Intermittente

Jim mi ha mandato il suo racconto solo ieri sera, con la raccomandazione di pubblicarlo «entro Natale, altrimenti non ha più senso». Sono diventato matto per tradurlo in tempo. Il risultato è quel che è: lamentatevene con lui. Io vi faccio i miei migliori auguri di buon Natale. – Guido Q 

Intermittente. Una storia vera, di James A. Potato.

Le storie di Natale sono tutte vere. Così garantisce mio fratello Joseph. L’altra sera, alla sua cena di compleanno, me ne ha raccontata una che non sapevo. Christine giocava sul tappeto con il cuginetto Joshua, cinque anni e mezzo; Miriam e mia moglie si scambiavano ricette di biscotti; noi ci davamo da fare sui resti di una cheesecake al limone inopinatamente accompagnata da una tazzina di sake di Shirakawa. Quella volta abbiamo preso un bello spavento, ha detto Joseph, che ha l’abitudine di cominciare i discorsi dalla fine. Abbiamo imparato che la salvezza non si dà ma si riceve. Bella scoperta, ho detto io. Joseph mi ha guardato come un imbecille, cosa che a un primogenito fa sempre male. La salvezza è un’altra cosa, ha spiegato, alzando la tazzina per osservarla in controluce. Si apprestava a recitare una scena.
Ricordo come fosse ora, ha cominciato, Miriam aveva scoperto di essere incinta da non più di due settimane. – Sto sparecchiando i resti della cena quando la sento chiamare dal bagno. Mi affretto. La trovo seduta sul water, in lacrime, con un pezzo di carta igienica in mano, sporco di sangue. Che cosa succede?, le chiedo. Lei si limita a singhiozzare. Io mi inginocchio e la abbraccio, che altro posso fare? Saprai anche tu che è normale avere qualche perdita all’inizio della gravidanza. Ma normale non significa OK, in questo frangente. Anche il distacco, l’interruzione, la fine sono eventi normali all’inizio della gravidanza. L’embrione sperimenta senza saperlo quella che sarà poi una costante per tutto il resto della vita: l’esposizione continua alle tempeste della possibilità. Salvezza, secondo il pensiero corrente, significa liberarsi di quest’angoscia. Sottrarsi alla schiavitù della morte. Anche in questo preciso momento io so che potrei cadere stecchito prima di riappoggiare la coppetta sulla tovaglia. E tu sai che potresti non riuscire a sentire la fine della mia storia. Addomesticare questa cognizione è un bisogno istintivo, un bisogno su cui sono state costruite ideologie, come cattedrali nel deserto. Ammettiamolo: la salvezza così intesa è un deserto. La santificazione del vuoto. Tu riusciresti a passare una settimana in paradiso senza annoiarti? Io non durerei un giorno.
Che cosa ho fatto, quella sera di sei anni fa? Ho baciato Miriam fino ad asciugarle le lacrime, mentre continuavo a tremare io stesso, e l’ho portata in pronto soccorso. Per tutto il tragitto ho continuato a ripeterle non è niente, non è niente. Come facevo a saperlo? Non lo sapevo. Cercavo solo di tenere in pugno la situazione, come ci si aspetta da un uomo in questi casi. In realtà la situazione era sgusciata via da un pezzo. Ero il classico professorino di filosofia calato improvvisamente nel torrente di Eraclito e costretto ad acchiappare lucci a mani nude. L’ho preso, l’ho preso, ripetevo a Miriam, mentre invece non avevo preso un bel niente. È tutto a posto. Vedrai che andrà tutto bene. La salvezza nella banalità: pubblicitaria, cinematografica.
Nel tragitto, siamo rimasti imbottigliati nel traffico. Una folla di manifestanti aveva occupato la rotonda dell’autostrada e costringeva le macchine a sfilare a passo d’uomo. Il tizio in Land Rover davanti a noi si era rifiutato di suonare il clacson e si era meritato per questo un paio di scrolloni alla macchina, prima che un bobby rubizzo si decidesse a disperdere la falange entusiasta. – Sento battere sul vetro. Sono già incazzato, è come se bussassero direttamente sul mio cranio. Apro una fessura. Mia moglie sta poco bene, sibilo, Lasciateci passare. Lo sa perché siamo qui? mi chiede l’uomo. Sopra il giubbotto indossa una maglietta XXXL tutta scribacchiata, governo assassino e la rivoluzione è cominciata. No, rispondo, Non lo so e non mi interessa. L’uomo si inalbera: Ma le pare una