L’urlo

Dal giorno alla notte. Gli occhi dell’uomo seduto di fronte a me svaniscono nel buio in pochi istanti, assieme a tutto il resto. Dev’essere una galleria breve, forse per questo le luci all’interno del vagone rimangono spente. Non c’è tempo perché lo sguardo possa abituarsi. In fondo al nero che è diventato il mondo, la mia mente indovina due occhi che non possono vedermi, altrettanto neri, occhi di preda o predatore.
Ed ecco, a metà della galleria, un urlo taglia l’oscurità come un coltello.
Rabbrividisco. Sembra il lamento di un bambino o di un piccolo animale. Si potrebbe quasi pensare ad uno scherzo, se non fosse segnato da una nota di indescrivibile dolore. Un dolore maturo, profondamente terrestre, partecipe della forza di gravità. A quanto pare, nessuno reagisce. Non si ode altro che lo sferragliare delle ruote sui binari e l’urlo stesso, che non diminuisce di intensità.
Non so che fare. Prego in silenzio che l’urlo finisca. O che finisca la galleria.
E all’improvviso vengo esaudito. Dalla notte al giorno. Che è stato? Sono stordito, mi fischiano le orecchie. L’urlo tace. L’uomo di fronte a me è riemerso dal buio: apparentemente non ha mosso un muscolo. Solo ora mi accorgo che siamo soli sul vagone. E continua a guardarmi, con quegli occhi di cane o di cosa. Come volesse dirmi lo so, lo so, che ci vuoi fare? Meglio lasciar perdere, da’ retta a me. Nella corsa che ci trascina verso la prossima galleria.

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