Molecola di Natale

Lc 2,8 – Et pastores erant in regione eadem vigilantes
et custodientes vigilias noctis supra gregem suum.

La notte è fredda, ma luminosa. La città risplende sfumata nello specchio delle nuvole. Ha messo le macchine a dormire, e presto andrà a dormire anche lui, perché l’ora è passata da un pezzo. Il ronzio alle sue spalle gli appare quasi fisiologico, animale: un gregge di processori che metabolizzano anche nel sonno. Prima di uscire, controllerà che le spie lampeggino a tempo, che tutto riposi tranquillamente al proprio posto: controllerà più volte, con grande attenzione. Solo dopo aver compiuto questo rito con cura sentirà di potersene andar via a cuor leggero. Nella torretta non c’è più nessuno: è rimasto soltanto lui, e per questo si sente un po’ il custode di tutto quel silenzio e di tutta quella scienza. Non sa dire perché ha aperto la finestra. Nel farlo, ha aggiunto all’insieme un elemento in più di cui tener conto: non sia mai che qualcuno arrivi l’indomani e scopra che la finestra è stata lasciata aperta tutta la notte. Potrebbe piovere, o addirittura nevicare… Senza rompere il silenzio, come recitando una preghiera al termine di un lungo giorno di fatiche, contempla il lembo di città che la finestra gli permette di intravvedere: la strada illuminata dai lampioni che piega a gomito proprio sotto la torre, le due file di caseggiati, l’incrocio successivo. Non vede il mare – i tetti glielo nascondono – ma lo intuisce per abitudine. Pensa alla quantità di galassie e agli ordini di grandezza che si spalancano al di là delle nuvole – e quasi allo stesso tempo, alle molte colpe che si annidano sotto ciascun tetto, dentro ogni appartamento. Non può fare a meno di stabilire una strana corrispondenza fra queste due moltitudini. Sente di odiare le colpe che infettano la notte, e in particolar modo le proprie colpe: non tanto perché ritenga di aver sbagliato più degli altri, ma perché le sue sono, fra tutte, le sole colpe che avrebbe potuto in qualche modo evitare. Il fatto che molte di esse siano condivise da una generazione o dall’umanità intera non le rende neanche un po’ meno pesanti o meno individuali.
Ma c’è un certo compiacimento autoerotico anche nell’uomo che ammette di essere fallibile. Come può dirsi veramente pentito, quando il semplice fatto di pentirsi lo riempie di nuovo amore per sé stesso? Pur sapendo che domani riprenderà il gioco di sempre? Nel processo che va celebrando dentro il suo cuore veste a turno tutti i ruoli: vittima, imputato, difensore, giudice. È una di quelle notti in cui non è d’accordo neppure con sé stesso, in cui difende tutte le opinioni senza condividerne nessuna, perché avverte qualcosa di contraddittorio nel fatto stesso di avere un’opinione, quale che sia. Meglio regredire, allora. Dedicarsi al lavoro come a un riscatto, anche parziale, delle proprie mancanze. Affidarsi alla tranquillità di una procedura: riporre i quaderni nella borsa, indossare il cappotto, spegnere tutte le luci, ascoltare che il silenzio non risponda e poi andarsene. Meglio assimilare il proprio comportamento al sonno delle macchine, ed evitare di alzare gli occhi al firmamento, fingere di dimenticare il suo sguardo incessante.
È ora che anche gli astronomi vadano a dormire.
Lentamente chiude la finestra, rialza il bavero, si appresta ad andarsene. Ancora non lo sa, ma proprio questa notte una supernova esplosa duemila anni fa in un angolo Via Lattea diventerà improvvisamente visibile da terra. E con questa altre cose accadranno, forse già raccontate, forse da raccontare: la differenza, tutta terrestre, non è poi così essenziale.

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