale, le urla improvvisamente spente in un silenzio d’embrione, Maryām contempla la propria morte. Annullare questo senso di peso.

Senza urlare, si tuffa.

ʾĀmīn.

Aggrappato a una sporgenza della parete, ma in modo da non farsi vedere attraverso la finestra dall’interno, Yūsuf guarda inebetito la strada sottostante.

Signore, la prego.

La bocca del teatro continua a vomitare persone e resti di persone. Gente si allontana di corsa. Gli inquilini del palazzo di fronte strabuzzano gli occhi, si mettono le mani sulla bocca. Un ragazzo urla, zoppicando fra le auto in sosta. Un altro è trascinato per le braccia sul marciapiede e guarda fisso verso il cielo.

Ma che cazzo fai?

Un uomo ha scavalcato il parapetto della finestra e si è aggrappato alla stessa stessa sporgenza spingendo da parte Yūsuf. Per poco non scivolano entrambi. Ma nessuno dice nulla. Ad ogni sventagliata di mitra le quattro braccia appese si scuotono di riflesso, senza controllo.

Non è possibile, pensa Yūsuf. Non può stare accadendo veramente.

Difficile mettere a fuoco il presente. Solo adesso Yūsuf si è accorto che c’è una ragazza appesa per le braccia al cornicione sotto di lui.

Signore, la prego, sono incinta.

Come faccio, cazzo, come faccio?

Yūsuf cerca a tentoni di raggiungere col piede il bordo della finestra adiacente.

Signore. Signore, la prego. Non ce la faccio più.

Non si può veder morire una persona in questo modo, pensa Yūsuf. Dio santo, non si può.

L’altro, il terzo incomodo, è ancora aggrappato alla presa d’aria e segue attentamente i movimenti di Yūsuf. Per un attimo c’è silenzio. Le persone sdraiate sul marciapiede non si muovono. Anche gli spari sono cessati.

Yūsuf ha raggiunto l’altra finestra. Dall’interno, sporgendosi sul parapetto, riesce a prendere le mani della donna che penzola sotto di lui.

Signore.

Come ti chiami?

Maryām.

Maryām, io sono Yūsuf. Stringi le mie mani, va bene? Non lasciarle andare per nessun motivo.

E sono mani sporche del sangue di qualcun altro. Mani d’uomo, deboli e terrorizzate. La presa scivola.

Aiuto.

Non aver paura, Maryām. Ti tengo.

La prego, signore.

Sei incinta, vero, Maryām? Ascolta quel che ti dico. Avrai questo bambino. Andrà tutto bene. Non preoccuparti. Ora fatti forza, tira le braccia verso di te.

Il rumore è quello di uno strappo. Maryām striscia contro il muro. Riesce a raggiungere il parapetto.

Bene, bene così. Ce l’hai fatta.

E ricadono all’interno del teatro, dove gli spari sono ricominciati. Maryām si accuccia in un angolo chiudendo gli occhi, scuotendosi senza controllo. Yūsuf la copre col suo corpo.

Alyassa è morta, singhiozza lei.

Devi farti coraggio, dice Yūsuf.

Dalla finestra ancora aperta entra il suono di una sirena. Angoscia nel più alto dei cieli, e niente pace sulla terra.

lutto

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4 pensieri riguardo “Annunciazione

  1. In tutto quello che scrivi, ma specialmente in questo racconto, nella Sonata per Gaza e in alcune altre poesie, traspare una grande compassione che comincio a pensare come la tua caratteristica più importante e bella sia dal punto di vista letterario che come essere umano.

    1. Non credo di meritarmi questo splendido complimento, ma ti ringrazio. Se quello che dici è vero anche solo in piccola parte, sono felice. Peccato che alla compassione, συμπάθεια, dovrebbe seguire l’azione, che invece spesso manca.

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