Fermata provvisoria

Mi piace pensare alla poesia come a una forma non rigorosa di enigmistica. È facile vedere dove sbagliano troppi poeti: componendo i loro enigmi, cadono nel classico errore di nominare esplicitamente la soluzione. Quando accade, la difficoltà del testo è un inutile ostacolo, un tentativo di far finta che la soluzione non sia lì, in bella vista. Il lettore si spazientisce. Non vuole che il poeta gli dica in modo molto complicato che cosa prova: vuole arrivare a sentirlo da solo.
Erik Lindner conosce molto bene le regole del gioco. Per non parlare direttamente di sé stesso e infrangere il tabù, si concentra sugli oggetti. È una tecnica antica. Gli oggetti di Lindner, tuttavia, sono spezzati. Non riflettono il suo viso ma deflettono lo sguardo lontano, allargando la prospettiva. Potremmo parlare di irrelativo oggettivo. Gli enigmi risultano di improba difficoltà, nonostante la lingua appaia sempre piana e trasparente.

Quando vado al mare
posso andare in due direzioni

– le estremità di una linea
lei legge seguendo le parole con l’indice
“vedi? c’è scritto proprio quello che c’è scritto”

due dita e un pollice si sfiorano
quando vado al mare

il mucchietto nel palmo della mano
le punte delle dita che afferrano i granelli
salano la carne appena rosolata

“devo tenerlo in mano
se esce dal vasetto
non riesco a sentirlo”

indica il senso della scrittura
punge la carne

quando vado al mare
posso andare in due direzioni
le mie dita si sfiorano

setaccio il mare.

(Senza titolo, 3., p. 17)

Fermata provvisoria (Tijdelijke halte), la silloge curata da Pierluigi Lanfranchi per le “Farfalle di Plutone” di CFR edizioni, è una scelta da quattro pubblicazioni successive che coprono un intervallo di diciassette anni. È lo stesso autore, nell’altalenante nota introduttiva, a fornire alcune istruzioni di lettura. La “fermata provvisoria” è un luogo non identificato su una linea del tram deviata per lavori, una metafora opportuna per il continuo spaesamento esistenziale del poeta. La poesia è un tentativo di fissare il moto continuo delle cose, ribellandosi all’accidia, il «vacillare della fiamma di una candela», nell’immagine di Walter Benjamin, che «ci impedisce di avere davanti agli occhi l’immagine reale». Proprio a Benjamin è dedicata una poesia scritta a Port Bou, la “fermata provvisoria” in cui il filosofo cercò la morte per sfuggire alla deportazione, nel ’44:

Anche ciò che non è nato può svanire.

Sabbia, radici, ammophila, binari che qui
non sono mai corsi. Gli abitanti che seguono il viaggiatore
con lo sguardo, ma non ne danno la descrizione.
Il loro incedere ancora disturbato dopo la costruzione

di un monumento. Ora, quando la tramontana
lecca il tuo corpo e solleva te e i tuoi occhiali
e li porta via. Dove il passaggio conduce
il cimitero fino al precipizio sopra la risacca.

I dintorni può trovarli solo un miope.
Perché è qui? Cinquant’anni fa. Dimenticare
una cosa così è da barbari. Persino sfigurare
un’opera d’arte è una manifestazione di cultura.

È questo che ho fatto. Senza scrupoli. Oggi. Data.

(“18 settembre 1994”, 4., p. 39)

È interessante, nell’operazione di Lindner, il criterio con cui sono scelti gli oggetti, unico indizio verso una possibile soluzione degli enigmi. Le cose e le persone che il poeta osserva sono sempre colte in un attimo di improbabilità. La domanda spontanea è: perché? Perché questo gesto, questo accostamento? Che cosa simboleggiano? Non simboleggiano nulla. Piuttosto, mimano il rifiuto dell’esistenza a spiegare sé stessa. Il soggetto (che scrive o che legge) è invitato a trattenere qualsiasi interpretazione e a lasciarsi condurre lontano da sé. Qui si apprezza la perizia di Lindner. L’enigma rimane fluido. La soluzione è fissata soltanto da un capo, un ponte che affonda nella nebbia. Per sfuggire all’incertezza e allo spavento, il poeta tenta semplicemente di vincolare quanti più dati possibile, come un bambino che raccoglie esterrefatto tutti i pezzi di un giocattolo rotto.

