La barba di Santa

Ricevo, traduco e pubblico. Sono un po’ offeso, perché mi aspettavo un regalino in cambio della cesta di prodotti tipici che gli ho mandato, ma che ci volete fare, Jim è fatto così. Buon Natale a tutti. – Guido Q

La barba di Santa. Quasi un racconto di Natale, di James A. Potato.

Non lo sanno, loro, i non credenti, che i più dubbiosi siamo noi. Io, per esempio, non passa notte che non mi svegli per andare in bagno, e nel tragitto, concentrato come sono ad evitare gli spigoli senza aprire gli occhi, riesco a pormi domande esistenziali, domande al tritolo contro le colonne portanti del mio edificio filosofico interiore. E se Santa Claus non esistesse? Me lo chiedo anch’io, che credete? Il fatto che prepari l’albero ogni anno non appena rintocca la prima campana d’avvento, che disponga il vischio e il biancospino, e un dolcetto sulla porta e un po’ di paglia per le renne, il fatto che mi impegni in tutti i riti e che ardentemente scruti il cielo la notte della vigilia per vederlo arrivare, tutto questo di per sé non vale un bel niente. Magari bastassero i gesti a liberare dall’incertezza. Lo dico perché spesso i credenti passano per creduloni, per gente che non sa o non vuole porsi domande. È proprio il contrario. Aspettate che la fede vi salti addosso, signori miei, e allora le domande cominceranno. Ma torniamo a noi.
Ho detto che non sono sicuro che Santa esista, eppure mi professo credente. Si potrebbe dire che credo di credere che Santa esista. L’altro giorno mia figlia Julia di sette anni ha sbottato davanti alla minestra della cena che lei quest’anno non ha intenzione di scrivere nessuna letterina perché le sembra una cosa stupida, tanto Santa è soltanto una forma di condizionamento culturale. Ha detto proprio così, condizionamento culturale. È questo che le insegnano a scuola. Le tremava la voce. Io ho continuato a sorbire il mio brodo come se niente fosse. Che cosa avrei dovuto fare? Rimproverarla e costringerla a negare quel che aveva appena detto? Siamo seri. I figli servono anche a questo: a giocare a palla nel salotto buono delle sicurezze dei genitori. Non che non faccia male, anzi. L’esternazione di Julia ci ha colpito come una staffilata. Mia moglie si è alzata in piedi raccogliendo i piatti e ha cercato in modo maldestro di cambiare argomento. Io intanto mi interrogavo sulla mia sofferenza. Che cosa mi faceva soffrire? che mia figlia non credesse più in Santa? che rinnegasse di punto in bianco la lunga tradizione della letterina? Niente affatto. Mi feriva la sua rabbia. Avrei capito che fosse delusa, amareggiata, ma arrabbiata? Eppure era lampante. Ce l’aveva con me. Ero io lo stupido che l’aveva spinta a credere, che per anni l’aveva tenuta nella menzogna. Per giustificare la sua nuova convinzione, doveva uccidere Santa almeno simbolicamente. Doveva ucciderlo di fronte a me. La rabbia era solo un modo di darsi coraggio.
Per come la vedo io, tutto il dibattito sulla fede si riduce a un bisogno di autogiustificazione. È amor proprio applicato. Ciascuno di noi ha le sue preferenze un tantino egoistiche su come dovrebbe funzionare il mondo, ed è su questo che ci scanniamo. Non c’è molta differenza tra scegliere una fede e scegliere un certo colore di piastrelle per il bagno. Anche la scelta di non credere corrisponde a uno specifico colore. Tutte le giustificazioni sul perché un certo colore debba essere migliore degli altri sono giustificazioni pretestuose, a posteriori. Lo ammetto: a me piace un mondo in cui Santa esiste e prepara con cura miliardi di doni aiutato da uno stuolo di elfi e folletti, un mondo in cui una slitta alata solca il cielo durante la notte di Natale visitando ogni casa e lasciando un pensiero per tutti. Che volete, sono un sentimentale. A molti un mondo del genere ripugna: è troppo incongruente con la realtà di alterne fortune a cui siamo abituati. Quando affermano di non credere, in realtà non vogliono credere. Il solo pensiero di credere li mette in discussione. Hanno deciso che il mondo funziona in un certo modo e non vogliono essere contraddetti. Egolatria × logica booleana.
