A Natale non ci pensiamo più

Tre racconti completati e uno in lavorazione: quest’anno James A. Potato ha superato sé stesso. (Regali, ancora niente.) Li pubblicherò di mercoledì in mercoledì fino alla vigilia di Natale. Il primo è (per usare le parole di Jim) «entirely factual, save for some minor details (including, but not limited to, the identity of the narrator)».

A Natale non ci pensiamo più, diceva mio nonno.
A Natale non ci pensiamo più, ripeteva mio padre a mia madre, china sui fogli della dichiarazione dei redditi.
A Natale non ci pensiamo più, dico a mia figlia la sera prima del compito in classe di matematica.
Il proverbio discende le generazioni. Mi chiedo se sia stato proprio mio nonno ad inventarlo o se l’abbia ricevuto a sua volta. Al di fuori della nostra famiglia non l’ho mai sentito, per questo devo sempre spiegarlo. La gente, di solito, sorride interdetta.
Mio nonno aveva le sue barzellette e i suoi giochi di parole. È probabile che anche il proverbio sia suo. Non ci ho mai pensato prima, professoressa, ma credo di sapere quando l’ha inventato. C’era una storia che mi raccontava sempre, quand’ero piccolo, seduto all’angolo della panca nella cucina dei miei: la storia del suo viaggio da Caserta a Cividale dopo l’8 settembre. Un viaggio di due settimane, a piedi e in motoretta, di cui ricordo troppo poco. Ho in mente la scena, questa sì, del suo arrivo a casa: la sorella che scende ad accoglierlo in cortile, lui che tiene il braccio nascosto dentro la giacca per evitare i controlli, la sorella che vedendo la manica penzolante si mette a urlare in mezzo alla strada, Piero, Piero, che cosa ti hanno fatto. Ma era solo un episodio di una sfilza. Il nonno sapeva raccontare. Il nonno aveva passato dieci ore in un gabinetto della stazione di Mestre, durante i rastrellamenti, in piedi sulla tazza, a sperare che i tedeschi non sfondassero la porta. Il nonno aveva una taglia sulla sua testa. Il nonno era fuggito in montagna e aveva dormito in una buca, e per fortuna quella notte aveva nevicato, altrimenti i cani non avrebbero perso le sue tracce.
Dev’essere stato in quella buca o in quel gabinetto che il nonno si è detto per la prima volta, a Natale non ci pensiamo più. Avremo altre paure, altri dolori, ma non questi. Natale, questo è certo, arriva ogni anno. È un proverbio a cui si crede volentieri.
E io ho cercato di crederci, professoressa. Ho cercato di imparare a fare l’occhiolino come me lo faceva il nonno quando il racconto raggiungeva una svolta fatale. Mio nonno è morto di un ictus mentre stavo ripreparando analisi I ed ero tanto in ansia che mi sembrava non esistesse altro, al mondo, che quell’esame. L’ictus era solo l’inizio; la sua morte è durata due anni. A Natale non ci pensiamo più? chiedevo con gli occhi al nonno disteso a letto, trasformato in quel vecchio che non aveva mai voluto essere, dolorosamente impegnato a morire. Sono passati quattordici Natali da allora e non ho ancora avuto una risposta.
Sono pieno di dubbi, professoressa. Mia figlia se ne accorge. Quando le ripeto il proverbio, allontana il viso dalla mia carezza e mi chiede di lasciarla in pace. Non ho ancora avuto il mio momento di chiarezza. Non ho mai dovuto, perdoni l’espressione, montare in piedi su un water per non essere ammazzato. Forse è proprio questo il punto.
Cara professoressa, quando alla fine dell’estate mi ha parlato della diagnosi e del ciclo di terapie che aveva iniziato – quando mi ha detto che cercava di prendere la cosa con filosofia e che avrebbe volentieri comprato un po’ di serenità, se avesse trovato un posto dove la vendessero, avrei voluto dirle coraggio, a Natale non ci pensiamo più. Ma avrei dovuto spiegarle che cosa voleva dire. Temevo che avrebbe sorriso interdetta, come tutti.
Ora so che lo capisce. Oggi è il tre di dicembre e sulla terra tutto continua più o meno come sempre. Da un pezzo hanno appeso i festoni per le strade. Una volta tanto mi sono preso per tempo (ho spronato mia moglie a farlo con me) e sono già a buon punto coi pacchetti e con le lettere da spedire.
La lettera che le avrei spedito rimarrà non scritta. Tante cose rimarranno congelate come sono. Il nostro saluto, l’ultima volta che sono venuta a trovarla. Quando mi ha chiesto se ricordassi ancora l’aoristo congiuntivo di βαίνω che uno dei suoi studenti aveva faticosamente scritto sulla lavagna. I dettagli che restano in mente, a volte.
Vorrei dire anche al Natale di fermarsi, di prendersi del tempo, di andare a farsi un giretto, ma non basterebbe un mese o un anno. Ci penserei ancora. Ma lei, lei che ora sa come stanno le cose, può essere lei a dirmelo, se vuole. Come lo diceva mio nonno.
A Natale non ci pensiamo più.
E io potrei anche crederci.


1 di 4. Leggi anche il secondo, il terzo e il quarto raccontino.

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4 pensieri riguardo “A Natale non ci pensiamo più

  1. Caro Q, Questa idea è un vero regalo di Natale.
    Meraviglioso “non ci pensiamo più”, che ti ci fa pensare e tanto, ma soprattutto respirare. Ne abbiamo un gran bisogno, credo. Grazie.

  2. Caro Guido,
    Ho sentito questo scritto la sera della notte bianca del Liceo Classico al Leo-Majo.
    Mi è piaciuto da subito ed ora lo ho potuto rileggere con calma.
    Mariarosa, la prof Mariarosa, sarà sicuramente orgogliosa di te.
    Grazie.
    Maurizio M.

    1. Grazie! Eleonora mi ha detto, gliel’avrei mandato via mail ma sono contento che l’abbia trovato qui. È leggermente diverso dalla versione che ho letto quella sera (in questa ho cambiato alcuni particolari perché fosse appena un po’ meno personale) ma il senso ovviamente è immutato. Mi fa proprio piacere che le sia piaciuto. Grazie ancora.

      G

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