La scamorza

Si chiuse la porta alle spalle, tirò il chiavistello e diede due giri di chiave. Non accese neppure la luce. Posò la borsa accanto all’armadio, gettò la giacca sul letto (bastavano tre passi a raggiungere qualsiasi angolo della casa) e andò a guardare dentro il frigorifero.
C’era una fetta di formaggio sul ripiano più basso, in una vaschetta di polistirolo. Scamorza affumicata della settimana precedente. Con un velo di muffa sulla crosta. Nient’altro.
– Finalmente soli – disse a bassa voce.
Prese un coltello dallo scolaposate e svolse il cellofan dalla vaschetta. La faccenda si rivelò peggiore del previsto. Il pezzo di formaggio era coperto di peluria biancastra su tutti i lati. Ripugnante.
– Che facciamo?
Anche a grattar via le parti infette, sarebbe rimasto ben poco da mangiare. Per non parlare dello schifo di toccare quella roba con le mani. A malincuore riavvolse il cellofan e gettò la vaschetta nel cestino.
– Nessun rancore, cara scamorza. Neanche per me è stata una bella giornata.
Da tempo aveva smesso di irritarsi per questo genere di contrarietà. Sembrava aver ceduto i comandi della sua vita al pilota automatico. Ogni tanto dalla grondaia degli eventi si staccava una goccia che lo colpiva in testa, grande o piccola che fosse, ma lui la accettava senza batter ciglio.
Quella sera si ritrovò senza nulla da mangiare. Aveva fatto male i suoi conti. I supermercati ormai erano chiusi; avrebbe sempre potuto ordinare qualcosa per asporto, ma l’episodio della scamorza l’aveva scoraggiato, e in più non aveva soldi da buttare. Si distese sul letto con il portatile sulle ginocchia e perse due ore buone ad accatastare l’uno sull’altro cubetti colorati che scendevano lungo lo schermo. Provò a chiamare un amico, ma trovò il telefono spento. Decise di farsi una doccia e di andare a letto presto, per una volta, ché l’indomani lo aspettava un’altra giornatina niente male. La fame che inizialmente gli era sembrata insostenibile si era spenta come un fuoco di carta.
– Che serata da sfigati, eh, scamorza?
Si accorse che stava parlando ad alta voce con un pezzo di formaggio.
Ancora seminudo, con l’asciugamano attorno ai fianchi, andò in cucina e controllò nel bidone della spazzatura. La fetta era sempre là, col suo cappottino di muffa. Provò ad allungare la mano per toccarla, ma la ritrasse subito.
– Sei libera di proliferare. Almeno finché rimarrai in questa casa.
L’eco della sua stessa voce, nel silenzio del monolocale, lo spaventò. Richiuse in fretta il coperchio del bidone.
Più tardi, sotto le coperte, mentre cercava di motivare a sé stesso le ragioni di tante scelte passate e presenti, trasfigurate dal dormiveglia in un viluppo di piante condannate a soffocarsi l’un l’altra, si chiese quanto potesse crescere la muffa, lasciata a se stessa. Avrebbe potuto invadere l’intero bidone? sollevare il coperchio? sviluppare una sua volontà?
– Sono stato gentile – disse mentalmente, rivolto alla scamorza. – Ti ho buttato via, ma non ti ho trattato male. Ricordatene, se puoi.
– Me ne ricorderò – rispose la scamorza. Una voce tranquilla, solo appena contaminata dalla corruzione. – Me ne ricorderò.

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