«…e ci riusciamo benissimo»

L’uomo preoccupato ha una macchina nuova. Assieme con la macchina il concessionario gli ha consegnato un telecomando. L’uomo preoccupato non ama il telecomando, preferisce la chiave. L’uomo preoccupato, ça va sans dire, si preoccupa.
Prima del telecomando, i movimenti dell’uomo preoccupato erano semplici e regolari. Parcheggiava, staccava la chiave dal quadro, scendeva dalla macchina, chiudeva la portiera e si allontanava. Dopo dieci o quindici passi, si accorgeva di non aver chiuso in modo abbastanza consapevole, perciò tornava indietro, controllava la maniglia, controllava anche le altre portiere e il bagagliaio e infine si allontanava. Oddio, non era sempre così semplice. Capitava che l’uomo dovesse ritornare tre o quattro volte alla macchina, prima di essere davvero sicuro di aver chiuso. Ma arrivava comunque il momento del distacco. Il momento in cui l’uomo preoccupato riusciva ad allontanarsi davvero dalla macchina e a continuare la sua vita senza pensarci. Assieme alla macchina, lasciava nel parcheggio anche tutte le preoccupazioni relative alla macchina, sicuro di ritrovarle alla sera nello stesso posto. L’uomo preoccupato, si sa, è affezionato alle sue preoccupazioni. Ma in ufficio, a spasso sul lungomare, davanti al banco del macellaio poteva dirsi tranquillo (quanto può dirsi tranquillo un uomo preoccupato).
Il telecomando nuovo ha tre pulsantini: apri, chiudi, bagagliaio. Il terzo è un po’ misterioso (significa apri il bagagliaio, chiudi il bagagliaio, o entrambe le cose?), ma lo si può anche ignorare. Ora l’uomo preoccupato fa così: parcheggia, stacca la chiave-telecomando dal quadro, scende dalla macchina, preme il pulsante chiudi, infila il telecomando in tasca e si allontana. Apparentemente sembra tutto come prima. Anzi, meglio: premere un pulsantino è meno faticoso che infilare la chiave nel buco (cosa che può risultare insidiosa a notte fonda, o dopo aver bevuto), ed è decisamente più cool. La macchina risponde con un clack e un cinguettio dei fari. Il concessionario è stato molto chiaro: un lampo lungo uguale chiuso, tanti lampi brevi uguale aperto. Questa volta è un lampo lungo. Tutto a posto.
L’uomo preoccupato, dicevamo, si allontana. Ma non si allontana veramente. Come in passato, sente di non essersi concentrato abbastanza nel compiere il fatidico gesto. Vorrebbe tornare indietro a controllare. Una vocina gli sussurra: non devi preoccuparti, hai visto chiaramente il lampo lungo. Ma lui non è convinto. Allora torna indietro, controlla la maniglia, fa il giro della macchina. È chiusa. Bene così, voleva soltanto essere tranquillo.
A questo punto la vocina gli dice: perché non hai usato il telecomando? Per cosa?, chiede l’uomo preoccupato. Per controllare, gli dice la vocina. È questo il bello dell’azione a distanza. Puoi chiudere la macchina da lontano, e puoi anche controllarla da lontano. Un bel risparmio di tempo e di passi, non trovi? Proviamo, dice l’uomo preoccupato. Estrae il telecomando dalla tasca, lo punta verso la macchina (sempre meglio indicare alle onde radio dove devono andare) e preme il pulsante chiudi. Lampo lungo. Nessun clack, questa volta, perché la serratura è già chiusa. Visto?, dice la vocina. Non è difficile. L’uomo preoccupato non dice nulla e si allontana. Il bello dell’azione a distanza.
Eppure… è davvero tranquillo? Dove ha messo il telecomando? In tasca, assieme alle chiavi, alla penna e alle altre cianfrusaglie che porta sempre con sé. E se qualcosa per caso urta il telecomando? Potrebbe colpire proprio il pulsante apri. Impossibile, dice la vocina. Improbabile, risponde l’uomo preoccupato. Qual è la portata del ricevitore? Siamo usciti dal raggio d’azione oppure no?
Ecco la tragedia del telecomando: si può tornare indietro a controllare quante volte si vuole, si può premere il pulsante chiudi e contare mille lampi lunghi, ma per allontanarsi davvero bisogna comunque superare un campo minato in cui il telecomando è sensibile a qualsiasi sfioramento, a qualsiasi cambio di pressione. Così almeno crede l’uomo preoccupato. Ma per lui credere è più importante di sapere. Non c’è esperienza sensibile che possa aiutarlo a non credere.
Quel che lo preoccupa non è l’idea che possano rubargli la macchina nuova. È l’idea che possano rubargli la macchina nuova perché non si è preoccupato di controllare che fosse chiusa. Per l’uomo preoccupato, l’incubo è quello di passare per un irresponsabile agli occhi del mondo. Preoccuparsi è l’unica cosa che sa fare: se fallisce anche in questo è perduto. Nel corso del tempo, sviluppa alcune tecniche: premere continuamente il pulsante chiudi fino al momento di svoltare l’angolo; allontanarsi a passo di gambero continuando a fissare i fanali della macchina per captare lampi imprevisti; infilare la mano in tasca e chiudere il palmo attorno al telecomando per evitare che qualcosa lo colpisca accidentalmente. Ma sono soltanto palliativi. L’uomo preoccupato non ha mai avuto il coraggio di verificare sperimentalmente a che distanza il telecomando esaurisce il suo potere. Anche se l’avesse fatto, non si fiderebbe del risultato empirico. Magari a trenta metri di distanza il pulsante chiudi non è più efficace, mentre il pulsante apri funziona ancora benissimo. Ha il terrore che qualcosa lo prema accidentalmente: dovrebbe premerlo lui stesso di proposito? Per carità. Per quanto ne sa, le onde radio sono in grado di perforare le pareti, scavalcare le siepi, aggirare isolati e raggiungere il ricevitore anche dall’altro capo della città. La vocina a questo proposito tace. Non c’è via di scampo.
Così l’uomo preoccupato è costretto a portare con sé per tutto il giorno le preoccupazioni che una volta lasciava parcheggiate. Unite alle altre preoccupazioni della vita, sono un bel fardello. E non può abbandonarlo un attimo: in ufficio, a spasso sul lungomare, davanti al banco del macellaio, ce l’ha sempre in tasca. Un piccolo fardello molto pesante, con tre pulsantini: apri, chiudi, bagagliaio.

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