Le grandi opere

Credeva nella grande opera. Credeva che non si dovesse perseguire altro, nell’arte come nella vita. La griglia ortogonale di Manhattan e la pazienza ben remunerata di un tassista pakistano di cui non volle neppure sapere il nome gli consentirono un primo, rozzo esperimento. In una limpida mattina di febbraio, salì su una vettura di passaggio all’incrocio fra la Ventitreesima e l’Ottava e si fece portare di gran carriera fino al Columbus Circle; quindi costeggiò Central Park, ridiscese per la Quinta, raggiunse Times Square per la Quarantaduesima e infilò Broadway in direzione sud. Scese di fronte a Macy’s chiedendo all’autista di aspettarlo un isolato più in giù, all’incrocio con la Trentaquattresima: rimanere sul taxi, rispettare i sensi unici avrebbe contraddetto lo spirito (e la lettera) dell’opera. Mentre l’auto aggirava l’isolato nella grande ombra gelida dell’Empire State Building, percorse a larghi passi il breve tratto pedonale riflettendo sulla complicazione del progetto e sulle innumerevoli possibilità d’errore che lo avrebbero costretto – orrore – a ricominciare daccapo; giunto al marciapiede convenuto, fu sollevato nel constatare che l’auto era già lì, ferma con le quattro frecce, pronta a ripartire. Il tassista non aveva tradito le aspettative: sembrava non porsi la benché minima domanda sul significato di questi andirivieni, il che facilitava non poco le cose. Salì a bordo e dopo meno di mezzo miglio completò l’iniziale maiuscola del suo lavoro proprio ai piedi del Flatiron Building.

R © Google

Quel giorno e il giorno successivo compose un haiku di quarantaquattro lettere, variamente posizionate fra Hell’s Kitchen e l’East Village, usando la diagonale di Broadway come backslash con cui scandire i tre versi. Non sbagliò neanche una virgola. Il lavoro, pur nella delicatezza dell’ispirazione, era possente; il fatto che potesse essere ricostruito e apprezzato soltanto incrociando fra loro le registrazioni delle red light cameras al passaggio della vettura, tuttavia, non ne favorì la diffusione nell’ambiente cripto-reazionario e fondamentalmente pigro dei circoli letterari; nessun aspirante lettore visitò l’ufficio centrale dei trasporti e l’opera rimase a languire nelle pieghe della memoria informatica. La cosa non lo preoccupò più di tanto. Non aveva bisogno di un lettore, tantomeno di un critico, per comprendere i limiti della propria visione: la rigidità del supporto scelto, la mancanza di grazia nel tocco, la necessità di farsi aiutare da un estraneo privo di qualsiasi formazione letteraria. Si studiò di superarli. Dopo settimane di intensi preparativi, partì alla volta di Atacama, con l’intenzione di comporre un sonetto.
La svolta verso il passato nella scelta del genere non deve sorprendere. Scrivere un haiku era stata una debolezza, un compromesso con la moda presente e con la vanità. Solo affilando la sua tecnica sulla cote faticosa della tradizione, pensava, avrebbe potuto sperare di produrre un’opera che fosse nuova e grande al tempo stesso. Come mezzo espressivo scelse i sassi. Ad Atacama ce n’erano parecchi. Selezionò gli esemplari migliori battendo la regione fra Calama e San Pedro: esemplari con una propria fisionomia, distinguibili dalla massa del ghiaino più sottile, ma non troppo pesanti da caricare sul pick-up con cui usciva nelle sue spedizioni. Ricerca e composizione andarono di pari passo. Decise di lasciarsi ispirare dalle notti gremite di stelle: per un’intera stagione, partì al crepuscolo e ritornò all’alba; fra i camionisti cominciò a girare la voce di una luce doppia e ricorrente che si vedeva di tanto in tanto baluginare lontanissima in fondo a una vallata o nella prospettiva del pendio, probabilmente il fantasma di qualche autocarro finito fuori strada. La leggenda lo protesse. Nessuno interferì col suo lavoro. Dispose con pazienza tutti sassi: non in fila come Pollicino, ma a diversi chilometri di distanza, nei punti di snodo necessari a definire la forma delle lettere, punti che andava via via determinando con l’aiuto di un localizzatore GPS. Il metodo era sempre lo stesso. Si recava su ogni nuovo punto in linea retta, per quanto concesso dalla topografia; giunto sul posto spegneva i fari, versava un po’ di mate caldo in una tazza e aspettava che gli occhi si abituassero all’oscurità; quindi liberava qualche metro di terreno ed erigeva una piccola piramide di quattro sassi fra loro proporzionati, avendo cura che il triangolo di base fosse vagamente allineato con l’azimut del centro galattico. Il rito non aveva alcun rimando esoterico. Funzionava per quel che era: pura forma priva di significato. Lo ripeté migliaia di volte. Nelle notti migliori riusciva a scrivere due, perfino tre lettere, senza per questo venir meno al vincolo sulla forma: non dovendo più sottostare a un tracciato preesistente di strade, poteva riprodurre la curva di una o di una usando dozzine di punti, e curare al contempo i dettagli delle grazie; anche dall’attenzione tipografica, giudicava, si sarebbe apprezzato il valore dell’impresa.

