Perché procedere alla cieca quando la scienza gli dava tutti gli strumenti per attaccare il problema razionalmente? Un vecchio articolo di Shannon (1950) gli aprì gli occhi. Usò la legge di Zipf per stimare l’entropia della lingua giapponese in bit per hiragana; ottenne un valore di 3,14 ± 0,04. Nella grafia classica gli hiragana disponibili sono in tutto quarantotto, ma questo non significa che il numero totale di haiku possibili sia 4817: molte, moltissime fra le combinazioni non sono haiku e non sono nemmeno frasi giapponesi di senso compiuto. E per fortuna: 4817 è un numero decisamente ingestibile. Lo spazio in cui si doveva cercare era più piccolo: 23,14 × 17 frasi, approssimativamente. Quante di queste erano effettivamente haiku? Una su diecimila? Probabilmente molto di meno. La cosa non aveva importanza. Raccogliendole tutte, avrebbe saputo con certezza che gli haiku erano da qualche parte lì nel mucchio, nessuno escluso. Questo gli bastava. Ogni autore sa che è necessario riempire con tenacia decine di pagine mediocri per raggiungere una singola frase di valore. Anche nel suo caso valeva la stessa regola, ma portata all’estremo; quel che gli veniva risparmiato era la fatica della composizione, che altrimenti sarebbe stata improba.
Possedeva un vecchio magazzino a Yogasakihama (prefettura di Miyagi) che fu riattato allo scopo. Fece installare un complicato sistema di raffreddamento e potenziò il collegamento alla rete elettrica. Le sue conoscenze nel consiglio di amministrazione della Toshiba gli consentirono di ottenere un contratto di favore per la fornitura di centomila hard drive da dieci terabyte ciascuno, che furono gradualmente impilati nel magazzino e opportunamente cablati. Assieme a Moriyama, suo amico dai tempi del liceo, progettò una rete neurale con cui orientarsi nella cacofonia delle combinazioni casuali, per produrre soltanto costrutti sensati al ritmo di un miliardo al minuto. Esercitò il sistema sul corpus classico del Bunruihaiku-zenshū, dopo averlo disperso in un vasto inventario di frasi pescate da trent’anni di edizioni online dell’Asahi shinbun e dello Yomiuri shinbun. Il risultato fu eccellente: le prime diecimila frasi prodotte erano tutte grammaticalmente corrette; molte riferivano fatti di cronaca o di economia in modo assolutamente convincente (“cade a Shinjuku / calvo di settant’anni / sul marciapiede”); altre, che un palato surrealista avrebbe trovato appetibili, si spingevano ai confini della provincia del senso (“pera rapace / canta e sorride un noto / zucchero in polpa”). Nessuna, prevedibilmente, era un haiku. Ma non c’era dubbio che il sistema funzionasse. Prima di avviare l’esecuzione, ebbe l’accortezza di istruire la rete neurale affinché rigettasse automaticamente i testi del citato Bunruihaiku-zenshū, assieme a un gran numero di haiku più recenti raccolti con pazienza dalle principali antologie. Non voleva appropriarsi l’opera altrui. Avrebbe posto la sua firma soltanto sugli haiku ancora ignoti: su tutti gli haiku che fino ad allora (per pigrizia, per mancanza di metodo) nessuno aveva ancora scritto.
Il lavoro avrebbe richiesto secoli. Forse l’avanzare della tecnologia avrebbe permesso di accelerarlo nei decenni a venire, ma non di molto. La pazienza, ad ogni modo, non gli mancava. Costruì una piccola capanna di legno nel parco che circondava il magazzino, simile a quelle in cui Bashō doveva aver dormito durante il suo viaggio nel Tōhoku, e vi si ritirò in serena attesa. Nella notte udiva il suono delle macchine mescolarsi al vento che scendeva verso la baia. Abituato a dormire poco, usciva di tanto in tanto a fumare una sigaretta e cercava a stento nel buio davanti a sé le ombre invisibili di Matsushima. Pensava che prima o poi il computer avrebbe necessariamente prodotto un haiku in grado di catturare proprio quel momento, proprio quella sensazione. La sua mente, un tempo abituata a compitare le sillabe, era finalmente pulita e orizzontale come la superficie dell’oceano.

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3 pensieri su “Tutti gli haiku del mondo

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