Piccolo haibun delle vacanze

È la vacanza di Emma, che sgambetta ovunque, saluta i passanti e i cagnolini, parla e ride, ha paura dell’acqua ma non se rimane abbracciata a mamma o a papà. Lignano è la ripetizione di troppi ricordi; è una città piccola, luogo dell’abitudine, cara perché dimenticabile. Purtroppo non sono qui a mente sgombra: devo preparare un concorso che molto probabilmente non vincerò, e l’ho saputo appena prima di partire. Nei ritagli di tempo leggo articoli su cose che non so e comincio a pensare a un tema da scrivere. – La mattina siamo in spiaggia a passeggio, il pomeriggio in piscina, la sera a prendere il gelato in centro: deliziosa noia che ha qualcosa dell’eternità. Il giardino della piscina è verde di pini, giallo di sole: Emma ne conosce tutti gli angoli, salvo le dune erbose, dove ancora non ha osato avventurarsi. La accompagno tenendole la mano: lei si divincola e vuole andare sola. La mamma ci segue con gli occhi, a volte ci raggiunge; a volte sono io a guardarle da lontano senza essere visto, rapito da pensieri che non riesco a formulare. Che futuro attende la nostra cara bimba? – Intanto il caldo ci consuma. Siamo sempre in acqua.

Penso al futuro.
Sotto i pini, il presente
delle cicale.

・ ・

Sto leggendo in parallelo Arsène Lupin e Racconti di pioggia e di luna di Akinari. La mia immaginazione è popolato di fantasmi malinconici. Prima di addormentarmi penso al boschetto di Trieste, o al colle sopra l’università, dove passeggia ancora il fantasma di me stesso dodici anni fa. La luce della camera da letto, anche quand’è spenta, manda brevi lampi appena percettibili. Lasciamo aperte tutte le finestre perché circoli un po’ d’aria, in queste notti d’afa. Appoggiamo la piccola sul suo materassino ed è subito madida di sudore; poi torniamo, nel cuore della notte, a darle del latte, e il sudore le si è incollato alle tempie, mentre le piccole spalle sono fredde, e il lenzuolo se ne sta annodato ai piedi del letto. Si gira da un lato e dall’altro senza posa. Alle volte si alza il vento, e il risucchio fra i condomini evoca spettri di tempesta. – Nonostante questo dormo come un bambino, senza temere i vasti sogni su cui ogni volta mi affaccio, appena chiusi gli occhi.

Il suo respiro
dall’altra stanza. Il vento
gonfia le tende.

・ ・ ・

Si sporca tutta di sabbia e pare che non le dia alcun fastidio. Brutto il momento in cui dobbiamo lavarci – tenerla sotto l’acqua fredda, anche se piange, perché in appartamento non si può entrare così. Neppure in piscina si può entrare così. Ma il suo pianto dura poco, quanto dura il getto della doccia prima di spegnersi, prima di dover premere di nuovo il pulsante per sciacquare l’ultimo sbaffo di sabbia rimasto nella piega del costume.

fra un’onda e l’altra
proprio ora – orme
di due piedini

I bambini non sono il nostro futuro: sono il nostro presente. In futuro saranno come noi. È nel presente che dura il loro dono: se non ci fossero i bambini, se in ogni momento il mondo non fosse popolato anche di bambini, sarebbe un mondo inutile, un mondo da non vivere.

・ ・ ・ ・

Notte di pioggia.
Filtra attraverso il muro
un pianto di bimbo.

Forse quando torneremo a casa Emma ricomincerà a dormire tranquilla. Ora si agita nel suo lettino da campo per prendere sonno, e si sveglia anche cinque volte per notte, quando solo il latte riesce a riaddormentarla. Peggio in queste notti di Caorle che in quelle di Lignano, la settimana scorsa. All’ora della pennichella spesso si abbandona soltanto per una mezz’oretta e non c’è modo di riaddormentarla. Soffre per l’aria di mare, o per il materassino sottile?
Fatica. Non siamo i soli, comunque. Abbiamo incontrato un’altra famigliola con due bimbi e abbiamo prestato loro un cestino di giochi da spiaggia di Emma. «È stata la nostra salvezza» mi ha detto la madre, dedita, dolce, ansiosa. «Ieri, che ha piovuto tutto il giorno, abbiamo giocato a nascondere in casa un gioco alla volta e a ritrovarlo tutti insieme. Non so come avremmo fatto a passare il tempo, altrimenti».
La pioggia è durata un giorno e mezzo. Il caldo non è passato, ma si è alzato il vento, primo segno del cambio di stagione. Sono sceso sul molo a spasso con Emma, perché la mamma potesse preparare le valigie: e da lì siamo passati alla strada dell’argine, lungo il Livenza, prima cantando, poi in silenzio.

Ferma a terra l’ombra di un gabbiano fermo in aria

mare che il vento
porta in faccia – tu che
parli nel vento

La fine giunge come tutte le altre cose: senza segni premonitori, portando promesse che non riusciamo a capire.

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