Ri-corsivo

Nel racconto breve In fondo al cannocchiale, il protagonista non vive la propria storia, ma la racconta come se neppure lui ci credesse e non avesse a cuore di convincere i lettori di alcunché. Il racconto è incluso nella raccolta Come se fossimo parte di qualcosa, ed è menzionato nel risvolto di copertina della prima edizione (Adelphi, Milano 19–), in cui si accenna a «un antico negriero ritiratosi dal commercio che salendo una sera in cima a un faro di Finisterre per scrutare l’orizzonte vede sul fondo della lente l’immagine della sua stessa nave, lontana e perduta» e «crede quasi di scorgere al timone la figuretta di sé stesso di spalle, col cannochiale (sic) in mano, puntato verso l’infinito orizzonte». La storia promette bene; non la storia, in realtà, ma la succinta parafrasi con cui il recensore ha deciso di solleticare i lettori. Eppure, anche sfogliando il libro fino al racconto interessato, ben difficilmente si potrebbe trovare di più. Anziché in uno sviluppo del tema suggerito, ci si imbatte nella ripetizione testuale delle parole riportate sul risvolto, refuso compreso. Nessun errore. La storia del negriero malinconico è solo uno specchietto per le allodole. A narrarla è il vero personaggio del racconto, un redattore di una non meglio specificata casa editrice del nord Italia, che frustrato dall’anonimato del proprio lavoro prende lo spunto dalla cartella su cui sta lavorando (la recensione di un agrodolce racconto marinaresco ambientato nel seicento) per espandersi in una pedante critica delle sorti della letteratura contemporanea nel proprio Paese. «I trafiletti in cui si riassume una trama nove volte su dieci valgono di più del racconto vero e proprio, se si bada alla piacevolezza del dettato, all’efficacia narrativa e ovviamente alla capacità di sintesi» ha spiegato l’autore (anch’egli un ex-redattore) in una recente intervista. «In fondo al cannocchiale ironizza sull’incapacità di limitarsi dei nostri scrittori. L’elaborazione di un tema è spesso uno sforzo di guardarsi la nuca. Che scrivessero riassunti, o che si limitassero a chiosare i classici.» Nell’ultima pagina del racconto, il redattore immagina o assiste alla propria morte per mano del negriero, in circostanze imbarazzanti. L’autore non si dice preoccupato della ricorsività del proprio lavoro. «Ciascuno può riconoscervi se stesso,» ha dichiarato, «purché sia adeguatamente abituato a farlo. C’è gente che per tutta la vita, dovunque punti lo sguardo, non incontra che specchi.»

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