Il magazzino

Li condussero nel magazzino: un vasto ambiente affondato nel terreno, senza pareti divisorie, illimitato alla vista. Ancora totalmente terrestre e impaurita, la visitatrice si strinse al braccio del visitatore. È qui che conserviamo la memoria del vostro pianeta, disse la guida, indicando oltre il parapetto della balaustra. I due non la capirono. Di fronte a loro, a perdita d’occhio, in un digradare di pile e scaffali che rendeva lode alla prospettiva e moltiplicava la forza d’impressione del numero, si stendeva l’intera produzione scritta della terra: tutto ciò che l’essere umano aveva registrato dalla fine della preistoria agli albori della postistoria, quando aveva perso la sua voce; tutto: dal più letto dei bestseller all’ultima delle note casuali scribacchiate su un foglio di carta Scottex, ai numeri stampigliati sulle bottoniere di un qualsiasi ascensore XX secolo – tutto. Abbiamo scelto di preservare ciascun messaggio assieme al suo supporto, spiegò la guida. Sono semplici copie, ma assolutamente fedeli e incorruttibili. L’inserviente, senza aprire bocca, scese la rampa con una faticosa ostentazione di movimento, ad intendere seguitemi. I visitatori se ne restavano immobili, cercando di capire quello che avevano di fronte. Il ricordo di archivi, biblioteche e librerie li aiutava solo in parte, mancando dell’estensione e della varietà che quell’ambiente possedeva. Non solo libri, ma oggetti di tutte le forme riempivano lo spazio, apparentemente alla rinfusa, o in un ordine che umano non era.
Alla fine si riebbero, scesero la scala, si addentrarono nel coacervo. I loro accompagnatori, che inizialmente facevano strada, si scostarono gradualmente, lasciando che fossero essi a condurre. Il magazzino non era statico, ma mutava continuamente e impercettibilmente, per semplice esercizio della volontà. Non c’è da stupirsi che in breve i visitatori giungessero a scoprire, nella sterminata collezione di memorabilia, quelli a cui essi stessi avevano contribuito: quaderni di scuola, bollettini della posta, sms, appunti sul margine di libri dimenticati, cartoncini di auguri, curriculum, le stature dei figli registrate sullo stipite della porta, perfino le lettere che ciascuno aveva tracciato col polpastrello, nel corso di una vita, sulla schiena dell’altro. Non mancava nulla; tutto era correttamente riprodotto in un modo misterioso che la vista e il tatto non riuscivano a decifrare. Il visitatore prese un foglio dal mucchio; non era un foglio, ma la copia di un foglio, alieno nel materiale e nel significato come soltanto una copia perfetta riesce ad essere. Lo contemplò smarrito, poi lo porse a lei; nessuno dei due riconobbe in questo gesto la ripetizione di un gesto del passato, ora incommensurabilmente lontano, quando erano ancora capaci di scriversi piccoli messaggi di amore quotidiano, sulla terra che era stata anche loro.

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6 pensieri riguardo “Il magazzino

    1. Grazie! Sto seriamente pensando di espanderla; il visitatore e la visitatrice hanno voglia di esistere, a quanto pare.
      Sto anche pensando alla raccolta. Per il momento sono ancora troppo poche (e alcune andrebbero ritoccate), ma più avanti…
      Ciao,

      G

  1. Anche questa molecola finira’ in quel magazzino… “alieno nel materiale e nel significato come soltanto una copia perfetta riesce ad essere”…
    Inquietante e commovente.
    Ciao

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