L’Evento, terza e ultima parte

Che cosa ti ha detto Ethel dopo l’Evento? la prima frase che ti ha detto?
Sei ubriaco fradicio. Andiamo a casa.
Io non mi alzo da questo sgabello se tu prima non mi fai il santissimo piacere di dirmi… voglio che tu mi ripeta che cosa ti ha detto Ethel quando sei tornato in camera da letto.
Abbassa la voce, per favore.
Ti metto in imbarazzo? Il signorino è in imbarazzo!
Non mi ricordo che cosa ha detto.
Sì che te lo ricordi.
Ho dimenticato le parole esatte. Ero confuso, come tutti.
“Come tutti”, “come tutti”. Tu non capisci un cazzo, bello. Sei così focalizzato su te stesso che non ti rendi neanche conto di quanto sei… Glooough. E dici “come tutti”, fingi di interessarti agli altri, mentre in realtà ti interessa soltanto il tuo dolore, la tua perdita…
Smettila.
Sei uscito di casa in piena notte, lasciando Ethel da sola, e hai vagato per ore prima che… qualcuno di mia conoscenza… ti trovasse addormentato sullo zerbino. E adesso vieni a dirmi che non ti ricordi le parole esatte?
Non mi va di parlarne.
Te dico io che cosa ha detto.
Chiudi il becco.
“Torna a dormire”, ha detto. “La bambina sta bene.”
Ti avverto, se non la smetti immedia…
La bambina sta bene”.
Thud.
Ouch.

Ma sei rincoglionito?
Ti avevo avvertito.
Tu… tu… non sei a posto. Hai bisogno di farti vedere da uno bravo. No, resta dove sei, ce la faccio da solo. Ahia.  Tranquilli, signori, tranquilli. Stiamo solo discutendo.

Bello, ti giuro su Dio, se provi un’altra volta a…
Ti avevo avvertito.
Ma chi vuoi avvertire, con quella faccia? Sei patetico. Sei… mediotriste.
Che cazzo vuol dire?
Come un corpo nero. Assorbi tutta l’attenzione che ricevi, ed emetti in cambio uno splendido spettro di egoismo… a temperatura costante…
Ti esce sangue dal naso.
Merda.
Usa il mio fazzoletto.
Guarda che cos’hai combinato.
Adesso ti porto a casa e ti metto la testa sotto l’acqua fredda. Così risolviamo entrambi i problemi.

Mr Kheops…
Non si distragga, la prego.
Ma l’immagine… l’immagine…
Intende la finestra digitale? Non ci faccia caso.
È cambiata.
Davvero? Che cosa vede?
Un giardino.
Interessante. Be’, non c’è nulla di strano. È progettata in modo tale che al variare dell’angolazione…
Non è un giardino qualsiasi.
Eh eh. Caro Jimmy, non esiste un giardino qualsiasi. Non esiste una frase qualsiasi e non esiste neppure una tazza di latte qualsiasi. A proposito, vuole assaggiare? No? Non si perde nulla. Slurp. Non sono più sicuro di voler proseguire.
Oh, ma lo sono io. Nel suo passato è scritto a chiare lettere che lei vuole proseguire. Le avevo promesso che l’avrei aiutata a guadare il fiume di merda. E infatti la sto aiutando. Non mi importa se ha paura. Si fida di me?

Lo prendo come un sì. Mi dica solo questo: perché rimane immobile di fronte la finestra? che cosa sta cercando?

Mi dispiace aver usato le maniere forti.
Risparmia il fiato, bello. Non sono uno di quegli amici. Magari vorresti che porgessi l’altra guancia e accettassi le tue scuse? Non ti accontenti di prendermi a cazzotti, vuoi pure stendermi con la tua superiorità? Perché è chiaro che sono io dalla parte del torto, l’ubriacone, quello che si è portato a letto Megan, quello per cui l’Evento è stato solo un bel trip cognitivo, mentre tu, il santo, tu sì che hai sofferto, e se ti prendono i cinque minuti bisogna capirti, dopotutto anche un santo ha diritto di… Gloooough. Mi viene da vomitare.
Come?
Ho detto che mi viene da vomitare.
Cazzo, aspetta almeno che trovi una piazzola.
Muoviti.
Ecco, scendi.


