Le luci si abbassarono, i tablet furono spenti, i visori oscurati, si interruppero i ticchettii, le campanelle, i bip bip, gli sguardi si sollevarono, solo qualcuno si ricordò del proprio vicino e bisbigliò in un orecchio è il momento, come avrebbe bisbigliato ai bei tempi, stringendo i braccioli della poltrona, raddrizzando la schiena con trepidazione, sia per quello che sarebbe accaduto sia per l’emozione di rinnovarne l’esperienza, un’archeologia della sensazione, una filologia dell’intrattenimento. Piacere per pochi. Per qualche istante non accadde nulla. Migliaia di dita non più incollate agli schermi formicolavano di disagio. Infine apparve fra le quinte una figuretta in frac: le pupille si dilatarono e scrosciò l’applauso, un applauso vecchia maniera, la ritrovata versatilità del corpo, palme contro palme, palme contro dorsi, addirittura palme contro cosce, sensazione di calore e dita spellate. La figuretta avanzò mollemente fino al proscenio e fece un rapido inchino. Attese pazientemente che il baccanale scemasse. Senza dire una parola, sfoderò un rotolo di carta e cominciò a distenderlo tranquillamente, inginocchiandosi, perché sporgesse verso il pubblico e tutti potessero leggere: Sonata quasi una Fantasia op. 27 n. 2, in lettere nere piene di svolazzi. Una moltitudine di epiglottidi si chiuse in un singulto di piacere. Un foglio di carta vergato a mano, srotolato a mano, arricciato sui bordi, rarità che pochi teatri potevano permettersi. Ogni respiro fu trattenuto.
La figuretta si impettì al centro del palco e si schiarì la voce. Non c’era ovviamente alcun pianoforte. Il miracolo ebbe inizio:
Na, na, na; na, na, na; na, na, na
Impossibile descrivere l’afflato, la partecipazione, il muto senso di consonanza analogica. Contro il colonialismo digitale, la realtà aumentata e approfondita, la biomatica, la psicotronica, finalmente la comunione diretta con l’artista organico.
E la consapevolezza del privilegio, ovviamente: l’appartenenza all’élite capace di ascendere al Parnaso, in estatico silenzio, fino all’ultimo na, na, na.

Immagine: Chiharu Shiota, In silence, da Fools Journal (particolare).

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3 pensieri su “Organico

  1. Credo di avere problemucci con l’organico, li organismi (mostly, quelli statali), e pure gli organi.

    “Teniamo tutto per noi /anime / salve / almeno si presume / non è certo.” (A. Giuba)

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