L’ora legale

Alle 15:26:37 del 26 marzo 201…, un lunedì, l’ingegner Sapienza, (cavaliere del lavoro in pensione da tre anni, un principio di sordità all’orecchio sinistro) attraversava la strada all’incrocio fra via Roma e via San Nicolò, sulle strisce ma soprappensiero, cioè senz’accorgersi che il semaforo dei pedoni era ancora sul rosso. Contestualmente il dott. Ponte (primario di radiologia in ritardo) percorreva via Roma di gran carriera, scorrendo la lista di email sullo schermo del suo smartphone, ignaro che il semaforo di via San Nicolò fosse cambiato al giallo quand’era ancora lontano e fosse decisamente rosso nel momento in cui le ruote anteriori della sua BMW F15 sfioravano la vernice delle strisce pedonali. Non accadde quel che era logico aspettarsi. Sapienza fu risospinto con forza dal centro della carreggiata sul marciapiede. L’urto invisibile lo fece girare su sé stesso; solo allora si avvide della macchina di Ponte. Il quale Ponte non aveva ancora alzato gli occhi sulla strada, tantomeno premuto il pedale del freno: eppure la sua macchina si arrestò nello spazio di un metro, spalmando sull’asfalto una porzione generosa di battistrada e costringendo il guidatore, sempre obbediente alle leggi della relatività generale, a un prodigioso balzo in avanti interrotto sul più bello dall’airbag (salvezza che il medico, senza cintura, pagò con sei costole e una clavicola). Alle 15:26:39 il semaforo dei pedoni passò al verde. Sapienza fu libero di attraversare la strada e si accostò timidamente al finestrino della BMW; vide l’occupante riverso sul volante, immobile, privo di sensi, e rimase un istante imbambolato prima di alzare lo sguardo e rivolgersi a cenni agli sconosciuti avventori di un bar poco distante, che si erano alzati in piedi.

Attorno alle tre e mezza del pomeriggio uno sconosciuto girava per l’appartamento della vedova Zacchigna, al primo piano di uno stabile poco distante dalle rive. Al citofono, pochi minuti prima, l’uomo aveva detto di essere un tecnico. «È per l’ascensore nuovo?» aveva chiesto la vedova, che da quando aveva smesso di uscire di casa considerava il pianerottolo un’estensione del proprio soggiorno, e si era fatta trovare fuori dalla porta. «Quando cominceranno i lavori? Spero non farete troppo rumore». Il tecnico l’aveva guardata distrattamente e l’aveva preceduta in casa. «Dov’è il contatore, signora?» le aveva chiesto, addentrandosi per le stanze. La signora lo seguiva ciabattando. «È un tecnico della luce?» «Sono qui per un controllo. Mi mostri dov’è il contatore.» La signora gli aveva indicato uno sportellino sulla parete, e l’uomo si era messo ad armeggiare.
Quando la pendola della sala, sempre un po’ in ritardo, batté la mezz’ora, l’uomo non aveva ancora finito. Dal basso la signora non vedeva oltre le spalle scucite del maglione di lui. L’uomo pigiò un pulsante, fece scattare un’interruttore che spense tutte le luci della casa, lo rimise al suo posto, ripetè l’operazione due o tre volte. Poi si voltò sogghignando verso la vedova.
«Che cosa sta facendo?» chiese lei indietreggiando di un passo. L’uomo strinse le labbra per fischiare, ma non ne uscì alcun suono. «Signora, c’è un problema» disse poi. Parlava come se avesse una patata in bocca. La signora infilò una mano nella tasca dove teneva il cellulare. «Chi è lei? Cosa ci fa in casa mia?» L’uomo provò a rispondere, ma le parole non uscivano. Alla fine sorrise. «Faccio quello che posso» disse, e sembrò rallegrarsi di aver ritrovato la favella. «Le faccio credere che c’è un guasto all’impianto elettrico e le chiedo cinquanta euro di acconto. Poi le dico di andare a controllare se le luci del bagno funzionano e nel frattempo provo a vedere se c’è qualcosa sotto quella mattonella in cucina. L’ho notata, sa?» La signora non riusciva a muovere un muscolo. «Perché… perché mi racconta queste cose?» chiese. L’uomo si strinse nelle spalle. «Non riesco a dirle altro. Ha visto anche lei… Ma forse adesso è meglio che vada.» e rise d’imbarazzo. Una forza lo tirava verso la porta che era rimasta aperta. «Mi scusi, sa» disse, e sparì alla vista. «Di niente» sussurrò la signora. Non capiva che cosa fosse successo. Pensava a quelle scuciture che avrebbe volentieri chiuso con un punto d’ago. La pendola battè i tre quarti.

