Atacama: primo quadro

È un po’ che lavoro a un nuovo racconto, senza ancora sapere del tutto che forma prenderà. Ho deciso di pubblicarne la prima parte per potermene liberare: se non smetto di limarla, rischio di impazzire. Commentate, gente, commentate…

✻ ✻ ✻ 

Gabriel Angelini: trent’anni al massimo, un dottorato in astronomia osservativa e una gonna. Proprio così. Una gonna di cotone lunga fino ai piedi, come se ne possono trovare a decine in qualsiasi mercatino dell’usato, con un motivo a stampa che rappresenta – guarda un po’ – delle galassie. È la prima esperienza significativa di Simon al telescopio, domenica poco dopo mezzogiorno, sotto la grande cupola lattescente della residenza. Gabriel attende su una poltroncina dell’atrio con un fascicolo fra le mani, la gonna ripiegata sotto le cosce. All’arrivo di Simon scatta in piedi, sorridendo, e non è più possibile ignorare la parte del suo corpo a sud dell’equatore. Nice to meet you, nice to meet you. Simon fatica a sollevare lo sguardo. Qualcosa bisogna pur dire. Your skirt is really cool. Oh, Gesù.
Perché Gabriel indossa una gonna? La domanda è un lapsus inevitabile per ogni astronomo in visita, non abituato ai costumi della montagna. Simon evita di formularla esplicitamente, ma la sua mente è costretta a perderci del tempo. Mezz’ora più tardi, in mensa, mentre Gabriel è intento a spiegargli le proprie responsabilità di day astronomer, Simon sta ancora razionalizzando ciò che ha scoperto. Davvero non pensava di avere idee così all’antica in fatto di abbigliamento e di immagine corporea. La gonna lo disturba come un prurito in un punto del corpo che non riesce a grattarsi. Ovviamente morirebbe pur di tradire la propria scorrettezza politica e uscirsene con un commento che possa suonare razzista o sessista, perciò apre bocca il meno possibile. L’arrangiamento delle portate sul vassoio è una mappa sulla quale fatica ad orientarsi. Gabriel cerca di metterlo a suo agio come può: mancano ancora due giorni all’inizio delle osservazioni, dice, e c’è tutto il tempo di acclimatarsi alla filosofia del telescopio. Bisognerà preparare le procedure al computer e valutare tutte le possibili configurazioni dello strumento a seconda delle condizioni atmosferiche, del vento e della turbolenza dell’aria. Ma di questo non deve preoccuparsi: potrà sempre contare sul suo aiuto. Simon annuisce guardando nel bicchiere. Qualsiasi tecnicismo, in questo momento di confusione iniziale, agisce da catalizzatore sulla sua già ben collaudata paura di sbagliare.
Would you like to take a coffee? chiede infine Gabriel nell’incertezza di fine pasto. Dal tono della voce, sembrerebbe interessato a sganciarsi dall’orbita di Simon per riunirsi ai colleghi con cui va scambiando occhiate strategiche dalla distanza, ma vuole farlo senza rinunciare alla cortesia. Simon si accorge solo ora del cerchio che gli stringe la testa, colpa della quota o del prurito. Thanks, I think I’m gonna take a nap.
Che cosa è andato storto?
A sera, Simon è di nuovo nell’atrio e contempla in silenzio le palme e la piscina sottostante. Il cielo e il deserto dietro le finestre hanno cambiato colore. Un sistema di funi sta aprendo una tenda opaca sulla cupola della residenza. Simon ha contrattato col sonno e col jet lag che questa è l’ora migliore per cenare, ma ancora non si decide. Sbircia attraverso le porte a vetri della mensa, passeggia fino alla reception, raccoglie dal tavolino una copia del Mercurio di ieri e la riappoggia subito dopo, fissando le colonne rosse e il soffitto come se dovessero diventare interessanti da un momento all’altro. Il mal di testa è passato e con esso almeno una parte della confusione. Simon ha deciso che la gonna di Gabriel non è più un problema per lui, anzi, è forse un motivo speciale di rispetto nei suoi confronti. Ora, a sangue freddo, confermerebbe volentieri con i fatti il suo complimento di qualche ora prima. Pensa davvero che sia una bella gonna e che gli stia bene. Toglie enfasi alla forma dei fianchi, un po’ troppo larghi per un uomo. E il disegno è grazioso: galassie spirali come fiori, avvolte le une sulle altre. O forse il contrario? fiori che somigliano galassie? Chissà. Non fa molta differenza. Ma dov’è finito Gabriel?