Atacama © Babak Tafreshi

Il deserto, prevedibilmente, lo mise alla prova. Giunto in fondo alla seconda quartina, si accorse di non avere una rima per chiuderla degnamente: in preda all’ansia, guardò per la prima volta all’orizzonte come una trappola e si sentì perduto. Trascorse una settimana all’addiaccio. Il carattere spontaneo del lavoro gli aveva imposto di procedere alla cieca, senza appunti e senza revisioni. Invano cercò una via d’uscita. Quando la frenesia si mutò in febbre, capì che doveva abbandonare l’impresa e cercare al più presto un villaggio. Vagò lungamente come un ubriaco. Nel delirio, vedeva le strofe ancora mancanti comporsi di fronte ai suoi occhi in forma di lettere tridimensionali, profonde quanto il cielo, in un labirinto angosciante di sassi che indicavano e sottintendevano e contenevano al proprio interno altri sassi, senza limite. Naturale che perdesse conoscenza; sorte fortuita che un buon samaritano lo soccorresse, avendo notato quasi per caso il pick-up fermo sul pendio di una collinetta. Si svegliò in una stanza spoglia, fra coltri pulite, fresco e dissetato; il sole di un giorno senza numero scendeva dolcemente alla sua destra; la rima che aveva follemente cercato era lì, nella sua testa, semplice, inevitabile, pronta per essere usata.
La stazione di servizio dov’era alloggiato si trovava a meno di mezz’ora da Antofagasta. Né il gestore né gli avventori con cui consumò una parca cena quella sera seppero riferire il nome del suo soccorritore. Dissero che era un minatore del sud, o un boliviano; secondo alcuni era ripartito subito, diretto in città; secondo altri aveva ripreso la via dell’altipiano. Capì che era meglio non insistere. Aveva riottenuto le forze e la fiducia: regolò i suoi conti, noleggiò una nuova auto e tornò serenamente nel deserto, per terminare ciò che aveva iniziato. La doveva alla musa e all’ignoto salvatore. Non gli ci volle molto. Era cresciuto come artista e come uomo: il pensiero di una nuova opera, balenato in lui con la febbre, lo distrasse quanto bastava perché il suo tocco sulla superficie del deserto divenisse più limpido e spontaneo. Pose l’ultimo punto fermo del sonetto proprio al centro di un piccolo lago asciutto, sul fondo di una conca. Albeggiava. Sulla sommità della collina di fronte vide le cupole di un osservatorio astronomico scintillare nel controluce. Sorrise dell’ironia con cui il suo più grande lavoro, nel concludersi, additava alla fatica successiva. Accanto all’ennesima piramide di sassi, lesse il nome che un altro viandante, forse un astronomo in libera uscita, aveva scritto allineando qualche ciottolo sullo stesso letto incrostato di sale. Pensò a tutte le pietre sparse per il deserto, grandi e piccole, e alle infinite lettere che tali pietre involontariamente disegnavano. Fu quasi sopraffatto dalla solennità del momento. Partì in tutta fretta.
Lasciò che l’ultima grande opera si scrivesse da sola. Aveva letto che le più recenti survey celesti registrano le posizioni di centinaia di milioni di oggetti, fra galassie e quasar, assieme alla velocità di allontanamento di ciascuno: somma fascinazione della volta che si dilata in una vertiginosa fuga prospettica. Non gli fu difficile procurarsi i cataloghi e affondarvi gli occhi. Tutte le lettere che cercava erano già scritte: l’opera esisteva già, ed era grande al punto da non poterla neppure concepire; non era sua, d’accordo, ma lo stesso si potrebbe dire, ad essere onesti, per qualsiasi opera e qualsiasi autore. Scrisse un semplice algoritmo per congiungere fra loro le galassie come aveva fatto con le pietre del deserto, determinando di volta in volta la successiva in base alla posizione della precedente; impostò una velocità di esecuzione moderata e si dispose ad attendere che le lettere – lettere nuove, a quattro dimensioni, sconosciute agli umani – emergessero lentamente secondo legge solo apparentemente arbitraria dell’iterazione.

SDSS© Sloan Digital Sky Survey

L’autore è cristallino nel ritenere questo lavoro un risultato definitivo, potenzialmente insuperabile. Ammette candidamente di non averne letto neppure un rigo (e come avrebbe potuto?). Non sappiamo se abbia deciso di fermare l’algoritmo, o se la stesura sia proseguita autonomamente fino ad oggi… Quel che è certo è che il nostro ha abbandonato da tempo la scena letteraria per dedicarsi all’allevamento di aragoste nel Connecticut, una pratica gratificante, a quanto dice, soprattutto dal lato economico. I conoscenti lo descrivono come un lettore avido, quasi smodato, delle avventure del commissario Maigret.

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