Alle 15:45 la dottoressa Sbuelz (info@hope4africa.org) almanaccava le possibili risposte all’ultima mail della dottoressa Porta (porta@hope4africa.org) («mi dispiace non essermi presentata in ufficio oggi» «controllo urgente» «ottava settimana» «speravo di poterglielo dire in una circostanza migliore»). Il cursore sullo schermo avanzava di qualche passo, lasciando dietro a sé una scia di lettere, poi di colpo si fermava e tornava indietro rimangiandosi tutto quel che aveva scritto («una bella notizia che tuttavia» «proprio una bella notizia! Non posso nasconderti tuttavia una leggera» «congratulazioni! Bisognerà che discutiamo il lato pratico della» «congratulazioni. Ti dirò, la cosa ci coglie di sorpresa, proprio ora che pensavamo» «ci coglie alquanto di sorpresa» «ci coglie di sorpresa sul lato pratico, proprio ora che pensavamo»). Niente da fare. Sbuelz si alzò in piedi e fece il giro della stanza. Prese in mano il calendario a spirale dal quale gli occhi di un bimbo sparuto chiedevano una risposta. «Primi di novembre» disse ad alta voce dopo aver contato le settimane. Dunque la Porta sarebbe stata a casa da settembre a… a quando? Dicembre, gennaio, febbraio. Forse anche marzo. Proprio un bel periodo, con le strenne da preparare, gli sponsor da sollecitare, il giornalino da impaginare, il sito da aggiornare, i bilanci da chiudere prima e le iscrizioni da rinnovare poi. “Sembra che abbia fatto i conti di proposito, a rimanere incinta adesso.” Tre mesi dopo la firma del contratto. E con la prospettiva di passare presto a tempo pieno, forse prima della fine dell’anno. Non che la Porta lo sapesse; non gliene avevano ancora parlato espressamente, ma la cosa era nell’aria, bastava fare due più due, no? Se aveva in testa di riprodursi, poteva almeno avere il buon gusto di avvertire. Questione di stile.
Sbuelz raccolse dalla scrivania il curriculum di una certa Marta Marchesetti, arrivato in mattinata («L.M. in Cooperazione Internazionale» «102/110» «un mese di esperienza sul campo in Etiopia con Bla-bla-bla Onlus»). Si segnò il numero di telefono. Magari un contrattino di sei mesi, senza impegno… Dal muro accanto alla finestra lo stesso visetto del calendario la guardava con occhi ingigantiti. “Bambini ce ne sono tanti» pensò Sbuelz, “non posso mica farmi carico anche di quello della Porta.” Si sedette al computer e completò la mail: «vista la situazione, ci chiediamo se non sia meglio anche per te chiudere il contratto in corso prima della maternità, indicativamente con i primi di settembre» «soddisfatti del tuo lavoro» «progetto può dirsi ormai concluso» «una lettera di referenze, se dovesse servirti». Spostò il cursore sopra il tasto “invio”. Premette il pulsante ma non udì il solito clic. Il mouse non rispondeva, doveva essersi inceppato.