risposta? Dove andremo a finire, ragionando in questo modo? Non ci vedo più. Chiudo il finestrino e riparto sgommando. Per un pelo non travolgo il chioschetto degli organizzatori. Sento rumoreggiare alle mie spalle. Andate a cagare, penso. – Mi sono comportato da egoista? Certamente. La salvezza della massa è giustizia cieca, si riduce a una questione di singolo vs. collettività, egoismo vs. altruismo. Non ammette che una madre cerchi di proteggere individualmente il frutto che porta nel ventre, ancora invisibile, anche a scapito del gruppo, come fanno tutte le madri da che mondo è mondo. E nonostante ciò mi sentivo uno schifo a fuggire via, sentivo che non si può sempre evitare la protesta con una scusa, che il generico tanto non cambia mai niente non è degno di un uomo che si prepara a diventare padre.
Che cosa pensavo, sulla strada dell’ospedale? Che la disperazione non è davvero orribile (e infatti non mi sentivo disperato); molto più orribile è la speranza rovesciata. Se il mondo fosse fatto di puro dolore avrebbe un senso nobile. No, il mondo è come il sedile di un treno. Non trovi modo di mettertici, fa male in tutti i versi, e se provi a dormire ti casca la testa in avanti, o ti si spalanca la bocca, o sei costretto ad appoggiare la guancia sul riquadro di metallo gelido del finestrino. Ma è un sedile di treno, dopo tutto. Devi starci. Non hai molti motivi per lamentarti: ringrazia il cielo che puoi appoggiare il culo e che nel vagone non fa troppo freddo. Capisci che voglio dire? Non so se la similitudine valga per tutte le vite; di certo vale per la mia. La speranza rovesciata è quando inizi a chiederti, Voglio davvero far salire mio figlio su questo treno? Voglio davvero costringerlo a stare su questo maledetto sedile? È allora che una voce nella tua testa comincia a dire Forse, se quelle macchie di sangue fossero quello che temiamo… e non finisce, non la lasci finire, per nessun motivo al mondo vuoi pensare quella cosa lì, anche se il fatto di non volerla pensare implica che ci hai già pensato a un qualche livello, e che quindi sei condannato. La massa ha ragione. Dovresti vergognarti. E no, non andrà affatto tutto bene.
Vedi come la prospettiva si capovolge? Ero uscito di casa nei panni del salvatore e dopo soli due chilometri ero io quello che aveva bisogno di essere salvato.
Non so che cosa pensasse Miriam nel frattempo. Se ne stava zitta, come chi debba fare un lungo calcolo a mente. – Arriviamo al pronto soccorso. Parcheggiamo in fretta, attraversiamo senza guardare il piazzale delle ambulanze, entriamo da un’anonima porticina che pare l’ingresso del vano caldaie, percorriamo un vestibolo angusto e ci precipitiamo all’accettazione. La donna dietro il vetro ci guarda con curiosità. Dev’essere abituata ad intimidire le emergenze con un’alzata di sopracciglia. Sono incinta di sei settimane, le dice Miriam, Questa sera ho avuto una perdita. La donna scuote la testa. Deve andare di sopra, dice, il ginecologo di guardia riceve nel suo ambulatorio.
Imbocchiamo il passaggio sotterraneo che conduce all’ospedale. Somiglia curiosamente a un condotto digerente, nella forma e nel colore. Andiamo in su e in giù. Svoltiamo a destra e a sinistra. Pigliamo un ascensore che sembra un montacarichi. Arriviamo infine al reparto ostetricia & ginecologia: non ti dico questo a che cosa somiglia. Il vestibolo è completamente spoglio. Una porta tagliafuoco conduce a un atrio piuttosto accogliente, con immagini indistinte alle pareti; di qui si dipartono due corridoi, a destra e a sinistra. Le luci sono abbassate per la notte. Si sente un leggero bisbiglio da una delle porte aperte. L’unica traccia che testimonia l’esistenza di personale è una lampada accesa in una stanzetta di servizio. Cosa facciamo? Siediti qui, dico a Miriam, Vado a cercare qualcuno. Sì, ma dove? Di certo non posso entrare in una camera e interpellare le degenti. Decido di ripetere il percorso al contrario. Fino all’accettazione, se necessario.
