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Ho seguito me stesso tutto il giorno. Ho intravisto quell’altro me fra la folla del mattino, di spalle; mi precedeva. Probabilmente è stato lui a volere che lo seguissi. Quando è salito sull’autobus, mi sono affrettato a raggiungerlo, balzando sul predellino solo un attimo prima che le porte si richiudessero. La sua nuca era chiaramente riconoscibile fra le nuche degli altri passeggeri abbandonati alle forze inerziali della corsa. Teneva la mano destra aggrappata a una maniglia; mi sono premurato di imitarlo, per non sottolineare la nostra duplicità. Per fortuna è sceso alla mia fermata. Era evidentemente diretto dov’ero diretto io: all’ufficio, alla necessità del lavoro, solo una decina di passi più avanti di me, proiettato nell’immediato futuro, appena un po’ più vicino alla nostra morte comune. Per tutto il giorno ha occupato la scrivania davanti alla mia, che probabilmente fino a ieri era la scrivania di un altro, o forse non esisteva neppure. Non ha smesso un istante di voltarmi le spalle. Oltre quelle spalle, ho tentato di sbirciare i numeri che scorrevano sullo schermo del suo computer, numeri immancabilmente destinati a me, materia prima del nostro quotidiano consumarci. Non so che cosa mi abbia trattenuto dal chiamarlo ad alta voce. A ben vedere, avrei anche potuto avvicinarmi a lui e cercare di affrontare con lui la questione della sua problematica presenza, ma non l’ho fatto, e adesso è la geometria del passato a vietarmelo. L’ho visto salutare e scambiare due parole con alcuni colleghi, in modo distaccato, esattamente come avrei fatto ed ho fatto anch’io. Era davanti a me nella coda della mensa, altrettanto in disparte. A fine giornata, ha timbrato il cartellino in uscita qualche istante prima di me, e ho fatto in tempo ad intravvederlo di nuovo dalla tromba delle scale, mentre la porta di questa giornata si richiudeva alle sue spalle.
Sto per coricarmi in una spoglia stanzetta di tre metri per quattro nella quale, indiscutibilmente, sono solo. Presumo che l’altro me stesso si trovi nell’appartamento sopra il mio e che anche lui stia per addormentarsi. Mi sembra quasi di vedere la sua nuca virtuale appoggiata su un cuscino trasparente, attraverso un soffitto anch’esso trasparente. Non so se domani lo rivedrò, ma se dovesse accadere sono pronto a tollerare di nuovo il suo inesplicabile essere me. Mi impegno addirittura a concedergli la precedenza, proprio come oggi. Sono rassegnato, quasi sereno. L’obbligo a questa vita terrestre offre un contrappeso continuo alla nostra volontà di capire, capire per bene, capire tutto, e in qualche modo è meglio così, mi sforzo di ripetermelo (me stesso si sforza di ripetermelo), molto, molto meglio così.

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