La signora Martin richiuse lo specchietto con un clac. «Quanto le devo?» chiese.
«Vediamo… taglio, tinta e messa in piega… quaranta euro» rispose Jean-Louis, unendo i polpastrelli e premendo i palmi delle mani l’uno contro l’altro.
La signora estrasse due banconote dal portafoglio; J.-L. le prese al volo e senza voltarsi le appoggiò sulla credenza, come se avesse paura di guardarle.
«Quando ricevo a casa, faccio uno sconto» spiegò. Ma la signora continuava a fissarlo.
«Vuole la…? Oh, ma certo» disse, fingendo di cercare qualcosa con lo sguardo. «Purtoppo ho lasciato il blocchetto in negozio…»
La mano della signora era ancora ferma a mezz’aria,.
«Chiudiamo un occhio, per questa volta?» implorò J.L. in punta di piedi. Ma prima che potesse finire la frase la sua stessa mano, come sganciata dal corpo, si allungò autonomamente verso la credenza. Il ragazzo la seguì con gli occhi. La mano prese le banconote e le restituì alla signora.
«Oppure no?» abbozzò Jean-Louis. «Facciamo un conto unico quando ci rivediamo in negozio?»
La signora Martin guardò i soldi, poi di nuovo il ragazzo. Lentamente indietreggiò fino alla porta.
«Devo andare… l’autobus delle quattro…» balbettò.
«Arrivederci» le disse Jean-Louis. La sua mano aveva ripreso ad obbedirgli, e lui, come per sincerarsene, la scuoteva in aria come un bambino, a mo’ di saluto.

«È il terzo che mi faccio in mezz’ora» disse Riccardo Brèzigar, controllore, appoggiato al portello di vetro della cabina di guida, «tre autobus pieni di gente, e finora non ne ho beccato neanche uno. Tutti col loro bravo biglietto timbrato.»
«Se a fine turno sei ancora a secco, paghi pegno» rispose Marco Smotlak, conducente della linea 10 (16:00–16:15) fermandosi nella piazzola di sosta prima della galleria. Dolcemente, senza inchiodare.

