La mosca

La morte entrò con l’aspetto di una mosca nella stanza d’ospedale dove la signora Lentini consumava le ore, appesa ai fili che la tenevano in vita.
– Oh, eccoti – disse la signora. – Temevo non arrivassi più.
La mosca fece un largo giro attorno al letto.
– Sono pronta. Che cosa devo fare?
La mosca volò più vicina alla sua testa. Il ronzio era quello di un congegno meccanico, piccolo e imperturbabile. Erano passati i giorni in cui anche un raggio di sole attraverso le tende infastidiva la signora Lentini. Per un po’, il dolore l’aveva affrontata in una guerra convenzionale. La cosa era un stata dapprima una fiamma, poi un coltello, poi un’incredibile sensazione di peso. Solo da qualche settimana la strategia era mutata e la sofferenza aveva cominciato a blandirla con grazia, come se volesse convincerla a passare dalla sua parte. Anche il ronzio di una mosca poteva trasformarsi allora in un inatteso piacere.
Non era sempre stato così, ci mancherebbe. Per più di ottant’anni, la signora Lentini aveva desiderato di vivere, non di morire. E poi, tutt’a un tratto, come una di quelle fontanelle di bambù che si sbilanciano, raggiunto il colmo, e d’un tratto si svuotano… La mosca continuava a girellare per la stanza e non diceva nulla.
– Che cosa avrò fatto di male, per meritare che la morte venisse a prendermi sotto forma di una mosca?
La signora corrugò la fronte e chiuse gli occhi. Fece un breve sogno. Passeggiava assieme al marito ancora vivo lungo un ruscello della Val Pusteria. Era la passeggiata che avevano deciso di fare quando egli fosse guarito. Larici rosso fuoco punteggiavano il bosco. Camminando, parlavano delle cose che avrebbero dovuto fare, la sera, ritornati a casa. Il marito scuoteva la testa. «Se potessimo fermarci una notte qui. Prendere una stanza in albergo e rimanere fra queste montagne, almeno fino a domani». Ma non potevano. Il sogno lo impediva assolutamente.

Entrò qualcuno e la signora Lentini si svegliò di colpo. Era Silvia, l’infermiera del turno pomeridiano.
– Come andiamo, signora Amalia?
– Abbastanza bene.
– Le accendo la luce? Le giornate si accorciano a vista d’occhio.
Silvia cambiò la sacca della fleboclisi e disse che la cena stava per arrivare.
– Stia allegra, signora Amalia. Domani è sabato, suo figlio verrà a trovarla.
Prima di andarsene, prese dal tavolino una copia di Confidenze, la arrotolò e colpì con forza una mosca che passeggiava avanti e indietro nel quadro della finestra. La mosca cadde sul pavimento, senza rumore.
– Sono così stordite, in questa stagione.
La signora socchiuse gli occhi.
– Perché? – domandò sottovoce. Ma Silvia non la sentì.

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