Il miglior poema di Mi Ke

Quando il poeta Mi Ke era ancora giovane e sconosciuto fece un sogno. Sognò sé stesso a novant’anni, un vecchietto di cartapecora in un monastero sperduto fra le montagne. Capì che gli dèi intendevano mandargli un messaggio attraverso il sogno e cercò di facilitare le cose. Sognando, scese dalla cella in cui si trovava e cercò qualcuno con cui parlare. Trovò un cuoco in cucina e lo interrogò:
– Conosci un poeta chiamato Mi Ke?
– Certo che lo conosco – disse il cuoco. – Ci sto parlando proprio in questo momento.
– È famoso, questo Mi Ke?
– Molto famoso.
– La sua poesia è conosciuta anche al di là di queste montagne?
Il cuoco sorrise. – Al di là delle montagne e al di là del mare che ci sta dietro.
Queste parole galvanizzarono Mi Ke, che chiese ancora: – E qual è il miglior poema di Mi Ke? Sapresti recitarmi il miglior poema di Mi Ke?
Il cuoco non rispose.
– Non lo sai? – chiese Mi Ke.
– Io so cucinare un’ottima zuppa di verdure – disse il cuoco. – Posso offrirne un piatto al mio maestro?
Mi Ke si adirò. – Ecco che cosa si ottiene a parlare di poesia con un pezzente – disse, e se ne andò sbattendo la porta.
“La gente di montagna è ignorante” si disse. “Forse in città troverò qualcuno con cui parlare di poesia”.
Scese dunque al villaggio più vicino. Il tragitto lo affaticò più del previsto: aveva pur sempre novant’anni, benché solo in sogno. Bussò alla prima porta e si fece indicare la casa di un maestro di calligrafia di cui aveva ammirato le opere al monastero.
– Salve – disse presentandosi sulla soglia. – Cerco il maestro Bao Ru.
– Salute a te, maestro Mi Ke. Bao Ru sono io.
L’uomo emerso dall’ombra era più vecchio e più sottile di lui.
– Ci conosciamo? – chiese Mi Ke, ansimando.
– Tu non mi conosci, maestro Mi Ke, ma io conosco te. Non c’è nessuno, da queste parti, che non conosca il nome del maestro Mi Ke. Sapevo che eri ospite al monastero e speravo di poterti incontrare prima di morire.
Mi Ke non riuscì a rispondere. L’affanno della strada lo confondeva.
– Concedimi l’onore di averti alla mia tavola – disse Bao Ru.
– Grazie. Non voglio abusare della tua gentilezza.
Bao Ru si limitò a porgergli una tazza di te. – Dimmi pure, maestro Mi Ke. So che vuoi farmi una domanda.
Mi Ke lo guardò stupito. – È così – ammise.
– Che cosa vuoi sapere?
– Qual è il miglior poema di Mi Ke?
Bao Ru scrollò le spalle. – Non ne ho idea – disse.
– Non ti piacciono i miei versi? – disse Mi Ke.
– Al contrario. Proprio l’altro giorno una tua quartina mi ha incantato. I caratteri che avevi scelto erano così belli e giusti. La mia mano era quasi spaventata all’idea di trascriverli.
– E qual era la quartina?
– Non ricordo. Non l’ho nemmeno riletta. La calligrafia dura finché il pennello tocca il foglio. Quando l’inchiostro è posato, la carta è già buona per il fuoco.
Mi Ke s’indignò. – Con tutto il rispetto, maestro Bao Ru, l’arte che mi hai descritto mi pare ben poca cosa.
– E lo è, maestro Mi Ke. Non è nulla in confronto all’arte di orchestrare un fiore o di guarnire l’erba con la brina, appena prima dell’alba.
“Bao Ru, invecchiando, ha perso il senno” pensò Mi Ke. Appoggiò la tazza e salutò Bao Ru senza tante cerimonie. “Questo villaggio è troppo piccolo. Devo rimettermi in cammino.”
Non sapeva quanta strada lo aspettava. Anche nel tempo contratto del sonno, furono anni e anni, che Mi Ke trascorse peregrinando, sempre più consunto, sulla strada che portava alla capitale. Giunse infine alla porta della grande città e lì si accasciò senza più forze. Le guardie videro quel fagotto e lo raccolsero perché non intralciasse il passaggio. – Ma questo è il maestro Mi Ke! – disse uno degli energumeni. Sbalordito, se lo caricò sulle spalle e lo portò a palazzo.
– Chiedo udienza al re del cielo – disse al primo funzionario.
– Sei impazzito? Che cos’hai sulle spalle?
– Questi è il maestro Mi Ke, sommo poeta.
Le porte del padiglione dorato si spalancarono. Accorse una turba di valletti. Mi Ke fu rifocillato e rivestito. Non appena fu in grado di reggersi in piedi, lo condussero al cospetto dell’imperatore. Il sovrano in persona lo salutò con gioia. – Benvenuto, maestro Mi Ke. Ti stavamo aspettando.
Mi Ke, intimidito, si gettò a terra senza aprir bocca. L’imperatore scese dal suo seggio e gli tese una mano. – Alzati, maestro Mi Ke. Se tu ti inginocchi al mio cospetto, io dovrò distendermi per terra. Un giorno il mio nome sarà dimenticato, ma il tuo è scritto per sempre nella memoria delle genti.
– Non capisco quel che dice il mio imperatore – sussurrò Mi Ke. – Non merito certo la sua lode. Ho percorso metà del mondo e parlato con metà degli uomini sotto il cielo, ma nessuno ha saputo dirmi qual è il miglior poema di Mi Ke.
– Io so qual è il miglior poema di Mi Ke – disse l’imperatore.
Mi Ke alzò la testa. L’imperatore schioccò due dita e un inserviente recò un’urna di giada.
– L’ho fatto trascrivere per te su questo rotolo. Leggi, maestro Mi Ke.
Con la lentezza di una tartaruga, Mi Ke prese il rotolo e lesse:

Ho percorso metà del mondo
e parlato con metà degli uomini sotto il cielo,
ma nessuno ha saputo dirmi
qual è il miglior poema di Mi Ke.

– Questo è il miglior poema di Mi Ke – disse l’im­peratore.
A queste parole, il giovane Mi Ke si svegliò, e in quello stesso istante fu illuminato.

2006 (?).

Annunci

2 pensieri riguardo “Il miglior poema di Mi Ke

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...