Esiste sempre un momento preciso in cui le cose prendono, be’, una certa piega… Con un po’ di attenzione, si può quasi sentir tintinnare un campanello. Simon capisce tutt’a un tratto di aver bisogno di Gabriel, che conosce da meno di sei ore. Questo cincischiare nell’atrio è solo un modo di aspettarlo. Che fare? Quasi senza accorgersene, si ritrova a spalancare le porte della mensa e a prender posto nella corsia del self service.
La sala, considerata l’ora, è piuttosto animata. Simon comincia ad allineare sul vassoio tutte le portate che gli passano sotto gli occhi. Pizza e frutta mista e riso bianco e mariscos e insalata con sesamo e salsa di yogurt. Di certo fra qualche istante una gonna farà capolino in fondo alla fila. Ormai quella gonna è un punto di riferimento, per lui. Basterà prendere ancora qualcosa, un bicchiere di guaraná, un dessert trasparente e gelatinoso, e aspettare.
Gabriel non compare.
Simon si siede all’estremità di un tavolo vuoto. Dal centro della sala riesce a dominare ogni angolo, e in particolar modo le porte. Attacca la sua cena spezzettandola in bocconcini microscopici, mentre rimira assorto le lampade sovradimensionate che pendono dal soffitto. Al tavolo accanto sono seduti quattro inservienti della mensa che conversano fittamente in spagnolo delle Ande. Cerca di acchiappare qualche parola e di decifrarla, ma senza successo. Sorseggiando la sua bevanda una molecola alla volta, si chiede se tutti i suoi pasti seguiranno questo triste protocollo, nei prossimi giorni. Ed ecco, Gabriel si materializza sulla porta, gonna sorriso e tutto.
Non è solo. Ma Simon ha l’impressione che lo cerchi dalla distanza. Accenna un saluto; Gabriel sorride sollevando il mento senza dare troppo nell’occhio. Lo vede apparecchiare il proprio vassoio e scambiare qualche parola col vicino. Dicono che sia uno dei migliori day astronomer in servizio al telescopio. È davvero impossibile superare la barriera del dovere professionale e cercare di fare amicizia, anche se è solo per poco tempo? La gonna, in questo momento, è quasi invisibile, stretta com’è attorno alle gambe che la riempiono discretamente. Esiste forse una differenza essenziale, diciamo pure morale tra gonna e pantaloni? Gabriel ha ormai raggiunto il termine della fila e si guarda attorno. Simon non osa alzare lo sguardo. Intuisce che l’altro si avvicina, e ha l’impressione di scorgere un’occhiata d’intesa mentre gli passa affianco in un fruscio di spirali bianche su fondo nero. Rimane concentrato sul suo piatto.
Gabriel, senza una parola, va a sedersi dall’altro lato della sala, seguito dal resto del gruppo.
Sono fiori, senza dubbio, pensa Simon ingoiando un boccone di riso scotto.

(1. continua)

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4 pensieri riguardo “Atacama: primo quadro

  1. Continua? Bene! Mi incuriosisce assai, ma per favore fai dialogare i personaggi!

    Un appunto, io avrei scritto “mariscos” al plurale, a meno che Simon non si sia servito di una sola cozza, che potrebbe anche essere viste le dimensioni medie delle cozze cilene!

    1. Grazie, ho corretto il marisco.

      Quanto ai personaggi, proverò a farli dialogare di più, ma dipende anche da loro… Gabriel è un tipo enigmatico, e Simon si fa troppi, troppi problemi. Staremo a vedere.

      G

  2. Siamo sempre così attenti al particolare che spesso dimentichiamo l’essenziale. Non solo per le gonne, ma per tutto il resto…
    Scrivi bene e sai creare suspence. Anch’io voglio sapere come va’ a finire, perciò rimettiti a scrivere e facci sapere.
    Un caro saluto

    1. Grazie del commento e della visita (che ricambierò)! Purtroppo ho un approccio un po’ isterico nei confronti della prosa, quindi non so dire quanto mi ci vorrà per finirlo. Ma sapendo di avere un pubblico, mi darò da fare!

      A presto,
      G

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