Blaaargh.
Come ti senti?
Lasciami almeno riprendere fiato.

Di solito non mi succede.
Vedrai che adesso passa.
Io volevo soltanto aiutarti, lo capisci questo?
Su, basta parlare, adesso.
Kheops non farà sconti. Tirerà fuori di sicuro la questione di Ethel. Lo so che il discorso ti turba, proprio per questo dovresti prepararti.
Cosa vuoi che ne sappia di Ethel, quell’uomo.
Tu proprio non vuoi capire. Kheops sa di te. Mi ha chiesto espressamente di vederti. E sa anche di loro.
Continui a farneticare. Loro? Loro chi?
Quelli che ti hanno portato via Rachel.
Ancora con questa storia. Rachel… Rachel è morta.
Certo, come no. Ripeterselo non costa niente. Per quanto lancinante possa essere il dolore, sempre meglio convincersi che la piccola sia morta piuttosto che ammettere di…
No, caro mio, ti sbagli. Tu non immagini nemmeno… diosanto, tu non hai la più pallida idea di che cosa significhi perdere una figlia. Io continuo a pregare che non sia morta, che un giorno qualcuno suoni al campanello e mi dica che è stata ritrovata da qualche parte. Ma bisogna anche guardare in faccia la realtà. E la realtà mi dice che è morta, dannazione, anche se nessuno sulla terra sembra in grado di ricordarsene.
Ethel non è di quest’idea.
Ethel è malata, d’accordo? Non ci sta con la testa, poverina. Ha ancora bisogno di tempo. Spero di riuscire a farle accettare la cosa a poco a poco… Forse anche Kheops può aiutarmi a…
Aiutarti a cosa? A imbastire una storiella per metterle il cuore in pace?

Ethel è convinta che Rachel non sia mai esistita. Tanto varrebbe seguire la linea, allora! Dovresti farti dire questo, da Kheops: che Ethel ha ragione, Rachel non è mai esistita, e tu hai solo sognato di avere una figlia, anch’io ho solo sognato che tu avessi una figlia, è stato tutto un gigantesco equivoco, “almeno adesso lo sappiamo, cara, era come dicevi tu, non c’è mai stata nessuna bambina, eppure mi sembrava proprio, be’, meglio così, non ti pare?”
Non ricominciare, per favore. Non costringermi a…
Dopotutto è assolutamente plausibile che una madre si dimentichi di aver avuto una figlia. Abbiamo dimenticato tante cose.
Basta. Ne ho le palle piene del tuo sarcasmo. Me ne vado.
Mi lasci qui?
Hai bisogno di schiarirti le idee.
Io? Io ho bisogno di schiarirmi le idee?

Vuoi andare sul serio?
Slam.
E va bene, vai, vai tranquillo. Mi sono affezionato a questo paracarro. Se voglio, posso benissimo tornare a casa a piedi. Domani, al massimo dopodomani, io sarò fresco come una rosa. E tu, invece? Quand’è che ti ripiglierai?

Ethel sa tutto. Ha sempre saputo tutto.
Non è vero.
Se Rachel è morta, dov’è la sua tomba?

Una tomba dovrebbe pur esserci, giusto? E la macchina, vogliamo parlarne? Quella sera, di fronte al giardino dei vicini… c’era o non c’era una macchina? e bambina sul sedile posteriore? a chi assomigliava quella bambina?
Io… ho visto male.
Ethel che salutava con la mano attraverso la tenda del soggiorno? E le lacrime che cercava di asciugarsi mentre ti veniva incontro, facendo finta di niente? come le spieghi?
Levati dai piedi.
Te la sei bevuta alla grande, bello. Non hanno neanche dovuto dartela a bere, sei tu che hai preso la bottiglia tua sponte e l’hai tracannata fino in fondo. Bravo. Ethel si era perfino tradita: avrebbe dovuto cominciare la commedia fin da subito, e invece ti ha detto di tornare a letto, di non preoccuparti… ti ha detto che la bambina stava bene

“torna a dormire”, ha detto. Possibile che neanche in quel momento sia suonato un campanello nella tua stupida testolina ufficialista? No, se ti dicono di tornare a dormire, tu torni a dormire.

