Era un desiderio semplice, benché balzano. Un sogno lo esaudì. Rivide tutti i letti in cui aveva dormito in una vita: letti di casa e d’albergo, letti di una o di molte notti: alti e bassi, larghi e stretti, con o senza testiera, gonfi di piume o coperti da un misero lenzuolo. Li rivide ancora caldi, come appena visitati. Ma anziché singolarmente, ciascuno nella sua stanza, li ritrovò tutti insieme, assembrati in un capannone, sotto una morbida luce al neon. Chi li aveva portati fin lì? I letti non rispondevano. Era già tanto che si rendessero riconoscibili dopo tutto quel tempo. Ce n’erano di recentissimi, ovviamente, ma anche altri di dieci o venti anni prima, pazientemente incastrati come auto in un parcheggio.
Si sdraiò sul primo: era il letto di una colonia di montagna, dove aveva dormito per dieci giorni nell’estate della seconda media. Comodo ma troppo soffice. Ne provò un altro. Parigi, capodanno duemila e nove. Nessuno era il letto definitivo: a tutti mancava qualcosa, forse solo l’incoraggiamento del sonno, che in quel momento, sempre sognando, gli pareva lontanissimo. Avevano esaurito la loro carica? Erano definitivamente destinati al magazzino? Tremò quando si accorse che il suo letto di casa lo accoglieva con lo stesso distacco di tutti gli altri. Non ne aveva posseduto nessuno.
Forse l’accordo perfetto lo attendeva nel futuro? Ma non era troppo vecchio ormai? Stancamente si lasciò cadere su un esemplare che non ricordava. Aprì gli occhi: era quello il letto in cui stava dormendo, lontano da casa, senza più ricordare dove e perché.
Dalla strada ancora buia saliva incessante il rumore del traffico.

Immagine… be’, lo sapete.

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3 pensieri su “A momentary lapse of oblivion

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