«Perché… ti… sei… fermata?»
Nel buio più assoluto si era dipanato un filo bianco. Non la classica prospettiva ad imbuto verso la luce, verso un nuovo ossigeno senza più sete; un filo, un semplice filo di lana, bianco su un fondo di lavagna, ondeggiante in morbide volute. L’uomo ne aveva preso un capo e il filo si era subito teso, per poi allentarsi di nuovo e prendere la forma di un punto di domanda. Compensazione sinestetica: una chiara prova che si trovava ancora di qua. In un istante, lo spazio nero si era rivelato per quel che era: il solito senso di peso, focalizzato al centro del petto; e il filo bianco era sfumato nel pianto della moglie, seduta al suo capezzale. Assieme alla consapevolezza di sé ritornò anche l’affanno del respiro che l’uomo aveva sperato invano di spegnere per sempre.
La donna era un’unica macchia d’ombra nel controluce pomeridiano. Perché si era fermata? Cristo. Guardandola, per un attimo l’uomo ebbe l’impulso di fare a lei quel che lei non era riuscita a fare a lui. Quel singhiozzo trattenuto a stento, quei raggi di sole infetto che filtravano fra le imposte erano simboli intollerabili, più ancora dell’oscurità farmacologica in cui si era sentito sprofondare prima di perdere i sensi.
Boccheggiò, sul punto di svenire di nuovo. «Respira… tore» disse. La donna si riscosse e obbedì all’ordine: una faccia come non gliel’aveva mai vista. E tremava tutta: le ci vollero cinque minuti buoni per ricollegare l’apparecchio all’organismo da cui era stato disaccoppiato. Il pianto fece in tempo a riasciugarsi. Nessuno dei due disse nulla.
A occhi bassi, la donna si risedette e cominciò a tormentare un lembo del lenzuolo. Il cuscino era distante, ai piedi del letto.
«A-e-i -etto…» disse l’uomo attraverso la cannula. «A-e-i -etto… che e-i p-onta.»
La moglie lo guardò e scoppiò di nuovo in lacrime.
«Ero… mi sentivo pronta… Non so come…»
«Sei -e-bole. T-oppo -iffici-e pe- te…»
«Non è questo. La legge…»
Tirò su col naso.
«La legge» ripeté, come se questo spiegasse tutto.
Splendido, pensò lui. A un passo dall’obiettivo, in corso d’opera addirittura, di nuovo quel riflusso morale. «Lo so a cosa stai pensando» disse la moglie. «Ne abbiamo discusso a lungo» (“Una cosa ti avevo chiesto: lasciar perdere i grandi principi e pensare soltanto a me, per una volta”) «e alla fine ho detto sì» (“Un minuto, non di più. Sessanta secondi di inevitabile parossismo, e poi il preludio della quiete [ma non mollare la presa, abbi pazienza, aspetta quanto basta]”) «e ci ho provato, sinceramente, senza ripensamenti: ma la legge, la legge…»
La legge, cosa? Era forse legale la malattia? Questo azzeramento che la scienza medica (sempre sia lodata!) protraeva asintoticamente come il più spietato degli aguzzini?
«La legge me l’ha impedito.» La moglie aveva ritrovato il suo controllo. «Non trovo altre parole. Una legge fisica, non umana. Ho premuto il cuscino come» (qui la voce le si ruppe) «come mi avevi detto, e tutt’a un tratto… tutt’a un tratto il cuscino si è sollevato da solo, è volato in aria, mi ha spinto all’indietro…»
Lui non l’ascoltava più. Il filo bianco si era spezzato di netto. La voce gli arrivava confusa, un gomitolo indistinto di suoni da cui riuscì a districare la parola miracolo, ora odiosa come non mai. A fatica voltò lo sguardo all’orologio: le tre e venticinque. Chissà quanti minuti ancora, e ore, e giorni, e mesi, prima che l’esito già scritto arrivasse finalmente a sollevarlo. Era forse un miracolo, questo?
“Il peccato originale dell’uomo” pensò “è credere di riuscire a distinguere il bene dal male. Non è mai esistito alcun albero della conoscenza. Il frutto che Eva offrì ad Adamo era stato spiccato dal ramo della menzogna.”
«Perdonami» sussurrò la moglie.
A minuti sarebbe arrivato il dottore e lo avrebbe trovato ancora vivo. Disgustato, l’uomo si appisolò. Fu svegliato dopo pochi istanti da una peso inaspettato: sentì la stoffa della federa premergli sulla faccia, il gelo dell’ipossia, tonnellate di cielo che gli si chiudevano addosso, e non ebbe neanche il tempo o la forza di divincolarsi, di urlare basta, non così, che cosa stai facendo.

Verso le quattro e mezza l’unghia di un dito indice riuscì finalmente a premere un certo pulsante.
L’ingegner Sapienza, seduto al tavolino di un bar, finiva di rilasciare la sua deposizione all’assistente capo Spalletti. Aveva rifiutato il caffè, accontentandosi di un bicchier d’acqua, e ancora non riusciva a contenere l’agitazione: più che per l’incidente in sé (l’improvvido attraversamento, il salto all’indietro inspiegabile che aveva scongiurato il peggio, l’auto di colpo immobile), per tutto quel che era seguito («perfino i portalettiga, avrebbe dovuto vederli, non riuscivano a scendere il marciapiede. Bloccati come in foto, finché non scattava il verde. Questo ha complicato non poco le operazioni di soccorso. Io proprio non capisco»). «Si vedono tante cose, quando si è agitati» disse Spalletti. «Non si preoccupi per la deposizione, la ricorreggerò con calma. Che ora segno?» «Erano… le tre e mezza. Proprio un’ora fa.» «Come si sente, adesso?» «Meglio.» «Le è andata bene. Solo un po’ di paura, non come a quell’altro, come si chiama?» disse sfogliando le carte. «Ponte» disse Sapienza.
L’assistente capo sorrise. «Vada a casa, si faccia una dormita, si sveglierà come nuovo. Creda a me: domani non ci penserà più.»

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