Un cancelletto fra l’erba alta. Magnifico. Sa anche lei quel che deve fare, giusto? Non è una scelta facile. Aprendo quel cancelletto, lei teme di creare un passato. È un errore molto comune. Per lo stesso motivo molta gente si rifiuta di consultare un lettore. L’Evento ha ruotato di centottanta gradi la bussola delle coscienze: risultato, non crediamo che il passato esista, che sia immutabile e scolpito nella pietra. Ne abbiamo paura. Il passato è diventato intrattabile, minaccioso; meglio non andare a disturbarlo, meglio non allungare troppo lo sguardo per capire che cosa è successo. Il mio è un lavoro difficile, sa? Una lotta quotidiana contro la vecchia superstizione secondo cui, mi dica lei se non è assurdo, basterebbe immaginare una possibilità per farla diventare reale. Provi a dire a qualcuno: “lei è stato malato, nei giorni dell’Evento”. Ci provi, se ha coraggio. Minimo minimo le daranno dello iettatore. Ora, si metta nei miei panni. Sono io l’ho portata davanti al cancelletto. Sono io che le chiedo di aprirlo. Come posso convincerla che quello che troverà al di là non dipende in nessun modo da me? Si raccontano tante storie sui lettori: storie esemplari di come dicendo questo o quest’altro abbiamo stravolto una vita in peggio o in meglio, a seconda – storie deliberatamente falsate nel ricordo, estrapolate a piacere fra i possibili passati per sostenere un pregiudizio positivo o negativo nei nostri confronti. Slurp. Il fatto è che la gente non conosce la differenza fra leggere e ricordare. Hanno perso la memoria e vengono qui, dicono, per riprendersela. Ma qui non c’è memoria. Qui ci limitiamo a guardare. La memoria interviene dopo, quando si prova a raccontare agli altri quel che si è visto. L’immagine in sé dura pochissimo. L’invenzione subentra all’istante, come un riflesso. Glielo dico chiaro e tondo: la gente produce da sola le finzioni di cui accusa noi lettori. Non può farne a meno. E non mi guardi come un pesce lesso, che cosa crede, di essere diverso dagli altri? Lei ora mi ascolta in silenzio, pende dalle mie labbra, come si suol dire, ma quando sarà fuori di qui non saprà riferire se non un misero riassunto di quel che ci siamo detti. Nel giro di un quarto d’ora, la memoria entrerà in azione. Sfilerà il suo armamentario di lenti deformanti e comincerà a inserirle una dopo l’altra lungo il percorso dei suoi processi cognitivi, fino a produrre l’immagine che lei vuole vedere. Un amico le chiederà com’è andata; dovrà tirar fuori qualcosa; da moderato ottimista qual è, si inventerà un passato consolante; ripenserà a Mr Kheops come a un eccentrico coglione che è riuscito a dirle una parola di conforto e riconoscerà che in fondo non è stata una cattiva idea venire da me. Mi farà buona pubblicità. Pian piano sarà in grado di ricostruire il nostro incontro in tutti i dettagli, dettagli fittizi, ovviamente, ma che importa? Il racconto diventerà sempre più nitido, sempre più convincente. Forse a questo punto deciderà di tornare a trovarmi. Arriverà qui e scoprirà che sono diverso da come mi ricordava. Ne sarà stupito, o contrariato, a seconda. Finirà per non capire assolutamente niente né di me né dell’Evento. Che c’è, la verità le dà fastidio? Pensa che le stia dando dello stupido? Al contrario, lei è una persona molto intelligente. Proprio per questo rimarrà incastrato nel meccanismo: il suo cervello lavorerà contro di lei, e non c’è nulla che possa fare per evitarlo. Non si rattristi. Alla fine della fiera, anche a lei, come a tutti, non interessa sapere che cosa ne è stato del mondo in quelle benedette settimane. Per questo ci sono i log e le cache e tutte le possibili triangolazioni fra le fonti in informazione. Quello che la angoscia è non poter attingere al suo passato individuale, non poter uscire dal loop di questa conversazione che in fondo si limita a riproporre i suoi stessi pensieri sotto un’altra angolazione – io parlo, parlo; non posso mica vedere al posto suo! –; quel che la uccide è non riuscire ad aprire il cancelletto. Ecco la tragedia dell’Evento, o dovrei dire degli Eventi? nove miliardi di coscienze prostrate da una cura da cavallo, nove miliardi di vasi non comunicanti, ciascuno con la sua tragedia personale e inattingibile. È… angosciante. Ecco perché faccio questo lavoro. Io costruisco tubi fra i vasi non comunicanti. E spero con tutte le mie forze che lei… Le chiedo di guardarmi di nuovo solo un istante. Ho bisogno di ricordare la sua faccia, per non perdere la sintonia. La sua faccia è importante. Grazie mille. Ora può tornare a fissare la finestra, se vuole. Il dilemma è semplice, in fondo: di qua o di là. Dentro o fuori. Tertium non datur.

