Non ancora

Il giorno del suo centotrentasettesimo compleanno il nonno non si svegliò. I bisnipoti giunsero a metà mattina per gli auguri, portando con sé il primo ternipote, di anni sei: trovarono il nonno nella sua poltrona ventesimo secolo, dove l’infermiera l’aveva lasciato la sera prima, nell’angolo più arieggiato del soggiorno di una delle diciotto villette del nuovo complesso semiautonomo LietOccaso (sic), non molto più consistente di un vecchio vestito appoggiato sullo schienale, la bocca aperta, gli occhi socchiusi. Non sarà mica, disse il primo bisnipote, avvicinandosi. Direi di sì, disse il secondo bisnipote, più giovane. Ma pensa tu. Le mogli li seguivano con circospezione. Il bambino corse verso la poltrona. Proprio questa notte. Ma ieri non stava bene? Una delle due donne dondolò la testa. Adesso dovremo occuparci di un sacco di questioni. L’altra alzò le sopracciglia. Almeno non ha sofferto, sintetizzò. Io ci metterei la firma, rispose il marito. Poi parlò il piccolo ternipote, che aveva preso in mano la mano di carta velina del nonno. Respira ancora, disse.
Il nonno respirava. A dispetto delle attese, continuò a respirare senza soste. Fu chiamato il dottore: la respirazione, anche se debole, era regolare; il polso, stabile; la temperatura nella norma. Il nonno dormiva. Dormì tutto il giorno del suo centotrentottesimo compleanno, ininterrottamente, mentre i parenti si alternavano al suo capezzale, aspettando qualcosa, qualsiasi cosa. Il nonno si svegliò soltanto l’indomani, il primo nuovo giorno del suo centotrentanovesimo anno. Chiese del latte. Era una giornata assolutamente senza nuvole.

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