Il terremoto

E so che presto prenderò fuoco dall’interno
e brucerò fino all’ultima cellula, spero almeno allora
di offrire un po’ di luce e di calore a chi sta attorno, e brucerò in silenzio
e disferò il mio peso nella cenere senza peso e non dirò parole
Accadrà
perché oso pensarlo
perché è immorale contemplare troppo a lungo
una possibilità ancora in secca nel futuro
e anche se tento di evitarlo, un progetto
è soltanto presentimento congelato
nel desiderio del contrario, e nulla
procede mai secondo i piani
di mutare il destino verso il bene
Dunque brucerò senza volerlo
(non c’è bene nella gloria del vampa)
e ormai il pensiero divora tutti gli altri
e mi scruto con terrore l’ombelico per capire
da dove sprigionerà d’un tratto l’autoconsumazione
fra le ghiandole possedute che il ventre ora racchiude
Arduo per il cuore contenerne il presagio nella calma
Lo dico a chiare lettere a chi mi ascolta
la mia forma è la fiamma

Magritte, Gente alla moda

Ma vi prego per favore voi là dietro non spingete
non ho pietra avanti a me su cui appoggiare il piede
vietato oltrepassare la linea gialla, ironico scoprire
le punte delle scarpe già oltre lo spigolo
del non ritorno, ditemi
dove volete che vada
Voi che siete in salvo
nelle retrovie dove nascono le cose
da un minimo squilibrio verso il peggio
e prendono coraggio a poco a poco, senza
vera colpa dapprincipio, un borbottio
soltanto, un moto, un colpo di tosse
qualcuno dà di gomito al vicino, e l’onda
appena nata si propaga alla velocità del suono
per la materia umana che non oppone resistenza
E in fondo al fronte d’onda, un singolo
a cui si chiede un passo avanti
fosse pure un salto sui binari
Comprendo la vostra richiesta, signori
ed è per questo che alzo il volume del pensiero
È molto più di quanto possa dare, la capacità del vero
oltre gli artifici della voce, superare d’un balzo la paura
che mi ha fatto sasso fino ad oggi per il piede della folla
pronto a calciarmi sulla massicciata
Eccomi
sulla sponda del presente, il tempo
di imparare a volare finalmente
come vola la fiamma

Magritte, Mondo invisibile

Ma non ancora, non ancora
Problemi al materiale rotabile, così pare
sciopero del personale di carrozza, un mattone
nel muro rosso dello sciopero generale
Ed è il rigurgito della manifestazione
a confluire sul molo che divide le due vie, umanità granulare
che non riesco a vedere, chi segue l’esercizio del diritto,
chi la ripetizione del dovere, e non bastano occhi letterari
per distinguere gli occhi degli altri
nel magma della sera scritta in prosa
Rimangono corpi non più abitati
fra le braccia conserte della massa
non ancora disfatta dalla morte
che perde ogni colore, oltre un’ora di ritardo
Facile a questo punto superare
la linea del controsenso
e lasciare che lo sciopero ripieghi su sé stesso
Vociferano qui accanto, pendolari
un uomo, dicono, è sceso sui binari
più in là, oltre il tabellone su cui è scritta la pazienza
in lettere gialle su fondo nero
Chi mai vorrebbe bloccare un treno già in panne
Di qui non riesco a vederlo
l’uomo che attende, presumo,
l’attimo in cui il convoglio mostrerà il muso
dietro la curva, dovesse risolversi lo stallo
nel diritto inalienabile di fermare
anche il treno su cui non corriamo
È la coda che morde il cane

Magritte, Tempo pugnalato

Solo destino
come Cristo
o forse si è tirato dietro suo malgrado
una chiesa che non vede l’ora di adorarlo
crocifisso in mezzo ai fanali della motrice
figlio dell’uomo che è già tutte le volte in una
Lo seguono i farisei che nessun treno travolge
e mirano alla cabina di guida, alla mano sulla leva
spingono, spingono dalle viscere della ressa
a costringere chi si trova in prima fila
fin sul limite dell’ultimo passo possibile
E se l’onda batte sempre contro un io
non è vero il contrario, l’onda sprigiona
dai molti, il plurale che uscì dal folle di Gerasa
per gonfiare il ventre di una mandria di porci
A che fine dunque cercare l’origine del male
in fondo all’ombelico, ditemi piuttosto
se è fra questi sassi bianchi di calcina
la Geenna che chiedete anche per me
dal cortile del Sinedrio, e seguirò la legge
che qualcuno ha scritto in vostro nome
sempre che il fuoco non mi prenda prima

Magritte, La casa di vetro

Poiché non credo al miracolo
poiché non spero nel miracolo
Il mio regno cadetto è nell’ambito
delle cose che la fisica conosce, ridurre
la moltitudine delle forze
a un’unica tendenza alla caduta
poiché neppure lontanamente
desidero il miracolo
Scandalo per l’uomo della strada
nonsenso per il tecnico pensoso
che anche oggi ha svitato e riavvitato
l’infinitesimo particolare ininfluente
e adesso basta, è ora di tornare a casa, quando
impareremo a non porre la domanda
specie nell’ansia del momentaneo
squilibrio, ad accettare nel grano di senapa
il semplice grano di senapa, finché l’altoparlante
non annuncerà il risveglio
E se talvolta indulgo alla preghiera
è soltanto per chiedere che il miracolo
passi da me senza che debba berne il succo
poiché conosco il miracolo
poiché temo il miracolo
che già vedo pendere come il frutto morto
dal ramo carico che la terra chiama