Una montatura, dall’inizio alla fine. Per dissimulare tutta l’operazione. Per non farti pensare troppo alla bambina. Rachel era speciale e tu lo sapevi. E loro sapevano che tu sapevi… Se ti fosse passato per la testa un qualsiasi sospetto avresti sollevato un casino e così l’hanno sollevato loro, il casino, ma infinitamente più grande, un’operazione rischiosissima… e riuscita al cento per cento, visto che ormai qualsiasi cosa dica non posso fare a meno di portare acqua al loro mulino… onore al merito… E dopo tutto anche a me fa paura il mondo. A chi non farebbe paura questo mondo? Non c’è una sola cosa che non sia diventata ormai fottutamente complessa per una singola mente. E la mente… oltre un certo limite si rifiuta di elaborare la complessità, punto. Quanto bello non sarebbe se le cose fossero più semplici, lineari, meno interpretabili? È questo che stanno facendo. È questo che vogliono darci: tanti mondi semplici, uno per ciascuno, con cui anestetizzarci. Non fanno neppure il nostro male, a ben guardare… Quello che mi dispiace è che senza volerlo anch’io ho collaborato alla finzione, indirettamente, e continuo a farlo, consigliandoti di andare da Kheops, come se lui potesse essere estraneo a tutta la… Sono davvero un coglione, dovevo accorgermene prima. Questa mania dei tubi non è tremendamente ironica? Anche Kheops è una pedina, progettata su misura per te, mi è sembrato che foste fatti l’uno per l’altro… Mille volte coglione. Ma c’è un particolare che non hanno calcolato: questa conversazione. Questa non sono riusciti a controllarla. Grazie a Julie e alla sua Weizen. Bello mio, anche se sono a pezzi voglio proprio dirtelo: l’Evento è stato organizzato solo per te, capisci, solo per te, per prenderti infinitamente per il culo, piccolo Jimmy Patata, e io ho contribuito mio malgrado, scusami tanto, so che non credi a una parola di quel che dico anche se sono l’unica persona… l’unica persona del pianeta in grado di dirti… la verità… solo per sentirmi rispondere…

…avanti, dillo.
Hai finito? Sali in macchina o rimani qui?
Ecco, appunto.