Come se ne esce? Alzare le braccia o fare spallucce non è una soluzione. Dopo tutto Santa esiste o non esiste, tertium non datur. Comunque stiano le cose, una delle due parti dev’essere in torto. Ecco il motivo per cui la questione è tanto interessante e distrugge amicizie e infiamma ulcere e fa tremare la voce a ragazzine settenni e tiene tutti col fiato sospeso. Mi permetto di ricordare banalmente che la Scienza non ha ancora alcuna posizione a riguardo per il semplice fatto che non può averne. Una qualsiasi teoria su Santa non sarebbe per definizione scientifica, non in senso popperiano almeno. È quindi abbastanza insulso invocare la Scienza a sostegno dell’una o dell’altra tesi. Ma come ha affermato Julia l’altra sera, l’onere della prova spetta ai credenti. Mi fa paura quant’è precoce quella bambina. Ha quasi strappato il piatto dalle mani di sua madre, dicendo che non aveva ancora finito, e si è piantata di fronte a me col cucchiaio in mano e i gomiti sulla tavola, in attesa. L’onere della prova. Che tipo di prova? Abbiamo in mano qualche fatto inconfutabile: esiste il Natale, esistono i regali, arrivano puntualmente ogni anno e tutti sono felici. Ti basta, signorina? Ma questa non è una prova, ha ribattuto lei. È una petizione di principio. Ben detto. E come tale è invulnerabile alla mannaia della falsificazione. Come la mettiamo?
Non stiamo facendo Scienza, tesoro: questo avrei voluto dirgli. Ci sono problemi sui quali per rispetto non si dovrebbe fare Scienza. Non mangeresti mica il sushi con forchetta e coltello, giusto? A prenderlo con gli strumenti sbagliati anche il miglior problema impazzisce, e solo un maramaldo o uno sciocco potrebbe dire di averlo risolto in questo modo. Per la Scienza, l’esistenza di Santa è un non-problema. Stai attenta a non sporcarti con quel cucchiaio per aria. Ti giro la questione: se Santa non esiste, chi è che porta i regali?
Avessi pronunciato la domanda ad alta voce! Mi avrebbe risposto, con la stolidità del compagno di classe ab aeterno delegato a questo ruolo – un compagno di classe che tutti abbiamo avuto e che di anno in anno diventa sempre più giovane – i regali li comprano i genitori, sono loro a metterli sotto l’albero. Ve l’immaginate, per un padre, sentirsi dire una cosa simile da sua figlia? Si può morire per molto meno. I giovani devono aiutare i vecchi ad aprire gli occhi, ad uscire dalla loro ingenuità, ma non così, per l’amor del cielo, non così. Per fortuna mi sono morso la lingua. E Julia si è tranquillizzata. Probabilmente cominciava a pensare che non valesse la pena di scaldarsi tanto. Mi comportavo come una mammoletta sotto le sferzate della sua logica. Inutile infierire.
Meglio, molto meglio che mi vedesse sotto questa luce. Muto e sconfitto. Se le fosse passata per la testa una possibile controrisposta alla risposta alla domanda che non avevo osato farle… Avrebbe dovuto scavalcare decenni di ricerca spirituale per capirla, la controrisposta: la semplice ammissione che sì, i regali li compriamo io e la mamma, l’abbiamo fatto tutti gli anni e lo faremo anche quest’anno, e che proprio nell’adempimento di questo compito sta tutta la nostra fede in Santa. Che gli ultimi elfi dello stuolo siamo noi, e che per esserlo dobbiamo credere e dubitare al tempo stesso. Che Santa ha bisogno di noi per esistere.
L’esercizio della fede è tutto qui: reggere la penna di Escher con la mano che quella stessa penna va disegnando. I non credenti non lo sanno. Non lo possono sapere. Ci ritengono sereni nella nostra illusione che ci sia un autore fuori del foglio. Ignorano il nostro dubbio. E anche questa ignoranza, in qualche modo, concorre all’incantesimo. – Con la voce più calma del mondo, mi sono limitato a chiedere a Julia come fosse arrivata da sola a una conclusione tanto netta sulla questione di Santa. Aveva appoggiato il cucchiaio, soddisfatta o rassegnata che fosse, e si stava asciugando la bocca col dorso della mano come le dico sempre di non fare, ché non siamo in un porcile. Julia ci ha messo un po’ per rispondere. Ho usato il rasoio di Awkward, ha detto infine. Il rasoio di Occam, intendi. Sì, quello.
Non è micidiale? Me la sono vista d‘un tratto di nuovo bambina, intenta a sbarbare il grosso faccione bonario di Santa con uno splendido rasoio bilama di Awkward nuovo di zecca. Avrei voluto baciarla in fronte.
Questa è la vita, che procede per approssimazioni e alle volte è riscattata da un singolo istante di luce. La vita ha una grossa barba come Santa. Non c’è rasoio che tenga. – Perché ho fatto tutto questo discorso? Per ricordare a me stesso che cosa devo rispondere quando le domande mi assaliranno di nuovo, la prossima volta che sarò costretto ad alzarmi di notte per andare in bagno. Tutto qui. E magari passando a tentoni per il salotto andrò a inciampare contro qualcosa di imprevisto posato sul pavimento – un pacchetto? chi l’avrà portato? – e mi stropiccerò gli occhi e controllerò l’orologio e correrò alla finestra per cercare di acchiappare almeno la scia di quello che… – ma dovrei svegliare Julia? dirle di venire a vedere coi suoi occhi? o è meglio aspettare domattina?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...