Sull’inerzia

Suona la sveglia.
È regolata di proposito in anticipo. Così, svegliandosi, sa che non è costretto ad alzarsi subito. Può aspettare un altro po’. Sotto la fronte sente di avere tanto sonno da far addormentare all’istante l’umanità intera. Basta premere un pulsante per ottenere altri dieci minuti di paradiso.
Ovviamente preme il pulsante.
Il sogno che ricomincia non è quello di prima, è un sogno tutto nuovo. Nel sogno visita paesi lontani, gestisce situazioni complicate che hanno lontanamente a che vedere con la sua vita da sveglio, si preoccupa, ammira un tramonto non terrestre, si eccita, ad un tratto riconosce un suono familiare.
La sveglia che suona. Sono passati dieci minuti.
Oh, che piccola mortale delusione.
Preme di nuovo il pulsante.
Si riparte. Ora però il sonno è di qualità inferiore. Pur se in modo confuso e multidimensionale, non può fare a meno di riflettere su ciò che lo aspetta nella giornata che presto comincerà. Fra dieci minuti soltanto. Anzi, fra nove. L’elenco delle incombenze viene proiettato a velocità centuplicata dietro le sue palpebre chiuse. Dovrà lavarsi, scegliere che cosa indossare, bere un caffè, salire in ufficio, leggere la posta, telefonare, compilare, essere all’altezza, escogitare, leggere la difesa della propria autostima, credere, scoraggiare qualche pensiero ricorrente…
E allora comincia a farlo: si lava, sceglie che cosa indossare, beve un caffè… entra nella tazza che si allarga a dismisura… E nella tazza, guarda un po’, sono comodamente seduti i suoi colleghi di ufficio, ciascuno alla sua scrivania. Li saluta. Rispondono amabilmente. Fuori dalla finestra un raggio di sole disegna una melodia in sol maggiore.
O forse in la bemolle.
È il suono della sveglia. Sono passati altri dieci minuti.
Oh, uffa.
Dieci più dieci vuol dire…? Il conto è estremamente complicato. Può concedersene altri? e quanti? Perché c’è un’ora oltre la quale il giochetto di rimandare la realtà non può essere prolungato.
Fanculo. Preme di nuovo il pulsante.
Pensa allo scorrere del tempo. Pensa che troverà il modo di scrivere una paginetta su qualcuno che si rigira nel letto senza trovare il coraggio di alzarsi.
Si gira sul fianco, lui che di solito dorme supino.
Suona la sveglia.
Ma come, di già? I dieci minuti più brevi della storia.
Ora è praticamente sveglio. A che vale continuare a insistere in quest’agonia? La stanza è già tutta piena di luce. E invece…
Chissà perché continuare dormire è sempre così maledettamente seducente. Non dormire: continuare a dormire. Permanere in uno stato di sonno rettilineo uniforme. Alla velocità del buio. Mentre agli occhi del mondo il proprio orologio rallenta fin quasi a fermarsi.
È come un coro di mille sirene, non si può non lasciarsi incantare. Intanto, può darsi che un’altra sveglia (la terza? la quarta?) sia già suonata e lui non se ne sia accorto.
Apre un palpebra. Visto? Riesce a farlo. Ha ancora un piccolo margine di libertà.
Macché. Mancano ancora otto minuti. Puro sonno sintetico, stretto fra lenzuolo e materasso, strappato a tutti i costi.
E se decidesse di non alzarsi proprio?
La sveglia suonerebbe ancora, come è costretta a fare. E lui le chiederebbe altri dieci minuti. E poi altri. E poi altri ancora. Così, fino a sera. E li otterrebbe. La sveglia glieli concederebbe senza scomporsi. Non ha nessun motivo per non farlo: non è una sveglia morale.
E a sera, dopo aver passato tutto il giorno a soffocare sotto il cuscino un sonno già di ieri, lui meriterebbe il nuovo sonno di oggi? Intendo: un sonno di qualità notturna? Pieno e rotondo, a campitura regolare, come di chi in pace si corica e subito si addormenta?
Sai che ti dico? Vale la pena di tentare. A puro scopo sperimentale, sia ben chiaro.
To’, eccola di nuovo.
Dov’è il pulsante? Sst. Sta’ zitta. Così va bene.
Cominciamo.

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