E si volta e mi chiama, papà, papà, facciamo una gara, e non ha ancora finito di dirlo che già scappa fra l’erba alta giù per il sentierino lungo lo steccato dei Morrison, e io comincio a camminare a larghi passi per darle un po’ di vantaggio, mentre Ethel chiude a chiave la porta della veranda, cara, hai bisogno di una mano?, no, tranquillo, vai pure, Ethel china lo sguardo e fruga nella borsa e sorride, è una meraviglia quando sorride fra sé senza sapere che qualcuno spia il suo sorriso – qui, proprio al centro dell’immagine – e Rachel è corsa avanti, seguo le impronte dei sandali sulla fanghiglia del sentiero, stamattina è piovuto un po’ ma poi è uscito il sole e l’erba è tornata tutta verde brillante, speriamo bene, non possiamo stendere il plaid se l’erba è ancora bagnata, alla peggio c’è pur sempre il tavolo di legno con le panchine ma non è la stessa cosa, vero?, corri, papà, che cosa aspetti?, se fai finta di correre non vale, e allora io corro, balzo come un ghepardo e Rachel mi intravede con la coda dell’occhio e scoppia a ridere e si spaventa tutta, ride come se le stessi facendo il solletico, mille palline che rimbalzano tutte assieme sul pavimento, e alla fine riesco ad acchiapparla proprio dove il sentiero fa una curva tra due piccoli casotti e s’imbuca fra i cespugli. Sotto l’olmo gigante. E Rachel incespica in un rametto che spunta dal terreno e per pura fortuna riesco ad prenderla in tempo, prima che batta la testa. E ride e continua a ridere come una matta, e allora rido anch’io, e ridiamo entrambi più forte quando sentiamo il cigolio del cancelletto e la voce della mamma che ci dice sempre a fare gli scemi, voi due. Poi prendo Rachel sulle spalle e scendiamo al lago assieme, e io barcollo di proposito come un ubriaco e di tanto in tanto le dico acchiappa quella foglia, oppure attenta, non vorrai sbattere la testa contro un ramo, anche se il ramo e la foglia sono molto più in alto di dove possa arrivare, e allora Rachel si allunga tutta per farmi vedere che può farcela, quasi ci tenesse a farsi venire un bernoccolo per provare quant’è alta, appollaiata sulle mie spalle, e col suo peso mi trascina di qua e di là facendomi oscillare in modo ancora più ridicolo. Finché non arriviamo al lago. Allora entrambi ci lasciamo cadere sullo spiazzo verde che scende fino all’acqua, esausti, come se una freccia ci avesse colpito al cuore. Lo facciamo tutte le volte. E aspettiamo la mamma distesi sull’erba, fingendo di esser morti, e rimaniamo immobili e tratteniamo il fiato e tutto quanto, e la mamma si avvicina e dice cos’è successo qui, e poi si mette ugualmente a preparare il picnic come se niente fosse. Le mamme non sono capaci di stare al gioco. E Rachel balza in piedi e improvvisa un balletto, mamma, mamma, hai visto che ero morta?, e Ethel, sì, l’ho visto, e Rachel, mamma, lo sai che quando ero morta mi è salita una formica sulla faccia?, e la mamma, pulisciti bene, ché sei tutta sporca d’erba, e Rachel, proprio qui, e indica col dito un puntolino. E allora anch’io mi alzo in piedi e le do un bacio sulla punta del naso e do un bacio anche a Ethel sulla punta del naso e tutti insieme stendiamo la coperta e apparecchiamo le provviste. – Questa finestra è incredibile, Mr Kheops. Davvero incredibile. – E  mentre mangiamo i muffin al formaggio e la torta di zucchine e pancetta e i sandwich con prosciutto e senape Rachel indica un tetto e poi un altro, tutte le case che si affacciano al laghetto, e chiede chi abita laggiù? e laggiù? e laggiù? e Ethel che conosce i nostri vicini meglio di me risponde pazientemente, e quando neanche lei sa dire chi abiti in una certa casa sono io a inventarmi un nome, un nome divertente, tipo i signori Bellypig o i signori Squawawawoundrel, ed Ethel sogghigna, e Rachel non capisce lo scherzo e accetta qualsiasi nome come se fosse perfettamente normale. Del resto, perché Lawson dovrebbe essere normale e Bellypig no? Da un certo punto di vista