Lo hron

In qualche modo, doveva essere il momento e il posto giusto. La regolarità dello hron (questo il nome che la stampa ha definitivamente accettato) lo lascia supporre, quasi sfidando la mente a fornire una giustificazione: perché e non altrove, perché allora e non altroquando. Conosciamo l’estensione dello hron – approssimativamente 42 × 168 × 379 centimetri nello spazio, 37 secondi nel tempo; la sua direzione – la linea immaginaria che congiunge l’apice della torre di controllo di La Rhonda con un piccolo boschetto proprio accanto alla pista di atterraggio; sappiamo che si muoveva ad appena 5-6 chilometri all’ora, come un uomo che cammini di buon passo; possiamo anche descrivere il suo colore, un nero lucido simile a quello di un qualsiasi fa diesis o la bemolle sulla tastiera del pianoforte, appena screziato dalla luce del tramonto. Le numerose telecamere di servizio, la trigonometria geodetica, la morbosa curiosità di conoscere le circostanze esatte di una sciagura ci hanno dato di ricostruire tutte queste informazioni. Impossibile non voler cercare un modello, un’interpretazione; fin troppo facile riconoscere la sequenza 1:4:9 nelle dimensioni spaziali dello hron (sequenza che tuttavia non si estende alla coordinata temporale, anche se riscaliamo le unità di misura alla velocità della luce); quasi inevitabile produrre spiegazioni cabalistiche o apocalittiche (davvero l’orario [le 20:12 UTC] può considerarsi casuale? davvero dobbiamo trascurare il fatto che l’oggetto sia sceso lungo una traiettoria perfettamente allineata con il piano galattico?). Lo hron è accaduto: per utilizzare la nostra consueta lettura temporale, è uscito dal nulla, un’ingombrante parallelepipedo di materiale sconosciuto, ha compiuto il suo improbabile percorso, ed è tornato al nulla come se niente fosse. Viene da chiedersi quante altre volte la stessa successione di eventi possa essersi compiuta nella storia dell’Universo, chissà dove, lontano dai nostri occhi – vale a dire in segreto, per le nostre menti che si sforzano di capire. Quest’ultima volta, per noi la prima, lo hron ha incontrato lungo il suo tragitto un Airbus con 137 persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio, in procinto di toccare terra dopo un volo – stando all’ultimo comunicato del comandante – assolutamente tranquillo. Nessuno di noi ha potuto fare a meno di notare l’agghiacciante imperturbabilità dell’oggetto alieno, che in seguito  all’urto ha continuato il suo lento viaggio con fare assolutamente incolpevole. La televisione, madre incestuosa, oltre alle indescrivibili immagini ha diffuso ampiamente le dichiarazioni di tale T. J., parente di una delle vittime, fino a due settimane fa una fervente presbiteriana, che nella calata distruttrice dello hron ha dichiarato di aver visto il proprio Dio darsi la morte di proposito assieme alle sue creature. Difficile far combaciare le istanze di questa donna disperata con quelle dei vari istituti di astronomia che si stanno affannando per inquadrare il nuovo fenomeno nel paradigma della fisica contemporanea. L’evento ha scosso il mondo. Ciascuno brancola nel proprio buio personale, appena un po’ più di prima. Lo ripeto, in qualche modo doveva essere il posto e il momento giusto. Siamo noi ad essere sbagliati; noi che a dispetto di ogni esperienza ancora riteniamo di conoscere l’Universo o il nostro Dio più di quanto ci conosca la falena che, inconsapevole, lungo la strada di notte, viene incontro ai fari della nostra auto in corsa.

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