Tatto

Dopo l’operazione, cominciai a sentire il suo braccio. Il braccio di lei, intendo. Lo sentivo come se fosse mio, un terzo braccio fantasma che mi spuntava dalla spalla sinistra appena più sopra del gemello visibile che ero abituato ad avere. Non potevo toccare quel nuovo braccio, ma potevo sentire ciò che esso sentiva e toccare ciò che esso toccava. A tremila miglia di distanza, riuscivo a sapere in tempo reale se lei accarezzava la testa di un bambino o ritirava le banconote allo sportello o si soffiava il naso o si lasciava sfilare la camicia e via discorrendo. Non avevo bisogno di conferme per sapere che queste percezioni erano corrette: mi fidavo del nuovo braccio come mi sarei fidato delle mie braccia tangibili, se mi fossi trovato a brancolare nel buio in una stanza sconosciuta. Un simile effetto collaterale (raro ma previsto, già a quei tempi) mi parve dapprincipio una benedizione insperabile: non sarei riuscito a dimenticarla, questo no, ma almeno potevo controllarla. Povero idiota che ero. Mi ci volle poco a rendermi conto che non ero in grado di decifrare la maggior parte delle informazioni che mi arrivavano dall’invisibile braccio addizionale, e che questa incertezza moltiplicava l’intensità morbosa della percezione: c’erano superfici di velluto che non conoscevo, fonti di calore impreviste, dolori acuti e impossibili da identificare. E poi l’incredibile frustrazione di non poter muovere il braccio autonomamente, o, peggio ancora, di non riuscire a farlo star fermo un attimo. Le mie braccia vere protestavano; inutilmente le punivo con l’inazione, oppure obbligavo il mio braccio destro a ripetere i gesti di quello lontano, per limitare la mia asimmetria.
Di notte sognavo di strapparmi il braccio di carne per lasciare il campo libero a quello di puro tatto; svegliandomi tutto aggrovigliato nel letto, le auguravo a distanza con tutto il cuore di soffrire anche lei della stessa duplicazione, in modo allucinante e intollerabile. Cominciai a sottoporre alle peggiori sevizie le mie povere e fedeli e incolpevoli braccia originali. Speravo che così almeno un po’ del dolore potesse arrivare fino a lei, in qualsiasi fottuta parte del mondo si trovasse, sempre intenta chissà poi perché a toccare e a farsi toccare, incessantemente, instancabilmente.

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