Il mare è viola al Pireo.

Una bandiera sguscia fuori dal campanile
quando gira il vento.

Un uomo scavalca un cane.
Una donna piegata si stropiccia le palpebre.

In un negozio di ombrelli un ombrello cade dal banco.

Su un ramoscello si posa un piccione
che cade, sbatte le ali e si posa di nuovo
la bacca che si trova troppo lontano all’estremità della frasca
il ramo che si piega, il collo che si gonfia quando il piccione si sposta.

Una ragazza entra nella metropolitana portando un cassetto.

Sulla sabbia spessa della risacca
un pescatore stende la sua canna orizzontalmente
una bicicletta gli sta accanto sul cavalletto.

Tiene le gambe aperte come se pisciasse.
Impronte di zampe d’uccello sulla sabbia.
La canna si piega sopra il mare.

(Senza titolo, p. 8)

L’ossessione di un simile inventario è in parte mitigata dall’architettura della raccolta. Alcuni testi campeggiano per la loro difformità, e sono tra i risultati migliori: penso a Klockmann, organizzato in tre strofe scollegate eppure stranamente combacianti come altrettanti gioielli (la poesia è dedicata a un’orefice), e a La tramontana, una sorta di sonetto stravolto, che nell’originale neerlandese appare come un blocco compatto grazie alla lunghezza tipograficamente pareggiata dei versi. A volte l’accumulazione di immagini si riduce a una ripetizione continua di pochi elementi (il vento, la pietra, la sabbia): Lindner dipinge per approssimazioni successive e ci tiene a mostrarci, con garbo filologico, ogni singola pennellata sovrapposta. Lo stesso esercizio di svuotamento degli oggetti aveva atterrito Rilke di fronte ai lavori di Cézanne e di Rodin. È anche questo modo di evitare il simbolismo, o di trascenderlo.

È una città questa? Case e tram
senza incontrarsi toccano la strada.

Questa è una tettoia. Una colonna di marmo.
Un barbiere che sa ancora di sugo di carne.

Qui c’è una piscina. Una facciata di vetro.
Una via commerciale chiusa al traffico.

Lei non si inchina quando attraversa la piscinetta
e sfiora con le dita la testa del bambino.

Ad ogni movimento davanti alla fotocopiatrice
la porta scorrevole del supermercato si spalanca.

Così un passante chiarisce cosa vuol dire passare:
una città che lasci pur restandoci.

(“Fermata provvisoria”, 1., p. 27)

Purtroppo la barriera della lingua mi impedisce di approfondire la grana fine del testo. Ho apprezzato tuttavia la mobilità della sintassi, che si percepisce anche attraverso la traduzione («Devi essere freddo | per mostrare qualcosa | a parole spieghi | il vetro verso la strada | l’uomo e i suoi documenti | temperamento», Fermata provvisoria, 4). L’evoluzione che avevo creduto di notare progredendo nella lettura è smentita dalla nota a fine libro: le poesie sono disposte in ordine anti-cronologico. Se i testi composti per ultimi appaiono più semplici è dunque perché sono meglio congegnati, in senso enigmistico. Ma l’ispirazione era solida fin dall’inizio, nell’atteggiamento con cui il poeta venticinquenne osserva una mosca, esempio di tutto quel che sarà poi:

Non mettere in dubbio che la ragione,
che la ragione, che la ragione, che la ragione.
Una mosca procede dal bordo
verso il centro del tavolo,
poi ritorna, percorre qualche centimetro
del lato, si infila di nuovo
nella vacuità del biancastro, tenta ancora
non so cosa e vola via.

(“Ragione”, 1., p. 40)

Fermata provvisoria

Erik Lindner, Fermata provvisoria, CFR 2013

Consigliato a: taoisti impliciti (compresi gli amanti dell’haiku); lettori della Settimana Enigmistica.
Non consigliato a: chi vuole arrivare al punto.

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