L’ultima parola

Una vecchia in una sala d’aspetto maleodorante gli aveva rivelato quale sarebbe stata la sua ultima parola. L’ultimo termine della lunga lista che doveva pronunciare in una vita. La donna l’aveva capita dal semplice contatto col ginocchio di lui, studente ventenne in attesa del treno, e gli aveva comunicato la scoperta con noncuranza, come fosse un semplice parere sul tempo. Era una parola improbabile ma non del tutto inusitata. Prendere sul serio la profezia significava rassegnarsi a correre quotidianamente un rischio non trascurabile. Come passare tutti gli anni a venire sul lembo sottile di un cornicione, sapendo che è sufficiente una piccola distrazione a precipitarci nel vuoto.
Per un po’, lui si fece beffe del vaticinio. Non potendo evitare del tutto di pensarci, ne parlò con gli amici, che come aveva sperato offrirono un’eco amplificata alle sue risate. Divenne per lui una scenetta consueta, al pub sotto casa, sollevare l’ultima birra con frasi come «ho vissuto abbastanza», «non prendetevela, devo proprio andare», seguite dalla fatidica parola. Non accadeva nulla. Era ogni volta una piccola vittoria, la violazione cosciente di una legge universale – legge invisibile e dubbia finché si vuole, ma non per questo meno piacevole da infrangere.
Col tempo divenne più cauto. Profezia o meno, il futuro si andava accorciando. Lo scherzo non era più così allettante. Interpretò come un segno di crescita il fatto di non riuscire più pronunciare con leggerezza il termine esiziale: fu una consapevolezza improvvisa, a metà di un brindisi, col bicchiere di Chardonnay ancora in aria e la donna di fronte a lui che lo fissava inebetita. La frase gli si mozzò in gola. La parola non uscì. Si salvò con una capriola sbilenca (un’altra delle sue battute di spirito, pensò la donna). Si capacitava solo in parte del nuovo potere che aveva preso il controllo della sua lingua. «Allora ci credi,» disse sbalordito a sé stesso. «Ci hai sempre creduto, fin dall’inizio.» Non era un’ammissione di poco conto. Da quel giorno in avanti non pronunciò più la parola, per nessun motivo. Si educò a sostituirla con tutta una serie di sinonimi. Questo semplice espediente bastava a rassicurarlo contro qualsiasi minaccia, unico immortale fra gli abitanti della terra.
Visse anni sereni. Attraversò alti e bassi, come tutti, ma non tali da influenzare l’equilibrio che l’astinenza gli garantiva. Astinenza puramente verbale, sia ben chiaro. Non rinunciò né al fumo né alla bottiglia. Affrontò incidenti e malattie. Ebbe figli e nipoti. Invecchiare non lo afflisse: non fu affatto per un senso di stanchezza che giunse infine a domandarsi se non fosse il caso di reintrodurre l’inquietante parola nel suo vocabolario. La vita si era mostrata ai suoi occhi sempre più simile a un esercizio di pazienza, che riesce tanto meglio quanto più ci si uniforma alle regole. Non era certo stufo di vivere: anzi, più passava il tempo, più la vita gli diventava preziosa. Sentiva di non aver fatto abbastanza per i propri cari e voleva spendersi fino all’ultimo per loro. Aveva scoperto l’etica. Proprio per questo non poteva continuare ad evitare la parola: era come duellare contro l’universo. Avrebbe perso comunque. E la lotta non si addiceva al suo nuovo spirito.
Confidò le sue riflessioni alla moglie, che annuì con dolcezza. Dal matino seguente riprese l’abitudine antica di pronunciare la parola di proposito. Rinnegando gli eccessi di gioventù, stabilì di ripeterla ogni giorno alle otto in punto, dopo essersi lavato e sbarbato, con garbo, di fronte alla finestra. Si curava che nessuno potesse vederlo o sentirlo mentre compiva il suo rito. Puntualmente, non accadeva nulla. A seconda delle volte, la cosa lo confortava o lo deludeva. Lui si sforzava di ricacciare entrambi questi istinti. Non c’è passione alcuna nell’adempiersi delle leggi di natura. Ci teneva che ogni giorno si aprisse come un foglio perfettamente bianco.
Ogni tanto ripensava alla vecchia della sala d’aspetto. Nel ricordo, prendeva le forme di una sfinge o di una dea, e forse era entrambe le cose. Tendeva ad idealizzare il proprio passato. La tentazione di trasformare la propria vita in un simbolo era allettante. Ma si trattenne, comprendendo che qualsiasi interpretazione a posteriori non è meno illusoria della pretesa di leggere il futuro.
Non fu la malattia a impedirlo. O meglio, non fu una malattia particolare. Senectus ipsa est morbus. Il destino non commise l’errore di indicargli troppo chiaramente la fine imminente: un cancro o una polmonite sarebbero stati un segnale troppo sfacciato. Conoscere in anticipo il momento opportuno per dire ciò che doveva dire avrebbe tolto qualsiasi merito al suo impegno. A ucciderlo fu l’inatteso distacco di un embolo, secondo quanto diagnosticarono i medici: forse la meno romantica delle forme del caso.
Morì nel proprio letto un lunedì mattina, dicono senza soffrire. Nessuno udì quale fu la sua ultima parola.

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