Il risveglio parziale

Sollevò una palpebra, confuso.
La nuca gli doleva, e così le spalle e il coccige. Oggetti lo circondavano: forme, luci, interazioni. Non si trovava in un letto, visto che era seduto. Impiegò un po’ di tempo a riconoscere sedili e posacenere, reticelle, valigie ed altri oggetti ancora più strani, che probabilmente erano persone come lui. Intravide un po’ di mondo scorrere dietro i finestrini.
Un treno, senza dubbio. Ma quale? Da dove? Per dove? E lui, chi era? Che ci faceva lì? A cosa andava incontro?
Non si era mai sentito così nudo. Fu a quel punto che alzò gli occhi e la vide. Proprio sopra la sua testa, galleggiante nell’aria come una nuvoletta.
La sua coscienza.
Quella che il sonno gli aveva staccato di dosso, appena visibile, imperscrutabile da fuori, eppure così necessaria e desiderabile. La coscienza che lui stesso era. Ne provò nostalgia. Tentò di acchiapparla con le mani, per poterla indossare di nuovo, o ingoiare, qualsiasi cosa pur di tornare ad essere sé stesso. Ma essa gli sfuggiva.
Come fare? Come fare?
L’altoparlante annunciò la stazione successiva.
Chiuse gli occhi. Come una cosa senza forma per cui il tempo è indifferente, attese.

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