Il Perfetto Elegiaco

Marius H. LeBey riconobbe i sintomi del Perfetto Elegiaco e capì di essersi tradito. Pur se in modo perverso, poteva dire di aver assolto il suo compito: ora aveva le prove che il blocco sino-indiano era riuscito a impossessarsene e che aveva trovato il modo di utilizzarlo. I suoi superiori – che evidentemente avevano soltanto finto di credere nel suo improbabile triplo gioco e gli avevano quindi concesso volentieri il privilegio di esporsi in prima persona – avrebbero comunque ottenuto l’informazione che cercavano: lui, M. H. LeBey, sarebbe morto da fedele suddito di S. M. Elisabetta III, a trentotto anni, nel corso della sua seconda operazione sotto copertura, – sarebbe morto di una morte eloquente, vittima di un’arma mentale che probabilmente non esisteva (questo avrebbe creduto la gente) e che nonostante ciò era arrivata nelle mani del nemico.
L’ultimo sentimento autentico che LeBey provò fu un misto di ribellione e di disgusto nei confronti di una sorte così oscenamente ingiusta e ridicola. Guardò l’inutile fascicolo che Florence aveva lasciato sulla sedia accanto a lui e deplorò la propria stupidità. La donna non si era allontanata da più di venti secondi quando il Perfetto Elegiaco entrò in azione. Il vasto atrio di aeroporto in cui si trovava, inebetito e impotente, cominciò a perdere consistenza sotto ai suoi occhi, come se il vetro e il cemento si trasformassero in pura, solida malinconia – una saudade totale e ineluttabile in cui confluivano la luce gialla delle sei e un quarto, la voce cantilenante dell’annunciatrice digitale che chiamava i passeggeri del volo per Toronto e la musica post-ambient del vicino caffè, che si sovrapponeva sinesteticamente ai tragitti variamente interlacciati della gente in transito e in partenza, tutte quelle vite così diverse e così simili fra loro e intrise di paure e speranze e sentimento umano e in fondo in fondo così indifese e commoventi, sì, commoventi oltre ogni ragionevole capacità di sopportazione per il povero cervello in subbuglio di LeBey. Ripetersi che si trattava di un sentimento artificiale non aveva alcun effetto: ormai era troppo tardi per qualsiasi intervento di backup. Quella nostalgica commozione l’avrebbe ucciso nel giro di qualche minuto, e la colpa era soltanto sua: della sua ingenuità, del sonno e di un particolare taglio negli occhi del suo contatto, nome-in-codice Florence – la salope –, il cui sguardo somigliava troppo a quello di una certa Liu Heung che LeBey aveva amato una decina di anni prima. Pensò a Liu ed ebbe l’impressione che il suo sistema limbico si sciogliesse al ricordo di una sera in quel loro vecchio loft senza riscaldamento, quando la ragazza, trovandolo semiassopito sul divano, aveva disteso una coperta sopra di lui, perché non prendesse freddo, ed era rimasta per qualche secondo ad osservarlo con amore, senza sapere che lui aveva già deciso di lasciarla. Questo semplice ricordo patetico, forse fittizio, era il catalizzatore emozionale di cui il codice aveva bisogno. Nel cervello che Florence aveva manipolato, tutta la pietà e la compassione e perfino le varie forme di meschino autocompiacimento provate nel corso di una vita condensarono in un unico blocco di struggimento compatto, che divorò la mente di LeBey dall’interno e che alla fine divenne la sua mente. Il Perfetto Elegiaco.
LeBey tentò di alzarsi in piedi, ma le gambe non lo reggevano. Pensò che morire di commozione per sé stesso e per tutta l’umanità devastata fosse dopo tutto una sorte invidiabile, alle soglie di una guerra psichica. Un mozzicone di sigaretta vicino ai suoi piedi lo accecò di nostalgia, come fosse il volto della madre che non aveva mai conosciuto. Quelli che lo videro, riferirono che prima di stramazzare al suolo sorrideva.

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6 pensieri riguardo “Il Perfetto Elegiaco

  1. è possibile che questo si avvicini molto a quello che provo io in molti episodi della mia esistenza da qualche tempo…bello, molto bello…molto commovente, anche.

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