Bellypig è molto più legittimo e appropriato e normale di qualsiasi Lawson o Michelson o Penningham o quel che vuole lei. E pian piano mangiamo tutte le cose buone che abbiamo portato e siamo contenti perché sappiamo che alla fine c’è anche un po’ di macedonia col gelato, ma bisogna aspettare che il gelato si sciolga un po’, e allora nel frattempo io e Rachel facciamo una passeggiatina fino al grosso tubo che porta l’acqua al lago, è un canale che una volta scorreva in superficie e ora è stato interrato, si deve fare solo un piccolo tratto per arrivare al ponticello, e passando lungo la riva salutiamo tutte le famiglie che incontriamo nel tragitto e che sono venute al lago come noi per un picnic, salutiamo tutta la gente anche se non li conosciamo perché è così che si fa quando si passeggia lungo un sentiero. E alla fine arriviamo al tubo e ci fermiamo per un po’ a guardare l’acqua che zampilla, e la chiusa, e le alghe che si allungano come capelli sui sassi della polla. A Rachel piacciono le alghe. Mi chiede da dove arriva tutta quest’acqua, e io le dico che c’è una sorgente da qualche parte sotto terra, l’acqua arriva da lì, e lei mi domanda chi ha messo l’acqua sotto terra, e io le spiego che è una cosa un po’ complicata, e intanto il tubo versa e versa e versa nuova acqua dentro il lago, e Rachel ci pensa un po’ su e dice, come si fa se il lago si riempie troppo?, e io, se si riempie troppo chiudono il canale, c’è la chiusa apposta, e lei, come un rubinetto, e io, esatto, come un rubinetto. E le dico di fare un passo indietro, ché sennò si bagna tutta e le pietre sulla sponda sono scivolose. E Rachel mi dice che non ha visto soltanto i capelli, nella polla, ma c’era una faccia tutta intera, la faccia di una bambina diventata vecchia, e io le dico, interessante, quando andiamo a casa mi fai un bel disegno, va bene? E alla fine torniamo dalla mamma per controllare se il gelato si è sciolto finalmente. – È tutto come dovrebbe essere, e questo mi consola. La ringrazio tanto, Mr Kheops. Chissà perché avevo paura. Ho trovato finalmente una via d’uscita. Ha visto, qui nell’angolino? – Questi siamo io e Ethel distesi sull’erba. Saranno le tre di pomeriggio. Siamo sazi e assonnati e sereni e guardiamo semplicemente il cielo. E Rachel è da qualche parte a giocare con gli altri bambini, sentiamo le voci che vanno e vengono secondo il vento, e magari possiamo farci anche un pisolino, perché no, la domenica è ancora lunga e mentre penso queste cose entro nel dormiveglia e la domenica mi pare un grande prato verde senza orizzonte, e questo verde spazza via dal campo visivo qualsiasi particolare doloroso, come il fatto che qualcuno possa cadere nella polla e battere la testa sul tubo e rimanere immobile a pancia in giù fra le alghe, che cosa orribile, ma in realtà la semplice possibilità che ciò avvenga è come attutita da una coperta d’erba fresca, e questa non una metafora, quando si è sul punto di addormentarsi le cose confluiscono davvero una nell’altra e ciascuna diventa l’altra in un modo che le parole non sanno dire, non è così?, e il sottofondo è comunque semplice e chiaro, è una cosa che mi sono abituato a notare, nella somma fra gioia e agonia il risultato è sempre positivo, di poco, ma positivo. Oggi, se Dio vuole, non succederà nulla.


3 di 3. Leggi anche la
prima e la seconda parte.

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3 pensieri riguardo “L’Evento, terza e ultima parte

    1. Addirittura magnificamente? Sei troppo buono! 🙂

      Se vuoi, posso mettere online un PDF con il racconto completo. Il mio dubbio più grande è che ci siano “buchi” nella trama (non parlo dei sottintesi voluti, ma di dettagli che il lettore anche con tutto l’impegno non è in grado di cogliere) e che la storia appaia troppo difficile da interpretare, o peggio ancora arbitraria. Se è così, fammelo sapere! E grazie mille.

      G

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