Avrei dovuto calmarmi, giusto? E invece no. La mia missione era trovare qualcuno: un medico, un infermiere, un portalettiga, chiunque. La salvezza era il mio compito. Ho sceso una, forse due rampe di scale. In quella ho sentito vibrare il telefono in tasca. Numero nascosto. Che faccio, rispondo o non rispondo? – Non ridere, Jim, sono dilemmi. Stabilire priorità non è mai stato il mio forte. Ma non si trattava più di decidere per me solo. Per quanto ne sapevo, poteva essere questione di minuti. Fosse stato il papa in persona, non avrei avuto tempo di rispondere. Perciò ho lasciato perdere. Ho atteso che la chiamata cadesse. Mosso da uno strano presentimento, mi sono arrampicato su per le scale e ho sono tornato nell’atrio di o&g. Il cono di luce in cui avevo lasciato Miriam era spento. Lei era sparita.
Jim, tu sai che piango di rado. Anche quando ci pigliavamo a schiaffi per il turno di battitore, evitavo di darti la soddisfazione di spremere anche una sola lacrima. Quella sera ho pianto. Dopo aver percorso avanti e indietro i due corridoi del reparto, senza riuscire a trovare mia moglie, ho appoggiato la testa sul muro e nella penombra ho pianto calde lacrime. Per la terribile possibilità che teneva sospeso mio figlio; per l’assenza inspiegabile di Miriam; per averla lasciata sola e per essere riuscito a incasinare le cose fin dal primo istante. Accanto a me, sulla parete, era appeso un poster illustrato dal titolo Il mestiere del papà. Piangevo e mi guardavo la punta delle scarpe. Ho notato allora un filo di luce che si srotolava lungo il pavimento.
Come avevo fatto a non accorgemene prima? La luce filtrava da una porta alle mie spalle. Il cartellino diceva gabriel diodati, md. Il resto è presto detto. Diodati era il ginecologo di guardia. Se avessimo da subito imboccato il corridoio di sinistra lo avremmo trovato nel suo studio pronto a riceverci. Quando mi ero allontanato era stato lui stesso ad uscire nell’atrio e ad invitare Miriam ad entrare. Questo l’ho saputo dopo; al momento, tutto quello che ho fatto è stato incollare l’orecchio alla porta e attendere. Non avevo il coraggio di bussare. Sentivo la voce del medico, pacata, circostanziale. A un tratto ho udito il riso di Miriam, sottile come zucchero a velo. Il sollievo mi ha piegato le ginocchia.
Cadendo ho battuto la testa sulla maniglia. Avanti, ha esclamato Diodati. La visita era finita. Il bambino stava bene. L’ecografia ne aveva colto l’ombra e il battito, perfettamente nella norma, centotrenta pulsazioni al minuto. Ti sei fatto male?, ha chiesto Miriam, vedendo che mi massaggiavo la fronte. Non ero mai stato meglio.
Capisci? A definire i grandi concetti bisogna stare attenti; le parole impazziscono come maionese. Ma io credo di sapere, ora, cos’è la salvezza. È una piccolo guizzo intermittente. C’è e non c’è, c’è e non c’è, centotrenta pulsazioni al minuto. Era stato stupido preoccuparsi tanto? Non più di quanto sarebbe stato stupido pensare di avere tutto sotto controllo, un attimo dopo, contemplando con occhi increduli la prima fotografia di nostro figlio. La salvezza è precarietà, Jim. Non si può mai essere salvi da. Bisogna essere salvi con.

Luci

Solo a questo punto, con un gesto studiato, Joseph ha riappoggiato la tazzina. Ti sta raccontando la storiella sulla salvezza?, ha chiesto Miriam, che aveva origliato la fine del discorso. Gli piace infiorettarla. Ti ha detto che mentre mi facevano l’ecografia ha cominciato a nevicare? Miriam, per piacere, ha risposto Joseph. Ti ha detto che un fiocco di neve si è appiccicato al vetro? e che lui ha alzato un dito per toccarlo? che il fiocco lentamente si è sciolto? D’accordo, ha detto Joseph, prendimi pure in giro. Ma la storia è vera. Fino all’ultima virgola. Tutte le storie di Natale lo sono.
E si sono guardati negli occhi. Io ho sorriso a mia moglie.
Vedo che non avete ancora messo il Gesù bambino nella mangiatoia, ho detto dopo un istante. Il piccolo presepio di gesso sopra la cassapanca era l’unica concessione mediterranea in un florilegio di addobbi genuinamente anglosassoni. Mi ricordo che nostra madre lo metteva al suo posto fin dal primo giorno di avvento, ho aggiunto. Sbagliava, ha detto Joseph, La salvezza comincia sempre a mezzanotte.
Amen, ho detto io.

Candela arancia

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