Magritte, La cartolina

E se fosse semplicemente caduto, poveretto
ci sarà, mi chiedo
qualcuno che scenda ad aiutarlo
a persuaderlo che non è tempo per la follia
finché risalga sulla proda
Muoversi davvero, divincolarsi dal disordine
che affligge questi versi, ora,
nel tentativo del salto, non riuscendo
a credere neppure a chi si proclama Messia
con il gesto, senza parlare, e non spinto scende nella fossa
Occupatevi di lui, non badate a me
anche se l’ultimo ansito di pressione
della gente alle mie spalle
mi porta a un tratto oltre l’orlo del marciapiede e il mio corpo
lasciato libero inspiegabilmente
non cade, la scarpa
lascia il suolo e sale, cosa mi succede,
le gambe come ali,
ascendo al cielo
—— O no,
non guardate
non lasciate che gli occhi salgano con me
mentre prendo a levitare sui binari
nella grazia dei passi nel vuoto che gli angeli raccolgono
Prolungate l’incredulità, vi prego, godete
del diritto/dovere al peso
come insegna la terra grave, disprezzate il volo
che è solo un altro modo di bruciare
Cercate l’altro, piuttosto, cercate
colui che è sceso

Magritte, La battaglia delle Argonne

Venne un uomo
prima di me che saltò dalla banchina
e rinunciò alla tentazione dell’atmosfera
per la semplice legge morale della cenere
che ha imparato a cadere, benché leggera
E ora tu mi noti, figlio dell’uomo,
e fai cenno ai tuoi vicini, c’è un tizio
che veleggia a mezz’aria sul punto
di tradire un trucco, dici, eppure
non pare, e in un breve attimo la folla
risponde insieme al segno, una seconda
onda prende il largo, com’è possibile, oddio,
guardate, e c’è chi subito piega le ginocchia
chi strilla, chi si fa il segno della croce
Solo io nel parapiglia odo la voce
che annuncia la condanna inevitabile
dello sciopero infine revocato, scon
quasso di cui il miracolo è vigilia
nell’acclamazione della massa
È il calore che nasce dal mio centro
e si propaga ad abitare tutte le membra
la scintilla che mi porterà via dalla stazione
prima che il treno schianti, in volo sulle forme
binarie che provo a dire ormai ben oltre
il mio limite, e se pure penso all’altro,
il dimenticato, salendo, salendo, già da quassù non sento
la vibrazione del metallo scosso
sulla tastiera rotta delle traversine
nella fine che mi prende col fuoco

E non è affatto impossibile
che il terremoto arrivi proprio
quando si parla del terremoto

Magritte, L'infinita gratitudine

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4 pensieri su “Il terremoto

  1. (Non capisco come mai mi sia arrivata oggi la notifica di questo post, se la data di pubblicazione è il 5 agosto scorso.)
    Questa è molto diversa dal tuo solito stile. Per certi versi la sento più simile alla mia sensibilità mistico-truculenta, spero che tu non ti offenda per questa definizione, eppure anche molto più criptica.
    Vorrei sapere se un paio di termini sono sviste o effetti voluti:
    “(non c’è bene nella gloria del vampa)”, i miei vocabolari dicono che vampa è femminile, anche se deriva da un arcaico “vampo” maschile;
    “…scon
    quasso…”, questo a capo mi lascia perplesso.
    Ciao e grazie!

    1. Grazie a te, Marco!

      Ho scritto di proposito questo poemetto in uno stile completamente nuovo per riuscire a dire cose che di solito mi sfuggono. Non è riuscito del tutto, ma sono comunque soddisfatto. Mi sta molto bene l’appellativo di “mistico-truculento”. Forse un giorno riuscirò a purificare questa voce e a renderla meno criptica. Ci sto ancora lavorando.

      “Del vampa” è un refuso. Era “del fuoco”, in origine, ma l’ho cambiato per rispettare un vincolo interno secondo cui ogni parola chiave ritorna sempre un numero pari di volte (il mio intento, forse troppo nascosto, era di rendere ogni immagine forzatamente, ossessivamente “binaria”). Correggerò. La pubblicazione, invece, è retrodatata per ricordare il giorno in cui ho effettivamente concluso il lavoro.

      G

  2. ” (…) e non bastano occhi letterari
    per distinguere gli occhi degli altri
    nel magma della sera scritta in prosa (…).

    Caro Guido, bastano quelli che chiamerò nel saggio che per ora è solo un celenterato, “gli occhiali lisergici”.
    Insomma, ricetta: Escrementi di Céline, di Dostoevskij, e di Woody Allen. Frullare il tutto e avrete l’assioma inconfutabile di Filippo Timi, grande autore teatrale di oggidì. “Davanti alla tragedia, ci sono solo due possibilità:
    soccombere, o esplodere al massimo della vitalità.” Personalmente oso aggiungere, anche dello stile. 🙂

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