Dell’onesta aspirazione

«A volte ho netta l’impressione che non sono io a decidere dove vado. L’obiettivo a cui miro, quando c’è, non è cosa che mi interessi davvero; e più spesso svapora in un nulla a cui io stesso non so dare un nome, come se lo scopo reale di ogni passo non fosse che il solo passo successivo, e andare. Fermarmi ad ogni modo non posso; tanto vale farmela piacere. Potrò anche non sapere che ci faccio qui, ma a starci son buono e non mi lamento. La vita è semplice, mi vien da dire; se ben ti guardi attorno ti accorgi che non hai mille strade di fronte a te, ma una soltanto: basta imboccarla e convincersi poi che la si è scelta liberamente, di proprio gusto. E continuamente c’è qualche cosa da fare, qualche pratica da sbrigare, che tenga impegnati; quanto basta per contentarsi un pezzetto alla volta, se è vero che la felicità tutta intera non fa per noi. Mi son dato l’impegno di non pormi domande a cui non posso rispondere: così che le risposte vengan da sole, di seguito alle azioni. Se vado, vorrà ben dire che vado da qualche parte, e che proprio lì voglio andare. Fingo di non accorgermi che nonostante i miei sforzi di camminare dritto, come sarebbe nel mio carattere, pendo sempre un po’ da un lato, a destra o a sinistra; quasi seguissi un lento arco attorno a un centro lontanissimo, da non potersi immaginare. Ma il tempo non trascorre invano.
«È proprio quando più mi son abituato al moto, quando più mi pare d’aver preso velocità e aver avvicinato quell’obiettivo che mi son convinto di volere, quasi da poter acchiapparlo allungando le mani, è proprio in quella che vado a sbattere. O sento la terra mancarmi sotto i piedi. Quante volte mi è già successo? Avrei dovuto farci il callo, eppure niente, continuo a inciampare, e a stupirmi di me stesso mentre rimbalzo contro un qualche ostacolo imprevisto. Subito le certezze si voltano in accuse. Dove ho sbagliato? Ho peccato di tracotanza? Mi son dato una meta al di là della mia portata, forse addirittura contraria alla mia natura? Ma se fin da principio non sono stato io a decidere di mettermi su questa via? – Quest’ultima scusa, che in un attimo cancella ogni precedente determinazione, comunque non vale a tranquillizzarmi. Per levarmi di dosso la colpa del fallimento, devo a forza spogliarmi anche del merito di essere arrivato fin qui; ed è come dire di aver buttato via il mio tempo, dietro un oggetto che non è mai esistito. Preferisco fare ammenda; con me stesso, necessariamente, perché l’ostacolo sembra esser lì solo per me e non interessare altri; e a fare i conti da solo colla mia miseria.
«E come non m’era chiaro prima perché andassi, ora non m’è chiaro che cosa mi impedisca di proseguire. A occhio, la strada è libera. Dopo un così bel tratto senza intoppi, com’è che di colpo è saltato tutto? Ho bisogno di batterci la testa per vedere che non si passa. Quali sirene risvegliate dall’angoscia, nuove mete mi si prospettano da più lati; e sono tutte più che allettanti. Ma anzi che considerar le altre, voglio capir bene che cosa mi abbia negato di raggiunger quest’ultima, perché lo sbandamento non abbia a ripetersi. Niente da fare. Per quanto tenti di aggirare il blocco, di farvi un cerchio tutt’attorno a forza di nuove prove e nuovi urti, non c’è apertura che mi si offra. Chi mi veda intento a saggiare ripetutamente la barriera, a costeggiarla pure per un tratto, per scoprire fino a che segno si estenda, capirà che non è per volubilità, né per mancanza di tenacia, che alla fine mi risolvo a cambiar direzione. Come la formica sulla via del formicaio, che si trovi impedita da un imprevisto muro d’acqua, e non sa dir se sia pozza o rivolo (ché tali appaiono a noi, in virtù della nostra maggior mole e statura), onde tenta a ritrovar la via ora qui, ora lì, a monte o a valle, con inquietudine crescente; così anch’io mi trovo a fronteggiare un problema di cui ignoro fondamentalmente l’estensione, e che mi domina, anziché farsi dominare; e solo per questo mi rassegno, e imprendo da un’altra parte.
«Ho detto: chissà quante volte mi è successo. Ho perso il conto. Ma non perdo la baldanza. Mi basta voltarmi per riprender coraggio; e avanzare di un po’ verso il prossimo obiettivo, per non sentir più il pungiglione della sconfitta. Dicon sia segno di buon carattere, ma onestamente non ne ho merito alcuno. Più dello scoramento, può il bisogno ineluttabile di continuare il cammino, e la grata consapevolezza del tempo che ancora m’è dato. Anche nei momenti di maggior malinconia, quando la somma degl’insuccessi passati mi fa come un monte sopra il cuore, aggravato dalla memoria ancor viva del più recente, o da un subitaneo timore del nuovo che mi attende; anche allora mi rianima il pensiero che di certo un ordine più grande vuole tutto ciò, e saprà ricompensarmi in misura della mia sofferenza. Mi capita di cadere come in letargo, schiantato dalla fatica, che appena mi strappa un lamento: e mi risveglio dopo un po’ dissetato, lavato e rifocillato, pronto a ricominciare. Cosa accada nel frattempo, è buio pesto; ma anche l’occhio più offuscato vi vedrebbe la mano della Provvidenza. Talvolta dimentico il mio obiettivo, e continuo le mie faccende per abitudine, col senso di un potere occulto che mi tiene imbrigliato; talaltra faccio il matto e mi avvito su me stesso, concentrato su un’inezia che momentaneamente mi assorbe tutto, finché da me stesso non mi dico: smettila. Strano a dirsi, sono questi i momenti di maggior spensieratezza. Non inseguir chimere, non diventar nessuno e non far niente di grande mi paion la maggior consolazione che si possa chiedere a questa vita. Percepisco a un tratto l’insieme delle umane faccende come un ronzio molesto, che tuttavia si può far tacere ad arbitrio, solo che lo si voglia davvero. Ma cosa voglio davvero? Mi guardo indietro e prendo a comporre una storia di me stesso: a spiegarmi perché fosse giusto provar a fare così e cosà, anche senza riuscirci; perché il prodotto di tante combinazioni casuali fosse arrangiato fin dall’inizio in vista di un nobile scopo, che ancora m’attende. Interesserebbe a qualcuno una simile storia? Ma non è finita, mi dico. Non ancora.»

Scooba

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3 pensieri su “Dell’onesta aspirazione

  1. E come non m’era chiaro prima perché andassi, ora non m’è chiaro che cosa mi impedisca di proseguire… quanto è vero… nel mio caso mi dò sempre mille scuse per auto-sconfiggermi da sola, sarà l’assuefazione ai fallimenti? Ehheheh…

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